Claudio Lolli (1950), bolognese, musicista, scrittore e professore di liceo, ha una tendenza irresistibile a passare inosservato. Non che non abbia avuto successo in passato: anzi, ha avuto un discreto seguito; non che non abbia avuto estimatori: anzi, parecchi, tuttora, lo apprezzano; no, forse per una mancanza di empatia, o di solide pubbliche relazioni, egli non rientra mai fra i santini del cantautorato italiano: quei nomi ormai proverbiali, sempre sulla punta della lingua della citazione, anche da parte di chi la musica la ascolta distrattamente. Fra i santini - citatissimi, sempre, pure a sproposito - egli non c'è; quasi mai, almeno. Vi manca pure - fra i santini - Giorgio Lo Cascio (1951-2001): Giorgio Lo Cascio, il romano del Folkstudio, quello che suonava assieme a Francesco De Gregori e Antonello Venditti: autore di eccellenti brani (fra cui il capolavoro Fiori chiari e fiori scuri), di lui si ricorda ormai pochissimo (si fatica pure a trovarne i dischi).
Perché accadono queste cose? E chi lo sa. Io non lo so. Forse la gente è pigra, forse è conformista. Forse alla gente piacciono i santini e guai a toccarglieli.
Claudio Lolli
HO VISTO ANCHE GLI ZINGARI FELICI
E' vero che dalle finestre
non riusciamo a vedere la luceperché la notte vince sempre sul giornoe la notte sangue non ne produce,è vero che la nostra ariadiventa sempre più ragazzinae si fa correre dietrolungo le strade senza uscita,è vero che non riusciamo a parlaree che parliamo sempre troppo.E' vero che sputiamo per terraquando vediamo passare un gobbo,un tredici o un ubriacoo quando non vogliamo incrinareil meraviglioso equilibriodi un'obesità senza fine,di una felicità senza peso.E' vero che non vogliamo pagarela colpa di non avere colpee che preferiamo morirepiuttosto che abbassare la faccia, è verocerchiamo l'amore semprenelle braccia sbagliate.E' vero che non vogliamo cambiareil nostro inverno in estate,è vero che i poeti ci fanno pauraperché i poeti accarezzano troppo le gobbe,amano l'odore delle armie odiano la fine della giornata.Perché i poeti aprono sempre la loro finestraanche se noi diciamo che èuna finestra sbagliata.E Siamo noi a far ricca la terranoi che sopportiamola malattia del sonno e la malarianoi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano,e noi piantiamo il maissu tutto l'altopiano.Noi penetriamo foreste, coltiviamo savane,le nostre braccia arrivanoogni giorno più lontane.Da noi vengono i tesori alla terra carpiti,con che poi tutti gli altrirestano favoriti.E siamo noi a far bella la lunacon la nostra vitacoperta di stracci e di sassi di vetro.Quella vita che gli altri ci respingono indietrocome un insulto,come un ragno nella stanza.Riprendiamola in mano, riprendiamola intera,riprendiamoci la vita,la terra, la luna e l'abbondanza.E' vero che non ci capiamoche non parliamo maiin due la stessa lingua,e abbiamo paura del buio e anche della luce, è veroche abbiamo tanto da faree che non facciamo mai niente.E' vero che spesso la strada sembra un infernoo una voce in cui non riusciamo a stare insieme,dove non riconosciamo mai i nostri fratelli.E' vero che beviamo il sangue dei nostri padri,che odiamo tutte le nostre donnee tutti i nostri amici.Ma ho visto anche degli zingari felicicorrersi dietro, far l'amoree rotolarsi per terra.Ho visto anche degli zingari feliciin Piazza Maggioreubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.Ho visto anche degli zingari felicicorrersi dietro, far l'amoree rotolarsi per terra.Ho visto anche degli zingari feliciin Piazza Maggioreubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
ANNA DI FRANCIA
Anna di Francia che arriva,Anna che ride, Anna che scherza,Anna che ascolta, che parlaAnna che chiede, vuole saperecome andremo a finire la sera,Anna la piazza ti ama, ti ama con me.Anna racconta: l'ultima Franciacom'era grigia, com'era triste,Anna racconta: il nuovo lavorosempre camicie, solo camicie,Anna ti sembra di essere pazzaAnna la piazza, la piazza ti ama con me.
Presentazione & show cooking: mercato centrale di Firenze 19/6/2014 Titolo del libro: In food we trust Nome in codice autori: GNAMBOX alias Riccardo Casiraghi e Stefano Peleari, ex interior designer e grafico pubblicitario. Milanesi. Appena li ho visti ho pensato: sono i Dolce & Gabbana del food. Genere hipster, cool, casual, high tech. All'ennesima parola inglese che mi hanno suscitato mi sono fermata vergognandomi un po'. D'altra parte loro sono italiani, ma pubblicano un libro (Edito da Mondadori) con titolo in inglese, scelta che mi pare essere la naturale conseguenza dei loro esordi nel mondo della gastronomia.
Riccardo Casiraghi e Stefano Peleari in un periodo di crisi lavorativa si inventano un nuovo percorso, come sta facendo tutta la generazione intorno ai 30 anni (3.0?), dando vita in questo caso a un blog che si occupa di cibo (settore che pare non avere crisi).
Il blog si chiama gnambox, sintesi tra un'espressione onomatopeica da fumetto (gnam, che in inglese significa anche: rosicchiare) e box, che sempre in inglese significa scatola, contenitore, casella (di posta, per esempio). Il blog nasce «dall'amore per la cucina, passione per il cibo e dal desiderio di incontrare le persone che ammiriamo», come loro stessi scrivono. Utilizzano molto i social network, specialmente instagram e facebook (paradisi anglofoni) per diffondere e condividere idee, ricette ed esperienze sempre riguardanti il cibo. Evidentemente appassionati e curiosi, postano in rete le loro esperienze gustative e le ricette che sperimentano nella quotidianità. Fin qui nulla di nuovo: di blog a sfondo gastro-qualcosa ce ne sono migliaia.
Interpreti: Tim Hiddleston, Tilda Swinton, John Hurt, Mia Wasikowska
Voto: 6
Un film di Jim Jarmusch, sicuramente, ma declinato in tono minore; insidiato dalla maniera; eppure da vedere; notturno, rallentato, sospeso fra la rassegnazione e un rilassato e divertito tono kitsch.
Due vampiri, amanti millenari, depositari di una sapienza profonda, eppure proiettati verso il futuro incolore della postmodernità, popolata da zombies, ovvero umani: razza superficiale e dal sangue infetto ... Adam (Tom Hiddleston) vive a Detroit; è sfibrato, deluso; colleziona chitarre rarissime, è un esteta, già amico dei decadenti francesi, di Byron, Shelley e Tesla: e medita il suicidio ... Eve (Tilda Swinton) vive a Tangeri, è una lettrice onnivora e instancabile (conosce decine di lingue), ma l'estenuata decadence non le ha tolto ancora la fame di vita ...
La prima ora di film scorre lentamente, ed è un pregio ... Ecco Adamo ed Eva (Adam e Eve, troppo facili questi nomi!) riuniti a Detroit; ecco l'amico Christopher Marlowe (John Hurt; il drammaturgo secentesco che, scopriamo, oltre a essere un vampiro, è l'autore segreto delle opere di Shakespeare); ecco i Nostri procurarsi il sangue negli ospedali tramite medici corrotti e compiacenti (e celandosi sotto il nome di Dottor Faust o Dottor Caligari) oppure concedersi escursioni notturne in visita a vecchi teatri trasformati in parcheggio ... o in visita alla vecchia casa di Jack White (del gruppo rock White Stripes), ultimo di sette fratelli ... oppure gustare languidamente sorbetti ematici ...
La visita della sorella Ava (Mia Wasikowska) porterà scompiglio nel loro menage tanto da costringerli a fuggire a Tangeri. Senza più cibo, e allo stremo delle forze, essi decideranno di recuperare gli antichi istinti - le innate abitudini di predatori.
* * * * *
Non è la credibilità che interessa ... o la sospensione dell'incredulità ... o l'eccesso didascalico e kitsch, come spiegato ... ma l'atmosfera snervata e stancamente cupa, che lascia indovinare la rivelazione ultima ... ovviamente già sentita ... sentita milioni di volte ... miliardi ... trita eppur vera e maestosa: l'amore è totale, eterno. E solo l'amore, fedele e appassionato (quello che non si cura delle distanze) assicura l'eternità - tramite uno squisito contrappasso.
In aereo (i nostri si spostano solo con voli notturni) Eve legge assorta il sonetto 116 di William Shakespeare (dovremmo dire: di Christopher Marlowe):
Non sarà che alle nozze di animi costanti
Io ammetta impedimenti, amore non è amore
Che muta quando scopre mutamenti,
O a separarsi inclina quando altri si separa.
Oh no, è un faro irremovibile
Che mira la tempesta e mai ne viene scosso;
Esso è la stella di ogni sperduta nave,
Remoto il suo valore, pur se il suo luogo noto.
Amore non soggiace al tempo, anche se labbra
E rosee guance cadranno sotto la sua arcuata falce.
Amore non muta in brevi ore e settimane,
Ma impavido resiste fino al giorno del Giudizio.
Se questo è errore, e sarà contro me provato,
allora io non ho mai scritto, e mai nessuno ha amato.
Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments. Love is not love
Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove:
O no; it is an ever-fixed mark,
That looks on tempests, and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth's unknown, although his height be taken.
Love's not Time's fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle's compass come;
Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom.
If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved
E questo è quanto.
Non c'è altro da aggiungere.
* * * * *
Il film si fregia di altri innocui sberleffi: nella casa di Adam appaiono diverse foto di celebrità conosciute in vita dal vampiro: Kafka, Wilde, Keaton sono della partita; assieme a loro s'intravede il ritratto di Neil Young, il cantante e chitarrista canadese già autore della colonna sonora del capolavoro di Jarmusch Dead man: Young è ancora vivo e vegeto, però.
I nomi sul passaporto di Adam e Eve: Stephen Dedalus (da Joyce, ovvio) e Daisy Buchanan, da Il grande Gatsby di Fitzgerald. E via così.
A cura del Cantiere 24-MVL Gruppo Reportage* [cliccare per ingrandire]
Scritte,
provocazioni, figure, e veri e propri dipinti su muri calcinati dal tempo, su
palazzi dismessi, su capannoni in rovina; in aree annientate dal declino
industriale – dal declino della nazione.
Foto di Patrizia Vincenzoni
La street art fiorisce sulle rovine di un’Italia
abbandonata e periferica oppure si appropria della fatiscenza indotta
dall’incuria (vecchie caserme e magazzini, uffici statali o del terziario
avanzato lasciati marcire senza personale, recinzioni condominiali, contrafforti
di cemento, viadotti, sottopassaggi, immani colonnati, piloni
autostradali: la città di passaggio, insomma, quella che vediamo dai
finestrini, orribilmente funzionale,tirata su con avarizia di bellezza e
intelligenza, diviene la tela di improvvisazioni e di tableau pittorici in cui
vibra la rivendicazione politica, la provocazione, lo sberleffo, l'ansia di
testimoniare se stessi; oppure, non ultimo, la voglia di resuscitare la
solitudine e la bruttezza nichiliste delle neoarchitetture metropolitane a una
nuova arte, comunitaria, solidale e gioiosa.
Tale protesta (è indubbio che lo sia) si nutre dell’attualità (No Tav, Movimento per la Casa) e dell’enorme giacimento di status symbol epocali (Frida Kahlo, Nelson Mandela, Martin Luther King …) riconducibili a un sentire ‘contro’; ma si avvale anche di personaggi che, pur neutrali o addirittura apolitici, si caricano d’una forza eversiva inusitata (Yuri Gagarin, Elvis Presley, James Dean, Dante, Quentin Tarantino, Giovanni Paolo II).
Foto di Patrizia Vincenzoni
Perché
avviene questo? Probabilmente il sentire comune degli artisti segue un calcolo
preciso (forse inconscio, ma non si escluda la premeditazione): il volto di Elvis Presley, ad esempio; Elvis Presley non è mai stato semplicemente, puramente, Elvis Presley: già in vita
avvenne la trasfigurazione da cantante scandaloso e attore minore hollywoodiano in simbolo potente (ribelle, sessualmente ammiccante, ma anche bravo ragazzo nazionalista: ricordate i film in divisa?). Il suo volto, insomma, mutò in oggetto di piena
riconoscibilità commerciale, di venerazione, di pubblicità sfrenata, di studio
cinematografico. Un’icona, insomma; il riassunto di un sentire largo e condiviso
(da milioni di individui) tanto che, parecchi di noi, alla domanda: chi è il
cantante rock americano più famoso? risponderanno: Elvis Presley! Riproporre le sue
fattezze, quindi, fa sì che il messaggio ‘contro’ si avvalga di tutta la fama e
la forza simbolica già accumulata nei decenni trascorsi: effigiare Presley significa, quindi, dire no (allo Stato, all’ingiustizia, ai genitori oppressivi, al
razzismo: qualsiasi cosa vogliate voi) alla massima potenza.
In tal senso la street art è vicinissima all pop
art di Andy Warhol che, riproducendo Liz Taylor o Marylyn Monroe, non faceva
che sfruttare (furbamente, nel suo caso) la potenza iconica e mediatica già
accumulata dai loro volti grazie alla pubblicità sfrenata, al delirio degli
ammiratori, al divismo.
Un appuntamento con la musica, per traghettarci dalla domenica al lunedì.
Leonardo Castellucci* e Raethia Corsini
Dopo quasi un mese di silenzio, riprendiamo per qualche puntata ancora queste note della domenica per un tributo a un Paese, la Grecia. Un anno fa chiudeva i battenti l'Orchestra Nazionale Greca. Come se chiudesse l'orchestra della Scala di Milano o dell'Opera di Roma (che pure non sono messe benissimo, specie la seconda).
In Grecia però non è un'ipotesi ma realtà. È accaduto vicino, vicinissimo a noi in un Paese nel quale noi fondiamo le radici culturali. Un Paese del quale pare ci si sia dimenticati, come se avessimo paura di guardare il baratro nel quale avremmo potuto tutti cadere. Della Grecia ci sono arrivate notizie convulse all'inizio della crisi, sottoforma di spauracchio di come avremmo potuto "finire" anche noi. Noi. Ma no dai, noi no: abbiamo raggiunto una certa cultura, una certa economia, tante conquiste sociali sono ormai acquisite. Erano acquisite anche in Grecia. Non c’è nulla che si può dare per scontato. Mai. E pare proprio questo il significato delle lacrime di una delle musiciste dell'Orchestra nazionale Greca, chiusa un anno fa per mancanza di fondi. Leo ci propone l'ultimo concerto, e accompagna la sua proposta con questa riflessione: «In uno stato di commozione profonda i primi due violini suonano e piangono, gli altri orchestrali anche. Evviva la musica che aiuta a guarire, a capire e che non ci abbandona mai anche quando la vita sembra chiudersi».
Il brano eseguito è la Variazione IX (adagio) dalle Enigma Variations (un titolo eloquente per la circostanza). La musica fu composta da Edward William Elgar, che pare scrisse ispirandosi ai suoi amici: "to my friends pictured within". Noi la dedichiamo al popolo greco, che è nostro amico. E le liste politiche non c'entrano.
*Leonardo Castellucci, fine conoscitore di musica, giornalista, scrittore, oggi direttore editoriale di Cinquesensi Editore.
Come saranno gli ultimi uomini? Sempre meno umani, risponde Ballard - e sempre meno distinguibili dalle macchine. Organico e inorganico sono permeabili l'uno all'altro. Computer e automi si umanizzano; gli uomini - privi di emozioni, asettici, composti e afoni - si meccanizzano. Non è un caso che David Cronenberg (il Cronenberg prima maniera), profeta della nuova carne, abbia tratto uno dei suoi film migliori proprio dal romanzo dell'inglese. Trasformazioni: dell'umano, e degli impulsi primari che mossero l'uomo per millenni: Amore e Morte. In Crash l'Amore degenera nel sesso, ricercato inconsciamente e spasmodicamente quale tentativo di smuovere gli ultimi barbagli di passione; la Morte in necrofilia, come spettacolo compiaciuto proprio della fine d'ogni passione. Amplessi su autovetture lanciate a velocità folli verso il nulla; incidenti rovinosi; cicatrici; mutilazioni; duelli; configurazioni di rottami e corpi; tableau in cui il metallo e la carne si struggono l'uno nell'altro: Crash si compone di questi quadri, osservati con freddezza glaciale, e sublimati, tuttavia, da una lingua a tratti turgida e ricca di metafore. La fine dell'umanità - annuncia Ballard - non sarà annunciata da trombe apocalittiche; non avverrà nelle piane della Gehenna; troverà luogo fra le aree globalizzate delle megalopoli, fra aeroporti e stazioni e autonoleggi d'ultima generazione, al limitare delle centrali dello svago e della vacanza - non luoghi ritagliati dai rettifili di autostrade che ci collegano, inutilmente e sempre più velocemente, gli uni con gli altri. Vaughan è morto ieri nel suo ultimo scontro. Nel corso della nostra amicizia, aveva fatto le prove della sua morte in molti scontri, ma il suo ultimo è stato proprio e semplicemente un incidente — l'unico. Guidata in rotta di collisione verso la berlina dell'attrice cinematografica, la sua macchina ha saltato il parapetto del cavalcavia dell'Aeroporto di Londra ed è precipitata, sfondandolo, sul tetto di un autobus carico di passeggeri delle linee aeree. Quando, un'ora più tardi, mi sono aperto la strada fra i tecnici della polizia, i corpi schiacciati dei turisti del tutto-completo giacevano ancora sui sedili vinilici, come un'emorraggia del sole. Reggendosi al braccio dell'autista, l'attrice cinematografica Elizabeth Taylor, con la quale Vaughan aveva per tanti mesi sognato di morire, stava sola sotto il lampeggìo circolare delle ambulanze. Quando mi sono chinato sul corpo di Vaughan, s'è portata alla gola una mano guantata.
La posizione di Vaughan le aveva forse rivelato il tipo di morte da lui escogitato per lei? Nelle ultime settimane di vita, Vaughan non aveva pensato ad altro che alla morte di lei, a quell'incoronazione di ferite da lui in-scenata con la devozione di un conte del Collegio d'araldica. Le pareti del suo appartamento presso gli studi cinematografici di Shepperton erano tappezzate di foto da lui scattate con lo zoom ogni mattina — ora dai ponti per pedoni delle autostrade dirette a ovest, ora dal tetto del parcheggio a più piani degli studi — dell'uscita di lei dall'albergo londinese. I particolari ingranditi delle ginocchia e delle mani di lei, dell'interno delle cosce e dell'apice sinistro della bocca, glieli preparavo io, con disagio, servendomi della copiatrice dell'ufficio; e quei pacchetti di foto stampate che gli consegnavo mi sembravano frammenti di un'ordinanza di morte. Nel suo appartamento, lo osservavo combinare i particolari del corpo di lei alle ferite grottesche riprodotte da un manuale di chirurgia plastica.
Nella sua visione di uno scontro automobilistico con l'attrice, Vaughan era ossessionato dal numero e dalla ripetizione di ferite e impatti — dal cromo morente e dal cedimento delle paratie antiurto delle due auto scontrantisi frontalmente in collisioni complesse che si ripetevano all'infinito come in una sequenza al rallentatore; dalle ferite identiche inflitte ai due corpi; dall'immagine del parabrezza frantumantesi come ghiaccio attorno al viso di lei nell'istante in cui essa ne sfondava la superficie oscurata come un'Afrodite emergente dalla morte; dalle fratture multiple delle cosce nel momento dell'impatto contro la leva del freno a mano, e, soprattutto, dalle ferite ai genitali di entrambi: l'utero di lei trafitto dal becco araldico dello stemma del fabbricante, il seme di lui sparso fino all'ultima goccia sulle scale luminose registranti in eterno la temperatura e il livello definitivi dei carburanti.
Solo in questi momenti, nel descrivermi quello che doveva essere il suo ultimo scontro, appariva calmo. Delle ferite e delle collisioni parlava con la tenerezza erotica di un amante a lungo separato dall'amata. Nel frugare tra le foto del suo appartamento, si teneva mezzo girato verso di me, e il suo inguine grave, dal profilo di pene semieretto, m'acquetava. Perché Vaughan sapeva che, fin quando mi avesse provocato col suo sesso, del quale usava con la trascuratezza di uno pronto a sbarazzarsene per sempre in qualunque momento, io non lo avrei mai lasciato...
Dieci giorni fa, rubandomi la macchina dal garage sotto il mio appartamento, aveva risalito a cozzi la rampa di cemento, come una macchina omicida scagliata fuori da una trappola. Ieri il suo corpo giaceva sotto le luci ad arco della polizia ai piedi del cavalcavia, velato da un delicato rabesco di sangue. La positura spezzata di gambe e braccia, l'insanguinata geometria del viso, sembravano parodiare le istantanee di ferite da scontri di cui erano tappezzate le pareti del suo appartamento. Ho abbassato lo sguardo per l'ultima volta sul suo inguine enorme, intriso di sangue. Venti metri più in là, illuminata dai fari circolari, l'attrice stava come librata sul braccio dell'autista. Vaughan aveva sognato di morire nell'istante dell'orgasmo di lei.
Un buonissimo e fecondissimo incontro quello avuto ieri da Plautilla, presso l'associazione Monteverdelegge con Lidia Ravera, assessore alla cultura della Regione Lazio. L'occasione era doppia: una conversazione su come si vivono oggi I promessi sposi (il testo condiviso del progetto Un libro un quartiere) e l'inaugurazione del nuovo spazio di aggregazione sociale all'interno del DSM. Ma alla fine questi due filoni si sono riuniti in uno solo: cosa si può fare perché si legga di più e perché la lettura non sia solo splendido piacere individuale, ma strumento di condivisione?
Alla presenza della Presidente del XII Municipio Cristina Maltese, dell'assessore alla cultura del municipio Tiziana Capriotti, della presidente della commissione alle politiche culturali Ginevra Gasperini, di Patrizia Vincenzoni, responsabile del centro diurno del DSM nonché monteverdeleggina della prima ora, e di tanti abitanti del quartiere, il dibattito sulla promozione alla lettura è stato alquanto ricco.
E' vero che in Italia si legge poco, ma tutto è lettura, anche un manuale di cucina, o di giardinaggio, il messaggino che i ragazzi si scrivono. Questi "sottospazi" forniscono aiuto a varie forme di sapere, e ci danno uno spaccato dei bisogni della nostra società.
Ho ascoltato Lidia Ravera non solo come figura istituzionale e scrittrice, ma come persona attenta e sensibile, incoraggiando con iniziative stimolanti che incuriosiscono i nostri giovanissimi, con letture vicine al loro mondo ed ai loro problemi. Questi suggerimenti suscitano movimenti profondi, gradimenti di pensieri che fanno lavorare su loro stessi nel pieno delle facoltà emotive.
L'assessore ci ha regalato un poco del suo tempo, con delle riflessioni condivise, dove la lettura insieme alla bellezza, l'arte, il teatro, la musica, aprono uno squarcio di luce per l'interiorità di ognuno.