lunedì 18 novembre 2013

Il museo all'aperto di Fausto Delle Chiaie


FILM: Dario Acocella "Ho fatto una barca di soldi", mAXXI, 9 novembre.
MOSTRA: Fuori luogo. Via del Cappellari e dintorni, 12-19 novembre.

Brunella Antomarini
"Qua c'è tutto, il concettuale, la transavanguardia, il dadaismo, il surrealismo, il cubismo...", Fausto delle Chiaie, nel bel film-documentario che gli ha dedicato Dario Acocella (e proiettato al Maxxi il 9 novembre), descrive il suo museo all'aperto. Lo ha aperto tanti anni fa, ma non dice quanti, perché non vuol dire l'età, lungo la strada che costeggia l'Ara Pacis, ora protetta dall'opera di Richard Meyer. Sono tanti anni che ogni giorno lo raggiunge in treno e lo 'apre' anche se è all'aperto. Da quando, da giovane, si accorge, dice, di vivere in una città-museo e allora si prende la sua parte di museo, occupa con naturalezza il suo territorio.
Lo racconta con lo humor gentile e affettuoso che è sempre nei suoi modi e che si trova poi anche nelle opere. Ogni pomeriggio le espone appese alla grata che separa la strada dal mausoleo di Augusto, o le appoggia al muretto che sostiene la grata. Si tratta di quadri a pennarello o tempera su legno, con diverse misure, o di composizioni 'concettuali' di diversi materiali, tutti descritti da titoli che li definiscono secondo le categorie della storia dell'arte, e con commenti umoristici. Per esempio ci sono dei Narcisi: facce dipinte su sassi immersi in scodelle d'acqua; oppure dei Modigliani di profilo, in stile cubista. C'è un'opera 'concettuale' di un'icona incorniciata di Cristo e vicino il titolo: in vendita per 30 denari. Per terra disegnato col gesso c'è una silhouette lunga una decina di metri che ricorda vagamente Keith Haring e che si chiama KappaO: Fausto conta fino a 10 infatti ma quello non si alza.

Doris Lessing, l'antiretorica

Doris Lessing, che si è spenta a Londra nelle prime ore di domenica 17 novembre 2013, aveva 94 anni e un numero esorbitante di romanzi alle spalle. Mezzo secolo fa  il suo Taccuino d'oro (The Golden Notebook) è stato un libro molto letto e molto amato. Nell'ottobre 2007 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Riproponiamo qui un articolo che l'anglista Maria Antonietta Saracino, traduttrice di diversi libri della Lessing, ha pubblicato sul "manifesto" in quella occasione con il titolo Una impertinente nel mondo del romanzo.

Maria Antonietta Saracino
In esergo, sulla pagina bianca che precede l'inizio del suo primo romanzo, una frase anonima recita: «È dai falliti e dagli sconfitti di una civiltà che se ne possono meglio giudicare le debolezze». Era il 1949. Con il manoscritto di quel romanzo, L'erba canta, sotto il braccio, studi da autodidatta, una esperienza di lavoro come centralinista, due matrimoni falliti e tre figli alle spalle, Doris Lessing - nata Tyler in Persia, nel 1919 - lasciava la Rhodesia del sud, oggi Zimbabwe, nella quale aveva trascorso trent'anni, per approdare a Londra dove tuttora vive. Si lasciava dietro i due figli avuti dal primo marito (il terzo figlio lo avrebbe portato con sé) e i ricordi della famiglia di origine - emigrata in quella parte di mondo dopo la prima guerra mondiale - impoverita e sconfitta: il padre mutilato di una gamba per colpa di una mina, la madre delusa da una vita che non aveva scelto.
Insieme agli anni trascorsi in una fattoria nel veld, Lessing lasciava anche la fase dell'impegno politico, cui proprio in Rhodesia si era intensamente dedicata. Dell'Africa, osservatorio privilegiato di alcune delle più grandi follie dei nostri tempi (colonialismo, razzismo, violenza, guerre), dirà che è stata il più grande dono che la vita le abbia fatto, a quel mondo insistentemente tornando in tanti suoi romanzi. Con lo stesso sguardo lucido e attento, che da allora costantemente la accompagna e che proprio in quel contesto aveva preso forma, osserverà la vita delle donne, raccontata fin dal primo romanzo, e nei molti che sarebbero seguiti, senza enfasi o retorica. Sarà questo sguardo, grazie al quale intere generazioni si sono riconosciute nei suoi libri, a fornire la motivazione di questo Nobel per la letteratura, che in Lessing vede «l'autrice di un'epopea dell'esperienza femminile che con scetticismo, passione e forza visionaria ha sottoposto una civiltà divisa a un attento scrutinio».

domenica 17 novembre 2013

L'incipit della domenica - Il piacere della lettura

Marcel Proust (Parigi, 10 luglio 1871 - Parigi, 18 novembre 1922) scrisse il saggio Sur la lecture nel 1905; l’anno seguente lo utilizzò, in parte, come prefazione alla traduzione di Sésame et lys, di John Ruskin.
L'argomento del breve incipit è, ovviamente, la memoria.
La memoria sovverte subito le gerarchie infantili. Afferma lo scrittore: proprio quei giorni, consumati in interminabili letture, e che allora sembravano vuoti, erano, in realtà, i più intensi e vissuti; e gli ostacoli a tale piacere divino, la lettura, allora vissuti con fastidio, sono oggi i segnalibri di un'età perduta, insieme struggente (nella rievocazione resa possibile dell'arte) e malinconica (nella certezza della perdita definitiva).
Anche la poesia di Arthur Rimbaud, Orazione della sera, tratta della memoria. Fra il giovanissimo Rimbaud (1871) e Sur la lecture (1905) passano trentaquattro anni. Gli anni di Proust, nato proprio nel 1871.
Arthur Rimbaud usa un linguaggio tecnico, oltraggioso e aspro: in lui i ricordi fan dolci bruciature, come merde di piccionaia; e il cuore triste trasuda cupe linfe che ne lordano il giovane, innocente oro; i trasudamenti del ricordo proustiano sono, invece, colature dorate, lente e vischiose, d’un miele dolcissimo e morboso che si oggettiva in una prosa altrettanto vischiosa, densa di subordinate, incisi, rivoli logici, doppi fondi.
Quelle di Proust, tuttavia, sono pagine che ripagano sicure del non facile compito richiesto; come nell’eccezionale brano finale in cui i rintocchi della pendola e il crepitio del focolare conversano fra loro senza turbare la quiete profonda e ovattata delle letture più decisive, quelle dell’infanzia .


Marcel Proust
Forse non vi sono giorni della nostra infanzia vissuti tanto intensamente quanto quelli creduti di trascorrere senza averli vissuti: i giorni passati in compagnia di un libro a noi caro. Le vicende che li riempivano agli occhi degli altri, noi le evitavamo come un povero ostacolo a un piacere divino: il gioco che un amico veniva a proporci proprio nel punto più interessante, l'ape o il raggio di sole, fastidiosi, che ci obbligavano ad alzare lo sguardo dalle pagine o a cambiar posto, la merenda che ci avevano fatto portar dietro e che tenevamo, senza toccare, sul sedile li accanto, mentre il sole, in alto, mano a mano perdeva forza nel cielo azzurro, la cena che aveva costretti al rientro, durante la quale non si pensava ad altro che a tornar di sopra per riprendere il capitolo interrotto; di tutto questo la lettura non avrebbe dovuto che farci percepire altro che l'inopportunità e invece imprimeva in noi un ricordo così dolce (e ora ancor più prezioso, secondo il nostro giudizio, di ciò che allora leggevamo con tanto amore) che, ancor oggi, se ci accade d'aver fra le mani i libri d'un tempo, li sfogliamo come fossero gli unici calendari rimasti di giorni perduti, aspettandoci di trovare, riflessi sulle loro pagine, le case e gli stagni che non esistono più.


sabato 16 novembre 2013

Dove vanno a finire i libri (e i bestseller)? Un reportage fotografico

Imprescindibile
Libri. Libretti. Libruzzi. Librini. Libercoli. Dati Istat 2010: 63.800 titoli prodotti e immessi sul mercato (sessantatremila/800) per un totale di 213.000.000 di copie (duecentotredici milioni).
Non volevo crederci. Sono cifre colossali. Talmente colossali che il Presidente dell’Associazione Librai Italiani, Paolo Pisanti, nel luglio 2011, se ne lamentava duramente. Il succo di quelle considerazioni potete leggerlo qui, ripubblicate nella rivista digitale Alfabeta2, sotto un titolo rasserenante: “Salva un libro, uccidi un editore”. Ecco una graziosa anticipazione; queste le bordate iniziali:

“[Tutti quei titoli] sono inutili per i lettori che comunque non li leggono; sono inutili per i librai che comunque non li vendono; sono inutili per i tipografi che comunque non glieli pagano. Tutti questi titoli l’anno - 60.000! - sono persino dannosi: perché inquinano il mercato; perché è colpa di quei 60.000 se poi abbiamo l’impressione che i libri nessuno li compra; è colpa loro se i lettori disorientati di fronte a tanta profferta sono ridotti a comprarne in media uno l’anno; perché in fondo basterebbe pubblicare solo quei 100 o 200 titoli che davvero vendono, che davvero il pubblico vuole comprare a tutti i costi in libreria, che il pubblico è persino disposto ad andarsi a cercare al supermercato, o all’autogrill, per dire quanto è motivato al loro acquisto questo pubblico. Che bisogno c’è di fare ogni anno gli altri 59.800 libri? A pensarci bene davvero nessuno. 60.000 titoli l’anno sono un inquinamento fisico e morale …”.

venerdì 15 novembre 2013

Buon non compleanno, caro Emilio

Carlo Emilio Gadda (Milano, 14 novembre 1893 - Roma, 21 maggio 1973), a centoventi anni esatti dalla nascita e a quaranta, approssimati, dalla morte, se lo filano in pochi. Giusto così. Il tipo non ambiva che all'ombra. Era uno sconfitto della storia. La guerra, le donne, la letteratura e la politica vigenti, la morte del padre e del fratello, il corpo, tutto congiurava, tutto era fatale e storto, senza rimedio. Ed egli, con gusto che alcuni possono chiamare masochista, ma che consiste nel piacere inimitabile della sconfitta, esacerbò sfrenato tale sentimento. Si fece compiutamente inattuale. E generò una prosa e un pensiero complessi, urtanti, atrabiliari, impastati d'un sarcasmo spietato (contro la stupidità degli uomini e dei fatti della storia), ma che, a tratti, cedono il passo ad un compianto universale a mezzo fra il moralismo classico e la vanitas barocca. In fondo a tutto, nella praticaccia inevitabile dell'esistenza quotidiana, fu un borghese lombardo: lombardissimo, anzi: amante dell'ordine, del dovere, dello studio, della tradizione, della rispettabilità borghese, del calvinismo professionale; devoto a tutte quelle finzioni del Super Io, insomma, ch'egli, freudiano non banale, conosceva bene e che vedeva insidiate, suo malgrado, dal demone del nichilismo e dell'inchiostro della depressione.

Aforismi e travasi di bile

Non preoccuparti della vita, perché comunque non puoi uscirne vivo.

La differenza tra il normale e l'anormale è questa qui: questa sola: che il normale non ha coscienza, non ha nemmeno il sospetto metafisico, dei suoi stati nevrotici o paranevrotici.

Le mie naturali tendenze, la mia infanzia, i miei sogni, le mie speranze, il mio disinganno, sono quelli d'un romantico: di un romantico preso a calci dal destino, e dunque dalla realtà.

Gli italiani generosissimi in tutto non sono generosi quando si tratta di pensare.

giovedì 14 novembre 2013

Paul, il tuffo nella nuova vita


Giovedì 14 novembre 2013 alle 18 da Plautilla, una conversazione con Luciano Minerva, autore di Una vita non basta.


Luciano Minerva

Quel giorno, l’ultimo della mia prima vita, quella umana, l’ho nella mente come se l’avessi appena vissuto. Spesso la sera, nella vasca d’acquario che è diventata tutto il mio mondo, quando si spengono i riflettori ed esce il pubblico ripasso una per una le ultime sequenze. Cerco di capire se avevo qualche alternativa, se quel percorso che mi ha portato in fondo al mare, verso quest’altra vita, era inevitabile. E non so rispondere. […]
All’altezza di Punta Nera, dove la strada vira a novanta gradi e segue l’angolo del promontorio, la luce del sole all’orizzonte mi abbaglia. Abbasso lo sguardo verso la ruota anteriore, ma non la vedo. Quando gli occhi riacquistano la vista ho già perso la curva e sono fuori dell’asfalto. La punta rocciosa mi sfila sulla sinistra, la ruota scivola verso il mare e io dietro di lei. La moto vola, io comincio a girare su me stesso: cielo mare nuvole sole fuoco rocce cielo scogli mare pietrisco sangue, cado a occhi aperti senza reagire, spettatore della mia fine.

mercoledì 13 novembre 2013

Bella ciao, breve storia di una canzone

Ti racconto un libro
(a cura di Domenico Gallo e Italo Poma), Storie della Resistenza 
Sellerio, pp 448

Alceste


Il volume della Sellerio assomma vari resoconti, in prima persona, delle azioni di guerriglia e della vita quotidiana dei partigiani italiani, dal 1943 alla Liberazione. Storie della Resistenza è un testo ammirevole, ma scriverne oggi significa scadere, inevitabilmente, nella commemorazione doverosa e conformista. O meglio: io non sono capace di parlarne senza scongiurare tale pericolo. In tal modo, inoltre, otterrei l'effetto contrario a quello voluto, l'unico che m'interessi davvero: la lettura diretta del libro stesso. Il panegirico buonista: un sistema perfetto per invogliare il like, scaricarsi la coscienza e passare oltre. Come già evidenziato, quando più ci si allontana dal fenomeno sorgivo tanto più si alza il rischio dell'ufficialità più urtante. Che comprendo. Ho deciso, quindi, di arrivare al cuore della celebrazione approdando mellifluo a rive poco battute. Per ben due volte. Stavolta parlando della canzone simbolo della Resistenza, Bella ciao, tanto cantata quanto poco conosciuta; la prossima volta rivelando, com'è giusto, storie ignote di uomini ormai sconosciuti e storie di piccole patrie che non sono più.

Bella ciao è divenuta, ormai, il simbolo incontrastato del periodo resistenziale italiano e, in generale, di qualsivoglia opposizione a regimi antilibertari. Una vittoria, tuttavia, postuma, ottenuta sul lungo periodo ai danni di Fischia il vento (1), che fu il vero inno di larga parte delle brigate partigiane nel Nord Italia.
Durante il conflitto Bella ciao ebbe diffusione limitata nella zona laziale-abruzzese (forse reatina) e, più estesa, nell’ambito dell’Appennino modenese (la si attesta durante la proclamazione della Repubblica di Montefiorino) e bolognese. Ciò sarebbe in accordo con le prime parole del testo che sembrano situare gli avvenimenti nella seconda metà del 1944 durante la ritirata nazifascista quando rastrellamenti e repressioni incrudelivano più dolorosamente proprio in quelle aree.

Il primato della canzone fu però sancito nel dopoguerra, dapprima nei vari festival socialisti e comunisti, poi, a livello europeo, grazie all’interpretazione del pistoiese Yves Montand (Ivo Livi, 1921-1991), depurata, tuttavia, dal riferimento alla guerra di Liberazione (fu omessa l’ultima strofa).
L’origine della ballata, che ebbe una più tarda variante di risaia (2), va ricercata indagando separatamente musica e testo.
La musica risale probabilmente ad una rima infantile (3):

La me nòna l'è vecchierèlla
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
la me manda la funtanèla
a tor l'acqua per deśinar

Fontanèla mi no ghe vago
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
fontanèla mi no ghe vago
perché l'acqua la me pol bagnar

Ti darò cicento scudi
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
ti darò cicento scudi
perché l'acqua te pol bagnar

Cinque scudi l'è assai denaro
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
cinque scudi l'è assai denaro
perché l'acqua la me pol bagnar

Alor corro a la fontanèlla
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
alor corro a la fontanèlla
a tor l'acqua per deśinar

Essa era usata, in ambito scolare, per migliorare il coordinamento dei movimenti dei bambini. Questi, situati l’uno di fronte all’altro, ripetevano i versi schiaffeggiandosi i palmi delle mani secondo tale schema:

I.        sAxdA - sBxdB
II.       sAxdB - dAxsB
III.      sAxdA - sBxdB
IV.     dAxdB
V.      sAxdA - sBxdB
VI.     sAxsB

Dove A e B sono i partecipanti, s = mano sinistra; d = mano destra; x = battuta contro. Ad esempio, in I, entrambi i bambini battono le proprie palme l’una contro l’altra; in II, invece, la sinistra del primo bambino batte contro la destra del secondo e viceversa.
La derivazione dalla rima ha il pregio di giustificare i battimani (pur "rifunzionalizzati" da gioco a incitamento) e la melodia in modo minore, rara nell’Italia settentrionale (4).
Il testo, invece, intrattiene un rapporto complesso con ballate popolari molto risalenti. Quasi sicuramente esso origina da varie lezioni di Fior di tomba (5).
Per il famoso incipit, da lezioni veneziane e novaresi. Quest’ultima di seguito:

Sta mattina mi sun levata, mi sun levata prima del sul
Sun andàita a la finestra, ò veduto il mio primo amor,
che parlava a una ragazza; o che pena, o che dolor!
Cara mamma, portè-mi in nanna, ch’i poss pu di gran dolor.
Cara mamma, portè-mi in chiesa, sotto i piè del confessor;
Colla bocca dirò i peccati, e cogli occhi farò l’amor.
Faremo fare una cassa tonda, per star dentro noi altri tre,
Prima páder, poi la madre, poi ‘l mio amor in braccio a me;
Ed ai piedi della fossa pianteremo un bel fior;
Alla sera il piantaremo, al mattin sarà fiorì.
E la gente passeranno, lor diranno: - O che bel fior!
Quello è il fior della Rosina, che l’è morta per l’amor! –

Per l’argomento, la scaturigine è da ricercarsi presso varianti molto più risalenti (anteriori al 1400), di ambiente normanno (poi tracimate in Catalogna e Alta Savoia/Piemonte): una bella ragazza deve essere data in isposa ad un principe o imperatore, ma rifiuta, vuole sposare un prigioniero messo a morte; se non sarà così vorrà essere seppellita assieme a lui e alla famiglia (in tre, poiché lei e il suo amato sono una cosa sola). Qui la traduzione d’una versione torinese:

Di là da quelle boscaglie una bella ragazza c’è;
Suo padre e sua madre vogliono maritarla.
Vogliono darla a un principe figliuolo d’imperatore.
- Io non voglio né re, né principe figliuolo d’imperatore;
datemi quel giovinetto che c’è in quella prigione.
- O figlia, la mia figlia, non è  un partito per te;
domani alle undici ore lo faranno morire.
- Se fanno morire quel giovine, mi facciano morir me;
mi facciano fare una tomba, che ci sia posto per tre,
che ci stiano padre e madre, il mio amore in braccio a me.
In cima a quella tomba pianteranno rose e fiori;
tutta la gente, che ci passa sentiranno l’odore;
diranno: - È morta la bella, è morta per l’amore!

Bella ciao risulta, perciò, dalla combinazione di varianti italiane settentrionali (procedenti da modelli medioevali della Francia normanna) secondo leggi di trasmissione orale (con variazioni, arricchimenti, permutazioni, tacitamenti) proprie della canzone popolare (il blues, caso particolare e minimo di tale gigantesco corpo letterario, non fa eccezione).
Nella rielaborazione partigiana, di ascendenza maschile, la parte della protagonista viene ridotta alla seconda strofa; una parte, invece, amplificata nella versione di risaia, spinta sull’urgenza sociale. Nonostante ciò è proprio la versione resistenziale quella più vicina al sentimento originario, un semplice e profondo inno sull’immortale unità di Amore e Morte.

Una mattina mi son svegliato
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.
Mi seppellirai [mi porterai / e seppellire] lassù in [sulla] montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire [mi seppellirai /mi porterai] lassù in [sulla] montagna
[sotto l'ombra] all'ombra di un bel fior.
E [tutte] le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E [tutte] le genti che passeranno
Ti diranno "Che bel fior!"
"È questo il fiore del partigiano",
O bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
"È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!"

A pura titolo di curiosità faccio notare che lo stesso tema (l'amore di una principessa per un prigioniero) è al centro delle strofe del poema medioevale indiano Le stanze dell'amor furtivo, di Bilhana.

(1) Fu Felice Cascione (1918-1944) ad elaborarne il testo e adattarlo al tradizionale russo Katyusha.
(2) L’autore dei testi di tale versione fu il mondino Scansani di Gualtieri, Reggio dell’Emilia. Milva e Giovanna Daffini le interpreti principali. Qui il testo:

Alla mattina appena alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
Alla mattina appena alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e fra gli insetti e le zanzare
un dur lavor mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.
O mamma mia, o che tormento!
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o mamma mia o che tormento
io t’invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e fra gli insetti e le zanzare
un dur lavor mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.
O mamma mia, o che tormento!
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o mamma mia o che tormento
io t’invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà.

(3) Roberto Leydi, I canti popolari italiani, 1973. Della rima Leydi esamina le lezioni trentina (quella proposta) e lombarda (La mia nonna l’è vecchierèlla/la mi di’ ciò/la mi fa ciò ciò ciò). Entrambe derivano dalla ballata nota come La bevanda soporifera.
(4) Due caratteristiche che fecero pensare ad una derivazione slava della melodia.
(5) Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte, 1888.


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