Hubert Mingarelli, Un pasto in inverno
Edizioni Nutrimenti, pp. 109, euro 12
Patrizia Vincenzoni
Tre soldati, una palestra che ha perduto la propria funzione originaria, la sporcizia che si immagina guadagnare terreno sui corpi degli uomini costantemente avvolti dalle divise diventate come una seconda pelle, un nuovo organo, una escrescenza che corrompe non solo la superficie esterna dei corpi, ma modifica il modo di pensare di sentire di percepire e di camminare. Stivali calzati da piedi ormai tutt'uno con essi, dei quali si intuiscono vesciche e cattivo odore. Occhi stanchi, arrossati, sanguigni di una passione smorta che cerca di sostenere una stanchezza inenarrabile, che si aggancia ad una abiezione morale dalla quale immaginare comunque di poter fuggire, senza riuscire a farlo. Freddo. Un freddo che corrompe le ossa, la stabilità, non solo fisica, che diventa una coltre di gelo sulle cose, sulla natura che si nasconde e si offre come un deserto ghiacciato e impenetrabile. Questo lo scenario con il quale entriamo in contatto, ben reso da Hubert Mingarelli, autore di questo breve romanzo scritto con una prosa essenziale capace di accennare all'orrore della guerra che, mai sazia, partorisce altri orrori. Scenari che si ripetono, diversi soltanto nella geografia dei luoghi, perché le guerre si somigliano tutte, cosi come i soldati che ne fanno parte. Un pasto in inverno ci conduce in Polonia, durante la seconda guerra mondiale, all'interno di un campo militare tedesco dove, quotidianamente, vengono sterminati, attraverso la fucilazione, gli ebrei fatti prigionieri. Per sfuggire al compito di far parte del battaglione che quel giorno avrebbe compiuto la carneficina, tre soldati riescono a ottenere dal comandante il permesso di andare in missione all'esterno del campo, piuttosto che partecipare alla carneficina quotidiana. E, prima dell'alba, senza rancio, escono e s'incamminano entro un paesaggio reso spettrale non solo dal gelo, ma anche dalla situazione che i dialoghi, molto incisivi e senza sbavature retoriche, riescono a rendere. In un solo giorno Emmerich, Bauer e l'altro, colui che narra, percorrono un anello di territorio alla ricerca di possibili prigionieri, per rendere credibile la giornata in perlustrazione cosi da poter ottenere un'altra tregua dalle sessioni di fucilazione. Riescono a trovare un giovane ebreo, nascosto in un buco coperto dalla neve, grazie alla precisione, drammatica, dello sguardo di Emmerich.

