martedì 27 gennaio 2015

Quello che gli italiani (non) leggono

Proponiamo in versione integrale ai lettori di Monteverdelegge  il comunicato stampa con cui l'Associazione Italiana Editori (Aie) annuncia la sua più recente indagine  sulla lettura in Italia.  Si parla di "grande trasformazione" e di "radicale cambiamento". Ma quel "+ 0,1 % complessivo" che dovrebbe forse rallegrarci, testimonia in effetti come di cambiato ci sia poco. E se qualcosa è cambiato, è in peggio, visto che è calato di parecchio il numero dei lettori "deboli", quelli che dichiarano di avere letto almeno (o soltanto) un libro l'anno. Insomma, ben poco di nuovo sotto il sole (mtc). 

Resta stabile la spesa per leggere degli italiani. E’ un primo dato di quanto emerge dall’indagine dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2014, che sarà presentato il 27 gennaio, nella giornata inaugurale del XXXII Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri, in programma fino al 30 gennaio a Venezia.
Il 2014 si conferma infatti un anno di grande trasformazione per il settore del libro: diversi indicatori risultano negativi ma, sommati, dimostrano complessivamente come l’andamento della spesa degli italiani in libri, ebook, e-reader e collaterali – in altre parole in ciò che serve a leggere – registri un +0,1% complessivo.
Quanto hanno speso dunque gli italiani nel 2014 per leggere? Quasi 1,5miliardi di euro (per la precisione 1,452miliardi): 51,7milioni di euro è la stima del mercato 2014 degli ebook venduti, 1,2miliardi il mercato dei libri di carta secondo Nielsen nei canali trade (librerie, librerie online, grande distribuzione), 111milioni di euro quanto pagato dagli italiani per gli e-reader (stima provvisoria su dati Assinform, non si sono considerati i tablet), 54,3milioni di euro la spesa per i collaterali. La somma dei fattori si traduce in un dato sorprendente e soprattutto in una sfida implicita: “La sfida - sottolinea Giovanni Peresson, responsabile Ufficio studi AIE – di fare in modo nuovo il mestiere del libraio o dell’editore, innovando tutti quegli elementi che ci obbligano a guardare in modo diverso i comportamenti del lettore e cliente. Alcuni dati, presi singolarmente, possono risultare negativi ma aggregati all’interno del “sistema lettura” ci possono raccontare una storia diversa. La storia di una trasformazione”.
Diminuisce la lettura in Italia ma… – Secondo i dati Istat si passa dal 43% di italiani con più di 6 anni che leggono almeno 1 libro all’anno del 2013 al 41,4% del 2014. I forti lettori restano sostanzialmente stabili (-0,02%), crollano i lettori occasionali. Se si vuole fotografare la lettura nel lungo periodo, tra 2010 e 2014 si sono persi qualcosa come 2,6milioni di lettori (il 10%).
Parallelamente nel 2014 cresce, secondo Istat, del 32,2% la lettura di ebook: quasi 7milioni di italiani (il 13,1% della popolazione) hanno letto un ebook nell’anno passato.
Diminuisce la produzione di libri di carta, cresce quella degli ebook – Gli editori hanno prodotto nel 2014 63.417 titoli, il 5,1% in meno rispetto al 2012 e con un prezzo di copertina alla produzione in media di 18,14 euro (il -7,2% rispetto al 2012). Parallelamente cresce la produzione di e-book: nel 2014, si stimano 53.739 titoli in digitale (esclusi i gratuiti) nei vari formati (epub, pdf, mobipoket), l’88,4% in più rispetto al 2012 e con un prezzo di copertina alla produzione in media di 6,96 euro (-22,8% sul 2012).
Cala il mercato del libro di carta nel 2014 rispetto all’anno precedente, ma progressivamente meno. Cresce del 40% il mercato e-book – Il 2014 si chiude per i libri di carta con il segno meno nei canali trade, secondo i dati Nielsen: -3,8% il giro d’affari, -6,5% le copie vendute, in ripresa rispetto ai primi mesi dell’anno e anche rispetto agli anni precedenti. Il libro di carta si compra prima di tutto nelle librerie di catena (pesano per il 40,6%, anche se in leggero calo rispetto al 2013), un pochino meno nelle librerie indipendenti (al 30,7%), sempre più nelle librerie online, che oggi pesano il 13,8% (+ 8% rispetto al 2013). Diminuisce invece in modo significativo la grande distribuzione. Parallelamente il mercato degli ebook si stima al 4,4% del mercato del libro, con un fatturato di 51,7milioni di euro (+39,4% sul 2013).
“Questo quadro – conclude Peresson – ci dice che siamo entrati in una nuova fase: di lettura, di acquisto, anche di produzione. I paradigmi stanno cambiando. Non è in crisi il libro. Siamo di fronte a un radicale cambiamento nel mix, in cui innovazione è la parola chiave per tenere conto di una società più liquida e fluida”.

domenica 25 gennaio 2015

La poesia della domenica - Friedrich Nietzsche, Il pino e la folgore

Una breve poesia del filosofo tedesco, piana e semplice, ma indicativa del suo pathos per la distanza, dell'anelito per un nuovo uomo, selezionato, voluto, elevato, aristocratico.
Come scrisse lui stesso in Al di là del bene e del male:
"Ogni elevazione del tipo “uomo” è stata, fino a oggi, opera di una società aristocratica – e così continuerà sempre a essere: di una società, cioè, che crede in una lunga scala gerarchica e in una differenziazione di valore tra uomo e uomo, e che in un certo senso ha bisogno della schiavitù. Senza il pathos della distanza, così come nasce dalla incarnata diversità delle classi, dalla costante ampiezza e altezza di sguardo con cui la casta dominante considera sudditi e strumenti, nonché dal suo altrettanto costante esercizio nell'obbedire e nel comandare, nel tenere in basso e a distanza, senza questo pathos non potrebbe neppure nascere quel desiderio di un sempre nuovo accrescersi della distanza all’interno dell’anima stessa, la elaborazione di condizioni sempre più elevate, più rare, più lontane, più cariche di tensione, più vaste, insomma l’innalzamento appunto del tipo 'uomo', l’assiduo 'autosuperamento dell’uomo' ..."
Un tale oltreuomo è, in un'epoca di gnomi, il filosofo, vale a dire Nietzsche stesso, Zarathustra, colui che annuncia la fine dei tempi metafisici -  a prezzo della propria vita.

Troppo io crebbi al di sopra
   Degli uomini e degli animali
E quando parlo, nessuno parla con me.

Troppo solitario e troppo alto
   Son cresciuto:
Ora attendo - che cosa aspetto mai!

A me troppo vicina è la dimora
   Delle nuvole,
La prima folgore attendo.

Da Poesie, 2004 (traduzione di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo)

sabato 24 gennaio 2015

Roma Caput Immundi: il Ponte della Scienza Rita Levi Montalcini


G. Luca Chiovelli

Se potessi esprimere un desiderio - solo per togliermi uno sfizio e ridere alle spalle dei romani - bene, il desiderio sarebbe questo: "Oh Signore Dio, Causa Efficiente e Finale dell'Universo, governatore dell'Assoluto e Facitore del Tempo e della Materia, per favore, per piacere, se non disturbo, ascolta il tuo servo ed esaudisci questa sua breve preghiera: fai sparire tutti i monumenti costruiti a Roma prima del 1945, chiese ponti colonne palazzi, tutti, falli sparire tutti, ti prego, fallo per me; e poi, se vuoi, nascondiamoci dietro le quinte, assieme, per vedere le reazioni di quei quattro minchioni e farci qualche sghignazzata".
Cosa sarebbe di Roma in quel caso? Diverrebbe appetibile turisticamente come Milano 2, certo, ma con questa differenza: che Milano 2 al confronto di questa NeoRoma rileverebbe quale città ideale rinascimentale (e, infatti - non sto scherzando - Berlusconi l'ha pensata proprio come città ideale, influenzato dalla lettura giovanile dell'Utopia di Tommaso Moro. Non ci credete? Leggete qui, Silvio era un utopista di grana fina).
Insomma, privata del suo passato urbanistico e architettonico, che i nostri attuali amministratori, peraltro, dilapidano costantemente con tranquilla inettitudine (chiamiamola così), la NeoRoma si ritroverebbe esclusivamente Corviali, Torbellamonache, Nuovi Salari, Tiburtini III, le varie follie abitative deposte accanto alla Casilina, nonché, in buon ordine lo stupidissimo Ponte della Musica, la goffa scatola da scarpe che contiene l'Ara Pacis, ulteriori ammassi di materiali a casaccio firmati da Calatrava e Fuksas più archeomostri a piacere di cui non mi ricordo e che non voglio ricordare. 
Il Ponte della Scienza è uno di questi orrori.
Preparato negli anni (tanti anni) da diatribe, opposizioni, progetti, riunioni, ciacole, unzioni di ruote amministrative, annunci e preventivi buoni per almeno tre piramidi di Cheope, il pedonale Ponte della Scienza, dal 29 maggio scorso è, purtroppo, realtà.
A cosa serva non lo so. Sicuramente ad affliggere la memoria dell'incolpevole Montalcini (o di Vittorio Gassman, cui hanno dedicato il Lungotevere adiacente). Direbbe Groucho Marx: a tale vista i miei antenati si rivolteranno nella tomba. E mi toccherà rimboccargli la lapide! 
Serve forse a collegare la zona Marconi alla zona Ostiense? Per ora vedo solo un collegamento fra due lungotevere luridissimi, abbandonati a se stessi, folti di erbacce, accampamenti abusivi, rifiuti vecchi di decenni, officine sgangherate, supermercati, chiese postmoderne (ah, la morte del sacro ...) ed esornati dal caro, immancabile e inamovibile monumento della periferia e semiperiferia romana: lo sfasciacarrozze ("Che ciai er fanale de dietro destro daa Yaris?").


Altri babbei: è il primo passo della riqualificazione dell'intera area! Come no ... che sia un primo passo, è indubbio, vista la fatiscenza dell'area anzidetta, ma pongo una domanda: come si può riqualificare un luogo qualsivoglia con tale accrocco? Meglio non fare niente, allora. Come la lettura: se devi leggere Fabio Volo è meglio che guardi la televisione.
Il ponte è inutile, possiamo dirlo. Inutile. E brutto, Cristo santo. Brutto. Mi si intenda, però. Brutto in modo cool, postmoderno, avanzato. Di quella bruttezza che scaturisce dall'ignoranza di qualsiasi euritmia, garbo, e simmetria (come le abbiamo apprezzate nei millenni) e da quel minimalismo micragnoso e inumano spacciato per progressismo concettuale. Ma non vedete l'angustia mentale, e la piccineria della concezione, che sovraintendono maestre a tutto? Osservate bene: i lampioncini stitici, le solite panchine nichiliste a parallelepido, la balaustra col filo di ferro, il cestino di rifiuti buono neanche per il McDonald's. A sette anni col Meccano costruivo modellini più aggraziati ... e poi la struttura ... la forma ... Leggo da Wikipedia: "Il Ponte della Scienza nasce dall'unione di due concetti strutturali: quello della trave a sbalzo da un triangolo, la cosiddetta stampella, e quello della travata centrale appoggiata con post-tensione esterna". Eccola più sotto. Complimenti a tutti.


Brutto. Talmente brutto che le scritte vandaliche, subito comparse, donano paradossalmente al ciofecone un'arietta più accettabile.
Debbo confessare, però, che il ponte ha cambiato d'un sol colpo le urgenze urbanistiche per la riqualificazione dell'intera area. Ora la prima è, indubbiamente, il suo abbattimento.


Foto tratte dai siti Romafaschifo.com e Skyscrapercity

venerdì 23 gennaio 2015

Come nacque la "scuola di razza"

Alla vigilia della Giornata della memoria pubblichiamo un testo tratto da Sui banchi del regime, una pubblicazione che il Cesp - Centro Studi per la Scuola Pubblica ha realizzato per far conoscere agli studenti di oggi una delle pagine più vergognose nella storia della scuola italiana.

Gianluca Gabrielli
Durante l'estate del 1938 il ministro Bottai inviò una circolare ai presidi e direttori didattici per avviare le prime procedure di censimento degli ebrei presenti tra i docenti, gli studenti e gli autori di libri di testo adottati dalle classi. Una procedura burocratica che, con tempi diversi, produsse tra settembre e novembre l'espulsione di 279 tra presidi e professori e di un numero ancora ignoto di maestre elementari, la cacciata di migliaia di studenti e la sostituzione di oltre un centinaio di libri scolastici già adottati. Fu un'azione che, confrontata ai ritmi solitamente lenti e farraginosi della burocrazia ministeriale, si può definire fulminea. Nel giro di tre mesi la campagna razzista del fascismo produsse proprio nel mondo della scuola i suoi effetti più drastici ed immediati; la scuola italiana si trovò sconvolta nel profondo e – pur per breve tempo – strappò alla scuola nazista, ove ancora vigeva la politica del numero chiuso rispetto agli studenti ebrei, il triste primato della radicalità razzista.
Bottai credeva nell'utilità della campagna antisemita ed il suo ministero la condusse con uno zelo particolare, riconoscendo la centralità della scuola e delle istituzioni culturali al fine di diffondere in profondità e capillarmente la visione del mondo razzista. Le caratteristiche del calendario scolastico imposero al ministro tempi strettissimi per colpire con la massima forza gli ebrei riducendo al minimo il rischio di una fraternizzazione solidale di compagni di classe e colleghi; bisognava agire prima dell'inizio delle lezioni e così fu fatto, in modo che il nuovo anno scolastico cominciasse con l'istituzione già pienamente traghettata nella nuova condizione prodotta dalla persecuzione, senza ebrei dietro ai banchi e dietro alle cattedre, senza nomi ebraici sui frontespizi dei libri di testo: il XVI anno dell'era fascista era anche il I anno scolastico dell'era razzista. D'altronde il regime aveva già mostrato di saper condurre le campagne ideologiche in tempi efficaci per una loro valorizzazione scolastica: due anni prima la guerra di conquista dell'Etiopia era stata anche il capolavoro della propaganda scolastica del regime: cominciata in corrispondenza dell'apertura dell'anno scolastico, la vittoria e l'impero erano stati celebrati il 9 maggio, un mese prima della chiusura estiva, giusto il tempo di festeggiare la vittoria in mille iniziative in piazza e nel cortile degli istituti.
Agire in questo modo, cacciando gli allievi e i docenti ebrei, non significava solo perseguitare una categoria di cittadini, ma aveva anche la valenza di mettere a segno un'azione pedagogica di formidabile efficacia per inculcare una mentalità razzista negli allievi. Più che lo studio, i fatti: cosa c'è di più potente nel formare razzisticamente le menti degli alunni italiani che cacciare i loro compagni di banco ebrei? Come affermare in modo più spietatamente efficace l'inferiorità degli alunni ebrei se non privandoli da un giorno all'altro del diritto di continuare a frequentare le scuole di tutti?

mercoledì 21 gennaio 2015

Storia di Jean Seberg, la diva suicidata dal potere

Dal blog Perdentipuntocom scegliamo un articolo che tratta di Jean Seberg (1938-1979), la diva americana di Fino all'ultimo respiro di Godard, che ebbe carriera e vita distrutte dal Federal Bureau a causa del suo impegno politico a fianco delle Pantere Nere.
A mo' di introduzione riportiamo l'estratto da un altro articolo, a firma John Kleeves, dal sito Bye bye Uncle Sam:
"La Seberg ... debuttò nel 1957 con Saint Joan (Santa Giovanna) di Otto Preminger e quindi lavorò regolarmente. Fra gli altri film ricordiamo Bonjour Tristesse (Idem, 1958) sempre di Preminger; The Mouse That Roared (Il ruggito del topo, 1958) di J. Arnold, con P. Sellers; A bout de souffle (Fino all'ultimo respiro, 1960) di J.L. Godard, con J.P. Belmondo; A Fine Madness (Una splendida canaglia, 1967) di I. Kershner, con S. Connery; Pendulum (Idem, 1969) di G. Schaefer, con G.Peppard. Per la fine dei Sessanta era una diva conclamata, al livello di Jane Fonda, e arrivò all'apice nel 1970, quando uscirono ben quattro film che la vedevano protagonista: il grande successo Airport (Idem) di G. Seaton, con B. Lancaster, D. Martin, V. Heflin, J. Bisset e G. Kennedy; Paint Your Wagon (La ballata della città senza nome) di J. Logan, con C. Eastwood e L. Marvin; Macho Callaghan (Idem) di B. Kowalski, con L.J. Cobb; e la produzione italiana Ondata di calore di Nelo Risi.
Erano però gli anni del movimento per i diritti civili dei neri e delle Pantere Nere. L'FBI era stato incaricato dal Congresso di eliminare tali movimenti, usando i mezzi repressivi consueti per il regime statunitense: false accuse giudiziarie; persecuzioni dell'IRS (Internal Revenue Service, il fisco americano) e della DEA (Drug Enforcement Agency, l'antinarcotici); licenziamenti da parte dei datori di lavoro; diffamazioni; omicidi anonimi per strada compiuti da agenti travestiti ... Il programma preparato dall'FBI in merito era stato chiamato COINTELPRO ... La Seberg in privato era sempre stata simpatizzante del movimento dei neri e raggiunta la grande notorietà nel 1970 pensò di usarla per pubblicizzare la causa. L'FBI la inserì nelle liste di COINTELPRO, e poco dopo venne da sé una occasione di diffamazione: la Seberg era incinta e al momento adatto l'FBI concertò una campagna di stampa insinuando che il padre era un leader delle Pantere Nere. Appresa la notizia la Seberg entrò nelle doglie e diede alla luce un bambino prematuro che morì tre giorni dopo, l'8 settembre 1970. La donna, sgomenta per tanta malvagità, non riuscì mai a superare il trauma; tentò subito il suicidio, e di lì in poi avrebbe ripetuto il rito ad ogni anniversario della morte del piccolo.
Intanto tutti in America l'avevano abbandonata; nessun produttore poteva offrirle parti, nessuno dei colleghi di ieri - Eastwood, Lancaster, Marvin, Peppard, Connery, Sellers e così via - si azzardò a offrirle sostegno, anche solo morale ... L'8 settembre 1979, a Parigi, il suo decimo tentativo riusciva e moriva suicida. Da allora l'USIA ostacolò la riprogrammazione dei suoi film ovunque poté, certo in Italia, perché la gente non doveva focalizzare sulla donna e la sua vicenda. Ecco perché pochi ora ricordano Jean Seberg".
Ed ecco l'articolo di Alessio Altichiari
Qui la fonte originale

Per me, ancor più di Brigitte Bardot, Jean Seberg, americana a Parigi, ha incarnato l'icona femminile del cinema francese anni sessanta, con il suo casco d'oro, emblema della femminilità parigina. Certamente il suo è stato un suicidio, ma come dichiara anche il figlio, credo proprio che l'FBI abbia fatto il possibile per renderlo attuabile. Lei, nata a Marshalltown, Iowa, 3 matrimoni con  François Moreuil (1958-1960), Romain Gary (1962-1970), Dennis Charles Berry (1972-1979), ma anche molte altre relazioni (sapevate che BB ha fatto sesso con Jimy Hendrix, incontrato all'aeroporto a Parigi nel '68?).
“Vuoi fare l’attrice?”, le chiesero al suo primo provino, a soli 17 anni. “Very badly”, rispose lei. Di tutte le principesse tristi esistite e tragicamente finite, Jean Seberg è una di quelle che viene ricordata meno. Nata a Marshaltown, in Iowa, Jean fu una delle ‘vittime’ della maledizione legata al ruolo di Giovanna d’Arco. Otto Preminger la volle come protagonista di quello che oggi verrebbe considerato un blockbuster; la ricerca per il ruolo di Santa Giovanna fu la più pubblicizzata al mondo dai tempi di Rossella O’Hara. Jean finì su 'Life Magazine', ma non ebbe la copertina. Questa sembra essere la cifra che ha caratterizzato tutta la sua vita: nota, ma mai famosa, attrice, ma mai diva. Era l’attrice carina che piaceva, quella che “sì, l’ho vista da qualche parte”, ma di cui mai nessuno si ricordò davvero. La sua vita fu breve, ma intensa – e non è la solita frase banale. I suoi 40 anni furono davvero molto vissuti, con quattro matrimoni, attivismo politico, malattie depressive, la perdita di una figlia appena nata e tante, infinite stroncature da parte della critica.

“I soldi non possono comprare la felicità. Ma la felicità non è tutto”. Forse l’unico modo per capire le scelte personali di Jean Seberg, specie il suo matrimonio con Romain Gary, è ricordare queste sue parole.
Nel 1959 Jean-Luc Godard la volle come protagonista per il suo Fino all’ultimo respiro, magnifico esercizio di stile dall’esile trama, che giocava a rompere gli schemi. Jean era perfetta proprio perché, da attrice insesperta qual era, guardava dritta in macchina, fornendo infinite inquadrature enigmatiche all’autore che puntava a demolire gli schemi del linguaggio cinematografico e a dichiarare l’autorialità assoluta del realizateur. Da quel momento Jean divenne la musa incontrastata della Nouvelle Vague e un’icona di stile. Il suo taglio garçon era il più imitato in tutta la Francia, il look “preppy” à la Seberg fece epoca tra le donne di Parigi. Eppure, quello della giovane americana Patricia Franchini, sebbene fu il ruolo che la rese una diva angelicata, fu anche la sua trappola. Ancora oggi Jean viene identitifata con ‘la protagonista del film di Godard’, quella che si passa il dito sulle labbra in un lungo primo piano alla fine del film.

martedì 20 gennaio 2015

Anticipazioni: Il mio corpo mi appartiene

Amina Sboui

Febbraio 2013.
È su Internet che è cominciata la mia storia «pubblica». Come tutte le ragazze della mia età, passavo ore e ore connessa, a navigare da un sito all’altro, in contatto tramite Facebook con i miei amici in Tunisia, ma anche con altri sparsi un po’ dappertutto nel mondo.
Un giorno, senza cercare nulla di preciso, ma digitando di continuo parole come «donne» e «condizione delle donne», sono capitata su un sito d’informazione che parlava di una manifestazione in India. Le foto erano incredibili. Provocatorie direi. Un gruppo di donne completamente nude reggevano uno striscione con la scritta: «Indian army rape us», «L’esercito indiano ci violenta». Denunciavano le aggressioni sessuali compiute da alcuni militari dell’esercito indiano nel Kashmir e in altre province, in cui erano impegnati in missioni repressive. Sotto le foto, poche righe di testo spiegavano che lo stupro era considerato praticamente normale lì. Ero soprattutto stupita di scoprire che quelle donne avevano avuto il coraggio di adottare una soluzione tanto coraggiosa: mostrare il proprio corpo nudo in risposta all’oppressione maschile. Era la prima volta che vedevo corpi
femminili esposti in quel modo davanti all’obiettivo di una macchina fotografica e nell’ambito di una contestazione politica.
Incuriosita ho cercato di saperne di più e ho digitato su Google: «manifestazione di donne a seno nudo».

domenica 18 gennaio 2015

Le note di Leo/Il misterioso Monsieur de Saint Colombe

Un appuntamento con la musica, per traghettarci dalla domenica al lunedì. 
Leonardo Castellucci*

Figura misteriosa(di lui si conoscono pochissime notizie biografiche) Monsieur de Saint Colombe fu, probabilmente, un grande maestro appartato che scelse di vivere la musica come un privatissimo privilegio, in una sorta di ritiro interiore che lo fece assomigliare ad un monaco laico che rifuggiva la ribalta della corte del Re Sole, preferendo una vita umile, sostenuto dalla presenza delle due figlie, anch'esse, come lui, gambiste. Eppure questa sua scelta un po' misantropa non gli impedì di lasciare un segno determinante in tutti i musicisti più giovani che brulicavano attorno alla corte del potente re di francia. Fra questi Marin Marais, soprattutto, fu una sorta di continuatore delle sue concezioni musicali, ma anche Antoine Forquray e Francois Couperin, solo per citare i più noti.
Da un punto di vista musicale Saint Colombe è interessato a cercare(o 'ricercare') l'essenza della musica, un lunguaggio che rifugge abbellimenti e vistuosismi, preoccupato soltanto di avvicinarsi alla verità di un'ispirazione che nasce, sorgiva, dallo spirito. 

Lavori per 2 viole da Gamba.

Las Voix Humaines

Viola da Gamba.Susie Nappe
Viola da Gamba.Margaret Little




*Leonardo Castellucci, fine conoscitore di musica, giornalista, scrittore, oggi direttore editoriale di Cinquesensi Editore.