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giovedì 28 maggio 2015

Archivi al macero a Monteverde. Con le consuete, inutili, riflessioni.


Gianluca Chiovelli

La biblioteca Umberto Barbaro, ospitata presso la Casa dei Teatri a Villa Pamphili, Municipio XII, è sotto sfratto; questo accade nonostante un contratto di comodato valido sino al 2028.
Ignoro i contenuti e gli addentellati giuridici della vicenda, ma la sostanza è questa, in un guscio di noce.
La biblioteca Barbaro possiede un patrimonio di circa 25.000 unità (sceneggiature, saggistica, periodici nazionali e internazionali) che trattano quasi esclusivamente di cinema.
La sede originaria era in Via Nazionale, presso il Palazzo delle Esposizioni; la Umberto Barbaro migrò una prima volta nel 2000; rimase quindi in un limbo per 5 anni; nel biennio 2005-2006 trovò, come detto, una propria collocazione all'interno della Casa dei Teatri (occupava tutto il secondo piano).
Da allora subì una morbida escalation di espropri: alcune sale vennero donate ad altre associazioni e realtà dell'ambito teatrale; un grande spazio fu, invece, riservato alla sala per incontri e proiezioni. Una sorta di mobbing alla vaselina.
A tutt'oggi gli indiani della Biblioteca Barbaro vivono, mal sopportati, in una riserva d'un trenta metri quadri.
Da luglio, però, dovranno mettersi in marcia di nuovo.
Il Comune di Roma (o il Municipio) ha individuato, evidentemente, alcune realtà irresistibilmente più importanti della Biblioteca di cui stiamo discorrendo e che meritano, altrettanto irresistibilmente, d'essere parcheggiate nell'invidiato spazio immerso nel verde della storica villa. Si può far aspettare questi novelli Shakespeare? No, ovviamente. Ubi minor maior cessat.
Il trasloco è, perciò, imminente.

[I quindicimila volumi stipati nella terra di nessuno, ovvero presso l'ex Fiera di Roma, area dismessa da anni. Un patrimonio alla mercé dell'incuria, dei ladri, di tutti: da un decennio].

Il patrimonio contenuto nella sede della Casa dei Teatri dovrà, in tutta fretta, essere inscatolato e portato altrove. Tale patrimonio (circa 10.000 unità) non esaurisce l'intero archivio della Biblioteca. Una parte doppiamente consistente (400 casse, 15.000 unità) è parcheggiata, da parecchi anni, presso la sede dismessa e fatiscente della Fiera di Roma, sulla via Cristoforo Colombo.
Dove andranno a finire i nostri profughi? Verranno forse ospitati nella sede del Movimento Operaio e Democratico (a Ostiense); l'ex AAMOD, altra realtà cacciata da Monteverde. O forse no. Queste notizie le conosco de relato, devo quindi applicarvi un dubbio.
Forse verranno ospitati. O forse no.
[L'ex Fiera di Roma sulla via Cristoforo Colombo. Una immagine degna di un film post apocalittico di Romero, L'alba dei morti viventi o La città verrà distrutta all'alba].

In ogni caso (ospitati o meno) una parte dell'archivio dovrà essere soppressa; causa spazio.
La Biblioteca non ha i fondi per pagare, purtroppo, l'affitto annuale d'un magazzino.
In ogni caso (questa è una mia deduzione, ma sono sicuro di non sbagliare): se anche i nostri eroi dovessero salvare tutti i libri, tutti, sin all'ultima pagina, questi sarebbero, di fatto, al macero.
Se gli archivi vengono messi in condizione di non essere consultati, infatti, essi non esistono.
Se gli archivi e le biblioteche vengono, di volta in volta, riposizionati in luoghi sempre più esotici e fuori mano, come un soprammobile regalato dalla suocera, essi cessano d'avere qualsiasi utilità e funzione sociale per assurgere a pura testimonianza e deperire, quindi, nell'indifferenza.
[Qui sopra il kipple, come presagito da Philip K. Dick: "Il kipple è fatto di oggetti inutili, inservibili, come la pubblicità che arriva per posta, o le scatole di fiammiferi dopo che hai usato l’ultimo, o gli involucri delle caramelle o l’omeogiornale del giorno prima. Quando non c’è più nessuno a controllarlo, il kipple si riproduce. Per esempio, se quando si va a letto si lascia un po’ di kipple in giro per l’appartamento, quando ci si alza il mattino dopo se ne trova il doppio. Cresce, continua a crescere, non smette mai".]

Cosa accadrà, insomma, al patrimonio della nostra biblioteca sfrattata?
Quale sarà il destino di tali libri, volumi, atti, periodici, spesso unici?
Non ho alcun dubbio a tal riguardo: si suicideranno.
Sembra una battuta, vero? Ma è un fenomeno usuale. L'ha illustrato anche Pasolini. Vi ho scritto anche qualcosa sopra. Se un libro o un essere vivente o un oggetto qualsiasi (un paesaggio, una chiesa, un affresco, un animale, un anziano) non sono amati d'un amore vero, ma solo sopportati (per viltà, convenienza, ipocrisia) essi pongono fine alla propria esistenza, al di là del naturale decadimento.
Un libro, ad esempio: perde baldanza, s'accartoccia su se stesso, si sforma, s'abbatte sugli altri compagni, fratelli nella disfatta; le legature cedono, la carta ingialla; esso abbandona, quindi, ogni difesa, lasciandosi sopraffare da topi, pesciolini d'argento, tarme, fioriture, improvvise muffe. È così. Un libro è il passato, e, quindi, il presente e il futuro. E quando si sbriciola definitivamente l'amore per la memoria, i libri (e le biblioteche e gli archivi), latori d'essa, seguono nel lento annichilimento, consapevoli d'essere di troppo, così come i vecchi Hopi si consegnavano alla morte nei pueblos abbandonati.
[L'ex gloriosa entrata della Fiera di Roma, ma anche il rovescio del capitalismo illimitato che divora se stesso e rilascia le scorie del proprio corpo devastato. La morte di ogni umanesimo].

È la vittoria del menefreghismo, dell'ignavia politica, locale e nazionale, dell'ignoranza crassa, della sciatteria, della stupidità eletta a sistema, certo; siamo consapevoli d'essere governati, anche nei quartieri, da criminali e gaglioffi.
Ma è soprattutto la vittoria dell'eterno presente, un modo di vivere postmoderno imposto dallo spirito dei tempi - tempi in cui non c'è spazio per la tradizione, per i maestri e per l'insegnamento che viene dal passato, più o meno recente.
L'eterno presente ha forgiato un nuovo uomo, quello riprovato da Eraclito: uno sciocco per cui il sole è nuovo ogni giorno; egli non ricorda nulla, né il sole del giorno innanzi, né quelli dei giorni precedenti, nulla; s'appaga del momento, come un cretino senza tempo.


È la vittoria anche d'una particolare concezione del libro.
Il libro come puro contenuto, il libro aereo, digitale.
Ormai si ragiona: perché devo stampare l'Ulisse di Joyce in edizione acconcia, (copertina rigida e di buon materiale, cuciture, carta preziosa e duratura, caratteri aggraziati, nitidi, ben impressi, illustrazioni curate) quando posso editare una brossura qualsiasi o smaterializzarlo in epub, pdf, kindle, guadagnandoci il doppio o il triplo?
Il contenuto è lo stesso!
Una concezione mercantile inoppugnabile.
Peccato che l'Ulisse di Joyce in pdf o in brossura non sia lo stesso libro, ma un decadimento gnostico dell'originale, un mister Hyde di quarta mano.




Il rapporto con una edizione smaterializzata o mediocre non offre lo stesso piacere, lo stesso godimento, e il coinvolgimento emotivo che ci fa capire più profondamente l'opera. I nostri sensi (vista, tatto, olfatto) non son certo mutati solo perché gli editori hanno deciso di massimizzare i margini di profitto.
Una copia smaterializzata o mediocre è brutta. Brutta. Ovvero: non è bella. A volte è ripugnante. Allontana i sensi, la curiosità, la partecipazione dell'anima, l'entusiasmo. Anche se il contenuto è lo stesso.
Una copia smaterializzata o mediocre non fa parte della tradizione; non forma un patrimonio di famiglia; non ha valore intrinseco; non è culturalmente trasmissibile. È un'usa e getta, nel migliore dei casi, o una pura alterazione del silicio nel pc.
Una copia smaterializzata o mediocre è indistinta, fungibile. Tra Joyce e la Mazzantini le differenze si assottigliano inevitabili. Alla fine non si legge più Joyce, poi neanche la Mazzantini.
Una copia smaterializzata o mediocre rifugge dalla cultura, dal bello, dal ricercato; si stabilizza entro territori standardizzati dalla propaganda: è mediocrità sempre più mediocre che riproduce se stessa; è l'innesco d'un circolo vizioso in cui la grossolanità e il gusto triviale richiedono ancora grossolanità e faciloneria.
Il libro, così concepito, si riduce inevitabilmente entro territori consueti e risaputi (sempre gli stessi) che escludono ferocemente larghe porzioni di sapere, quelle più profonde e significanti, alternative, inconsuete; il destino di queste ultime, le sole che suscitino la curiosità e lo zelo per la conoscenza, e una visione eccentrica e originale, è l'oblio; l'oblio e, perciò, la progressiva distruzione.
Le sceneggiature originali, i pressbook, le riviste introvabili, gli atti dei convegni, le carte olografe di Antonioni e Visconti, tutto il materiale della Umberto Barbaro, insomma, rappresenta una di tali regioni della cultura e della memoria avviate alla scomparsa irrimediabile.
Come Hal 9000, il computer di 2001: Odissea nello spazio, veniva lentamente svuotato delle unità di memoria sino a ridursi all'infantilismo catatonico ("Giro giro tondo, io giro intorno al mondo/Le stelle d'argento costan cinquecento ..."), così sarà per noi, appagati dal mediocre a getto continuo, spossessati d'ogni capacità di analisi del reale, di ogni capacità di discernimento del bello, d'ogni carica eversiva.

[Facciamo notare, en passant, che la Nuova Fiera di Roma sta sprofondando, dopo pochi anni, in un terreno paludoso (come la Casa Usher?), è carica di 200 milioni di buffi e si appresta a chiudere a sua volta, salvo miracoli (leggi: saccheggi di casse pubbliche).
Ma il progresso deve andare avanti, perbacco].

lunedì 19 maggio 2014

Nel Far West di Monteverde

Dal bel volume di Nina Quarenghi Un salotto popolare a Rona. Monteverde 1909-1945 (Franco Angeli 2014) proponiamo una pagina che presenta il quartiere in una luce piuttosto insolita per chi lo ha conosciuto solo negli ultimi anni. Una conversazione con l'autrice si tiene da Plautilla (via Colautti 28-30) martedì 20 maggio alle 17.30.

Nina Quarenghi
Da sempre i movimenti migratori non sono casuali, ma sono il prodotto di fattori espulsivi, caratterizzanti i luoghi di partenza, e di fattori attrattivi, propri delle località di approdo; essi si possono ravvisare anche in questa analisi, essendo la popolazione di Monteverde nella prima metà del Novecento costituita interamente da immigrati. Ognuno di loro certamente lasciò la località di origine per una scelta personalissima, ma intravediamo alcuni motivi comuni: la precarietà economica del primo dopoguerra e la necessità di migliorare le proprie condizioni di vita; la volontà di trovare una via d’uscita alla fame e alla miseria per alcuni e per altri la necessità di continuare gli studi o di esercitare la propria professione in un orizzonte sociale più ampio di quello offerto dalla provincia.
Roma rappresentò, per molti abitanti del Centro, ma anche per i provenienti dal Nord e dal Sud Italia, la meta migliore:

Scelsi questo posto [al Ministero della pubblica istruzione] perché mi dava la garanzia della sede di Roma, e poi Roma ecco ... per la gente del Sud, Roma aveva un grande fascino.

Quella che si venne a costituire fu una società eterogenea per provenienze e professioni, costituita da persone apportatrici di culture, abitudini, stili di vita differenti, ma tutte accumunate da un’aspirazione al miglioramento e dalla volontà di stabilirsi definitivamente in un nuovo territorio. In questo senso Monteverde assomiglia a tutte le “terre di frontiera” colonizzate in breve tempo, nelle quali le diversità originarie tendono a stemperarsi e fondersi nel dare vita a una nuova e originale realtà sociale.

sabato 12 aprile 2014

Monteverde sotterranea

Frank Sheldon (a cura di)


Stralci e notizie da 
- Philippe Pergola, Le catacombe romane, Carocci, 1997
- Leonella de Santis - Giuseppe Biamonte, Le catacombe di Roma, Newton Compton, 2005


Catacomba di San Pancrazio (o di Ottavilla)
Piazza San Pancrazio 5d

Sotto la chiesa attuale di San Pancrazio, dalla quale si accede alla catacomba, sono stati rinvenuti i resti di una via antica (clivus Rutarius in agro Fonteiano, diverticolo dell'Aurelia Vetus ... tre colombari datati al I secolo d. C. e un puticulum.

La catacomba è giunta a noi in non perfette condizioni: le gallerie sono per lo più devastate e la visita è ridotta al minimo. Il cimitero ipogeo è distinto in tre regioni principali.

1. La prima regione è posta al di sotto del transetto sinistro della sovrastante basilica e dietro l’abside, e vi si entra dall’entrata originale posta nella navata sinistra. Questa regione fu visitata nella prima metà del secolo scorso da padre Fusciardi.

2. Nella navata di destra una botola conduce alla seconda regione cimiteriale, che si estende sotto il piazzale antistante la basilica. In questa regione sono visitabili:

- il cubicolo di Botrys, dal nome del defunto ivi sepolto: la curiosità di questa sepoltura è il fatto che nella lastra sepolcrale Botrys dichiara di essere un christianós, espressione poco frequente nei cimiteri cristiani;

- il cubicolo di San Felice, che risale alla fine del III secolo e gli inizi del IV, decorato in stile lineare rosso, con elementi tratti dal mondo marino (navi e pesci);

- il cubicolo di Santa Sofia, ove è posto un arcosolio intonacato di bianco con quattro sepolture, che si ritiene appartengano alla martire Sofia e alle sue tre figlie.

3. La terza regione si estende sotto il convento. In essa sono dominanti i cristogrammi costantiniani, cosa che porta gli studiosi a ritenere che questa parte del cimitero ipogeo sia sorta nel IV secolo.

I martiri

San Pancrazio. Che la legenda Sancti Pancratii fosse famosa lo si deduce dal fatto che viene riportata nei cataloghi storici dei santi di tutti i secoli. Di essa abbiamo due famose epitomi: quella di Pietro de Natalibus nel Catalogus sanctorum e la Legenda Aurea di lacopo da Varazze. La Legenda aurea ricorda S. Pancrazio descrivendone la vita e il culto; il racconto concorda sostanzialmente con quello pervenuto fino a noi. Ciò va a conferma del fatto che la tradizione dei testi dopo l’iniziale periodo di fluttuante formazione è rimasta fedele nei secoli. Ascoltiamone il racconto, in una brillante traduzione moderna:

"Pancrazio era di origine nobilissima. Perse i genitori in Frigia, e fu lasciato sotto la tutela dello zio Dionisio. Rientrarono tutti e due a Roma, dove avevano vasti possedimenti. Proprio in quella zona si stava nascondendo, con i suoi fedeli, il papa Cornelio. Dionisio e Pancrazio ricevettero da lui la fede. Dionisio più tardi morì in pace. Pancrazio invece fu catturato e portato al cospetto dell’Imperatore. Aveva allora circa quattordici anni. Diocleziano gli disse: Ragazzetto, stai attento, che rischi di morire male. Tu sei giovane, ed è facile che ti ingannino; sei di famiglia nobile, e sei stato un caro amico di mio figlio. Voglio da te che tu lasci perdere questa pazzia, e ti considererò come uno dei miei figli.

Pancrazio rispose: Anche se il mio aspetto è quello di un ragazzo, il cuore che ho in petto è quello di un uomo maturo. A noi cristiani, per virtù del mio Signore Gesù Cristo, la vostra prepotenza fa paura ne più ne meno che questi dipinti che noi vediamo. I tuoi dei, quelli che mi vuoi spingere ad adorare, sono degli impostori; si stupravano tra fratelli, e non risparmiavano neanche i genitori: se tu vedessi far cose simili ai tuoi servi, li faresti subito uccidere. Mi stupisco anzi come tu non ti vergogni ad adorare dei del genere.

L’imperatore, sentendosi battuto dal ragazzo, lo fece decapitare lungo la via Aurelia; era attorno all’anno 287 dopo Cristo. La senatrice Ottavilla fece seppellire il suo corpo".

Il culto di San Pancrazio, frigio, crebbe durante il VI secolo. È onorato come protettore contro i falsi giuramenti.



Artemio e Paolina. Sono ricordati dalla Passio SS. Petri et Marcellini. Forse padre e figlia di Candida. Ipotizzata tomba di Paolina nella cosiddetta regione m del sepolcreto.

Sofia e figlie. Figure forse leggendarie il cui luogo di venerazione è nella regione k del sepolcreto.

Catacomba di San Calepodio
Via del Casale di San Pio V, 15


Il 14 ottobre 222 Papa Callisto veniva sepolto nel cimitero denominato 'al III miglio della Via Aurelia": è quanto riporta la Depositio martyrum, il documento più antico (336 d. C.) sulla deposizione degli eroi della fede.

Verso la metà del IV secolo la tomba si chiamerà di Callisto. Il 12 aprile 352 d. C. viene sepolto papa Giulio I (Depositio episcoporum). Solo nel V-VI secolo il complesso funerario assunse la denominazione di Calepodio.

Il cimitero si estende su tre piani di gallerie (Leonella De Santis parla di “due o forse tre piani”), molte delle quali devastate o in pessimo stato di conservazione. Il nucleo più antico è il livello superiore, ove è stata scoperta la tomba di papa Callisto.
Nel sopraterra sono state trovate tracce di un cimitero subdiale e resti di una basilica semipogea, con una grande abside, che alcuni archeologi affermano essere la basilica che papa Giulio I fece costruire in onore del suo predecessore Callisto e nella quale lui stesso fu poi sepolto. Altri invece (Enrico Stevenson) pensano che tale basilica si debba identificare con alcune strutture del Casale di San Pio V.
Callisto I

I martiri

Callisto I (Papa dal 217 al 222). Ebbe molti avversari tra i cristiani dissidenti di Roma, e proprio da uno scritto del capo di questi cristiani separati, un antipapa, abbiamo quasi tutte le notizie sul suo conto, presentate però in modo tendenzioso. Vi si legge che, prima di diventare papa, era stato schiavo e frodatore. Fuggito in Portogallo, venne arrestato e ricondotto a Roma, dove subì una condanna ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna. Tornato a Roma in occasione di un'amnistia, venne inviato ad Anzio. Papa Zeffirino, però, lo richiamò a Roma, affidandogli la cura dei cimiteri della Chiesa. Iniziò così lo scavo del grande sepolcreto lungo la via Appia che porta il suo nome. Alla morte di Zeffirino, Callisto venne eletto papa. Ma il suo pontificato attirò le inimicizie di un'ala della comunità cristiana di Roma che lo accusò, falsamente, di eresia. Il riscatto definitivo su questa figura controversa venne dal suo martirio. Callisto, infatti, fu gettato in un pozzo di Trastevere, forse in una sommossa popolare contro i cristiani nel 222.

Quattro cose resero in maniera particolare glorioso il pontificato di S. Callisto: la Basilica di Santa Maria in Trastevere, il digiuno delle quattro tempora, il Cimitero detto di S. Callisto nella porta Appia, oggidì porta San Sebastiano, ed il luminoso di lui martirio.

Giulio I (Papa da ? al 352). A Roma nel cimitero di Calepodio al terzo miglio della via Aurelia, deposizione di san Giulio I, papa, che, durante la persecuzione ariana, custodì tenacemente la fede nicena, difese Atanasio dalle accuse ospitandolo durante l’esilio e convocò il Concilio di Sardica.

Calepodio. Dubbio se tale Calepodio fosse il proprietario del terreno o un martire vero e proprio. Nella Passio dedicata a Callisto si legge che Calepodio "un anziano presbitero, venne arrestato, ucciso e gettato nel Tevere il primo maggio. Il suo corpo, raccolto da alcuni pescatori, venne consegnato a Callisto il quale lo seppellì nella necropoli della via Aurelia".


Ipogeo sotto la chiesa di S. Onofrio al Gianicolo


Si tratta di poche gallerie, oggi inaccessibili, che costituiscono gli scarsi resti di un cimitero in origine piuttosto vasto ed esteso almeno su due piani; l'ingresso era forse posto a nord est delle gallerie superstiti su un presunto diverticolo dell'Aurelia Vetus. All'epoca della scoperta fu datato tra il III e il IV secolo.


Ipogeo cosiddetto di Scarpone
Via di San Pancrazio 15

L'ingresso attuale a questo ipogeo è moderno; la scala originaria era forse a nord est, oltre una grande frana che oggi impedisce l'esplorazione di quella parte dell'ipogeo ...

Il cimitero si sviluppò per buona parte del IV secolo; la totale assenza di elementi cristiani fa supporre che si tratti di un ipogeo privato pagano successivamente collegato a una rete di gallerie forse cristiane.


Ipogeo anonimo di Villa Pamphilj

Ipogeo a una quota superiore a quello di Scarpone.

Si notano segni di allargamenti successivi, forse in età tarda, uno dei quali raggiunse l'ipogeo di Scarpone. Le pareti ... sono intonacate, forse per mascherare la cattiva qualità del tufo.

Tracce di un sepolcreto pagano nel sopratterra portano a supporre che l'ipogeo costituisse l'appendice sotterranea di un mausoleo oggi scomparso.


Cimitero dei santi Processo e Martiniano (non identificato)


Il Predestinatus, un lavoro composto nella metà del V secolo, ci dice che all'epoca dell'imperatore Eugenio l'Usurpatore, un tertullianista si era finto prete con l'obiettivo di istituire una scuola ispirata al pensiero del grande apologista presso il locum di Processo e Martiniano; non è chiaro se con questa espressione l'autore intendesse indicare un cimitero oppure una basilica. Il motivo della suddetta finzione era stato determinato dal fatto che i due, Processo e Martiniano, che erano fratelli, erano ritenuti dei tertullianisti d'origine frigia ... Nella prima metà del VI secolo cambia la leggenda agiografica e chi scrive gli atti dei due santi li trasforma in carcerieri di San Pietro presso il Carcere Mamertino. Qui sarebbero stati convertiti e battezzati. Avendo rifiutato di sacrificare agli dei davanti ai giudici del tribunale romano, furono torturati e decapitati sulla via Aurelia presso un acquedotto [probabilmente il 2 luglio] ... Quest'ultimo scritto, benché popolare, sembra leggendario.

La sepoltura non doveva distare molto da San Pancrazio poiché, secondo la Notitia ecclesiarum, in un ideale itinerario vien dopo il sepolcreto pancraziano.

Secondo lo studioso E. Stevenson il cimitero deve identificarsi con quello anonimo di Villa Pamphilj.


Cimitero anonimo di Villa Pamphilj
Via Aurelia Antica 3


Questa piccola catacomba è stata rinvenuta con la maggior parte delle tombe violate.

Si trattava di un cimitero comunitario che cadde gradualmente in disuso fino alla seconda metà del IV secolo quando solo un ristretto gruppo di fedeli continuò a usarlo per seppellire.


Cimitero dei due Felici (non identificato)

Il Santiario ad duos Felices [secondo A. Silvagni] costituisce un enigma storico archeologico, mentre un altro studioso, H. Delehaye, lo bolla come un'intrigatissima questione agiografica.

Effettivamente in antico almeno tre papi pontificarono con questo nome, ma nessuna delle informazioni che abbiamo fa coincidere la loro persona con un potenziale pontefice sepolto nel suddetto cimitero ... Felice I (269-274) venne sepolto nella cripta dei Papi a San Callisto sulla via Appia. L’antipapa Felice II (355-365) ... non è annoverato tra i pontefici e il papa Felice II (III) salì al soglio pontificio nel 483 e morì nel 492 quando ormai, di norma, non si seppelliva più in catacomba.


Due Cimiteri presso la vigna Franceschini e la villa Pamphilj

Il cimitero sembra essersi sviluppato maggiormente nell'ultimo venticinquennio del IV secolo; le gallerie verso sud, che miravano a raggiungere un pozzo, furono poi progressivamente abbandonate. Nei pressi si trovava una cisterna non occupata da sepolture.

giovedì 16 gennaio 2014

Vade/Mecum a Monteverde - Escher e il pavimento perduto


Via Poerio 122 già residenza
di Maurits Cornelis Escher
Raethia Corsini

In via Poerio al numero 122 c’è una villa, una delle tante d’epoca, un gioiello d’inizio ‘900 che ancora impreziosisce il quartiere di Monteverde, almeno la parte vecchia, con un’architettura elegante e sobria, l'ornato intorno alle finestre e la vista a valle sul resto di Roma. È di proprietà privata, ma in qualche modo di interesse pubblico: fu, negli anni Trenta, residenza di Maurits Cornelis Escher, il visionario incisore e grafico olandese, che si trasferì nella capitale nel 1923. Approdò in città dopo aver girato per un anno, prima in Spagna, poi lungo la nostra penisola: Firenze, Siena, Ravello località, quest’ultima, che gli portò in dono la sua sposa, Jetta Umiker, una ragazza svizzera con la quale l’incisore olandese ebbe due figli, nati proprio a Monteverde, nella villa al 122 di via Poerio. Qui, la famiglia Escher visse fino al 1935, quando lasciò Roma e l’Italia a causa della dittatura fascista sempre più lesiva dei diritti, in specie degli stranieri. Nell’andarsene (prima in Svizzera poi in Belgio e infine in Olanda), l’artista lasciò nella sua residenza di via Poerio un’impronta di grandi dimensioni: un pavimento. Lo aveva disegnato lui e fatto realizzare da alcuni artigiani per arredare il suo studio nella torretta di via Poerio, forse lo stesso ambiente che compare riflesso nell'opera Tre sfere, come si accenna in un articolo del Corriere della sera del 2004, nel quale si legge anche: «per chi l'ha visto era un bel pavimento di marmo con un intreccio escheriano di linee rosse e verdi. Il pavimento c' era ancora una decina di anni fa (nel 1994, nda). Poi il piccolo appartamento è stato ristrutturato e sull' impiantito è stato collocato un parquet. La proprietaria, comunque, a conoscenza della paternità del pavimento tolto, l' ha fatto smontare da un restauratore che secondo quanto riferito dalla famiglia ce l' ha attualmente in custodia».

mercoledì 16 ottobre 2013

16 ottobre 2013, la piaga aperta del razzismo


Questo pomeriggio davanti al portone di piazza Rosolino Pilo 17, presso le "Pietre d'Inciampo"Ettore Terracina leggerà l'intervento che trovate qui sotto: lo ha scritto suo nonno Piero, uno dei tanti ragazzi ebrei che durante la guerra furono prelevati da casa con i loro cari e deportati a Auschwitz. All'incontro di oggi, che ricorda i settant'anni dal rastrellamento degli ebrei romani, partecipano Cristina Maltese (presidente del Municipio XII), Alessia Salmoni (presidente del Consiglio del Municipio XII),   Giacomo Moscati (vicepresidente della Comunità Ebraica di Roma), Ada Chiara Zevi (responsabile del progetto "Pietre d'Inciampo"). Letture di Roberto Attias.


Piero Terracina
Mi spiace di non poter essere presente alla celebrazione che avete organizzato per la ricorrenza della deportazione degli ebrei di Roma e vi ringrazio davvero molto per la vostra iniziativa. Sono partito stamane per la Germania dove sono stato invitato per presenziare all’apertura di una mostra che ha per tema i lager nazisti e per partecipare al relativo convegno. Mio nipote Ettore mi rappresenta e vi legge queste poche parole che riassumono la mia triste vicenda, con la speranza che ne facciate memoria. E’ importante la memoria di questi fatti terribili che hanno segnato indelebilmente il secolo scorso affinché non debbano e non possano mai più ripetersi.
Il 16 ottobre di settant’anni fa, all’alba, le SS tedesche coadiuvate da fascisti italiani, italiani come noi, che parlavano la nostra stessa lingua, circondarono quello che era stato il Ghetto di Roma e portarono via tutti. Poi i veicoli della razzia andarono in altri quartieri della città e arrestarono 1022 cittadini romani, romani da sempre, colpevoli solo di professare la religione ebraica.

giovedì 13 giugno 2013

Due giorni nella vita di Plautilla

Chi non è (ancora) entrato da Plautilla può dare un'occhiata virtuale alla bibliolibreria gratuita di Monteverdelegge grazie ai  due brevi video di Raethia Corsini che presentiamo nella sezione MultimediaIl primo video è dedicato a Officina Poesia e mostra alcuni momenti del laboratorio tenuto dalla poetessa Sonia Gentili nella primavera 2013, mentre intorno continua l'attività di catalogazione. Nel secondo video  ritroviamo i recensori orali di Ti racconto un libro riuniti intorno al grande tavolo di Plautilla. 
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