mercoledì 13 novembre 2013

Bella ciao, breve storia di una canzone

Ti racconto un libro
(a cura di Domenico Gallo e Italo Poma), Storie della Resistenza 
Sellerio, pp 448

Alceste


Il volume della Sellerio assomma vari resoconti, in prima persona, delle azioni di guerriglia e della vita quotidiana dei partigiani italiani, dal 1943 alla Liberazione. Storie della Resistenza è un testo ammirevole, ma scriverne oggi significa scadere, inevitabilmente, nella commemorazione doverosa e conformista. O meglio: io non sono capace di parlarne senza scongiurare tale pericolo. In tal modo, inoltre, otterrei l'effetto contrario a quello voluto, l'unico che m'interessi davvero: la lettura diretta del libro stesso. Il panegirico buonista: un sistema perfetto per invogliare il like, scaricarsi la coscienza e passare oltre. Come già evidenziato, quando più ci si allontana dal fenomeno sorgivo tanto più si alza il rischio dell'ufficialità più urtante. Che comprendo. Ho deciso, quindi, di arrivare al cuore della celebrazione approdando mellifluo a rive poco battute. Per ben due volte. Stavolta parlando della canzone simbolo della Resistenza, Bella ciao, tanto cantata quanto poco conosciuta; la prossima volta rivelando, com'è giusto, storie ignote di uomini ormai sconosciuti e storie di piccole patrie che non sono più.

Bella ciao è divenuta, ormai, il simbolo incontrastato del periodo resistenziale italiano e, in generale, di qualsivoglia opposizione a regimi antilibertari. Una vittoria, tuttavia, postuma, ottenuta sul lungo periodo ai danni di Fischia il vento (1), che fu il vero inno di larga parte delle brigate partigiane nel Nord Italia.
Durante il conflitto Bella ciao ebbe diffusione limitata nella zona laziale-abruzzese (forse reatina) e, più estesa, nell’ambito dell’Appennino modenese (la si attesta durante la proclamazione della Repubblica di Montefiorino) e bolognese. Ciò sarebbe in accordo con le prime parole del testo che sembrano situare gli avvenimenti nella seconda metà del 1944 durante la ritirata nazifascista quando rastrellamenti e repressioni incrudelivano più dolorosamente proprio in quelle aree.

Il primato della canzone fu però sancito nel dopoguerra, dapprima nei vari festival socialisti e comunisti, poi, a livello europeo, grazie all’interpretazione del pistoiese Yves Montand (Ivo Livi, 1921-1991), depurata, tuttavia, dal riferimento alla guerra di Liberazione (fu omessa l’ultima strofa).
L’origine della ballata, che ebbe una più tarda variante di risaia (2), va ricercata indagando separatamente musica e testo.
La musica risale probabilmente ad una rima infantile (3):

La me nòna l'è vecchierèlla
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
la me manda la funtanèla
a tor l'acqua per deśinar

Fontanèla mi no ghe vago
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
fontanèla mi no ghe vago
perché l'acqua la me pol bagnar

Ti darò cicento scudi
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
ti darò cicento scudi
perché l'acqua te pol bagnar

Cinque scudi l'è assai denaro
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
cinque scudi l'è assai denaro
perché l'acqua la me pol bagnar

Alor corro a la fontanèlla
la me fa ciau
la me diś ciau
la me fa ciau ciau ciau
alor corro a la fontanèlla
a tor l'acqua per deśinar

Essa era usata, in ambito scolare, per migliorare il coordinamento dei movimenti dei bambini. Questi, situati l’uno di fronte all’altro, ripetevano i versi schiaffeggiandosi i palmi delle mani secondo tale schema:

I.        sAxdA - sBxdB
II.       sAxdB - dAxsB
III.      sAxdA - sBxdB
IV.     dAxdB
V.      sAxdA - sBxdB
VI.     sAxsB

Dove A e B sono i partecipanti, s = mano sinistra; d = mano destra; x = battuta contro. Ad esempio, in I, entrambi i bambini battono le proprie palme l’una contro l’altra; in II, invece, la sinistra del primo bambino batte contro la destra del secondo e viceversa.
La derivazione dalla rima ha il pregio di giustificare i battimani (pur "rifunzionalizzati" da gioco a incitamento) e la melodia in modo minore, rara nell’Italia settentrionale (4).
Il testo, invece, intrattiene un rapporto complesso con ballate popolari molto risalenti. Quasi sicuramente esso origina da varie lezioni di Fior di tomba (5).
Per il famoso incipit, da lezioni veneziane e novaresi. Quest’ultima di seguito:

Sta mattina mi sun levata, mi sun levata prima del sul
Sun andàita a la finestra, ò veduto il mio primo amor,
che parlava a una ragazza; o che pena, o che dolor!
Cara mamma, portè-mi in nanna, ch’i poss pu di gran dolor.
Cara mamma, portè-mi in chiesa, sotto i piè del confessor;
Colla bocca dirò i peccati, e cogli occhi farò l’amor.
Faremo fare una cassa tonda, per star dentro noi altri tre,
Prima páder, poi la madre, poi ‘l mio amor in braccio a me;
Ed ai piedi della fossa pianteremo un bel fior;
Alla sera il piantaremo, al mattin sarà fiorì.
E la gente passeranno, lor diranno: - O che bel fior!
Quello è il fior della Rosina, che l’è morta per l’amor! –

Per l’argomento, la scaturigine è da ricercarsi presso varianti molto più risalenti (anteriori al 1400), di ambiente normanno (poi tracimate in Catalogna e Alta Savoia/Piemonte): una bella ragazza deve essere data in isposa ad un principe o imperatore, ma rifiuta, vuole sposare un prigioniero messo a morte; se non sarà così vorrà essere seppellita assieme a lui e alla famiglia (in tre, poiché lei e il suo amato sono una cosa sola). Qui la traduzione d’una versione torinese:

Di là da quelle boscaglie una bella ragazza c’è;
Suo padre e sua madre vogliono maritarla.
Vogliono darla a un principe figliuolo d’imperatore.
- Io non voglio né re, né principe figliuolo d’imperatore;
datemi quel giovinetto che c’è in quella prigione.
- O figlia, la mia figlia, non è  un partito per te;
domani alle undici ore lo faranno morire.
- Se fanno morire quel giovine, mi facciano morir me;
mi facciano fare una tomba, che ci sia posto per tre,
che ci stiano padre e madre, il mio amore in braccio a me.
In cima a quella tomba pianteranno rose e fiori;
tutta la gente, che ci passa sentiranno l’odore;
diranno: - È morta la bella, è morta per l’amore!

Bella ciao risulta, perciò, dalla combinazione di varianti italiane settentrionali (procedenti da modelli medioevali della Francia normanna) secondo leggi di trasmissione orale (con variazioni, arricchimenti, permutazioni, tacitamenti) proprie della canzone popolare (il blues, caso particolare e minimo di tale gigantesco corpo letterario, non fa eccezione).
Nella rielaborazione partigiana, di ascendenza maschile, la parte della protagonista viene ridotta alla seconda strofa; una parte, invece, amplificata nella versione di risaia, spinta sull’urgenza sociale. Nonostante ciò è proprio la versione resistenziale quella più vicina al sentimento originario, un semplice e profondo inno sull’immortale unità di Amore e Morte.

Una mattina mi son svegliato
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.
Mi seppellirai [mi porterai / e seppellire] lassù in [sulla] montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire [mi seppellirai /mi porterai] lassù in [sulla] montagna
[sotto l'ombra] all'ombra di un bel fior.
E [tutte] le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E [tutte] le genti che passeranno
Ti diranno "Che bel fior!"
"È questo il fiore del partigiano",
O bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
"È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!"

A pura titolo di curiosità faccio notare che lo stesso tema (l'amore di una principessa per un prigioniero) è al centro delle strofe del poema medioevale indiano Le stanze dell'amor furtivo, di Bilhana.

(1) Fu Felice Cascione (1918-1944) ad elaborarne il testo e adattarlo al tradizionale russo Katyusha.
(2) L’autore dei testi di tale versione fu il mondino Scansani di Gualtieri, Reggio dell’Emilia. Milva e Giovanna Daffini le interpreti principali. Qui il testo:

Alla mattina appena alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
Alla mattina appena alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e fra gli insetti e le zanzare
un dur lavor mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.
O mamma mia, o che tormento!
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o mamma mia o che tormento
io t’invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e fra gli insetti e le zanzare
un dur lavor mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve a lavorar.
O mamma mia, o che tormento!
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o mamma mia o che tormento
io t’invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo in libertà.

(3) Roberto Leydi, I canti popolari italiani, 1973. Della rima Leydi esamina le lezioni trentina (quella proposta) e lombarda (La mia nonna l’è vecchierèlla/la mi di’ ciò/la mi fa ciò ciò ciò). Entrambe derivano dalla ballata nota come La bevanda soporifera.
(4) Due caratteristiche che fecero pensare ad una derivazione slava della melodia.
(5) Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte, 1888.


martedì 12 novembre 2013

Poesia della buonanotte


Mi presento, sono Alceste,
Non temete l'ire mie funeste
Ch'a svanir son pronte e leste
Atte solo a chiarir le teste.
Rima non d'arte, ma di protesta
Non ambisco alla praetexta
S’odo “Faletti!”, io scatto,
E denunzio col verso sciatto.
M'importa assai de’ lisci versi
Miro a evitar fogli perversi.

Mi garba poco l’ostil moderno
Amo sol l'Autor Superno
Tengo il tempo sì picciol e vile
Che travasar mi fa la bile.
Non amo i super bestseller
Che fessi rendon Rockfeller
Premi, laudi e fiere aborro
Manco i giornali ormai scorro
Godo, inver, il librin nascosto
cui il venditor sta, ahi!, discosto

Sono un bel misoneista,
Dell'Inattual un apripista
Faccio versi mentula canis
Per denigrar Saviano e Magris
Non m'aggrada quasi niente
Manco Eco, son demente!
Non dite, guai!, che son strano,
Ha vinto pure Paolo Giordano!
Datemi solo un Cavalcanti
Stian gli altri assai distanti.

Non vedi, belin, quanta carta?
L'ultimo, allor, di Volo scarta.
Delle librerie temo il mucchio
Solo il nettare risucchio.
M'attoscan quelle tetre pile
E tutti lì che fan le file
Svelti! Svelti! Oh! Che bel!
Ho il libro della Cornwell!
Ti regalo un Gramellini!
Uffa, eran meglio i torroncini

Ove andrà la nostra Sveva
Ohimé, talento non aveva.
E dove la nostra Littizzetto:
Con più favor libo un guazzetto
Ve lo confesso ex abrupto
Mi fa orror De Carlo tutto
Oblierem pure Baricco
Chi lo legge è un bel micco
Pansa, Tamaro e la Bellonci
Invitta legion de’ righi sconci

Mi si appella cupo snob
ché dei classici curo il mob
Eppur Saba mite erompe:
“Ci si volta omai nelle tombe!”
Ma che Cazzullo di gente siam
Se al top ci sta Grisciam?
Se si venera Bucoschi
E d'America i tizi loschi?
E se lo Strega bis va a Piperno
Mi vien da dir: via! All'inferno!

Ohi, lettore, lettor mio
Scegli meglio, giurabbìo!
Pansa, Parodi e Veronesi
Mai doblon fûr peggio spesi
Meglio allor la rosa Invernizio
Con pochi talleri cavi lo sfizio
Il peculio si riservi avaro
Per il libro di Scespir raro
Quello lì val più di milioni
Altrocché i bietoloni.

Evita, lettor mio, triste la folla
D'autor atti solo alla zolla
Libera il cranio da gusti Fallaci
E da quei più che mendaci
Di Vespa, Vitali e Larsson
Sulla pira getta il fascion
E con deciso, cinico aplomb
Licenzia pure l’Amélie Nothomb
E poi, orsù, coi miglior t'apparta:
Ne convieni, alfin, cara Marta?

La partita della vita

Ti racconto un libro
Marina Mander, Nessundorma, 
Mondadori, pp 228

Raethia Corsini

Andrea, Giulia, Luca, Manuela, Enrico, Olga, Zinédine "Zizou" Zidane, Marco "Matrix" Materazzi, hanno qualcosa che li lega: per tutta la vita, o solo per una notte. Marina Mander, fresca dei successi internazionali ottenuti con La prima vera bugia, in questo terzo romanzo,  Nessundorma, affronta da un nuovo punto di vista un tema che a me pare le sia caro: gli imbrogli dell'esistenza. La vita spesso bara, mischia le carte all'improvviso, rovesciando propositi e prospettive di noi umani che arranchiamo, esultiamo, godiamo, ci disperiamo, compiamo errori ma anche gesti eroici. Così, prendendo a pretesto una notte popolare che unisce tutti, ma proprio tutti, cioè l'epica serata della finale Italia-Francia dei mondiali 2006 (quella della testata di Zidane), la Mander usa la telecronaca della partita come metafora per punteggiare le sorti di nove personaggi. La notte del mondiale risuona retorica nelle scatole televisive accese dentro le case illuminate, facendo eco alle ipocrisie piccole e umane del quotidiano, ma anche alle grandi aspettative o l'attesa di una vittoria, una almeno, per la quale ognuno gioca la partita della vita. Pagina dopo pagina si scoprono le speranza di ognuno, ma soprattutto quella speciale di Andrea e dei suoi genitori, storia che diventa il filo rosso dell'intera narrazione e mette sotto la lente un tema delicato e scottante: il trapianto di organi. Come nel precedente romanzo, scritto a mio parere con una diversa urgenza interiore, anche questa volta l'autrice si conferma speleologa del dizionario: esplora termini per unirli in composizioni evocative del "vero senso delle cose". È una scrittura che concede poche pause e rare distrazioni. Potendo, secondo me, questo è un libro da leggere tutto in una volta senza interruzioni, per non perdere il filo e il pathos. È d'altra parte una prerogativa che ho già rilevato nell'altro romanzo di Marina Mander: inchioda al muro quadri iperrealisti che, riproducendo il reale più fedelmente della normale percezione, "predano" chi li guarda, senza fare sconti.

Il primo capitolo del libro si può leggere sul sito Mondadori
Venerdì 15 novembre alle ore 18.00 l'autrice sarà a Roma per parlare del libro con Vittorio Macioce, presso Libreria IBS in via Nazionale, 254. 

Il poeta dislessico

Nonostante abbia vinto il Pulitzer per la raccolta di versi Failure, Philip Schultz, il poeta di cui quest'anno si occupa il Laboratorio di traduzione di Monteverdelegge, è sconosciuto in Italia. Ma questa distrazione non durerà a lungo. Un paio d'anni fa Schultz ha pubblicato un memoir, My Dyslexia, in cui parla del proprio rapporto con una "disabilità" (ammesso la si possa definire come tale) della quale oggi si discute molto, e spesso a sproposito, anche nel nostro paese. In un'intervista su Poems Out Loud, lo scrittore riflette sull'apparente contraddizione dell'essere un poeta dislessico:  "Se sono diventato un poeta, questo probabilmente ha a che fare con le emozioni che ho provato a causa della mia dislessia e del bullismo di cui per questo sono stato oggetto. Queste emozioni, io le potevo esprimere più velocemente e direttamente attraverso la poesia: riuscivo a incapsulare le mie idee e i miei sentimenti in minuscoli missili che alleggerivano la pressione e la fatica di un costante confronto, e mi consentivano isole di pace e di sollievo. Penso che la poesia mi abbia offerto il rifugio da un prosaico mondo di lotta, e che questo avvenga ancora, forse più spesso di quanto mi piaccia ammettere. La poesia è stata protezione e salvezza, un luogo tranquillo dove raccogliermi e affinare il mio senso di me, un luogo di cura. E lo è ancora". 

lunedì 11 novembre 2013

Pascale: distrazioni, affetti, attenuanti


Lunedì 11 novembre alle 18 da Plautilla biblio-libreria gratuita (via Colautti 28-30) una conversazione con Antonio Pascale, di cui è da poco uscito per Einaudi il (non) romanzo Le attenuanti sentimentali. Una pagina dal primo capitolo:

Antonio Pascale
Ho esordito poco prima del nuovo millennio con un libro strano: La città distratta. Il protagonista non c’era. Cioè, il protagonista era la città, la città di Caserta con tutte le sue appendici. Le appendici parlavano, si raccontavano.
Ero un perfetto sconosciuto, molto timido quando si trattava di affrontare il pubblico, con problemi di dislessia e disgrafia e varie altre complicazioni, sbagliavo le concordanze, mi perdevo in digressioni, parlavo sottovoce.
Nel 2003 arrivò La manutenzione degli affetti. Tutti a dirmi: che bel titolo. Firmai uno spropositato numero di dediche personalizzate (genere in cui mi accorsi di eccellere) e tutte finivano con: «alla manutenzione dei tuoi sogni futuri, questo libro è dedicato».
Cominciai a essere invitato in televisione. La mia prima domanda televisiva fu: «La manutenzione degli affetti, in che senso?» Non ebbi modo di spiegarmi perché il presentatore intervenne per dirmi: «È dunque un libro di consigli pratici?» «No, – risposi, – tutt’altro», e l’intervista finí lí perché il tempo era scaduto.
Ma mi sentivo forte, parlavo ormai con agilità alle conferenze, frequentavo un sacco di cene dove almeno metà dei commensali mi diceva: La manutenzione degli affetti non l’ho letto, però che bel titolo. I critici scrissero: tre racconti su sette sono davvero riusciti (e non erano mai gli stessi), però ora aspettiamo Pascale alla prova del romanzo.
Nell’attesa, mi ammalai. Un giorno mi svegliai trasformato in un essere pieno di bolle. Un’orticaria. È lo stress, cosí mi dissero all’IDI. Antistaminico e passa. Alla terza pillola le bolle andarono via del tutto. Sono forte, pensai. Due giorni dopo arrivò una dermatite devastante. È lo stress.
Cioè? – chiesi al dermatologo dell’IDI.
E che ne so io: si guardi dentro.
Che se ci pensate solo un attimo è un concetto estremamente pernicioso, guardarsi dentro, e poi dove? Comunque, cominciai a guardarmi dentro. Risultato: mi ammalai ancora di piú.
Omeopatia, – mi consigliò una scrittrice napoletana, mentre mi serviva una cena macrobiotica, a casa sua, a Napoli.
Intossicazione, – mi disse il medico, al pronto soccorso, dopo qualche ora. – Cozze?
Macrobiotico.
Macrobiotico? A Napoli? Ma lei vuole sfidare la sorte.

domenica 10 novembre 2013

Drabble, il fascino si sfascia

Ti racconto un libro
Margaret Drabble, Voliera estiva
traduzione di Marina Morpurgo
astoria, pp. 237, euro 17

Maria Vayola

Il libro, ambientato a Londra negli anni ’60, è incentrato sul rapporto conflittuale tra due sorelle.
Il filo della narrazione è tenuto dalla sorella minore, Sarah, personaggio narrante, che torna a Londra, dopo un soggiorno lavorativo a Parigi, per partecipare al matrimonio della sorella Louise.
Sarah deve  costruirsi una vita autonoma e consapevole, cerca di conoscere se stessa nella gestione personale della vita e delle relazioni con gli altri. Uno dei punti  che cercherà di analizzare  a fondo è proprio il suo rapporto con la sorella Louise, nei confronti della quale, da un certo periodo in poi, soffre di un complesso di inferiorità, sia dal punto di vista estetico che comportamentale. La sorella maggiore è molto bella, ha fascino, un atteggiamento distaccato, sofisticato, è sicura di sé, un alone di seduzione la accompagna e soprattutto ha la capacità di non preoccuparsi di come le sue azioni possano incidere negativamente sugli altri, è spregiudicata.
Sarah combatte con le sue contraddizioni, si sforza di comportarsi in modo schietto ma anche attento alle sensibilità altrui, si mette in discussione per trovare una sua strada comportamentale verso se stessa,  verso chi incontra nel suo percorso e verso il suo futuro di donna. Un futuro che le si presenta ancora delimitato dal ruolo in cui la società relega la donna, quello di moglie e madre all’interno del nucleo familiare: il ’68 è alle porte con il movimento femminista e lei si chiede come incanalare le sue risorse, verso la ricerca del matrimonio perfetto 
(d’amore o d’interesse?) o verso la piena autonomia personale.
Indagherà su se stessa e sulla vita di sua sorella,  con cui ha rapporti sporadici e quasi causali, fino a quando non sarà Louise stessa ad avere bisogno di aiuto.
Sarah si accorgerà, allora, delle debolezze di sua sorella, riuscirà a farla scendere dal piedistallo su cui l’aveva messa e sarà in grado di rapportarsi con lei partendo da un piano egualitario.
Il percorso di Sarah è fatto di incontri e scontri con amiche e conoscenze nuove con cui dialoga, è  da questi scambi che porta avanti l’analisi su se stessa.
E’ probabile che l’autrice, Margaret Drabble sorella della scrittrice Antonia Byatt, abbia trasposto in questo suo romanzo il rapporto complicato, gravato dalla rivalità di mestiere, che aveva con la sorella,  e che tramite esso sia riuscita a esorcizzarlo e a trovare la sua personale strada di narratrice.
La scrittura è scorrevole ed efficace, percorsa da una vena umoristica e autoironica. Ma quello che alla fine non convince ( almeno me, ciascuno, in fondo,  legge sempre un suo personale  libro ) è il punto di vista focalizzato sul singolo personaggio, la mancanza di un respiro allargato che possa coinvolgere un più ampio spettro di lettori.
Sembra di leggere un diario, o di ascoltare un racconto di fatti personali, una sequenza di accadimenti buoni per una fiction più che per un romanzo; i personaggi e gli ambienti vengono delineati  più per il loro aspetto esteriore che per  le loro caratteristiche intrinseche. Si respira all’interno del libro una atmosfera fatta di quotidianità che non riesce a uscire fuori dal suo ambito ristretto per comunicare qualcosa che intrighi intellettualmente il lettore e la narrazione, forse, rimane  intrappolata in quella stessa voliera che viene citata nel titolo, senza riuscire a spiccare il volo.

Fabio Volo rules. Trentasei considerazioni sul Fabio nazionale

Alceste


Il nuovo libro di Fabio Volo, La strada verso casa: ventimila copie in una settimana; poi il raddoppio, poi cinquantamila, centomila, centoventimila, duecentomila, cinquecentomila e poi via, sempre più lontano, oltre Giove e l’infinito.

1. Chi è Fabio Volo? Uno dei tanti. Fa parte di quella cultura di massa che Dwight McDonald, nel classico Masscult e midcult, definì in tal modo:
“Il Masscult è un fatto nuovo nella storia. Non già che solo ora si produca tanta arte scadente [ma] il Masscult è scadente in modo nuovo: non ha neppure la possibilità teorica di essere buono … è qualcos’altro: non è semplicemente arte fallita, è non-arte. È addirittura anti-arte … Il Masscult non offre ai suoi clienti né una catarsi emozionale né un’esperienza estetica, perché queste cose richiedono uno sforzo. La catena di produzione macina un prodotto uniforme il cui umile scopo non è neppure il divertimento, perché … questo presuppone vita, e quindi sforzo, ma semplicemente la distrazione. Può essere stimolante o narcotico, ma dev’essere di facile assimilazione. Non chiede nulla al suo pubblico, perché è completamente soggetto allo spettatore. E non dà nulla ... Questo [accade] perché le masse sono … una gran quantità di persone incapaci di esprimere le loro qualità umane perché non sono legate le une alla altre né come individui né come membri di una comunità. In effetti non sono legate in alcun modo tra loro, ma soltanto a qualche fattore impersonale, astratto, cristallizzante …”.

2. Fabio Volo è innocente! Ovviamente. Solo un sintomo.

3. Fabio Volo è un furbone. Ma no, crede in quello che dice. Non ci arriva proprio. Come detto, è innocente.

4. Fabio Volo è comunque un fenomeno di rilievo. Di rilievo sociologico, certamente. Come i tetrapack, gli hot pants, la sparizione della cravatta, i touch screen. Per adesso. Fra vent’anni avrà la stessa rilevanza delle cassette super otto.
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