venerdì 9 ottobre 2015

Mvl teatro: al Vascello Tre sorelle e un "grande fratello"



Maria Cristina Reggio


Tre sorelle con un destino comune:  una vita, anzi, una Villa dolorosa. Questo è infatti il titolo dello spettacolo inaspettatamente brillante  (a dispetto del titolo) di Roberto Rustioni che conclude la XXII edizione di Le vie dei Festival e contemporaneamente apre la nuova stagione del Teatro Vascello di Roma. Queste "Tre sorelle" hanno gli stessi nomi Olga, Mascha e Irina, delle protagoniste dell'omonimo dramma che Cechov scrisse all'alba del 1900, e hanno un pure un Andrej come fratello, ma condividono (come suggerito palesemente dal titolo) con quelle che potrebbero essere state le loro bisnonne uno stesso sentimento, il dolore di vivere. L'autrice di questa riscrittura contemporanea della pièce cechoviana è una giovane drammaturga tedesca classe 1974, Rebekka Kricheldorf, che trasforma i russi figli orfani di un generale di provincia in altrettanti figli di una coppia di intellettuali tedeschi, morti da poco in un incidente stradale e proprietari di una villa in rovina. La morte dei genitori sovrintende sulla vita dei figli a loro sopravvissuti, giovani e non più giovani, con nomi e destini simili a quelli dei loro modelli di inizio Novecento.

Il testo, scritto sulla traccia dell'originale russo, ne dilata alcuni temi, come la festa di carnevale che apriva il dramma e che diventa una festa di compleanno di Irina ripetuta per tre anni successivi e ne prosciuga altri, come i personaggi esterni alla famiglia che diventano solo due, un maschio Georg (lo stesso regista, Roberto Rustioni), il maschio fascinoso emblematico e sorprendente per quella famiglia e una femmina, Janine, anch'essa in qualche modo paradigmatica di una femminilità estranea al nucleo famigliare. Nella regia di Rustioni, che con questa opera continua il suo percorso di ricerca su Anton Cechov, iniziato qualche anno fa con i Tre atti unici, e proseguito all'interno di un percorso laboratoriale sfociato in questo spettacolo, il testo ambientato in Germania si impregna dell'esperienza vissuta da un gruppo di giovani della capitale con il loro strascinato linguaggio romano fino a diventare lo squarcio spazio-temporale di vita di un piccolo gruppo di ragazzi, tanto simile alla vita vera da ricordare agli spettatori la formula conosciuta del "grande fratello" o di una probabilissima e poco esotica "isola dei famosi".  E in effetti il paragone non è casuale: lo stile della recitazione improntato a un forzato realismo linguistico privilegia il turpiloquio che caratterizza l'ostentata povertà di linguaggio tipica di quei reality televisivi in cui una finta realtà si esibisce al posto dell'autentica finzione teatrale per testimoniare la necessità di coloro che vi partecipano, di esistere, come personaggi, almeno nella rappresentazione.

Le "sorelle"che improvvisano per la platea le loro danze etiliche su corredo di musica dello "stereo" lanciata "a palla" ricordano le stesse danze compiute dai personaggi dei reality di  fronte all'occhio vigile e vertoviano della telecamera e il loro balletto apparentemente compiuto in solitudine come  di fronte a uno specchio è fatto consapevolmente per essere goduto da un pubblico televisivo di una telecamera nascosta, indulgente e divertito di fronte alle storture di una goffa danza improvvisata, come pure le battute divertentissime di una comica Olga, brava e icastica come il personaggio comico di un varietà televisivo. A parte qualche banalità di routine ormai in molti spettacoli contemporanei come le inutili proiezioni video e l'intrusione fastidiosa di alcuni inserti musicali pop ad alto volume, questi frammenti di dolorosa vita famigliare cechoviana colpiscono con efficacia gli spettatori a cui si rivolgono attraverso la sottigliezza comica che, nello scoppio delle sommesse risate svela, nel dipanarsi di situazioni tanto conosciute quanto quotidiane, la difficoltà degli affetti, delle relazioni umane e delle scelte di una vita vuota, inutile, straziata.  

mercoledì 7 ottobre 2015

Mondazzoli? Poche storie, il monopolio è già fra noi

G. Luca Chiovelli

E cosi la Mondadori ha comprato la Rizzoli.
Sempre che l'Antitrust non decida diversamente.
Ma qual è, in verità, il ruolo dell'Antitrust? Quello dell’invitato al matrimonio che, quando il prete biascica, stremato dalla consuetudine: “Se qualcuno ha qualcosa da dire parli o taccia per sempre”, se ne sta ben zitto; d’altronde tutti gli altri invitati (e il prete e gli sposini) vogliono solo una cosa, altro che obiezioni: il maledetto sì, se non altro per farsi una mangiata e sfilarsi le scarpe troppo strette sotto il tavolo.
L'Antitrust, perciò, sono sicuro, s'acconcerà all’unione (magari lagnandosi un po’ a rate, giusto per darsi un tono).
E così abbiamo il “grande gruppo monopolista” dell'editoria.
Il 35-40% di concentrazione nelle mani di un unico soggetto.
Sorbole!
Reazioni diffuse delle anime belle: piagnistei, piagnucolii, vergini violate, vergini violati, indignazioni, spetezzi libertari, stracciarsi di tuniche da Tempio di Gerusalemme.
Il 35-40%.
A dir la verità l'entità della percentuale mi ha un pochino deluso.
Credevo si trattasse di almeno il 70-80%.
Il 35-40 %, secondo me, è percentuale non congrua al cretinismo della società italiana attuale.
Mi spiego.
In una società, quella italiana del 2015, ormai anestetizzata, zombificata, devitalizzata, rintronata, senza passioni, irrilevante nel contesto internazionale, egemonizzata da mezze tacche intellettuali, in uno stato di vivacità cerebrale prossima non alla morte, già sopraggiunta, ma al disfacimento e alla putrefazione - in tale società, dicevo, il 40% di monopolio editoriale significa un grado di libertà di cui gli Italiani (gli zombi, idioti, cretini, ottusi, zotici e fessi di cui sopra) non sanno che farsene.
Il 35-40% significa che il 60% non è ancora sottoposto al monopolio del male ... 
Per come siamo messi, invece, la Mondadori dovrebbe raggruppare almeno il 90% del mercato editoriale; solo il 90% - una situazione di vero mono-polio - rispecchierebbe con assoluta fedeltà l'asfissia terminale della nazione.
Il monopolio lo permettiamo noi col nostro comportamento.
Il monopolio è l’espressione della nostra impotenza.
Ragionate: con la libertà, noi, che ci facciamo?
Esaminiamo tale ristretto ambito: libri giornali distribuzione; cultura, insomma.
Sappiamo ormai come funziona il gioco.
Non esiste in Italia un dibattito qualsivoglia; una linea alternativa a un vago pensierino unico; un dissenso; un non serviam; un no pronunciato con forza: siamo come quei nobili da restaurazione de La Certosa di Parma che si pregiano d'essere illetterati per non essere tacciati di ansie rivoluzionarie; il cinema e il teatro vivacchiano di sussidi; i giornali non esistono più; la televisione fa ribrezzo; la scuola è in dismissione, l'università non si sa più cosa sia. Abbiamo abolito il passato, non lo comprendiamo più, ci è estraneo; le vendite dei libri sono a picco così come il numero effettivo dei lettori (che si aggira, sono benigno, sul 15-20%) tanto che alcune nobili istituzioni sono costrette a taroccare i dati per farsi belle. I musei sono semivuoti, le aree archeologiche abbandonate, sugli affreschi etruschi delle camere ipogee di Cerveteri fiorisce incontrastata la muffa. Sulla musica posso testimoniare personalmente: pochi ci conoscono, nessuno ci stima a pieno: siamo irrilevanti; emergono realtà thailandesi, neozelandesi, brasiliane, calmucche, ma l’italianuzzo, piccolo, microscopico, provinciale e bamboccio non se lo fila nessuno.
Personaggi di rilievo internazionale non ne abbiamo.
Viviamo una sorta di autarchia del nulla.
Scambiamo per vette innevate dei cumuli di merda.


La destra e la sinistra culturale (coi loro rispettivi esponenti un tanto al chilo) si acconciano allo realtà, barcamenandosi fra la mammella statale (RAI, premiuzzi letterari, finanziamenti a pioggia: c’è ancora da succhiare lì) e il mecenatismo berlusconiano.
È il patto del Nazareno, insomma, esteso a tutta la penisola, a qualsiasi livello: utenti, cittadini, autori, intellettuali.
Una resa così devastante al dio flaccido dell'ignavia non s'era mai vista.
Per questo dico: il 35-40% è ancora poco.
Una superMondadori guidata da Concita De Gregorio e Barbara D’Urso, che fagociti tutto (il 100%), non cambierebbe d'una virgola la situazione culturale della nazione, anzi, come detto, non farebbe che ricalcare con fedeltà la morte cerebrale del cuore dell’Europa.
Una SuperMondandori renderebbe persino tutto più chiaro, e ci libererebbe, per di più, dai fastidiosissimi belati degli antiberlusconiani.
Perché, se non l’aveste ancora capito, per qualche anima bella è ancora colpa di quel despota di Berlusconi. Ah, Berlusconi, questo nome antico che ancor risuona sì dolce... il Berluska, il cattivaccio, il caprone espiatorio ... i girotondi, il conflitto di interesse, l'occupazione della RAI, l'editto bulgaro ... oh oh oh, cosa mi ricordo: l'editto bulgaro ... che bei ricordi ... la nostalgia di quei momenti di abissale stupidità vela subito il mio occhio con salse lacrime ... flow my tears ...
Vi rendete conto? Per qualcuno l'Italia era ed è nella merda per colpa del monopolista Berlusconi ...
Va da sé che i più solerti nell'antiberlusconismo (quali alibi per le loro colpe) sono, di solito, quelli che prendono i soldi da Berlusconi ... o quelli che il potere editoriale di Berlusconi ha reso personaggi di prima grandezza ... in Italia of course ... all'estero i loro parti letterari son carta da riciclo ... però questi ancora parlano, e discettano, e cianciano, e parlano parlano parlano ... gente che da una vita si sostenta con le tasse dei contribuenti tutti, o degli ignoranti di Italia 1, o degli spin doctors della Einaudi è ancora lì a fare le barricate ... le barricate a Berlusconi! Oh, vergogna, dov'è il tuo rossore ...
Certo che i Berlusconi (Marina o Silvio) di risate se ne fanno tante ... me li immagino mentre compulsano distratti le lagnanze liberali di questi cialtroni ... hai sentito Marina che ingrati, gli fa Silvio ... e giù risate ... almeno da parte di Silvio ... Marina, quella, non ride mai, e manco parla; è una donna prudente: non sia mai che, nelle more del cachinno, si sganci qualche allaccio sottocutaneo ... sarebbe il patatrac ...
Ma le prefiche sinistre debbono recitare ancora la loro parte da guitti: è la concentrazione editoriale, la fine-di-mondo, la dittatura ... come no, sicuro ... e il Premio Strega chi ve lo fa vincere, minchioni?
Ma sono, appunto, guitterie ...  figuriamoci se questi credono a qualcosa ... alla pagnotta di sicuro. Pure quelli di destra: credono a qualcosa loro? Ammesso che esistano ... chi c'è a destra? Massimiliano Parente? Parente è di destra? Se all'Action Française avessero presentito tali discendenze si sarebbero suicidati in massa.

E poi entra in scena anche la politica.
I politici italiani hanno nel sangue il sadismo proprio degli psicopatici ... inscenano la consueta, ignobile manfrina ... Mondazzoli è una spartizione di potere, nulla più, eppure questi devono recitare per quei quattro fessi ancora da imbonire.
La recitano male, la manfrina, ma agli italioti queste mossette da filodrammatica di periferia bastano e avanzano. Non solo, ma agli italioti-anime belle la manfrina serve per sgravare la coscienza e autoassolversi. Ecco, ai massimi livelli, fra Ministro e Caporione del Governo la manfrina sulla Mondadori cattiva:
1.El Ministro de la Cultura si dichiara un zinzinello preoccupato per il mercato del libro.
2.El Comandante de Florencia invece no: no estoy preocupado, dichiara. Seppur condivido, continua, ghignando sotto i baffi da caballero, la grave preoccupazione del compañero Ministro de la Cultura.
3.El Ministro de la Cultura, dal canto suo, trattenendo una risatina, replica che entiende mucho la comprension del Conducator de Florencia, suo collega di governo, il che gli rende l’animo un poquito meno preoccupato di prima, seppur – lo ammette - un filo de preocupacion la tiene ancora - preocupacion che gli roer en el interior.
4.Ma El Comandante de Florencia asegura todos que la situación está bajo control: tutto è sotto controllo. Nulla di cui affliggersi.
5. El Ministro, di fronte a tale rassicurazione, se mette el corazon en paz: todo bien.

E finisce lì. Missione compiuta. La pantomima a uso dei gonzi è fatta, ora il parco buoi può tornare a dormire; non si disturbino i manovratori.
Per loro (Ministro e Caporione) vale l'immortale frase di Tex Willer, recitata all'apparizione del cattivo di turno, circondato dai propri scagnozzi: "Toh, si alza il sipario ed entrano i pagliacci".
D'altronde di cosa devono preoccuparsi? Son tutti d'accordo: Berluska, El Conducator, El Ministro de la Cultura, nonché i sopraccitati scrittori, intellettuali e operatori del settore.
L'unico cruccio degli scrittori e intellettuali italiani non è certo il monopolio berlusconiano e la morte della nazione, di cui non gli frega una beneamata mazza, al pari di letteratura, arte, scuola, cultura, monumenti; così come gliene frega assai poco dei poveri, delle commesse e dei guardiani notturni. No, l'unico cruccio sono i dissidi interni per il potere.
La sistemazione alla RAI dei cespugli di centro, ad esempio. Qualche strapuntino agli altri volonterosi. Un posticino ai musei, ai giornali per il vecchio riciclato o trombato forzista o casinista o finiano che tanto ha dato alla nazione.
A sinistra (la parte del leone) ci si scanna fra la sinistra istituzionale e la sinistra-sinistra: vinceranno i paludati del PD-CGIL o gli sbarazzini Vendola Landini e frattaglie comuniste assortite? Questo il busillis. Nanni Moretti o Claudio Caligari? Alessandro Gassman o Ascanio Celestini? Margherita Buy o Emma Dante? Sono scontri epici ... El Comandante de Florencia e Berluska, affacciati al balcone, si scompisciano.

E il maggior intellettuale italico vivente? Che fa, quello? Parla?
Macché, quello redige dispense divulgative per Repubblica.
L'Italia crepa, il Medio Oriente s'infiamma, gli imperi declinano, il sacro muore, la disoccupazione mondiale s'avvia a strutturarsi definitiva e irreversibile, la Costituzione è ormai ex, il patrimonio artistico e paesaggistico si sbriciola, e quello? Si produce in ben due memorabili j’accuse:
1. gli utenti dei social network sono dei minus habentes
2. gli Italiani sono dei cafoni perché non danno del Lei
Sorbole!

Vedete bene che se queste sono le vette, il 35-40% riflette poco dell'attuale situazione; la Mondazzoli, insomma, deve darsi da fare per stare al passo colla spaventevole piattezza, con la corruzione e il micidiale conformismo della scena culturale del Belpaese ... non si può che richiedere, perciò, uno sforzo supplementare ai monopolisti ... si accaparrino almeno il 70%, dai ... suvvia ... questa piccola e media editoria, ad esempio, che ci sta a fare? La verità, signori, dalemianamente, DICIAMOCELA: a che serve la piccola e media editoria? A riunirsi una volta all'anno a Roma in uno dei convegni più squallidi, nichilisti, anempatici, antiletterari che si ricordi a memoria di amante della letteratura? A che serve? A pubblicare libercoli di Ayurveda? Saggi sul sindacalismo nella bassa parmigiana fra 1910 e 1922? Le memorie del lattaio di Virginia Woolf? Le avventure di Birillo, cane arzillo? L'orgasmo tantrico nel Medioevo birmano?
Spazzatela via ... Bomb 'em all ...

E anche le piccole e medie librerie ...  a che servono? Elena Ferrante me la compro in un megastore con lo sconto ... anzi, la ordino su Amazon con un doppio sconto e bacio editoriale ... c'è bisogno di traversare il traffico della città per andarsi ad accattare una brossuraccia che poi, forse, manco si trova, e tocca pure ordinarla? ...  e poi, quando arriva, occorre rimettersi in marcia e riattraversare l'inferno ... per non parlare delle altre noie: la socializzazione, il rapporto umano coi librai ... inciampi che col digitale non si hanno più … per tacere degli spicci di resto ... perché il piccolo libraio, che suda sotto la pressione dei megastore, Amazon, Equitalia, e dei distributori bastardi, alla fine, per fidelizzarti, ti ha fatto lo sconticino all'osso del 10% .... su 17 euri ... e quindi, alla fine della fiera, gli dobbiamo soli 15,30 euri ... eh, questi trenta centesimi ... niente, non si trovano .... ci si fruga convulsi e scoglionati - ma col sorriso - nelle tasche dei pantaloni, della giacca, della camicia, si fruga nel borsello, nella borsa, nel salvaspicci ... non fa niente non fa niente ... ma no, è il principio ... il principio ... e intanto si pensa: ma porca m ... ma se me ne stavo davanti al computer con la carta di credito a quest'ora già me lo stavo già a legge er maggico libro della pretendente al Nobel Elena Ferrante (assieme al nostro maggiore intellettuale) ... e, mentre cliccavo sull’ordine, davo pure una spizzata a met-arti.com ... e invece ... ah eccoli! Eccoli! Lo dicevo io ... dieci, venti e trenta ... no, il pacchetto non serve, grazie ... una bustina, magari ... arrivederci! E grazie! Arrivederci! E mi raccomando ... resistete ... sì, resistete ... piccolo è bello ... piccolo è libertà ... questo il segreto ... ah, i piccoli librai la piccola editoria ... le buone piccole cose di una volta ... arrivederci! Arrivederci! ... ma chi ce torna più ...

Il monopolio e la dissoluzione sono fra noi, cercate di intendere ...
Quando una nazione subisce senza fiatare, senza alcuna dimostrazione di vitalità, lo stravolgimento della Costituzione e della propria storia, la devastazione della bellezza, l'umiliazione dei migliori, è già pronta per il servilismo di massa, altro che Mondazzoli.
Di quale scandalo parlano questi libertari alle vongole, questi ipocriti?
Gli eventi politici ed economici e, in tal caso, editoriali, lo ridico per quelli che hanno la cervice di ferro, non sono che prese d’atto dell'orribile conformismo già in atto e di cui noi tutti (con diversissimi gradi di responsabilità, però) siamo complici.
A questo stato di cose nulla può opporsi. Anzi, per citare Massimo Cacciari: occorre favorire il male e la dissoluzione, non ritardarli. Solo quando il male, la dissoluzione e lo schifo saranno dispiegati alla massima potenza qualcuno di noi, forse, avrà la voglia e la forza di tentare di rovesciare il tavolo (anche perché non ci sarà nulla da perdere).

Ad minora!

martedì 6 ottobre 2015

Laboratori crescono e… collaborano

di Anna Maria Rava

Bilancio più che positivo per il laboratorio di microeditoria, che ha in cantiere per l’autunno molte novità. In particolare segnaliamo qui la sua collaborazione con il laboratorio di traduzione, in occasione del reading di Marianne Boruch alla John Cabot University.
Tutte le poesie “romane” della Boruch,  che in passato ha soggiornato a Roma come borsista, ospite dell’American Academy, sono state raccolte in un cofanetto artigianale fatto a mano, dono molto apprezzato dall’Autrice. Se ne parla nel resoconto del laboratorio di traduzione, che postiamo di seguito nella versione definitiva (completata e limata rispetto a quella postata in occasione dell’evento).


sabato 3 ottobre 2015

La poesia della domenica - Fausto Rossi, Blues

Cantautore friulano (ma visse lungo tempo a Milano), Fausto Rossi fu uno degli alfieri della musica cosiddetta new wave, l'ondata dei primi anni Ottanta che subentrava al progressive del precedente decennio e alla breve esplosione del punk.
Blues è canzone tratta dall'album Exit, in cui Rossi recupera la forma tradizionale della canzone, superando la parentesi elettronica; una sorta di spietato e stralunato flusso di coscienza, biascicato con voce impastata, da parte di chi è totalmente disilluso della propria esperienza umana e politica.
Una composizione rock di rara forza, almeno nel panorama italiano.
Sarebbe bene seguire il testo con l'ausilio del video di youtube, che troverete più sotto.

Ci sono uomini che toccano il denaro come fosse energia
uomini che perdono la loro vera voce molto presto nella vita
che parlano di cose che non hanno mai visto nella loro vita
milioni di uomini a cui altri uomini hanno distrutto il corpo
modificato i sogni posseduto la coscienza
in cambio di luce artificiale
uomini che adorano la scienza come fosse Dio e nominano Dio come fosse vero
e hanno affidato il proprio corpo al magico potere dell’informazione universale
uomini nascosti sotto una bandiera
che come bambini tradiscono sé stessi e gli altri per paura
che guardano la televisione solo 5 minuti alla settimana
e per questo si sentono migliori di altri uomini
ma comunque non riescono a farla finita
uomini che parlano di arte come fosse natura
e guardano la natura come fosse un quadro
uomini che prendono le difese di jugoslavi indios portoricani africani indiani
così li fanno morire
ci sono uomini giovani che entrano in ‘centri sociali’ come in una chiesa
e non li capisco
uomini vecchi che piangono abbandonati
e muoiono soli ovunque nel mondo
ma non c’è davvero niente che possiamo fare
uomini che parlano di anima reincarnazione spirito
e non sanno nemmeno loro di che cazzo stanno parlando
uomini che detestano questa società
        e hanno già pronte le loro nuove regole
ma dovranno usare le armi come sempre
ci sono milioni di uomini che hanno perso la ragione per paura della solitudine
la solitudine che opprime
la solitudine che dilata la mente
la solitudine che è malinconia di tutte le coscienze del corpo
la solitudine che è una striscia di sangue sulla propria porta
        lasciata dall’angelo nella notte
la solitudine che umilia il potere e fa strisciare i suoi idoli ai miei piedi uno per uno
la solitudine che è potenza del corpo luce naturale e bisogno d’amore
la solitudine che è smettere di avere paura
la solitudine che è la fine del regno di Dio
ogni cosa su questa terra è tenuta sotto controllo
le macchine gli uomini
milioni di uomini essere umani rinchiusi in prigioni e manicomi
a Milano come Teheran Los Angeles Johannesburg Cuba Giappone
e non li possiamo salvare
ognuno di noi può tentare di salvare sé stesso
ci sono uomini che si preoccupano continuamente delle guerre degli altri
cosi nascondono la propria guerra dentro ognuno di loro
uomini che cantano parole il cui senso è la morte dell’immaginazione
che suonano musica etnica perché nelle loro vene scorre il sangue di missionari
mercanti e militari e come loro pensano un nuovo ordine del mondo
uomini che hanno inventato la parola ‘arte’ per mezzo della quale controllano
e dividono essere umani
inventano cataloghi di emozioni e producono guerre sante
arte, il cui concetto appartiene a chi l’ha creato
a chi possiede armi più feroci e potere più vasto
dovrete battervi per instaurare il vostro e non è uno scherzo
uomini che hanno inventato la malattia mentale psichiatri
gente che tratta cervelli per conto del governo
e per dimostrarlo hanno distrutto il cervello di
milioni di essere umani e cosi hanno inventato le droghe
e i tossicomani
la pazzia
gli psicofarmaci
inventano il bene e il male e tengono sotto
controllo ogni pianta o fiore presente su questo pianeta
e hanno inventato una sola mente possibile
- e allora diventate incurabili
uomini intellettuali che passano il tempo a frugarsi nelle tasche l’uno con l’altro
uomini che collaborano con il governo leggendo giornali
ascoltando radio
guardando televisione
giocando con i computer
uomini che parlano di tabacco mortale
e non una parola sulla radioattività che contiene
uomini che vestono in uniforme
armi nelle tasche
e fanno paura perché hanno potere assoluto
perché ce ne sono milioni in tutto il mondo e hanno le armi migliori
e sono tutti d’accordo perché sono un esercito organizzato per difendere
il cuore della ‘grande macchina’
le masse di gente si aprono quando passano
con le loro sirene alta velocità e poi le ali si richiudono
in silenzio
nessuno può parlare
il Grande Fratello ascolta
fanno paura perché sequestrano uomini che nemmeno conoscono
e lo fanno per conto di altri
giudici direttori di manicomi e galere
nazisti
scienziati
agenti segreti
comunisti
e possono fare di me quello che vogliono
ma continuo a pensare che tutti loro sono una sola banda di mostri
cosi come i cristiani
gli ebrei
i pacifisti
i buddisti
gli ecologisti
gli adoratori del culo di Satana
i principi indiani che uccidevano i vecchi cavalli a bastonate
e tutti gli altri che rappresentano sempre qualcos’altro
mai il proprio Io disperato
guardo la luna attraverso gli alberi
e vedo i milioni di esseri umani miei compagni su questa terra
ma come posso distinguerli se hanno una sola espressione
come cazzo faccio a capire le loro parole se non parlano
come cazzo faccio a distinguere la terra dal cielo se continuano a spostarli
io sono cambiato il mondo non è cambiato
qui intorno a me nel silenzio ogni cosa pronuncia il suo vero nome
perché non gli uomini
perché non le banche merdose che usano il mio denaro per finanziare guerre
ricerche fantascientifiche e quel denaro non è mio
perché non gli scienziati completamente pazzi
che volano nello spazio come avvoltoi
perché non la chiesa cattolica che stanotte
24 dicembre ’95
rinnova il suo potere sul mondo
perché mi sento staccato da terra e lontano dal cielo e catene d’oro ai miei piedi
milioni di uomini che tutti insieme sono un unico animale grasso e squilibrato
con pelle di alluminio senza muscoli né ossa
solo l’osso del cuore
che non capiscono che il nuovo mondo esiste oltre ogni stato e politica
governo e religione
e come dire la verità su sé stessi senza sentirsi perduti

sabato 26 settembre 2015

La poesia della domenica - Konstantin Simonov, Aspettami e io tornerò

L'addio del soldato secondo la versione dello scrittore, e ufficiale, Konstantin Simonov; la poesia ebbe un successo folgorante durante la Seconda Guerra: copie d'essa esornarono le lettere dei militi dal fronte, e vennero trovate religiosamente piegate nelle tasche delle giubbe e delle divise militari - giubbe e divise dei feriti e dei morti che la Russia ebbe a decine di milioni dal 1942 sin alla pace (lo stesso Simonov fu autore de I giorni e le notti, romanzo in cui si rievocano le carneficine di Stalingrado).
Ogni tempo ha la propria poesia.
Nelle privazioni, nel pericolo e nel sangue alcune parole acquistano significati primigeni, atavici: in tempo di pace esse tendono a svilirsi, a smorzare il loro cristallino splendore sotto una coltre di chiacchiere e grossolanità.
Oggi siamo in tempi di pace crassa: chissà quanti capiranno davvero tale lirica. Magari qualcuno la troverà "genderizzante" (una cosa è certa: sia in tempo di pace che in tempo di guerra abbondano i citrulli; più in tempo di pace, però).
Per fortuna presto ci sarà una guerra e tali parole ritorneranno ciò che sono sempre state: semplici e inscalfibili.

Aspettami e io tornerò,
ma aspettami con tutte le tue forze.
Aspettami quando le gialle piogge
ti ispirano tristezza,
aspettami quando infuria la tormenta,
aspettami quando c'è caldo,
quando più non si aspettano gli altri,
obliando tutto ciò che accadde ieri.
Aspettami quando da luoghi lontani
non giungeranno mie lettere,
aspettami quando ne avranno abbastanza
tutti quelli che aspettano con te.

Aspettami e io tornerò,
non augurare del bene
a tutti coloro che sanno a memoria
che è tempo di dimenticare.
Credano pure mio figlio e mia madre
che io non sono più,
gli amici si stanchino di aspettare
e, stretti intorno al fuoco,
bevano vino amaro
in memoria dell’anima mia…
Aspettami. E non t’affrettare
a bere insieme con loro.

Aspettami e io tornerò
ad onta di tutte le morti.
E colui che ormai non mi aspettava,
dica che ho avuto fortuna.
Chi non aspettò non può capire
come tu mi abbia salvato
in mezzo al fuoco
con la tua attesa.
Solo noi due conosceremo
come io sia sopravvissuto:
tu hai saputo aspettare semplicemente
come nessun altro.

da Poesia russa del Novecento, 1954 (Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

mercoledì 23 settembre 2015

Il prossimo libro di Emmanuel Carrère

Maria Teresa Carbone
Come sarà il prossimo libro di Emmanuel Carrère? Se lo chiedeva, dopo Limonov, Sara Sullam nel numero del «verri» dedicato agli Eccessi dell’io (55, giugno 2014): «Lasciati da parte gli “occhi dell’occidente – scriveva Sullam in chiusura di un breve saggio sull’autore francese – quali strade prenderà ora quell’io narrante ipertrofico, quale zona del vasto territorio della narrativa contemporanea sceglierà di esplorare?». La stessa domanda non possono non porsi oggi i lettori riemergendo dalle quattrocento e passa pagine del Regno, se non altro perché a questo libro, ben più che al precedente, Carrère assegna un ruolo di assoluto rilievo nel proprio percorso letterario, tanto da definirlo, nelle sue stesse pagine, un «capolavoro» (sia pure «artigianale»), l’opera dopo la quale potrà «finalmente tirare i remi in barca». Non tappa fra le altre, quindi, ma desiderato approdo e probabile punto di partenza verso nuove rotte. Se poi davvero l’io di Carrère sia pronto a «farsi indietro, e finalmente scomparire», come lo scrittore ha dichiarato in un’intervista uscita sulla «Paris Review» nel 2013, quasi al termine della lunga (sette anni) gestazione del Regno, non è ancora dato sapere. Ma certo è che con questo libro Carrère intende dare il colpo definitivo alla sua immagine di autore di autofiction, contro la quale finora ha combattuto invano.
Difficile, in effetti, resistere alla tentazione di vedere nel suo uso tenace e spericolato della prima persona l’emblema di un narcisismo incontenibile (e su questo Carrère potrebbe essere, o essere stato, d’accordo) e insieme una maschera che, per quanto aderente al modello, ne è irrimediabilmente separata: un meccanismo di finzione, insomma, tale da rendere i suoi récits non meno romanzeschi di tutti i romanzi che si dichiarano tali, scritti o no alla terza persona. A questa lettura, però, lo scrittore si oppone tacciando di «superstizione editoriale» l’idea stessa di autofiction e, come scrive Luigi Grazioli nel saggio che gli ha dedicato (Emmanuel Carrère, doppiozero 2013), facendo ripetuta «professione di sincerità». Ma come non essere sospettosi, «con tutto il dibattito sulla trasparenza, la finzione, la verità che ha attraversato la cultura francese, e non solo, dagli anni Sessanta in poi e che Carrère stesso non misconosce di certo»?

sabato 19 settembre 2015

La poesia della domenica - Raffaello Sanzio, Amor, tu m'envesscasti ...

Un raro sonetto prodotto dal sommo pittore (1483-1520), forse in omaggio a Margherita Luti, sua amante (e modella per La velata e la Fornarina).
Il dipinto La Fornarina si può vedere presso il Museo di Arte Antica di Palazzo Barberini (se non l'hanno temporaneamente spostato; o rubato, non si sa mai); il Museo di Arte Antica di Palazzo Barberini lo si può visitare ogni giorno. La prima domenica del mese è addirittura gratis. Mi spiego? Voi potete gustare, senza spendere un centesimo, il dipinto di uno dei maggiori artisti di ogni tempo - un dipinto che alcuni ritengono pari alla Monna Lisa di Leonardo da Vinci (1452-1519). Ne concludo: se non avete mai visto tale dipinto (e lo ripeto: potete farlo dal vivo, meditandolo con agio da pochi centimetri) siete degli Yahoos (gli scimmioni de I viaggi di Gulliver che cadono in estasi davanti a volgari pietre trovate nel fango).
Non sappiamo se Leonardo e Raffaello si incontrarono mai; secondo lo sceneggiato televisivo Vita di Leonardo da Vinci (RAI, 1971, regia di Renato Castellani) pare di sì. 
L'incontro viene immaginato nella quarta puntata.
Un vecchio amico di Leonardo, il pittore Pietro Perugino (Pietro di Cristoforo Vannucci, 1448-1523), accompagna un ventenne Raffaello presso il laboratorio artistico e scientifico di Leonardo; in un cantuccio del vastissimo ambiente è un cavalletto, che sostiene una piccola tavola dipinta: la futura Monna Lisa. Leonardo e il Perugino discorrono fra loro: il lavoro, le commissioni, gli studi leonardeschi sul volo; consigli, scambi di esperienze: una conversazione fra maestri; le loro voci echeggiano sonore sotto le ampie volte. Raffaello non li segue; in silenzio, s'apparta. Ora è davanti al quadro, in tacita contemplazione. Il Perugino, alfine, si accorge del giovane pittore, sempre immoto e assorto: "Oh Raffaello, cosa fai?". Raffaello si stacca lentamente dal dipinto, poi fissa Leonardo, sempre in silenzio: le lacrime gli rigano il volto. Perugino comprende il momento, mette una mano rassicurante sulla spalla del giovane allievo e gli sussurra paternamente, come a un bambino: "Sei contento? Ora l'hai vista. Andiamo". E lo reca via dolcemente, nel tumulto delle strade cittadine.
Del sonetto di Raffaello voglio solo mettere in rilievo quel memorabile "tu m'envesscasti": mi hai catturato con la pania (la pania è la colla tratta dalle bacche del vischio), ovvero con la malia languida e vischiosa dei tuoi occhi per cui, ora, non so staccarmi da te; ti amo e più ardo d'amore più cresce in me la voglia di bruciare, come accade alla falena, sedotta dal calore della fiamma.

Amor, tu m'envesscasti con doi lumi 
de doi beli occhi dov'io me strugo e sface, 
da bianca neve e da rosa vivace, 
da un bel parlar in donneschi costumi.

Tal che tanto ardo, che né mar né fiumi 
spegnar potrian quel foco; ma non mi spiace, 
poiché 'l mio ardor tanto di ben mi face, 
ch'ardendo ognior più d'arder me consumi.

Quanto fu dolce el giogo e la catena 
de' toi candidi braci al col mio vòlti, 
che, sogliendomi, io sento mortal pena.

D'altre cose io non dico, che fôr molti, 
ché soperchia docenza a morte mena, 
e però tacio, a te i penser rivolti.

Raffaello Sanzio, La poesia (Stanza della Segnatura, Musei Vaticani)
Privacy Policy