martedì 16 settembre 2014

Non c'è proprio modo di liberarsi degli scrittori italiani?

G. Luca Chiovelli

Di quegli scrittori, beninteso, che imbrattano la carta (il pdf, on the contrary, vanta una propria innocenza).
Quelli che oggi affliggono (come il punteruolo rosso affligge i palmeti) le foreste di pioppi e betulle da carta, alberi modesti, utili e inoffensivi.
Quel generone fluviale, insomma, sazio, permaloso e gradasso, che schianta le scaffalature degli empori con pletore di titoli inversamente proporzionali alla salute del libro, delle vendite, della letteratura e dell'intelligenza.
Quelli là. Quasi tutti.
La risposta alla domanda ("Non c'è proprio modo ...") sarebbe positiva. Si, possiamo. Eppure manca la volontà. Culturale, politica, civile.
Che nazione flaccida!
Io, per me, con implicita richiesta d'aiuto, propongo una soluzione semplice e definitiva al problema (lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi/fossi ...).
La presenterò più avanti.
Ora vi invito a compulsare l'oggetto della riprovazione, ovvero la letteratura prodotta oggi dai letterati italiani: in tal modo potrete meglio siringare con la crema del disgusto il bignè della vostra determinazione (la metafora è in linea con la qualità dei brani trascelti).
Sono venti passi tratti da vendutissime opere di letteratura italiana contemporanea. Presi a caso (ce ne sono, quindi, di peggiori).

[Obiezione: potrebbero, però, essercene di migliori!
Risposta: no, lo escludo].

Esempio 1. La cosa più difficile è far capire. Quella sofferenza che è dentro. Immensa. Senza fondo. Che non lascia trasparire nulla. Perché dall'esterno non si vede. Nessun segno nessun indizio.

2. "Tu sei una stella cometa".
Me lo ha detto un giorno un'amica dopo avermi sentita alla radio. Il suono della mia voce l'aveva svegliata la mattina, invadendo le stanze ancora piene di sonno.
"Perché una stella cometa?".
"Non so ... È l'immagine che mi viene quando penso a te. Forse perché lasci dietro di te una scia di polvere d'oro dove gli altri possono camminare".

3. Ludovica gli aveva spiegato che la cosa che amava di più con Marco era prenderglielo in bocca. E che non c'era niente al mondo che la eccitasse di più che sentirselo in bocca. Allora Semi aveva provato, con estrema delicatezza, a chiedere di farlo anche a lui. Lei si era rifiutata e lui non aveva insistito.
In compenso gli offre mille altri dettagli sulla storia della sua vita intima. Inizia a masturbarsi all'età di quattro anni ...

4. Quando lui è entrato dentro di me ho sentito tutti i muscoli cedere di schianto, e non solo quelli che tengono insieme le ossa ... Ma piu invisibili lacci la cui esistenza ignoravo ... Un capestro invisibile che si spaccava e liberava i pensieri. E loro, i pensieri, in un attimo mi sono rotolati via dalla testa e hanno preso a vorticarmi intorno come costellazioni.

domenica 14 settembre 2014

Parole come frutti rinvenuti sui rami

Qualche giorno fa è mancata Jacqueline Risset: poetessa, saggista, traduttrice, tra le figure centrali nella vita cuturale italiana e francese della seconda parte del Novecento. Tra le sue imprese maggiori, la traduzione della Divina Commedia per Flammarion. E proprio con un suo testo sulla traduzione della poesia uscito nel 2011 sulla rivista della Bibiothèque Nationale e poi in italiano, il 3 maggio 2012, sul "Manifesto", la vogliamo ricordare. (E' questo oltre tutto un tema molto caro a Monteverdelegge, il cui Laboratorio di traduzione poetica, curato da Fiorenza Mormile, sta per riprendere i suoi incontri).

Jacqueline Risset

La poesia compensa la dispersione di Babele e l’incompletezza delle lingue. È la sola a detenere, come dicono i semiotici, «l’infinità del codice». L’atto poetico consiste, si sa, nel legare indissolubilmente il suono e il senso – è il mezzo trovato dai poeti per rimediare all’arbitrarietà della lingua. Grazie alla poesia si ritrova il sentimento di abitare davvero la lingua.
Ma per questo stesso motivo, poiché la poesia è poesia, essa in certo modo rende la traduzione strana o piuttosto impossibile. E in effetti cosa ha a che fare qui la traduzione? È in una maniera del tutto costante e consapevole che i poeti annodano ben stretto quello che introducono e  tengono insieme nel testo poetico. Messaggio essenziale è ogni volta il legame, l’indissolubile, il microcosmo. Il ritmo, il metro, il gioco delle rime e delle assonanze impediscono la fuga a ognuno degli elementi impegnati nell’impresa.
Eppure esiste un desiderio di tradurre. L’emozione alla lettura di una poesia in una lingua straniera, cioè
dotata dell’evidenza musicale che assumono le parole trattate dal poeta in un altro idioma, suscita in un poeta o in un lettore amante della poesia – proprio come un paesaggio sconosciuto agli occhi di un pittore – un desiderio di prolungare, di esplorare questa emozione, di comprenderla rilanciandola.
L’atto che ne segue,  cambiare le parole con quelle di un’altra lingua, comporta sicuramente un desiderio di appropriazione: «mangiare la poesia» – ma non solo. Si tratta anche di un movimento musicale, accompagnato dal desiderio di vedere quello che il testo diventa altrove. Inoltre, immergendolo, questo testo, in un ambiente
che non conosceva, può dare forse alla lingua (quella su cui il lettore-traduttore lavora quotidianamente, materia ricca e familiare) nuove possibilità espressive alle quali la lingua non aveva ancora pensato...
Gioco di distruzione-ricomposizione che smuove due paesaggi e ne inventa un terzo, memore degli altri due?
La difficoltà comincia presto. Tutti i traduttori si sono trovati un giorno o l’altro a confronto con questa esperienza – l’«impossibilità di tradurre» – cioè con l’inadeguatezza del risultato al loro lavoro, con l’incapacità di trasporre in un equivalente vero il testo da cui erano partiti, loro che sognavano di ritrovarlo tale e quale alla fine del viaggio linguistico. Delusione, scoraggiamento, riflessione disincantata su quello che il Medio Evo definiva «la catastrofe di Babele».
Dante stesso aveva formulato molto esplicitamente l’impossibilità di tradurre la poesia o per lo meno la riduzione, la «rottura» inevitabile che la traduzione della poesia comporta. Si legge nel libro I del Convivio «E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può da la sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia» Convivio, VII, 14)

sabato 13 settembre 2014

L'estinzione dell'Italia. Una cronaca.


Estinzione del passato, dell’Italia.
Una chiesa medioevale del centro Italia. 1200 circa.
Affreschi più tardi, di scuola umbra, fra Quattrocento e Cinquecento.
Nella figura in una foto degli anni Ottanta.
Cristo al Sepolcro fra S. Antonio, S. Leonardo e S. Benedetto da Norcia.
Dopo mezzo millennio, nonostante le incurie e il menefreghismo, erano ancora visibili.


Ecco gli stessi affreschi oggi.
Trafugati, svaniti, annientati.
Il tetto della chiesa ha ceduto, l'altare è in macerie, l'acquasantiera è stata estirpata dalla parete, i fregi rubati; l'entrata è ostacolata da un enorme fico selvatico, l'intero vano è invaso da cespi d’erba vetriola.
Il passato svanisce, svanisce il popolo che il passato teneva unito e in vita.


“Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, gli Unni entrarono a cavallo nella biblioteca del monastero e lacerarono i libri incomprensibili, li oltraggiarono e li dettero alle fiamme, temendo forse che le pagine accogliessero bestemmie contro il loro dio, che era una scimitarra di ferro”.

mercoledì 10 settembre 2014

Una giornata a Betlemme


di Elvira Sessa

Vorrei raccontarvi di Betlemme: una città adulta e bambina, feroce e disarmata, una miscela di fantasia e realtà, follia e ragione, sogno ed incubo.
L'ho visitata due settimane fa con un gruppo di amici italiani durante un viaggio a Gerusalemme.
A portarci lì è stato un autobus fantasma: le sue fermate, lungo i dieci chilometri che separano Gerusalemme da Betlemme, non sono segnate sui cartelloni israeliani.

Ci ha accolto, all’arrivo, un muro silenzioso di otto metri di cemento, coronato da fili spinati e puntellato da videocamere. Passati dall'altra parte, in Palestina, dopo aver velocemente superato i tornelli del “Checkpoint 300”, il muro ha acquistato vita: ci ha raccontato della rabbia e voglia di riscatto della sua gente (la scritta “Don't forget the struggle” con accanto il ritratto di Leila Khaled, membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) ma anche dei sogni dei suoi bambini (c'è una frase che dice, in italiano: “Lascia che il tuo cuore parli”) e di messaggi di affetto (“With love and kisses, nothing lasts forever”).
Quella voglia di pace e di sogni l'abbiamo toccata con mano al Caritas Baby Hospital, l’unico ospedale specializzato in pediatria della Palestina, fondato nel 1952 da un sacerdote svizzero (padre Ernst Schnydrig), un medico palestinese (dott. Antoine Dabdoub) ed una cittadina svizzera (Hedwig Vetter), per assicurare assistenza sanitaria di base ai bambini vittime del conflitto israelo-palestinese. Lo abbiamo visitato con Suor Lucia, veneta, membro dello staff della struttura. Nel bacino di utenza dell'ospedale (Betlemme ed Hebron) vivono più di 300.000 bambini privi di assistenza medica. Il personale ospedaliero è tutto locale: per metà cristiano, per l'altra musulmano. Ogni anno la struttura cura gratuitamente quasi 30.000 bambini fino ai 16 anni, senza distinzione di religione e sociale.
All'inizio”, ci ha spiegato suor Lucia, “la maggior parte di loro proveniva da Gaza e dalla Samaria. Oggi, per lo più, i piccoli vengono da Ramallah, Gerusalemme, dai campi profughi palestinesi; per via del blocco umanitario, da Gaza ora abbiamo solo 5 bambini.” Negli 82 letti dei vari reparti vengono accolti in media ogni anno circa 4.000 piccoli. “Una buona parte di loro soffre di malattie genetiche” ha osservato suor Lucia. E ben si spiega, come ci fa notare: “dal 2004 in poi, i checkpoints hanno isolato e imprigionato villaggio per villaggio; conseguentemente, è diventato molto difficile uscire dal clan familiare e sono aumentate le unioni tra consanguinei”.
La particolarità della struttura è che coinvolge anche le mamme: 46 posti letto sono per loro. “La loro presenza è fondamentale perchè saranno loro, una volta dimessi i bimbi, a dare una continuità alle terapie” ha aggiunto suor Lucia. Mamme che sono, a loro volta, penalizzate socialmente, come ci ha spiegato: “Nel mondo musulmano, le mamme di figli malati sono viste come categoria di serie B e il marito ha il diritto di trovare un’altra donna”.
Usciti dal Caritas Baby Hospital, abbiamo visitato la Basilica della Natività di Betlemme e la vicina “Grotta del Latte” nei cui bagni non siamo potuti entrare: chiusi per mancanza di acqua. Abbiamo poi gustato, in un ristorante nella piazza principale, un buon pranzo a base di fattouche e tabbouleh con baklawa offerto dalla casa, mentre ascoltavamo alternarsi il canto del muezzin della Moschea di Omar e le campane della dirimpettaia Basilica della Natività.
Fattasi ora di rientrare, siamo andati al checkpoint. Stavolta ci siamo rimasti un bel po'. Una attesa interminabile.
Il checkpoint è un prefabbricato dalle finestre minuscole e dalle forti luci a neon. Siamo rimasti lì, in attesa che i militari israeliani ci dessero il permesso di passare ai controlli. Con noi c'era un signore che doveva andare a lavorare a Gerusalemme. Non protestava, sapeva che lì funziona così: a volte ci trascorri un'ora, altre volte due, altre volte... chissà... il checkpoint può rimanere chiuso. C'era anche una signora anziana con il suo permesso per uscire. Sì, perchè quando finalmente arrivano al cospetto dei militari, a volte dopo ore di fila in un fiume di gente, i palestinesi devono documentare le ragioni dell'uscita. Sara, un'infermiera italiana del nostro gruppo che va a Betlemme tutti gli anni, ci ha spiegato che una volta, aveva visto una ragazza mostrare ai militari il permesso per andare a visitare la madre malata in ospedale a Gerusalemme, precisando l'orario di uscita e quello previsto per il rientro, orario che va sempre tassativamente rispettato, per non aver problemi nell'uscire di nuovo.
A Betlemme si vive così, come in un carcere.
Per fortuna, ci sono anche altre realtà come quella di “Machsomwatch”: movimento di israeliane contrarie all'occupazione israeliana e in favore della libera circolazione dei palestinesi nei loro territori. Le attiviste che ne fanno parte, per la maggior parte mamme e nonne, fungono da piccole antenne dei diritti umani nei checkpoints israeliani: verificano che i controlli dei militari e le perquisizioni vengano fatti nel rispetto dei diritti umani e documentano con regolarità, in report pubblicati sul sito http://www.machsomwatch.org, ciò che vedono ai checkpoints e trasmettono tali reports alle istituzioni pubbliche.


Proposte di lettura
  • Gerusalemme senza Dio, di Paola Caridi (Feltrinelli, 2013)
  • Caduto fuori dal tempo, di David Grossman (Mondadori, 2012)
  • Neve a Gaza, di Vincenzo Soddu (Caracò, 2013)
  • Israele senza Palestina, Limes - Rivista italiana di geopolitica, 1/2010.
  • La battaglia per Gerusalemme, Limes, Quaderni Speciali, 2010
  • Il signor Mani, di Yehoshua Abraham (Einaudi, 2005)
Filmografia

  • Miral (2010) - Julian Schnabel
  • Il tempo che ci rimane (2009) - Elia Suleiman
  • Lebanon (2009) - Samuel Maoz
  • Il giardino dei limoni (2008) - Eran Riklis
  • Valzer con Bashir (2008) - Ari Folman
  • Vai e vivrai (2005) - Radu Mihaileanu
  • Private (2004) - Saverio Costanzo 

domenica 7 settembre 2014

Poetitaly, incontri ravvicinati con la poesia al Corviale


Elisa Longo 
Ivan Selloni
Ultimo appuntamento stasera alle 19 alla cavea di Corviale (ingresso largo Tabacchi) con il contest di poesia Poetitaly, firmato Simone Carella, parte della programmazione dell’estate romana 2014. Un’estate romana che ha aperto le braccia a Corviale, il chilometro di cemento, o alla romana “il serpentone”, divenuto così il palcoscenico dove grandi nomi della poesia italiana come Jolanda Insana e Nanni Balestrini e nuove realtà come I Poeti Der Trullo s’incontrano recitando i propri versi.
La cavea, un vero teatro greco all’interno del palazzo purtroppo finora spesso inutilizzata, ha in queste serate un pubblico eterogeneo, piccoli e grandi, curiosi e studiosi: uno spazio pubblico lasciato all’incuria che finalmente si anima e si colora grazie al lavoro fatto dai Pittori Der Trullo. La magia della poesia underground e il fascino degli artisti sull’orchestra, così è chiamato il palco centrale nei teatri dell’antica Grecia, hanno avvolto e ipnotizzato il pubblico. Tanti gli artisti che si sono succeduti, chi accompagnato da tamburelli, chi da piccoli gong e chi dai soli fogli di lettura.
Conduce le serate Andrea Cortellessa, critico letterario e professore associato dell’università di lettere di Roma Tre. Un incontro inaspettato, ravvicinato (del terzo tipo?) con una realtà che si sta lentamente aprendo al mondo esterno, che sta varcando la soglia della cultura e dell’intrattenimento.
Ci sarà spazio anche ai nuovi mezzi di comunicazione con il Facebook Poetry laboratorio telematico di poesia. Decine di poeti in collegamento da tutta Italia (e non solo) daranno vita alla singolarissima sfida in rete. Il pubblico presente (e a casa) potrà sia partecipare che votare il testo più riuscito.
Il programma di questa sera prevede proprio l’incontro tra Nanni Balestrini e I Poeti Der Trullo giovane realtà poetica che sta portando avanti da anni un lavoro di rinnovamento culturale nelle periferie romane.
i Poeti der Trullo poesie lette da Michele Botrugno – Lilith Primavera
Tommaso Ottonieri
 Nanni Balestrini
 Luigi Cinque
 David Riondino
 Areta Gambaro 
 Taiyo Hist Yamanouchi
 Alessandra Vanzi – Pasquale Innarella
 Luigi Rigoni
 ore 20:30 Facebook Poetry Laboratorio telematico di Poesia a cura di Luigi Socci
Decine di poeti in collegamento da tutta Italia (e non solo) daranno vita alla singolarissima sfida in rete della Facebook Poetry. Il pubblico presente (e a casa) potrà sia partecipare che votare il testo più riuscito.

giovedì 4 settembre 2014

Il racconto del giovedì - Robert Sheckley, Terzo dal sole

Robert Sheckley
I suoi occhi erano già aperti cinque secondi prima che la sveglia suonasse. Non ebbe nessun problema a svegliarsi. Lucidamente cosciente, allungò la mano sinistra nell'oscurità e premette il blocco. La sveglia s'illuminò per un secondo, poi si spense.
Accanto a lui, sua moglie gli appoggiò una mano sul braccio.
«Hai dormito?» le chiese.
«No, e tu?»
«Un po'» rispose lui. «Non molto.»
Per qualche secondo lei rimase in silenzio. La sentì contrarre la gola, e rabbrividire. Sapeva già cosa avrebbe detto.
«Ci andiamo lo stesso?» chiese lei.
Lui dimenò le spalle e respirò a fondo.
«Sì» rispose, e sentì le dita di sua moglie che gli stringevano il braccio.
«Che ora è?» chiese lei.
«Quasi le cinque.»
«Sarà meglio che ci prepariamo.»
«Sì, sarà meglio.»
Non si mossero.
«Sei sicuro che potremo salire a bordo della nave senza che nessuno se ne accorga?» gli domandò lei.
«Pensano che sia solo un altro volo di prova. Nessuno farà controlli.»
Lei non disse nulla. Gli si accostò un poco. Lui si accorse di quanto la sua pelle fosse fredda.
«Ho paura» disse lei.
Lui le prese la mano e la tenne stretta. «Non averne» le disse. «Andrà tutto bene.»
«È dei bambini che mi preoccupo.»
«Andrà tutto bene» ripeté lui.
Lei portò la mano di suo marito alle labbra e la sfiorò con un bacio.
«D'accordo» disse poi.
Si drizzarono a sedere entrambi, nel buio. Lui la sentì scendere dal letto. La sua camicia da notte cadde frusciando sul pavimento, e lei non la raccolse. Rimase immobile, rabbrividendo nell'aria fresca del mattino.

domenica 31 agosto 2014

Il racconto della domenica - Philip K. Dick, Ora tocca al wub

Avevano quasi finito di caricare. All'esterno l'Optus se ne stava a braccia conserte, scuro in volto. Il capitano Franco scese lentamente giù per il ponticello di sbarco, con un ghigno dipinto sulle labbra.
«Che ti succede?» disse. «Sei pagato per questo.»
L'Optus non disse nulla. Si girò dall'altra parte, raccogliendo i suoi abiti. Il capitano mise il piede sull'orlo del vestito.
«Un attimo. Non te ne andare. Non ho finito.»
«Eh?» L'Optus si girò pieno di sussiego. «Sto tornando al villaggio.» Guardò gli animali che venivano caricati lungo il ponte nella nave. «Devo organizzare nuove cacce.»
Franco si accese una sigaretta. «Perché no? Voi potete andarvene nel veldt e catturarli di nuovo. Ma quando noi ci troveremo a metà strada fra Marte e la Terra…»
L'Optus se ne andò, senza dire una parola. Franco si rivolse ad uno degli ufficiali in seconda in fondo al ponte di sbarco.
«Come sta andando?» domandò. Poi diede un'occhiata al suo orologio da polso. «Qui abbiamo fatto un bel carico.»
L'ufficiale in seconda lo guardò in tralice. «Come lo spiega?»
«Che le succede? Ne abbiamo bisogno più noi di loro.»
«Ci vediamo più tardi, capitano.» L'ufficiale in seconda salì su per il ponte, in mezzo agli uccelli marziani dalle lunghe gambe ed entrò nella nave. Franco l'osservò mentre spariva; stava per andargli dietro, lungo il passaggio che conduceva al boccaporto, quando lo vide.
«Buon Dio!» Rimase lì a guardare, con le mani sui fianchi.
Peterson stava arrivando lungo il sentiero, rosso in volto, tenendolo per una corda.
«Mi scusi, capitano,» disse, dando degli strattoni alla corda.
«Che cos'è?»
Il wub se ne stava ripiegato, muovendo a fatica il grosso corpo. Si mise a sedere, con gli occhi semichiusi. Qualche mosca ronzò intorno ai suoi fianchi, e lui agitò la coda.
Era seduto. Ci fu silenzio.
«È un wub,» disse Peterson. «L'ho comprato da un indigeno per cinquanta centesimi. Ha detto che si tratta di un animale molto insolito; molto importante.»
«Questo?» Franco diede un calcio al grosso fianco pendente del wub. «È un maiale. Gli indigeni lo chiamano wub.»
«Un grosso maiale. Deve pesare almeno duecento chili.»
Franco strappò un ciuffo di peli ispidi. Il wub ansimò, e aprì gli occhi piccoli e umidi. Poi la sua grossa bocca si contorse.
Una lacrima scivolò giù lungo la guancia del wub e gocciolò sul pavimento.
«Forse è buono da mangiare,» disse nervosamente Peterson.
«Lo sapremo presto,» disse Franco.
Il wub sopravvisse al decollo, profondamente addormentato nella stiva della nave. Quando furono nello spazio aperto ed ogni cosa seguiva tranquillamente il suo corso, il capitano Franco ordinò ai suoi uomini di portare su il wub in modo che lui potesse rendersi conto di che razza di animale si trattava.
Il wub grugnì ed ansimò, facendosi strada faticosamente lungo lo stretto corridoio.
«Andiamo,» disse Jones con voce aspra, tirando la corda.
Il wub si contorceva spellandosi i fianchi contro le lucide pareti di cromo. Piombò nell'anticamera e si gettò a terra in un mucchio informe. Gli uomini balzarono lontano.
«Buon Dio,» esclamò French. «Che cos'è?»
«Peterson dice che è un wub,» rispose Jones. «È suo.»
Diede un calcio al wub il quale si sollevò pesantemente, rantolando.
«Che gli succede?» intervenne French. «Sta male?»
L'osservarono. Il wub roteò gli occhi con aria mesta, guardando gli uomini che lo circondavano.
«Forse ha sete,» disse Peterson. E andò a prendergli dell'acqua.
French scosse il capo.
«Non mi stupisco di aver avuto tutti quei problemi per decollare.
C'erano da rifare tutti i calcoli della zavorra.»
Peterson tornò con l'acqua. Il wub prese a leccarla con aria riconoscente, schizzando tutti.
Il capitano Franco apparve sulla porta.
«Diamogli un'occhiata.» Si fece avanti scrutandolo di traverso.
«L'hai comprato per cinquanta centesimi?»
«Sì, signore,» disse Peterson. «Mangia quasi tutto. Gli ho dato del grano e gli è piaciuto. E poi patate, pastoni e avanzi del pranzo, e latte. Sembra che gli piaccia mangiare. E dopo aver mangiato si mette disteso e si addormenta.»
«Vedo,» fece il capitano Franco. «Ora, per quel che riguarda il suo sapore… Questo è il vero problema. Mi chiedo se valga la pena di farlo ingrassare ulteriormente. Mi sembra già abbastanza grasso. Dov'è il cuoco? Lo voglio qui. Voglio scoprire…»
Il wub smise di leccare e alzò lo sguardo sul capitano.
«In verità, capitano,» disse il wub. «Io suggerirei di cambiare argomento.»
Il silenzio scese nella sala.