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mercoledì 26 febbraio 2014

Amare la vita sulle rive del Bajkal, senza alibi o sedativi


Ti racconto un libro
Sylvain Tesson
Nelle foreste siberiane
Sellerio 2012, pp. 260, euro 16 
traduzione di Roberta Ferrara

Fabio Donalisio

Diffido dei viaggi degli altri. Per molti motivi. A maggior ragione diffido di chi i viaggi li racconta, ne fa scrittura, e spesso vetrina. Non sopporto l'irresistibile esposizione di sé, l'assunto di fare della propria esperienza privata materia d'interesse generale. E meno sopporto chi quell'interesse lo corona, lo abbraccia. Massimi sistemi, certo. Un discorso che tocca il nervo esibizionista insito in ogni letteratura e pseudo-tale, nonché l'ossessione autonarrativa che pervade tanto e tante delle nostre vite appaltate alla socialità scritta del virtuale, ridotte in monoporzioni dal packaging più o meno attraente e pronte per essere mattoni di un esoscheletro che mira alla seduzione e, all'interno, divora e secerne. Chiusa parentesi. Solo per dire le perplessità che avevo di affrontare il libro di uno che in quarta viene presentato come “grande viaggiatore” e scrittore, appunto, di viaggi. Ovvero uno che sulla carta, di quanto detto poco sopra, ne ha fatto sì e no una professione, e non solo di fede. La riconciliazione, e quindi il patto di lettura, avviene dopo la premessa. Ovvero il “pentimento” del moto a favore della stasi. Colui che ha dichiaratamente cercato la vita nel viaggio, decide di entrare nel vuoto, di sua sponte. E che vuoto. Quello dell'inverno siberiano, di una capanna di tronchi sul lago Bajkal, vero e proprio mare d'inverno, ottocento chilometri di voragine di faglia, piena d'acqua scura che con il gelo diventa infinita lastra di ghiaccio rimbombante. Tesson parte, e questa volta per fermarsi. Ha con se scatolette, vodka, sigari, e un minimo di equipaggiamento. Un telefono satellitare (che resterà quasi sempre spento) e una valigia di libri. Uno scorcio di Irkutsk, limite del civile, e poi il nulla. Temperature ben al di sotto dello zero, neve, ghiaccio, vento. Cime da scalare, chilometri da camminare, legna da tagliare. E soprattutto giorni e notti da far passare.

martedì 25 febbraio 2014

"La biblioteca di Gould", armamentario per scrittori in cerca di ispirazione


Ti racconto un libro: 
Bernard Quiriny, La biblioteca di Gould 
L'Orma, pp. 192, euro 16,50
traduzione di Lorenza Di Lella
a cura di Giuseppe Girimonti Greco

Leyla Khalil
Quando ho letto in quarta di copertina che Quiriny riprende Borges, Bolaño e Calvino, sono andata letteralmente in estasi. Una cara amica ha tentato di dissuadermi, mettendomi in guardia sul fatto che spesso proprio chi si diverte a citare i grandi finisce poi per deludere. Io, testarda, non le ho dato retta e mi son letta d'un fiato il Quiriny col suo La biblioteca di Gould, edito da L'Orma, tradotto da Lorenza Di Lella e curato da Giuseppe Girimonti Greco. D'un fiato perché è un libro densissimo e senza dubbio bello, divertente, ma al tempo stesso anche un condensato di pezzi grossi della letteratura novecentesca in versione rimacinata. Riprende Jarry, ripesca Queneau, oltre ai tre grandi citati in precedenza. Riprende troppo, cita apertamente Borges e Vila-Matas, non nasconde riferimenti intertestuali, ma poi... Cosa ha di nuovo?
La biblioteca di Gould è una biografia di questo balzano bibliotecario, Gould, raccontato attraverso una decina di città inesistenti, qualche aneddoto sulla sua vita, la descrizione delle sue particolarissime collezioni libresche e di scrittori ossessionati dalla paura di essere dimenticati, da libri scritti e poi rinnegati e via dicendo. Eppure, le città inesistenti richiamano quelle invisibili che già Calvino ci aveva magistralmente narrato, gli Scrittori inesistenti ce li ha già raccontati Volodine, e sono comunque storie che si possono inventare a bizzeffe. Una maniera di “giocar facile”, proiettando un'ucronia nel futuro: basta prendere un “what if”, per dirla all'inglese, e tirare tutte le conseguenze possibili. Il fatto è che basterebbe una sola delle idee di Quiriny per scrivere un romanzo intero. Invece lui non narra, non scrive ma descrive una dopo l'altra queste realtà parallele, affastellando conseguenze di eventi o realtà improbabili, rimpicciolendo la lente fino all'inverosimile, fino a che tutte le realtà che crea sembrano minuscole immagini caleidoscopiche spiate con la lente mentre danno disegni assurdi. In un'ottica di narrativa ottocentesca o comunque mainstream, una sola storia basterebbe a soddisfare la voglia di fantasia del lettore; ma non è questo il fine di Quiriny, evidentemente.

domenica 26 maggio 2013

Il mondo contemplato dal bordo di una piscina

Caroline Lunoir, La mancanza di gusto, 66thand2nd, traduzione di Maurizia Balmelli e Elena Malanga, pp. 112, euro 12

Stella Sofri
Come in un rito che si rinnova nel tempo, quattro generazioni di una famiglia, i cui privilegi vengono da lontano, si danno appuntamento in un castello nel sud della Francia per trascorrere insieme il tempo della vacanza in un sottile equilibrio, una specie di interludio che ha come tema, ad di là di ogni storia personale, la continuità della genealogia e la l’appartenenza ad una élite sociale. Una grande famiglia organizzata in modo gerarchico, dominata dalle quattro sorelle della nonna della protagonista Mathilde, voce narrante, e un nonno per il quale la giovane donna mostra comprensione e simpatia.
La custodia e la cura della casa è affidata a Rosana, donna energica, capace di tenere a bada la molteplicità dei personaggi che si affacciano periodicamente in quel luogo di intermittente letargo. Rosana ha una sua famiglia, marito e figlio adolescente che compaiono sullo sfondo della vicenda.

giovedì 23 maggio 2013

Roger Vercel, notti di "Tempesta"

Ti racconto un libro:
Roger Vercel, Tempesta, Nutrimenti, traduzione di Alice Volpi, pp. 240, euro 18 

Maria Vayola
Tempesta del francese Roger Vercel  è un romanzo del 1935 ed è stato pubblicato per la prima volta in Italia solo quest’anno, con la traduzione di Alice Volpi, dalla casa editrice Nutrimenti nella collana Tusitala, curata da Filippo Tuena, interessante scrittore che più che raccontare storie sviscera il contenuto di accadimenti, vite, traendone spunti di riflessioni sulla vita e sulla scrittura in modo egregio e inconsueto. La sua uscita è dovuta proprio alla ricerca di Tuena di testi letterari che avessero come tema principale il mare e che lo ha portato a imbattersi in questo libro che ha una storia particolare legata a un episodio completamente avulso dal suo contenuto e contesto storico letterario.
E’, infatti,  il romanzo che Primo Levi leggerà nell’infermeria del campo di concentramento di Auschwitz in attesa che arrivi l’Armata Rossa. Tutti gli altri internati, circa ventimila, saranno fatti evacuare insieme alla maggior parte dei tedeschi  e affronteranno  una marcia nel gelo dell’inverno che li ucciderà quasi tutti. Pochi rimangono nel lager,  alcune SS lasciate a guardia del campo e qualche deportato  in cui alberga la convinzione che i tedeschi li uccideranno prima dell’arrivo dei russi.
 La notte prima dell’evacuazione un medico  del campo “uomo colto, intelligente egoista e calcolatore” già vestito per la fuga, fa visita a Levi e gli getta nella cuccetta,  un libro francese dicendo “Tieni, leggi, italiano. Me lo ridarai quando ci rivedremo”. Un atto particolare, presumibilmente elaborato dal medico, che fa pensare a un gesto in cui forse convivono, in maniera contraddittoria, pietà, stima, sarcasmo e disprezzo e che, forse, sottintende la consapevolezza della propria e dell’altrui morte, come atto finale di una delle vicende più orribili e terrificanti del secolo scorso  e che Primo Levi, a distanza di anni, commenterà così “Ancora oggi lo odio per questa sua frase. Sapeva che noi eravamo condannati”.
Ed è proprio da  questo fatto, più che altro,  che scaturisce l’interesse per il libro di Vercel,  Levi ne parla nell’ultimo capitolo di Se questo è un uomo, assurdo terminale episodio  di quell’assurdità più vasta che è stato l’olocausto,  e poi, svelandocene titolo e autore nell’antologia La ricerca delle radici, affermerà: ” Di Roger Vercel  ignoro tutto, perfino se è vivo o morto, ma sarei contento se fosse vivo e sano e continuasse a scrivere, perché mi piace il suo scrivere e mi piacerebbe scrivere come lui, e avere da raccontare le cose che lui racconta”.
Il romanzo, ambientato in Bretagna, narra uno spaccato significativo della vita del Capitano Renaud , comandante del rimorchiatore da salvataggio Ciclone che, in una notte di furiosa tempesta, risponde alla richiesta di soccorso di un cargo greco, l’Alexandros. 
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