venerdì 5 luglio 2013

Gatza, la magia delle storie

Mathias Gatza, Il mago della luce
Neri Pozza, pp. 300, euro 18

Simona Baldelli
Dresda, 2002. Uno storico dell’arte ripesca, dalle acque dell’Elba che hanno appena invaso la città, un libretto del XVII secolo stampato con rari caratteri a piombo che narra la vita (breve) e le opere (poche) di un artista barocco “naturamortista”: Silvius Schwarz. Il biografo, il piombista Leopold, narra di aver fatto ricorso alla stampa per raccontare la vicenda, perché muto. Malato di saturnismo, con le vene che contengono più mercurio e laudano che sangue, ci racconta l'ossessione che riempì l'intera e passeggera esistenza dell’ artista: catturare l’essenza delle cose, riproducendo la realtà nel modo più fedele possibile. Personalità sobillatrice e scomoda, quella di Silvius, tant’è vero che finirà presto imputato (ma innocente) di una serie di orribili delitti e condannato a morte. Silvius Schwarz, da quel momento, diventa per lo storico dell'arte, la sua propria ossessione. Avendo ricevuto da un editore un congruo anticipo per un libro sul pittore (che non scriverà mai) si dedicherà anima e corpo alla ricerca di indizi e prove sulla vita e le opere del naturamortista e sul “segreto” che lo portò assai vicino alla cattura della luce e l’essenza dell’immagine …

Questa, a grandi linee, la storia.
Che è poi la vera protagonista del libro, a mio avviso, la “storia”. Non tanto per le vicende che vi si intrecciano, ma per il gusto di narrarle.
Partiamo dall’autore, quello del libro: Mathias Gatza, che dev’essere un vero appassionato di storie dal momento che, ancor prima che autore, è editore, avendo fondato da più di dieci anni una casa editrice che porta il suo nome e che è specializzata in narrativa tedesca contemporanea.
Poi vi sono le storie che diventano ragione di vita (e qualche volta di morte) per ciascuno dei personaggi.
Quella dello storico d’arte che, privo di una storia personale degna di tal nome, ha tracciato la propria nel solco di quella del pittore.
Quella del piombista Leopold, che attraverso l’incastro dei caratteri ha raccontato la propria e altrui storia.
Certamente quella di Silvius, che ricercava nella riproduzione fedele delle immagini, l’essenza stessa (quindi la storia) delle persone e delle cose.
La storia d’amore fra il naturamortista e Sophia, la bella cugina appassionata di matematica e di logica.

mercoledì 3 luglio 2013

MVL Cinema: "Il caso Kerenes", Edipo in Romania

Patrizia Vincenzoni
Il caso Kerenes del regista rumeno Calin Peter Netzer, vincitore dell'Orso d'Oro 2013 al Festival  di Berlino, è un film ambientato in Romania, che mette in scena  un intenso dramma edipico collegandolo ad aspetti di interesse sociologico. Siamo a Bucarest e lo sguardo di Netzer è rivolto verso la classe alto-borghese rumena degli anni duemila, erede di quel potere arrogante e spregiudicato che la dittatura di Ceausescu ha incarnato. Il regista osserva i suoi personaggi senza mediazioni e in tal senso è funzionale la mobilità  delle riprese grazie alla camera a spalla che sembra pedinare e scrutare attentamente le figure raccontate nel film. 
Il  titolo originale  A child's pose è - come purtroppo molto spesso accade - più appropriato e incisivo rispetto a quello dato alla pellicola in Italia, un po' troppo "poliziesco". L'altro, invece, corrisponde molto meglio al racconto e ai diversi piani di lettura che evoca.  "La posizione del bambino"  nel referto della polizia sta ad indicare la posizione del corpo ritrovato, ma può significare anche la posizione del feto intesa nel voler trattenere  dentro di sé qualcuno.

lunedì 1 luglio 2013

Mario Dondero, o la tenerezza del fotografo

Maria Teresa Carbone
“Se ho scelto di fare il fotografo e non il giornalista, è per pigrizia: chi scrive deve faticare di più” dice Mario Dondero, e lo dice con un tono così garbato e convincente, che quasi ti viene voglia di credergli e di dimenticare che questo signore di 85 anni suonati trascorre ancora gran parte della vita tra un treno e l'altro – e quanto al passato, basta sfogliare Dalla parte dell'uomo, il catalogo della mostra che gli ha dedicato il Palazzo Ducale di Genova nel 2012 (testi di Nanni Balestrini, Letizia Lodi, Massimo Raffaeli, Rosaria Gioia, Edizioni Il Canneto) per accorgersi che di posti nel mondo dove Dondero non è stato ce ne sono pochi. Il contrario della pigrizia, insomma.
Eppure qualcosa di vero c'è, nel suo desiderio di evitare gli sforzi inutili, e te ne accorgi dal fatto che lui viaggia leggero, niente a che vedere con il cliché del fotografo bardato di un ingombrante armamentario, e più ancora dalla sua inclinazione per la mossa del cavallo, quella che ti spiazza e riporta il gioco in mano a lui. Come in questa intervista, dove le domande servono semplicemente come segni di interpunzione in un flusso di parole che appartiene tutto a Dondero, il quale (ha scritto Massimo Raffaeli) “così come ha abolito la nozione di confine geografico, ignora a priori qualsiasi gerarchia di classe e di genere”.

domenica 30 giugno 2013

Macadàm - della cura trasparente


“Da quella volta non era più stato solo: almeno sulla strada. La Nazionale infatti era piena di fratelli e di compagni, che lavoravano ogni giorno in fitta schiera sulla sua stessa tratta. Per ciascuno di loro provava un affetto sincero, che di sicuro non veniva dal sangue. Alcuni li conosceva solo per nome, altri per soprannome, altri ancora non li aveva mai visti ma li sentiva tutti ugualmente vicini: dei cugini buoni, dei fratelli carnali.”
Paolo Teobaldi, Macadàm, edizioni e/o

Le case cantoniere per chi è nato alla fine degli anni 80, come me, sono quegli edifici in disuso che si affacciano sulle strade, spesso con i vetri i frantumi, le mura color mattone scrostate e le erbacce a fare da decoro. Sorgono sui rettilinei o agli incroci, fredde e agghiaccianti, disabitate e funeree, in alcuni rari casi colonizzate da inquilini abusivi che contro le recinzioni hanno piazzato reti da letto e canne di bambù. Fantasmi rossastri e muti, a volte impietosamente coperti di scritte, altre volte derubati delle proprie targhe, che per lo meno ne ricordavano l’antica funzione. La casa cantoniera fa parte di quel passato prossimo, trascorso un attimo fa ma già obsoleto, insieme al carosello, alle diapositive, alla macchina per scrivere e agli ossi di seppia. 

sabato 29 giugno 2013

"Madre in mezzo a letame e spazzatura", un omaggio a Stevie Smith

Dal Laboratorio di traduzione 2012-2013 dedicato alle poesie di Stevie Smith, proponiamo un testo dell'autrice inglese nella versione elaborata durante gli incontri del gruppo curato da Fiorenza Mormile e composto da Maria Teresa Carbone, Silvia Esposito, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore.


Madre, in mezzo a letame e spazzatura

Madre, in mezzo a letame e spazzatura
ho la misura della mia umanità, quasi una figura
della presenza di Dio. Sono sicura


Nel letame, nella spazzatura, nel gioco del gatto
c'è la presenza di Dio, e questo è un fatto.
lui c'è. Madre, tu ne prendi atto?


Anch'io ho sentito la presenza di Dio nella scopa
che stringo, nelle ragnatele della stanza,
ma più di tutto nel silenzio della tomba.


Ah, ma il pensiero che impronta la speranza umana
- che c'è dietro?- non è che cosa vana 
solo la protesta di  una mente inane


che non vuol morire. Questo è il pensiero che rimbalza
dentro una testa pretenziosa e spiazza
l'inchiesta. L'uomo è davvero frivolo quando sentenzia.


Bene madre, continuerò a pensarla a modo mio, 
e penso saresti saggia a farlo  anche tu
puoi dubitare della follia dell'uomo nel creare Dio?
Chi sei tu?

La magia contagiosa dei libri

G. Luca Chiovelli


Ci siamo già interrogati sul vestimento del libro, su come, quell'insieme di qualità apparentemente secondarie (la carta, le cuciture, i caratteri, la coloritura della copertina), influisca sul godimento che intratteniamo col contenuto dello stesso. A complemento di quelle brevi riflessioni, possiamo aggiungere che la bibliofilia, quella pulsione a mezzo fra estetica decadente e volontà di potenza, si appaga quasi esclusivamente nel trattare libri che hanno vissuto più vite. E da cosa nasce questo impulso che spinge a desiderare, oltre al pregio e alla rarità, questi oggetti passati  per decine di mani?
Una bellissima poesia di Bertolt Brecht ci avvicina al cuore del mistero.



Fra tutti gli oggetti i più cari
Sono per me quelli usati.
Storti agli orli e ammaccati, i recipienti di rame,
I coltelli e forchette che hanno di legno i manici,
Lucidi per tante mani; simili forme
Mi paiono di tutte le più nobili. Come le lastre di pietra
Intorno a case antiche, da tanti passi lise, levigate,
E fra cui crescono erbe, codesti
Sono oggetti felici.
Penetrati nell'uso di molti,
Spesso mutati, migliorano forma, si fanno
Preziosi perché tante volte apprezzati.
Persino i frammenti delle sculture,
Con quelle loro mani mozze, li amo. Anche quelle,
Vissero per me. Lasciate cadere, ma pure portate;
Travolte si, ma perché non troppo in alto stavano.
Le costruzioni quasi in rovina
Hanno ancora l'aspetto di progetti
Incompiuti, grandiosi; le loro belle misure
Si posson già indovinare; non hanno bisogno
Ancora della nostra comprensione. E poi
Han già servito, sono persino superate. Tutto
Questo mi fa felice.

Le scalinate di pietra dei borghi medioevali, consunte e infossate al loro centro da passaggi secolari; un affresco i cui colori si arrendono dolcemente al sostrato di calce sottostante, sbiadendo lentamente sino agli ultimi sussurri dell'invisibilità; alcune vecchie porte di legno segnate nei punti in cui le mani girarono innumerevoli le chiavi.

La patina dell'antico, giustamente ricercata dai falsari, può essere una prima risposta; non sufficiente.

venerdì 28 giugno 2013

Un'analista in Iran all'ombra di Kundera

Gohar Homayounpour
Una psicoanalista a Teheran
Raffaello Cortina
pp. 148, euro 13,50

Patrizia Vincenzoni
"Ci insegnano che il paziente dice già tutto nella prima seduta, mentre l'analista ha bisogno di tempo per capirlo. Così io ho avuto bisogno delle pagine che precedono per capire, attraverso le libere associazioni, che cosa significhi per me praticare la psicoanalisi a Teheran". Nelle ultime pagine, Gohar Homayounpour ci spiega  il senso del libro. Tutta la narrazione è un processo autoterapeutico di accesso alla consapevolezza delle motivazioni anche inconsce  che l'aiuteranno a dare ri-significazione alle scelte attuali e a quelle operate nel passato. Nel cercare di comprendere il cammino personale e le motivazioni che l'hanno spinta a tornare nel suo paese d'origine, affrontando anche, nel suo paese, quella particolare esperienza affettiva e relazionale che è il lavoro analitico, l'autrice ci rende parte integrante della narrazione e offre al lettore la sensazione di prendere parte a pensieri, emozioni, titubanze, memorie rimosse che cercano accessi alla coscienza.
L'unicità di certe esperienze umane, l'allontanamento e il ritorno in Iran e la psicoanalisi (pensiero e prassi clinica)  sono il nucleo di base dal quale l'autrice parte per interrogarsi in modo nuovo, perturbante, ripercorrendo legami con i vecchi  'maestri' analisti e letterati.  
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