domenica 12 gennaio 2014

L'incipit della domenica - Alice nel paese delle meraviglie

Lewis Carroll
Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un'occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non v'erano nè dialoghi nè figure, - e a che serve un libro, pensò Alice, - senza dialoghi nè figure?
      E si domandava alla meglio, (perchè la canicola l'aveva mezza assonnata e istupidita), se per il piacere di fare una ghirlanda di margherite mettesse conto di levarsi a raccogliere i fiori, quand'ecco un coniglio bianco dagli occhi rosei passarle accanto, quasi sfiorandola.
      Non c'era troppo da meravigliarsene, nè Alice pensò che fosse troppo strano sentir parlare il Coniglio, il quale diceva fra se: "Oimè! oimè! ho fatto tardi!" (quando in seguito ella se ne ricordò, s'accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le sembrò una cosa naturalissima): ma quando il Coniglio trasse un orologio dal taschino della sottoveste e lo consultò, e si mise a scappare, Alice saltò in piedi pensando di non aver mai visto un coniglio con la sottoveste e il taschino, nè con un orologio da cavar fuori, e, ardente di curiosità, traversò il campo correndogli appresso e arrivò appena in tempo per vederlo entrare in una spaziosa conigliera sotto la siepe. 
      Un istante dopo, Alice scivolava giù correndogli appresso, senza pensare a come avrebbe fatto poi per uscirne. 
      La buca della conigliera filava dritta come una galleria, e poi si sprofondava così improvvisamente che Alice non ebbe un solo istante l'idea di fermarsi: si sentì cader giù rotoloni in una specie di precipizio che rassomigliava a un pozzo profondissimo. 
      Una delle due: o il pozzo era straordinariamente profondo o ella ruzzolava giù con grande lentezza, perchè ebbe tempo, cadendo, di guardarsi intorno e di pensar meravigliata alle conseguenze. Aguzzò gli occhi, e cercò di fissare il fondo, per scoprire qualche cosa; ma in fondo era buio pesto e non si scopriva nulla. Guardò le pareti del pozzo e s'accorse che erano rivestite di scaffali di biblioteche; e sparse qua e là di mappe e quadri, sospesi a chiodi. Mentre continuava a scivolare, afferrò un barattolo con un'etichetta, lesse l'etichetta: "Marmellata d'Arance" ma, oimè! con sua gran delusione, era vuoto; non volle lasciar cadere il barattolo per non ammazzare chi si fosse trovato in fondo, e quando arrivò più giù, lo depose su un altro scaffale. 
      "Bene, - pensava Alice, - dopo una caduta come questa, se mai mi avviene di ruzzolare per le scale, mi sembrerà meno che nulla; a casa poi come mi crederanno coraggiosa! Anche a cader dal tetto non mi farebbe nessun effetto!" (E probabilmente diceva la verità). 

sabato 11 gennaio 2014

C’è una supercazzola che si aggira in Italia (con scappellamento a destra)

"Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica?
Che prematura anche?"
Alceste

Scappellamento a destra.

I fatti sono (forse) noti. In Francia il Consiglio di Stato, dopo un parere di segno contrario di un Tribunale amministrativo locale, su impulso del Ministero dell’Interno Manuel Valls, a sua volta mosso da un altro impulso, ancor più deciso, del Presidente della Repubblica Francese François Hollande, ha deciso di vietare la rappresentazione de Le mur, spettacolo teatrale del comico Dieudonné M’Bala M’Bala.

Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribài con cofandina?

Il comico è accusato di infarcire, i propri disgustosi monologhi, di tirate antisioniste. Anzi, no. Antisemite. Finte antisioniste: in realtà antisemite. Questi i motivi del divieto.

Tarapìa tapiòco.

Il comico è anche accusato di aver messo un uso la quenelle (polpetta), un gesto per cui si porta la mano sinistra alla spalla destra, estendendo obliquamente (in basso) il braccio (destro). Egli vuol forse significare: “Ce lo stanno mettendo in c …”?. No. Tutti i principali giornali, le istituzioni, l’arco parlamentare francese (compreso, in parte, il Front National) giura che quello è un saluto nazista al contrario. Lo stesso gesto di Antonio “Alex Drastico” Albanese, insomma, ”Io ce l’ho tanto!”; oppure di Giovanni, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, nella scenetta di Nico e i Sardi: “Aiò, patagarrosi!”. Però, questo, di M'Bala M'Bala è parecchio scorretto. Anzi nazista. Almeno credo.

Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica? Che prematura anche?

Per il Nouvel Observateur il comico, che ricordiamolo, si chiama, Dieudonné M’Bala M’Bala è “già morto, spazzato via e sepolto”. Amen.

mercoledì 8 gennaio 2014

mvl Cinema: La vita di Adele (La vie d'Adèle)

La vita di Adele (La vie d'Adèle)

Regia: Abdellatif Kechiche

Interpreti: Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux
Voto: 7,5

Una storia d'amore interrotta dalla vita: questa l'essenza dell'ultimo film del franco-tunisino Abdellatif Kechiche. L'amore fra Adèle (Adèle Exarchopoulos, bravissima), liceale diciottenne, ancora insicura e malleabile, e la più scaltrita Emma (Léa Seydoux, brava), studentessa universitaria di Belle Arti.

Le due si notano, dapprima, en passant, a passeggio con differenti compagni; si ritrovano, in seguito, per caso, in un bar: discorrono, bevono, si rivelano appena: Adèle, già innamorata, più impacciata, Emma più insinuante. Finché un giorno, Emma, capelli celesti, piglio sornione, aspetta Adèle fuori della scuola: un incontro su una panchina, quindi un altro appuntamento al parco: convegni di felicità, ma fatti di niente: timidi ammiccamenti, sorrisi, piccole confessioni, rossori.

Il consueto, eterno appressamento all'amore, un itinerario che si compiace della propria lentezza, poiché ogni gradino e stasi prolunga il piacere immenso e rarissimo, quello della rivelazione piena del sentimento; e dell'oggettivazione carnale d'esso: che ne decreta la morte.

Kechiche impiega più di un'ora nel tratteggiare tale gioco di seduzione: potremmo dire di scala al paradiso. Di tumescenza drammaturgica e psicologica. La fine di tale ascesa coincide con l'amore fisico fra le due ragazze, sincero e coinvolgente. In tal senso vengono giustificate sia la durata della pellicola (necessaria al disegno di tale parabola amorosa, mai gratuita, quindi) che l'esplicitezza delle scene di sesso, naturale liberazione della carica erotica ch'egli ha dapprima compresso, con semplice maestria; e lo ha fatto ricorrendo a una sorta di fenomenologia minimalista del corpo: filmando inavvertitamente i denti, le bocche, i capelli, le piegature della carne, le impercettibili espressioni tenute nei dialoghi; ecco Adèle che dorme, che mangia, che studia, che sbuffa; abbassa gli occhi, litiga, mente; ed ecco Emma che occhieggia furba, si nega, lascia intendere, si abbandona, fuma, si liscia la corta zazzera colorata.

La seconda parte del film, detumescente, quella del disinganno, vede entrare in campo la vita.

Vade/Mecum a Monteverde: Monte Cucco, il monte di Rodari e Pasolini

[cliccare per ingrandire]

Nel 1966 esce in  libreria La torta in cielo di Gianni Rodari. Una fiaba concepita due anni prima (e pubblicata su Il Corriere dei Piccoli), ma nata "nelle scuole elementari Collodi ... tra gli scolari della signorina Maria Luisa Bigiaretti", presso la borgata del Trullo, tirata su in epoca fascista, in un territorio segnato da presenze archeologiche antichissime, per provvedere un alloggio agli sfollati del rione Monti (a causa della costruzione di Via dei Fori Imperiali). La torta in questione è proprio una torta, enorme come un disco volante, e assolutamente commestibile: un esperimento nucleare riuscito male. La favola è un apologo contro il terrore della bomba atomica e a favore dei bambini, unica forza vitale ed emozionale che si oppone, assieme agli umili, all'insensatezza della politica, della forza militare e della scienza assoggettata ad essa. E la torta in questione, come un UFO benigno, si piazza sopra Monte Cucco, una delle alture che sovrastano Via del Trullo e l'intera borgata.
Nello stesso anno dell'uscita libraria de La torta nel cielo, Pasolini filma Uccellacci e uccellini. Parte delle scene, con Totò e Ninetto Davoli, sono girate proprio a Monte Cucco. Il pianoro alla sommità della collinetta, tipico dell'agro romano, è implacabilmente brullo, e silenzioso; vi fioriscono solo dei cardi; l'erba bassa è segnata dal passaggio di numerose greggi; l'uniformità è gravata dalla magia contagiosa delle presenze del passato, sempre incombenti: villa Kock, la torre Righetti, una stalla diruta.

Ecco la secentesca villa nobiliare della famiglia Kock, come appare nel film di Pasolini ...
 
... e come appare oggi
Ecco la torre Righetti, lacerto di un casino da caccia che il banchiere riadattò, nel 1825, da una cisterna della tenuta precedente. 
Il retro della torre. Del grandioso complesso ottocentesco rimangono: "il corpo centrale in laterizio e il basamento circolare in pietra. Aveva forma di un tempietto circolare, secondo la moda neoclassica del Valadier. Sul tamburo centrale si innalzava una cupola, e intorno correva un giro di colonne. I quattro finestroni allineati coi punti cardinali davano luce agli ambienti sotterranei, destinati alla convivialità dopo le battute venatorie e alla cottura della selvaggina in un ampio camino"(A. Anappo)

martedì 7 gennaio 2014

Caro Antonio, sono colpevole, ma concedimi le attenuanti sentimentali

G. Luca Chiovelli

Antonio Pascale, Le attenuanti sentimentali
Einaudi, pp. 232, euro 19,50

Finalmente un libro da cui spremere qualcosa. Un libro che non è un romanzo, né un saggio; forse un pamphlet; sicuramente una raccolta d'impressioni e di scatti umorali. Antonio Pascale, casertano di Caserta, ora monteverdino (nuovo), dipendente del Ministero delle Politiche Agricole, ha dalla sua un incedere obliquo, risentito, polemico, divertito; inusuale. Questo, per me, è già un pregio. Nel libro rilevano i rapporti con le donne (amiche, mogli, figlie, figlie di amici), la mezza età, i mutamenti antropologici dell'italiano, la stupidità, gli scazzi improvvisi, le eccentriche interpretazioni scientifiche della realtà sociale (eccentriche rispetto alla medietà dei loci communes) e, soprattutto, l'insofferenza verso la carineria.
La carineria intellettuale, il buonismo. Il biologico. L'odio verso il biologico, inteso come modo di vita alternativo, come ritorno all'antico: lo slow food, la decrescita felice: questo lo fa imbestialire e costituisce il bordone tematico dell'opera tanto da risuonare in ogni pagina, anche quando l'autore sembra parlare d'altro. Pascale, infatti, si imbestialisce: non risparmia nessuno. Non che il Nostro non sia d'accordo con l'istanza prima dei biologici: le risorse del pianeta sono agli sgoccioli: su questo conviene. È nella risposta che egli dissente; e lo fa con furia scoglionata lungo l’intero libro. Egli afferma: la risposta non è nel ritorno alla lentezza, alle macine da mulino, ai muretti a secco, a tutto il bric-à-brac da Mulino Bianco che informa gli hipster dell'alimentazione; la risposta, come è sempre stato, risiede nella scienza, o meglio, nel metodo scientifico d'affrontare i problemi: soppesare le evenienze, compulsare dati, sparnazzare tomi pieni di statistiche storiche, sceverare soluzioni, bocciare i passi falsi, farsi cautelosi, ma, sempre, porsi il problema, perché la realtà – insegna Pascale - va accettata come problema e i problemi sono fatti per essere risolti; i carini (col vinello biologico, la paura del nuovo, il misoneismo a priori) rifuggono la realtà per rintanarsi in un passato idealizzato che, secondo lui, tanto ideale non era: anzi, la figura del contadino felice, arcadica o goethiana, è una stampa d'Épinal, immaginosa e priva di fondamento: i contadini di una volta, come i nonni di Pascale, tendevano alla sobrietà forzata, altro che slow food.
Solo dalla tecnologia la liberazione: i concimi di sintesi, i diserbanti, gli agrofarmaci hanno affrancato gli antenati dalle ristrettezze di una condizione feudale; e lavatrici e frigoriferi hanno operato in tal senso sulle antenate. Zoppas e Ignis, sono, quindi, le vere femministe del Novecento.

lunedì 6 gennaio 2014

L’Epifania di Teresa/2

(per la prima parte clicca qui)

Il grande giorno
Devo aspettare, devo aspettare, ripeteva tra sé Teresa sdraiata nel letto a occhi chiusi. E per non lasciarsi tentare dal desiderio di correre a sbirciare il tetto, il caminetto, la finestra, si raggomitolò sotto le coperte tirandole fino sopra la testa. Aspettarla, ma non aspettarsela, continuava a ripetere evocando le parole del nonno. Finì per alzarsi comunque più presto del solito, finse di non correre vicino al presepe e alla fine dovette constatare che la Befana non era passata a ritirare i suoi doni. Aveva ancora una speranza, il cinquanta per cento delle possibilità che la vecchina andasse da lei a farle visita e che addirittura si svelasse in pelle e ossa. Fu una giornata piena di eccitazione, confusione di voci e cibi mescolati al fumo della legna nel caminetto, alle carezze amorevoli dei grandi e le angherie dei cugini tutti più grossi di lei, ai quali erano arrivate calze rimpinzate di cioccolata, torroni, caramelle, lecca-lecca, stringhe di liquirizia e nemmeno un tocco di carbone. Neppure un pezzetto per quel guastafeste, arrogante e ciccione di Tonino, né per quella bugiarda di Cinzia, ovviamente! Si sentiva frastornata mentre iniziava a calare la sera e della vecchina a casa sua non c’era nessuna traccia. Incrociò lo sguardo rassicurante del nonno, ma le parve imperscrutabile. Eppure lei i requisiti li aveva tutti, quell’anno. E in quanto al suo cuore, be’ traboccava di fiducia, ma insomma qualche segnale l’avrebbe gradito.

domenica 5 gennaio 2014

L' Epifania di Teresa/1

La vigilia
Un mandarino, un tozzo di pane, un bicchiere di vino. E un biglietto. Tutto bene in vista. Era la terza volta che Teresa controllava il tavolino vicino al presepe: i doni dovevano essere ben visibili perché la vecchina che gira sulla scopa in cerca della mangiatoia con il Redentore, oltre che con le scarpe rotte e un cappellaccio sdrucito in testa, era anche un po’ guercia. A Teresa lo aveva detto il nonno.
Successe quando Teresa udì, dalla radio accesa sopra la credenza della cucina, le voci di due sconsiderati conduttori che ridendo dicevano: ormai tutti sanno che la Befana non esiste! Come, come si permettevano di raccontare bugie di questo calibro, pensò molto risentita Teresa che prima chiese spiegazioni a sua madre, trovando solo risposte elusive perché come sempre non aveva tempo. Allora si affrettò a parlarne con Cinzia, la cugina prediletta e vicina di casa. Fu una catastrofe. La cugina del cuore fu spietata: la Befana non esiste, le ribadì, e i regali li portano i nonni o i genitori, lo sanno tutti tranne te – andò giù dura.  E non contenta fece di Teresa lo zimbello del paese: Teresa è una credulona, Teresa è una credulona, Teresa è una credulona ripeteva Cinzia con voce stridula davanti a tutti e gli altri le facevano il coro. A Teresa cadde il mondo addosso. Non poteva credere fosse vero, non poteva credere che - dalla radio a sua cugina e fino agli amici - tutti complottassero contro di lei al punto di ordire un tale inganno. Iniziò a fare sogni orribili, senza colori perché nel sogno si liquefacevano manco fossero illusioni. 

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