sabato 14 marzo 2015

La poesia della domenica - Sergente Hartman, Crepi Ho chi Minh viva il corpo dei Marines!

Qui di seguito i testi cantati dalle reclute dei Marines - su istigazione del sergente maggiore istruttore Hartman - durante le marce d'addestramento: così come le ascoltiamo nel film, indimenticabile, Full metal jacket, di Stanley Kubrick.
Hanno queste righe valore di poesia? In  un certo senso, sì.
Vantano sicuramente un notevole rilievo storico e sociale (l'attore che interpreta Hartman, Robert Lee Ermey, fu davvero un sergente istruttore e non inventava).
E poi, a ben vedere, sono filastrocche: come le ninne nanne hanno il compito di far cedere le difese del neonato sino al sonno ristoratore, così tali rosari, debordanti di nonsense e allusioni di bassa trivialità, hanno la mira di annientare le resistenze razionali dell'individuo e discioglierlo nell'emozionalità dello spirito di corpo e del cameratismo: in modo da rendergli ragionevole l'ammazzare e il farsi ammazzare; per niente.
Persuadere qualcuno a divenire un assassino è abbastanza facile; persuadere lo stesso tizio a farsi sparare in faccia (per niente) richiede, invece, tempo e dedizione; l'istupidimento è il metodo più veloce per ottenere la bisogna.




Sergente Hartman: Babbo e la mamma dentro il letto stan ...
     Reclute: Babbo e la mamma dentro il letto stan ...
Hart.: E la mamma gli chiede se glielo dà ...
     R.: E la mamma gli chiede se glielo dà ...
Hart.: Infila qua.
     R.: Infila qua!
Hart.: Infila là.
     R.: Infila là!
Hart.: Un po' più su.
     R.: Un po' più su!
Hart.: Un po' più giu.
     R.: Un po' più giù!
Hart.: Va bene a te.
     R.: Va bene a te!
Hart.: Va bene a me.
     R.: Va bene a me!
Hart.: Spingi.
     R.: Spingi!
Hart.: Viene su all'alba quando si alza il sol ...
     R.: Viene su all'alba quando si alza il sol ...
Hart.: Va giù la sera quando cala il sol ...
     R.: Va giù la sera quando cala il sol ...
Hart.: Ho Chi Minh le pippe si fa.
     R.: Ho Chi Minh le pippe si fa.
Hart.: Cinque volte al giorno tutto il mondo lo sa.
     R.: Cinque volte al giorno tutto il mondo lo sa.

Hart.: Del mio Corpo sono sempre fier ...
      R.: Del mio Corpo sono sempre fier ...
Hart.: Ve lo voglio proprio far saper ...
     R.: Ve lo voglio proprio far saper ...
Hart.: Crepi Ho Chi Minh viva il corpo dei Marines!
     R.: Crepi Ho Chi Minh viva il corpo dei Marines!
Hart.: Crepi Ho Chi Minh viva il corpo dei Marines!
     R.: Crepi Ho Chi Minh viva il corpo dei Marines!
Hart.: Il Corpo mio ...
     R.: Il Corpo mio ...
Hart.: Il Corpo tuo ...
     R.: Il Corpo tuo ...
Hart.: Di tutti noi ...
     R.: Di tutti noi ...
Hart.: Marines noi siam ...
     R.: Marines noi siam ...
Hart.: La esquimese sempre al polo sta ...
     R.: La esquimese sempre al polo sta ...
Hart.: E la fica sempre fredda c'ha ...
     R.: E la fica sempre fredda c'ha ...
Hart.: Che bontà ...
     R.: Che bontà ...
Hart.: Gran bontà ...
     R.: Gran bontà ...
Hart.: Che bontà ...
     R.: Che bontà ...
Hart.: Gran bontà ...
     R.: Gran bontà ...
Hart.: È squisita ...
     R.: È squisita ...
Hart.: Prelibata ...
     R.: Prelibata ...
Hart.: Piace a te ...
     R.: Piace a te ...
Hart.: Piace a me ...
     R.: Piace a me ...

Hart.: Una sbarbina non la voglio perché ...
     R.: Una sbarbina non la voglio perché ...
Hart.: Solo il fucile porterò con me ...
     R.: Solo il fucile porterò con me ...
Hart.: E se in battaglia poi io creperò ...
     R.: E se in battaglia poi io creperò ...
Hart.: Dentro una bara tornerò ...
     R.: Dentro una bara tornerò ...
Hart.: Alla mia mamma fatelo saper ...
     R.: Alla mia mamma fatelo saper ...
Hart.: Che ho fatto sempre il mio dover ...
     R.: Che ho fatto sempre il mio dover ...

venerdì 13 marzo 2015

La sinistra Barbapapà risolleva le sorti del libro


G.Luca Chiovelli

Una vecchia puntata del cartone animato Barbapapà: la città è soffocata dall'inquinamento; veleni pestilenziali ammorbano l'aria e le acque. I bambini chiedono aiuto a Barbapapà: "Aiutaci tu!". E quel farfallone rosa si scompone? Macché. "Ghe pensi mi". Arruola la famiglia (tutti si trasformano in trivelle), buca la montagna e fa sprofondare le fabbriche nell'abisso da lui stesso provocato. Semplice, no? La città è salva!

* * * * *

E quando uno meno se lo aspetta ... un raggio di sole nel buio.

Leggo da Il Corriere della Sera online, 8 marzo 2015:
"Niente cibi e bevande. Solo libri, meglio cultura. È lo scopo che si prefigge la delibera dell’assessore al Commercio Marta Leonori che permetterà alle librerie di avere dei tavoli sul marciapiede di fronte al negozio, dove esporre i loro «prodotti». Tavoli che non saranno molto grandi: un metro per un metro e mezzo. Già approvata in Giunta alla fine dell’anno come propedeutica al Bilancio la delibera approda nei prossimi giorni in Assemblea Capitolina ...".
Tavolinetti fuori delle librerie!
Quando il genio si ammanta di semplicità. L'assessoressa, bontà sua, correda la proposta d'un accorgimento di astuzia luciferina:
"Si sta anche studiando la possibilità di una tariffa agevolata per questa occupazione di suolo pubblico, richiesta che è portata avanti soprattutto dai Municipi".
Giusto! Mi ha tolto le parole di bocca. Ci si dibatte fra tasse imposte e gabelle, cosa volete che sia qualche centinaio d'euri in più a fronte di future entrate a cascata che manco quelle del Niagara? Perché le tasse, va da sé, bisogna pagarle; solo i berlusconiani non le pagano (e sono quelli che, birichini, hanno provocato tanto male alle nostre casse erariali); e son pure quelli che non leggono (non ha visto Ferie d'agosto di Virzì, signora mia?). Insomma, come dire?, tout se tient.
"Hai visto? C'è un tavolino pieno di libri ..."
Certo, amerei integrare la proposta con un mio suggerimento, a cui tengo molto. Posso? È un'idea modesta, modestissima, ma tutta mia: per quanto possa sembrare incredibile anche a me frullano idee per il capo; e sono idee originali, eh, mica le copio da qualcun altro col taglia e incolla. Volete sentirla? Eccola qua: assieme al tavolinetto si potrebbe installare anche un elegante eliminacode. Un bel kit comunale, tutto a tariffa agevolata. Tavolino ed eliminacode (col numero digitale romano: I, II, III, IV et cetera). Perché, vedete, se un tizio che se ne va a zonzo per la città eterna (a dir la verità ora un po' più caduca), e vede il tavolino leonoriano, sarà attratto irresistibilmente, come l'orso dal miele, dalla libreria di cui il tavolino sommenzionato è pertinenza; e avete idea di quanti gaglioffi girino per Roma ogni giorno? Milioni. Esporre tali milioni alla malia di un tavolinetto debordante di Maria Pia Veladiano, Mazzantini e Bisotti provocherà sicuramente improvvisi stampede, come nel West: decine e decine di turisti e romani, imbizzarriti come vacche, che fanno a cazzotti per entrarci, in libreria. "Sono stato io!", "No, io!", oppure "Non è vero, il tavolino l'ho visto prima io!", e giù ad accapigliarsi sulla porta dell'esercizio.
Eh no, l'eliminacode ci vuole, se non altro per il decoro.

* * * * *

Mandrake-Proietti in Febbre da cavallo: "No, io vorrei sape' chi ha scritto 'ste battute. Come se fa a dille?".

* * * * *
Prosegue la Leonori, illustrando l'arma di fine-di-mondo:
"Ho accolto una delle richieste delle associazioni di categoria. Come avviene a Parigi ci sarà la possibilità di avere un tavolino all’esterno esclusivamente per l’esposizione dei libri: saranno visibili dalla strada e permetteranno di incentivare la lettura".
[Parigi, il feticcio della sinistra Barbapapà. Una delle più belle librerie di Parigi, La Hune, ha chiuso pochi giorni fa. E prima ancora Le Divan. Dopo un'agonia lunga, dolorosa e ridicola: entrambe erano state vendute a case di moda. Ma forse, chissà, incredibilmente - siamo a Parigi - avevano pochi tavolinetti fuori].


"Offriamo questa opportunità alle librerie perché sono un bene della città e hanno un importante valore culturale: l’essenziale è che l’unica cosa somministrata sia la cultura"
[La cultura, solo la cultura, perbacco; e il tavolinetto. La cultura, la cultura, siori e siore, l'acultura, lacultura, la cul tura. Solo quella].
* * * * *

L’assessore al Commercio del I Municipio, Jacopo Emiliani Pescetelli: "La paura è che dai libri si passi ai souvenir".
[Jacopo, fatti passare questa paura! I souvenir già ci sono. Anzi, forse le librerie fanno più svanziche coi souvenir che coi libri. E poi non hai visto cosa è accaduto in Via del Corso? Via del Corso, che, se non ho battuto la capoccia sul marmo della disattenzione, fa parte del I Municipio? Non hai notato, Jacopino, che le edicole sono sparite, sostituite da esercizi di diversa natura? E indovina cosa vendono?].

"Che iniziativa lodevole!
Sono tutta un friccico!"
Andrea Vannini, assessore al Commercio nel XIV municipio (Montemario e Torrevecchia): "Per i librai periferici questo è un modo per veicolare la conoscenza. Vi sarà anche un rilancio dell’attività, soprattutto se nel riorganizzare l’occupazione di suolo pubblico in questo caso si penserà ad una tariffa agevolata. E in occasione della Festa del libro alla fine di Aprile potremo fare una gran festa in tutto il territorio".
[Riorganizza, caro Andrea, riorganizza. Ma cosa, di grazia? Le librerie a Montemario Torrevecchia Primavalle Ottavia e in tutto lo stramaledetto Municipio XIV dove sono? A parte un paio, comabonde, te lo dico io dove stanno: all'ufficio fallimenti. E non si citi questa o quella, che sono cartolibrerie e i libri - le minchiate di Vespa e Umberto Eco - li vendono  a tempo perso. I soldi li fanno con gli scolari e i souvenir cinesi. Per la festa contate pure su di me: voi portate le vettovaglie, io il tavolo].
Il presidente del II municipio (Parioli-San Lorenzo) Giuseppe Gerace: "La soddisfazione è assoluta. E sostengo con tutte le mie forze l’iniziativa di Marta Leonori anche sull’agevolazione delle tariffe. La cultura va sostenuta a maggior ragione nei momenti di crisi economica e crisi dei valori della nostra società".
[Ullallà, la crisi dei valori! Tranquillo, col tavolino sconfiggeremo la secolarizzazione dell'incultura. E anche l'Islam, la Germania in finale ai Mondiali e la xylella fastidiosa dell'ulivo. Può la crisi dei valori resistere a tale panzerfaust?].

"Il promotore culturale? Soffre d'insonnia.
Gli passa solo quando dorme"
L’ideatore della proposta Marcello Ciccaglioni, titolare della catena delle librerie Arion, parla di un possibile «Rinascimento», soprattutto per quelle indipendenti, medie o piccole: "È molto importante che, in un momento come questo in cui molte librerie in Italia e a Roma hanno chiuso, ci sia questa possibilità. L’idea mi è venuta perché noi librai romani vogliamo creare sempre di più un rapporto con la città e con la gente. Varcare la soglia di una libreria a volte può intimidire, così vogliamo stare fuori, vogliamo incontrare i lettori, creare contatto tra il libraio e le persone con un rapporto più diretto che se siamo chiusi nei negozi. In questo modo si può reinterpretare il ruolo in modo sempre più attivo: a Parigi le librerie hanno questa possibilità, finalmente hanno compreso che si possono mettere i tavolini fuori".
[E dagli con Parigi! Addirittura il Rinascimento. Me cojoni. Ma Ciccaglioni non si discute, eh. Io stesso, quando vengo interrogato in merito alla crisi del libro romano, rispondo sempre: "Date tutto in mano a Ciccaglioni. Quello con un blitz di tavolini vi rimette a posto l'economia del settore"].

* * * * *

Agente di polizia a Groucho Marx: "Questi tavolini prima non c'erano!". E Groucho: "Sa com'è, li lasci soli un attimo e si riproducono come conigli".
* * * * *

Mi chiedo: la sottile linea nera, fra la depressione e la furia omicida, dove sarà?

mercoledì 11 marzo 2015

Ho visto morire un poveraccio

Una strada del quartiere. Sono abbastanza vecchio da ricordare i prati che c'erano qui.
Poi, in due anni, una serie di palazzine si mangiarono tutto; edilizia anni Settanta: né brutte né belle. O meglio: appena fatte, rispetto alle nostre, dall'intonaco scialbato, sembravano residenze di pregio. Viste adesso mostrano tutta la meschinità di chi le progettò: segnate dallo scolo delle piogge, senza vita, anonime; d'uno squallore che non riesce a farsi malinconia.
La via che scorre fra di esse è quella di sempre. Solo, m'appare più piccola. Allora era uno stradone di campagna, poco frequentato. Ora è un mezzo budello, con l'asfalto sbrecciato in più punti, i due sensi resi faticosi da una doppia fila ininterrotta di macchine in sosta.
La percorrevo qualche tempo fa, con la mente in automatico, come spesso accade con certi atti della vita quotidiana che siamo costretti a eseguire.
Improvvisamente un automobile davanti a me, d'una qualche decina di metri, cominciò a sbandare: dopo un breve zig zag tamponò un'altro auto in sosta, alla sua destra, e infine si ribaltò, al centro della strada.
Nessun altro fu coinvolto nell'incidente.
Successe tutto in pochissimi attimi, quasi irreali.
Il guidatore riuscì a cavarsi fuori dall'abitacolo, da solo. Un tipo comune, sui sessanta, sessantacinque, un po' male in arnese. Si teneva una spalla. Lo sguardo era allucinato. Qualcuno si fece da presso per accertare le sue condizioni. Lui rispondeva meccanico: "Sì, sì ...", come a dire: "Sto bene", senza nemmeno guardarci. Poi: "Aiutatemi a rimetterla su ...". Alle rimostranze che no, si dovevano chiamare i vigili e, forse, un'ambulanza, sembrò scuotersi: "No, no ... dai .. rimettiamola su .."; e ancora: "Rimettiamola su", con un tono fra implorante e stizzito; e si mise a spingere, con un solo braccio, la sua automobile, capovolta come uno scarafaggio morto, che si mise a dondolare inutilmente.
Faceva scuro. Ci si limitava ad aspettare l'arrivo della municipale.
Il tizio diede altri due scrolloni, uno più deciso dell'altro, ma non ottenne risultati. Si girò, pallidissimo, e disse qualcosa a mezza bocca che non si capì; poi, come affaticato da quella sconfitta, col cielo che gli pesava addosso, si diresse verso il marciapiedi: si chinò, appoggiandovi la mano buona, come a sostenere il corpo nell'atto di sedersi; la mano, tuttavia, scivolò ed egli cadde bocconi, la testa sul marciapiede, le gambe fuori, rattrappite fra lo spazio di due macchine in sosta.
Credemmo fosse svenuto. Non si sapeva cosa fare; eravamo come inebetiti da quella manifestazione sincera di dolore, dalla troppa umanità. L'ambulanza arrivò quindici minuti dopo, la sirena che lentamente aumentava d'intensità, avanzando con cautela nella carreggiata ristretta, occupata dai curiosi smontati dalle macchine.
Gli infermieri armeggiarono per un po' attorno al corpo, intralciati dal poco spazio. S'intuiva il peggio.
Lo adagiarono di peso sulla lettiga. Stretto fra le coperte, ne vidi solo la nuca, il volto rivolto altrove, immobile.
Era morto.
Arrivarono, con molto agio, anche le gendarmerie locali. Dopo due ore di attesa, il relitto fu portato via, la circolazione riprese. S'era fatta notte.

Qualche giorno dopo seppi qualcosa in più sull'incidente, da una fonte degna di fede.
Il guidatore era morto per un infarto. Fulminante. La macchina aveva sbandato per lo scoppio di un pneumatico: "Gomme vecchie? Non aveva proprio battistrada. Poteva fare il morto sul serio".
E poi, a insistere, venne fuori il resto: niente revisione, niente assicurazione; bollo scaduto. Il poker del malaffare a quattro ruote. Un autentico bandito.
Per me era abbastanza chiaro. Quel banale incidente gli aveva distrutto la vita. La spalla slogata o rotta. Impossibile lavorare. E poi: ritiro della patente, multa, sequestro del veicolo.
Un comune poveraccio che si arrabattava come meglio poteva, cercando di eludere i costi che comporta avere un bene di lusso a Roma: una Peugeot vecchia di vent'anni.
E, a Roma, chi ci abita lo sa, spesso niente auto significa niente lavoro.
Piccoli artigiani, minuscoli edili in proprio, operatori delle pulizie o semplici disoccupati. Da un capo all'altro di una città impossibile da attraversare con gli inesistenti mezzi pubblici.
Il cuore non ha retto il quotidiano carico di infelicità, umiliazione, frustrazione, depressione. Un peso oscuro che alla lunga fiacca e sfibra anche gli animi più resistenti.
Ci si aggrappa a un filo di lavoro, sempre sull'orlo della legalità, e poi, improvvisa, seppur lungamente temuta, arriva la pernacchia della vita; dovremmo dire: dei tempi.

Il morto non ingrosserà negativamente nessuna statistica.
L'onore dell'Italia è salvo.

domenica 8 marzo 2015

Mvl teatro: Siamo tutti in pericolo al Teatro Vascello


M. C. Reggio

Non è facile dire qualcosa che non sia già stato detto su Pasolini, sui suoi incubi e sulla sua morte, avvenuta quarant'anni fa. Ci prova al teatro Vascello  Daniele Salvo, con il suo spettacolo "Siamo tutti in pericolo" immaginando l'ultimo giorno fatidico della vita del poeta, saggista, scrittore e regista, situando quest'ultimo in una stanza vuota che sembra quasi l'enorme cella di una prigione. L'atmosfera del palco è sempre tenuta notturna, come si addice alla vulgata dell'intellettuale vegliante che si dedica alla scrittura quando il resto del mondo dorme. Ma Pasolini era proprio questo intellettuale che di notte sogna bei "machi" nudi pronti a gettare il viso nell'incavo dei suoi calzoni? Forse, o forse anche no. Di notte Pasolini stava poco a casa e piuttosto preferiva uscire per andare in cerca della vita che non avrebbe mai potuto vivere di giorno, e lo faceva davvero, come testimonia nei suoi romanzi "cinematografici" e nei suoi film che sanno fluttuare tra il mito e il documentario.
Raccontava come un antropologo, come un mistico eretico che cercava quel Dio in cui credeva davvero proprio là dove il mondo contemporaneo aveva annientato il divino. Non lo trovava mai, questo suo Dio nascosto, e se ne doleva con il clero, con i gesuiti, con le istituzioni, con la politica democristiana e con la scuola, accusandoli tutti di arrendersi alla commercializzazione della vita quotidiana.  Eppure negli anni '70 erano bazzecole rispetto da oggi, epoca di una chiesa divenuta pop, di una politica demenziale da talk show televisivi globalizzati e di una scuola che, spesso dimentica della poesia di Dante, si è arresa al livellamento intellettuale dilagante delle tre I.  Ma il teatro è sempre generoso, e questo spettacolo, pur nelle sue fiammanti e impudiche ingenuità, e che in realtà si potrebbe meglio definire un monologo, ben costruito a partire dalle parole pasoliniane, ci dona, in apertura, magnificata dagli altoparlanti, e seppur soffocata dal mormorio degli spettatori che entrano in sala, la voce inconfondibile del poeta che aveva tanto da dire su quello che gli succedeva intorno: ed è una voce che ha il tono inconfondibile dell'orazione, quella di Pasolini, l'eretico religioso che conosceva bene il tono grave della preghiera. Si replica fino al 15 marzo al Teatro Vascello.

 

giovedì 5 marzo 2015

Scrivere di sé: "Via Ripetta 155" di Clara Sereni

Clara Sereni alla sua autobiografia lavora da anni, da prima che il racconto della propria esistenza diventasse materiale di scavo più o meno profondo per una quantità crescente di autrici e di autori. In particolare Casalinghitudine, del 1987, resta uno dei libri più riusciti di quel filone della "cucina della memoria", che negli ultimi tempi si è arricchito di molti, forse troppi titoli. Con Via Ripetta 155 la scrittrice torna all'epoca in parte descritta in quel suo libro fortunato, prendendo come cornice la casa in cui abitava allora e scandendo il suo racconto in uno sgranare di anni, dal 1968 al 1977, che segnarono in modo particolare la vita sua e dell'Italia. Qui, per gentile concessione dell'editore Giunti, proponiamo un breve stralcio dal capitolo dedicato al 1973.

Clara Sereni
Con la firma degli accordi di pace la guerra in Vietnam formalmente finì: pensai che forse le raccolte di fondi e di medicinali potevano cominciare a essere meno impegnative, forse avrei avuto in giro per casa qualche perseguitato in meno da far dormire per un pizzico di innamoramento o per forzata solidarietà.
A maggio lo scoppio dello scandalo Watergate lasciava sperare che scomparisse dalla scena Nixon guerrafondaio e imbroglione: forse la politica degli USA poteva cambiare, forse si poteva non pensare in modo così ossessivo alla lotta, alle spie, alle guerre che insanguinavano il mondo... Forse si poteva provare a vivere senza sentirsi perennemente in colpa per tutti i diseredati, gli oppressi, i bombardati.
Dal grande amore non ero affatto guarita, anche di questo mi sentivo colpevole. Mi davo un contegno, altro non potevo permettermi, ma intanto continuavo a cercare ogni occasione, ogni scusa. Ci incrociavamo talvolta per lavoro, lui sempre con la straordinaria capacità che aveva di entrare subito in contatto, di farti sentire unica in quel momento, anche se era solo un momento. E ogni volta la stessa domanda, un'apertura di credito che da nessun altro mi arrivava: Cosa stai scrivendo? Tentavo ancora la strada di soggetti e sceneggiature, e quella domanda mi faceva sentire in diritto, mi permetteva di convincermi che macchina da scrivere e ciclostile non sarebbero stati il mio unico eterno orizzonte.

lunedì 2 marzo 2015

Mvl cinema - Nessuno si salva da solo

Nessuno si salva da solo, Italia 2015
Regia: uno
Attori: alcuni
Voto: 0,5

G. Luca Chiovelli

Non ho visto questo film, ma il voto assegnato è quello giusto.
Non l’ho visto, ma è una merdata. Lo so. Conosco questi tizi come le mie tasche. Ne conosco tutte le cuciture più minute, i ciuffetti di stoffa, tutto.
Una recensione teppistica? Futurista? Surrealista? Al 99,99% azzeccata. Conosco i miei polli, vi ripeto. E sono anche un blando materialista oggettivo: non ho bisogno, insomma, di pestare continuamente una merda per accertarmi che lo sia davvero. Una regola di vita che applichiamo quotidianamente sulla scorta di quell'inscalfibile detto eracliteo: "Solo per lo sciocco il sole è nuovo ogni giorno". È così. Se non fosse così l'esistenza si frantumerebbe in migliaia di schegge psicotiche. Insomma, se uno scorge del vapore uscire dalla pentola non dovrà immergerci, ahi, la mano; il sillogismo inconscio lavora per lui: vapore, quindi 100 gradi, per cui l’acqua bolle a temperature da ustione, ergo: butto giù il cannolicchio. Utile no?
E io la applico anche qui. Leggo i nomi, vedo le facce, e parte il sillogismo escrementizio.
C’è bisogno di vedere questi film per giudicarli? No.
Sono cattivo? Ma sì, forse lo sono. E se lo sono, lo sono in proprio, questo ci tengo a dirlo. Non ho bisogno che qualcuno mi dica cosa scrivere o pensare, per carità. Tutto quello che vergo cola dal mio cervello. Non ho bisogno di taglia e cuci o copia e incolla di altrui stronzate. Se la devo scrivere, una stronzata, la scrivo in proprio. Se debbo scrivere un pezzo come questo, da maleducato, incivile, irrispettoso monellaccio, lo scriverò da me, costruendo il tutto mattone su mattone; con i miei propri mattoni, però.
Ma torniamo al filmucolo. Ci sono altre ragioni che mi hanno vietato di gustare l'opericciola. Il costo del biglietto, ovvio, e l'indotto a ridosso del biglietto - a discapito del proprio bilancio mensile - che si crea inevitabile: 8,5 euri (biglietto) + 8,5 euri (2° biglietto) + 5 euri (bisboccia al baretto pre-visione) + 20 (blanda bisboccia post-visione) = 42 euri.
Sapete cosa si compra con 42 euri al Todis?
Cinquanta, siori e siore, ben cinquanta (50) cartoni di latte parzialmente scremato. Da un litro.
Qualcuno potrebbe obiettare: potresti eliminare qualche voce.
Sì, ma quale? Il cinema senza aperitivi, caffè e pizze (prima o dopo) non è il cinema da fine settimana. Dobbiamo pur vivere, godendo di tali minutaglie mondane. L'accessorio in tal caso è spesso l'essenziale.
L’uovo di Colombo: si potrebbe eliminare l’inessenziale: la visione del film. Altrimenti non vedo vie d’uscita (infatti è ciò che è accaduto).
Purtroppo (questa è una costante della mia vita) non ricado neanche nelle magiche categorie con sconto annesso: giornalisti leccaculo, operatori culturali, comunali in libera uscita, militari, vecchiardi, latori di speciali carte di credito, efori, ministeriali, disabili, infortunati civili, reduci dell'assedio di Costantinopoli, raccomandati, politicanti, assessori al demanio privato, consiglieri di stato, giudici amministrativi, cialtroni provinciali, gaglioffi locali, satrapi, proconsoli della Bitinia, zingari parastatali.
Certo, uno potrebbe fingersi monco come Tognazzi ne I mostri, ma quelli alla biglietteria son furbini.
E poi c'è il problema del cornetto acustico. Quello costa. Non posso permettermelo. Lo conosciamo tutti (il problema) anche se, per quieto vivere e ossequio alla moda, facciamo finta di nulla: per vedere un film italiano della nuova era della mediocrità (e questo lo è in modo paradigmatico, preclare, accecante) c'é bisogno del cornetto acustico.
Gli attori italiani ... i dialoghi degli attori italiani ... se attori adulti essi bofonchiano ... se adolescenti hanno la zeppola ... se bimbi (i micidiali infanti italiani che recitano nei film italiani) biascicano come ubriachi ... Erode deve aver visto un film italiano, ah sì, non ho dubbi.
Quando gli attori italiani nei film italiani della nuova era del nulla sottovuoto si scambiano tenere parole d'amore o sibilano la loro inquietudine crepuscolare o rampognano il destino, vien voglia di alzarsi in pieno cinema e urlare, contro quel penoso ciangottio: "Prego?".
La s-c-a-n-s-i-o-n-e delle parole ... che il dialogo sia di qualità diarroica passi, ma fammelo capire .... volete sapere come si scandiscono le battute: guardate recitare Franco Volpi in un vecchio sceneggiato RAI ... Il segno del comando, Coralba, A come Andromeda oppure Il sospetto.
Il sospetto, sceneggiato del 1972 tratto dal romanzo omonimo di Friedric Dürrenmatt: un grande, grandissimo Franco Volpi nei panni del superiore del Commissario Barlach: fintamente condiscendente, rispettoso della forma, un po’ untuoso, sbrigativo ... e come s-c-a-n-d-i-s-c-e le parole delle battute ... ah, che meraviglia ... e gli altri attori, poi ... Ferruccio De Ceresa è un medico scrupoloso e tormentato, Paolo Stoppa è Barlach, uomo divorato dal sospetto, Adolfo Celi, luminare misterioso, ambiguo e pericoloso; c’è anche un ammirevole Mario Carotenuto nelle vesti di Gulliver, l'Ebreo Errante ... e chi era 'sta gente? Paolo Stoppa recitò sotto la regia di Luchino Visconti nell'immediato dopoguerra, Celi fu un protagonista del teatro brasiliano (sì, brasiliano), De Ceresa veniva dai palcoscenici genovesi, e da quelli di Strehler e De Filippo, e così via.
Ma il cinema italiano oggi biascica, zeppola, bofonchia ... quale estenuante chiacchiericcio ... un romanzucolo ... stamo a cavallo ... e chi recita poi ... gente che non porterei con me a concimare gli ultimi olivi ... non quali concimatori, beninteso … ma chi sono questi figuri poi ... solo il nostro isolamento culturale dalle correnti culturali del mondo ... l'autismo critico, la partigianeria del volemose bene, il bigottismo di sinistra, la credulità da boccaloni nelle recensioni dei leccapiedi (con la destra scrivo con la sinistra prendo), la faciloneria, la grossolanità, il decadimento totale del gusto e un continuo e feroce allenamento al mediocre può convincerci che questi siano attori sceneggiatori registi ... non sono niente  … niente … solo la ciclopica coglioneria, per usare un termine del più grande diagnosta sociale dell’Italia postunitaria, Silvio Berlusconi … solo quella può convincere gente che addenta un panetto di merda a dichiarare che, in fondo, a ben gustare, proprio lì, in fondo al velopendulo, si ritrova (nel panetto sommenzionato) un certo retrogusto - gran pregio organolettico - di cioccolato fondente … era un pochino amaro, a dir il vero, ma di una pastosità signora mia …
Sto per crepare, ragazzi miei, lo sento.
Quale consolazione prima di tirare le cuoia? Una sola: che di questa Italia, di questo film, di questo ciarpame, non rimarrà niente in piedi, nemmeno una minima nota a pie’ di pagina della più scrofolosa storia del cinema. Niente. Niente.

Mvl cinema: Selma - La strada per la libertà

Selma, USA/UK, 2014
Regia: Ava Du Vernay
Sceneggiatura: Paul Webb, Ava DuVernay
Interpreti: David Oyelowo, Carmen Ejogo, Tom Wilkinson, Tim Roth, Giovanni Ribisi, Oprah Winfrey, André Holland, Tessa Thompson, Common, Trai Byer

Maria Vayola
Ava DuVernay, afroamericana già vincitrice al Sundance Film Festival del 2012 per Middle of nowhere, ha diretto un film storico dove il soggetto è quindi circoscritto dagli eventi che racconta, le marce, da Selma, Alabama, fino alla capitale dello stato Montgomery, che, nel 1965, segnarono l’apice della lotta degli afroamericani per poter esercitare il diritto di voto a loro riconosciuto dal XV Emendamento della Costituzione nel 1870 ma di fatto osteggiato nel sud segregazionista.
Selma, però è molto di più, perché con la sua intensità narrativa ci porta all’interno di un problematica mettendone a fuoco i vari aspetti sociali e personali.

Inizia con l’assegnazione del Nobel per la pace a Martin Luther King  e subito dopo viene inserita una potente e drammatica scena sulla bomba che membri del KKK fecero scoppiare in una chiesa afroamericana uccidendo quattro bambine; si introduce così quale fosse la realtà degli stati del sud degli Stati Uniti e come contrastasse un riconoscimento così solenne, quale il Nobel, con la realtà del razzismo e i livelli di crudeltà a cui arrivava, senza che le autorità federali intervenissero. Bastava uno sguardo, una parola non gradita perché un nero fosse ucciso, torturato, bastava passare per la strada per essere stuprata, bastava vivere per essere uccisi.
La figura di Martin Luther King è al centro del film, ma non se ne dà una visione agiografica, è l’uomo che viene colto, conscio delle proprie responsabilità di leader, assalito da paure e dubbi, teso nell’intento di scegliere la cosa giusta per l’intera comunità che guida.

La tensione per King era anche quella di garantire la non violenza da parte degli afroamericani, cosa difficile da realizzare perchè significava non reagire all'essere picchiati, a vedere donne, bambini e anziani colpiti dalla ferocia della polizia e delle bande di bianchi armati e senza divisa che si prestavano, ben contenti di farlo, al pestaggio dei manifestanti. Era la non violenza una scelta morale ma anche un modo per far emergere la brutalità della repressione e cercare di coinvolgere l’opinione pubblica bianca che non condivideva il razzismo e le forme in cui si manifestava.
Contraltare a questa tipologia di comportamento non violento era rappresentato dalla dottrina di autodifesa armata di  Malcolm X, che appare nel film in un breve frammento in cui incontra Coretta Scott King mentre il marito è in carcere. X era a Selma, il 4 febbraio, perchè sollecitato a partecipare dal SNCC , l'organizzazione non violenta degli studenti, a una conferenza organizzata dalla Southern Christian Leadership Conference e sponsorizzata dallo stesso King, ma anche perchè, nonostante le sue critiche al movimento del pastore protestante, era affascinato dalla costanza e dal coraggio della battaglia di Selma. Parlò a una folla di 300 persone lodando l'impegno di King, ma ponendo come alternativa, a un eventuale suo insuccesso, la sua tipologia di resistenza.

La figura di Malcolm è quasi evanescente nel film, nei pochi momenti in cui appare, il 21 febbraio sarebbe stato ucciso, fa immaginare un possibile avvicinamento tra i due leader, se non per condividere il metodo di lotta, per la costruzione di una stima reciproca. Si avverte anche  in questo piccolo, ma secondo me intenso frammento, quale sarà anche il destino dello stesso King.
Du Vernay, ha girato un film reale e potente, in cui la descrizione degli eventi ha la forza della verità, nella sua crudezza e nella sua forza,  in cui i semplici fatti sono arricchiti dai retroscena  personali di tutti coloro che vi parteciparono, in cui la lotta per la giustizia ha lo spessore profondo delle sofferenze di ogni singolo partecipante, dietro ad ognuna di quelle persone che sfilarono da Selma a Montgomery, c'era una vita, delle aspettative, dei desideri, il diritto di esercitare la possibilità di essere una "persona".

Sono state mosse critiche alla regista per aver dato un'immagine negativa di Lyndon Johnson, ma da quello che mi risulta i fatti avvennero proprio così, e l'atteggiamento del Presidente fu esattamente quello descritto, e bene lo sottolinea King quando, sollecitato a rinunciare alle marce per evitare violenze, rispose che non era lui a dover fare un passo indietro ma lo Stato a doverne fare uno in avanti  e garantire, una volta per tutte e per tutti, i diritti Costituzionali tanto decantati per tutti i cittadini americani ma osteggiati per la popolazione afroamericana, di ribaltare quello che di fatto era il segregazionismo: il non diritto di vivere per i neri e il diritto di non farli vivere dei bianchi.

Mi viene da fare un'associazione tra questo film e i libri di Richard Wright, uno fra tutti/e gli/le scrittori/ttrici afroamericani/e.
Un'immagine mi ha colpito e mi sento di segnalarla quale sintesi, quella in cui un poliziotto, che si prepara a respingere la marcia, avvolge sul proprio manganello del filo spinato.
Quello che segue è un filmato della terza marcia, quella che arrivò a Montgomery.

Privacy Policy