lunedì 11 febbraio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2": “VOCI DEL VERBO ANDARE” di Jenny Erpenbeck -Edito da Sellerio

      
  psico-recensione di Patrizia Vincenzoni

Un libro corale, una polifonia di voci sempre più udibili nel corso della lettura, orchestrata da  un uomo in là con gli anni, un professore di filologia classica che incontra in prima persona la realtà dei migranti e delle loro esistenze, rese oltremodo precarie da una burocratizzazione e da un rimpallo sistematico fra i paesi europei. Incontriamo Richard, da pochi giorni in pensione, impegnato a cercare di dare un senso nuovo al tempo che si è  spalancato nella sua esistenza.
Questo tempo libero, non organizzato da impegni programmati, lo catapulta in un vuoto di senso. 
Si ripete che darà spazio al piacere di leggere romanzi, di ascoltare musica. Di viaggiare. Ma dove mettere il pensiero? Che farne,ora? Si chiede.
Lo smarrimento dell’uomo è palpabile, fra le righe, mentre cerca di aggrapparsi, per sovrastare la sensazione di vuoto incipiente, a qualche domanda che riguarda la sua vita affettiva, divisa e giocata sul restare ai bordi, sul non definirsi nella relazione con la moglie deceduta cinque anni fa e con l’amante che, dopo anni, infine lo ha lasciato. 
Dalla scrivania dove siede vede il lago di fronte alla casa. E dentro c’è un uomo che giace ancora sul fondo, annegato in giugno mentre  faceva il bagno. 
Questa immagine assume un carattere simbolico, inconscio, di istanza psichica che chiede di essere portata in superficie, alla luce. La  figura dell’annegato ricorre spesso nel percorso che Richard compie per arrivare a comprendere, e non solo intellettualmente, come vivere la sua esistenza in modo nuovo e più compiuto. Senza divisioni interiori, senza logiche binarie esasperate in quanto uniche per interrogare la realtà .
La Berlino riunificata è la città dove vive ormai da più di vent’anni nella zona est, prima DDR.
Le tematiche della  visibilità/invisibilità  e  della divisione/riunificazione percorrono tutto il romanzo, specificandosi attraverso l’incontro inatteso che Richard fa con i migranti, dieci uomini dalla pelle nera che vede radunati davanti al Municipio decisi a non mangiare, a non bere. A non dare il proprio nome alla polizia. Prima del nome proprio, infatti, è fondamentale essere riconosciuti come uomini.
“ WE BECOME VISIBLE” è scritto a mano su un cartello di cartone poggiato su un tavolino e l’intenzione dichiarata nel messaggio diventa per Richard un marcatore affettivo, una domanda che lo interroga a tutto tondo, lo spinge in modo sempre più consapevole a rinunciare alla ‘comfort zone’ nella quale vive da tempo.

venerdì 1 febbraio 2019

Gruppo "Al cinema con MVL"

Maria Vayola
Gli ultimi due film che il gruppo "Al cinema con MVL" ha visto e su cui ha conversato sono Roma di  Alfonso Cuarón e Cold War di Paweł Pawlikowski.

 Roma di Alfonso Cuaron

Il film inizia con l'immagine dell'acqua che scorre e si ritrae sul pavimento del cortile della casa dove Cleo, la domestica india, lavora senza sosta al servizio di una famiglia medio borghese di origine europea, nel quartiere Roma di Città del Messico. Scorre e si ritrae come il dolore che abita gli animi delle donne protagoniste del film, mentre gli aerei solcano il cielo in un andirivieni continuo.
Sulla scia dei ricordi della sua infanzia, per onorare quella che fu la sua tata, il regista costruisce un film asciutto e intenso intorno alla sua figura, mettendo a nudo le diseguaglianze sociali che collimano con le diversità etniche e di genere.
Cleo, insieme ad un'altra domestica sempre india, lavora incessantemente dalla mattina alla sera senza soluzione di continuità tanto che far finta di morire le appare come un gioco che dà pace.
Si occupa anche dei bambini con cura amorevole e la dedizione di una madre, tanto da rischiare la propria vita per loro. La sua vita però è stretta nella gabbia della discriminazione in cui è costretto il suo popolo da quando la colonizzazione europea ha fatto scempio delle loro vite, terre, culture; le contraddizioni non tardano a scoppiare, siamo nei primissimi anni '70, in manifestazioni che vengono sedate a colpi di pistola dalle milizie private sorrette dal governo.
Il volto di Cleo esprime la sua dolente situazione ma si apre a dolci sorrisi affettuosi quando si relaziona con i bambini, afferma il suo essere umano con dignità, amorevolezza e rispetto per gli altri. Il suo isolamento sociale verrà scalfito solo dalla solidarietà che la sua "padrona" le riserberà per l'innestarsi di una solidarietà femminile tra donne che "non possono che essere sole, sempre" ma i ruoli sociali, tra loro due, di fatto non vengono alterati da questo.
Messico, terra di deserti, di terremoti, di conquista, di contrasti in un bianco e nero luminoso che quasi abbaglia e contorna le figure e gli animi.
In una intervista il regista ha detto: "Ci sono periodi nella storia che lasciano cicatrici nelle società, e momenti nella vita che ci trasformano come individui. Tempo e spazio ci limitano, ma allo stesso tempo definiscono chi siamo, creando inspiegabili legami con altre persone, che passano con noi per gli stessi luoghi nello stesso momento. Roma è il tentativo di catturare il ricordo di avvenimenti che ho vissuto quasi cinquant’anni fa. È un’esplorazione della gerarchia sociale del Messico, paese in cui classe ed etnia sono stati finora intrecciati in modo perverso. Soprattutto, è un ritratto intimo delle donne che mi hanno cresciuto, in riconoscimento al fatto che l’amore è un mistero che trascende spazio, memoria e tempo."

lunedì 21 gennaio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2"

Ho pensato di scrivere qualcosa su due dei libri letti per il gruppo di lettura "L'altro/2"; naturalmente è il mio punto di vista che si è formato sia durante la lettura individuale che durante la discussione del gruppo. L'intento di questo post è anche quello di sollecitare, attraverso i commenti, un confronto più ampio e articolato delle varie opinioni.

Maria Vayola

"Un pallido orizzonte di colline" di  Kazuo Ishiguro

Divisa tra Giappone e Inghilterra, Nagasaki e i dintorni di Londra, passato e presente, il personaggio Etsuko  ci racconta in toni sfumati, in frasi sospese e parole pacate, il vuoto di esistenze sopravvissute alla bomba atomica. I personaggi, uomini donne e bambini devono ricostruirsi una vita barcamenandosi tra quello che erano, quello che sono e quello che potrebbero essere.
La loro quotidianità, la loro cultura è stata squarciata, prima da bombardamenti furiosi e poi dai funghi atomici che, non solo nelle città colpite, ma in tutta la nazione hanno creato uno sconcerto esistenziale, una demarcazione tra il prima e il dopo, un'insicurezza generale rafforzata dall'occupazione americana del dopo guerra.
Di questo non se parla apertamente nel libro, è qualcosa che aleggia all'interno della narrazione, è qualcosa che noi sappiamo essere successa, ma che non viene affrontata direttamente, si riflette nell'indeterminatezza dei personaggi, nell'atmosfera fumosa che si respira.
Una vena di tradizionalismo serpeggia tra i protagonisti, più marcata tra quelli più anziani e negli uomini impauriti dalla perdita dei privilegi all'interno della famiglia nel rapporto con le loro mogli e i loro figli, mentre le donne reagiscono con maggiore duttilità anche se a volte in modo scomposto lasciandosi trascinare in situazioni poco rassicuranti.
Le vicende personali, la più drammatica quella di Etsuko che ha perduto una figlia che si è suicidata, non trovano soluzioni, niente si affronta veramente, nulla è risolto, tutto - fatti e personaggi - rimane sospeso, come una sequenza armonica senza risoluzione.
L'altro con cui entrare in contatto, è sia esterno: la situazione storica, la società che si modifica in modo forzato, il rapporto tra persone con diversi vissuti, caratteri, prospettive che si trovano a vivere lo stesso periodo storico; sia interno: l'eterno conflitto dualistico di chi non sceglie di cambiare ma ci è costretto, facendo anche i conti con le proprie storie e fragilità individuali.
Lo sguardo di Etsuko verso l'esterno non riesce ad individuare una meta definita, ma si scontra contro l'evanescenza di un pallido orizzonte di colline.

mercoledì 2 gennaio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2":Didier Eribon, Ritorno a Reims


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Roberta Rondini

Didier Eribon è autore importante e famoso in Francia, come sociologo più che romanziere, un intellettuale impegnato, punto di riferimento per i gender studies e questo scritto è un sasso nello stagno del suo percorso professionale che getta una luce vivida e originale, per le analisi e i retroscena personali e sociali che racconta, sull’intera questione che lega omosessualità, svantaggio sociale e riuscita professionale.
Difficile da sintetizzare, la trama prende le mosse da un riavvicinamento dello scrittore alla madre, in conseguenza della scomparsa del padre, con la visita alla casa paterna nella città di origine dalla quale Eribon si era allontanato molti anni prima, abbandonando anche i legami famigliari più prossimi: 
“Quando ripenso agli anni della mia adolescenza, Reims non solo mi appare come il luogo di un radicamento familiare e sociale che avevo bisogno di lasciare per esistere altrimenti, ma in egual misura (e questo fu altrettanto determinante in ciò che orientò le mie scelte) come la città dell’insulto. Quante volte qui sono stato trattato da “frocio” o con altre parole equivalenti?”. 

Il ritorno a casa, dunque, è l’occasione per ripensare la propria vita e le proprie scelte in una sorta di scavo interiore, effettuato senza benevolenza, necessario per capirsi, disvelando azioni e comportamenti del passato. Un percorso di vita scandito dalla consapevolezza di essere “diverso”, perché omosessuale e appartenente a una classe subalterna, per cui la scelta di continuare a studiare si concretizza in un distacco lacerante con le proprie origini, in una trasformazione genetica della sua persona e nel ripudio di quanto legato al passato, alla provenienza sociale e alla famiglia. Una posizione e una nudità sociale fragili che si sarebbero ricomposte solo con la volontà e con lo studio, uniche armi praticabili: 
“Quello che sono oggi prese forma dall’incrocio di questi due percorsi: ero venuto a Parigi con la doppia speranza di vivere liberamente la mia vita gay e di diventare un intellettuale”. 

Ecco, il libro è anche questo, un’analisi a posteriori per riparare a un “errore” commesso dal sociologo, quello di aver utilizzato nei suoi studi l’identità sessuale come unica ipotesi scientifica in grado di spiegare la sua subalternità sociale, e non aver esteso l’osservazione al “primo” conflitto, quello tra la borghesia (e quindi alla sua scelta di appartenervi, camuffandosi, studiando e usando parole alte) e la classe sociale di appartenenza, proletaria prima che operaia.
Il libro può essere faticoso e complicato da leggere ma, anzitutto, è stato difficile da scrivere;  necessariamente scandito da continui rimandi a saggi e studi filosofici e sociali, con dovizia di citazioni e note, come si fa quando si redige una prosa scientifica, è una sorta di confessione sofferta, dolorosa da sviscerare e per questo puntellata costantemente dall’appoggio della ragione e degli alti strumenti teorici a disposizione, più che del sentimento e dello sfogo letterario. 
Inizialmente una scelta che mi aveva infastidito, che rendeva la lettura faticosa e impervia, una specie di fortino dotto dentro il quale si era asserragliato l’io narrante nel tentativo di motivare e giustificare scelte personali alquanto radicali: 
“Non andai ai funerali di mio padre. Non avevo voglia di rivedere i miei fratelli, non ero più in contatto con loro da più di trent’anni”.

mercoledì 12 dicembre 2018

Le interviste di MVL / Andrea Pomella

Allo scrittore Andrea Pomella, che abbiamo avuto come ospite da Plautilla il 4 dicembre, abbiamo rivolto alcune domande a partire dal suo ultimo romanzo L'uomo che trema (Einaudi 2018). Ecco cosa ci ha risposto:

È vero che per conoscere il mondo devo conoscere il mio mondo e il linguaggio che lo esprime?

Ogni cosa esiste nel linguaggio, nulla esiste al di fuori di esso. Un libro è una metafora perfetta della realtà sensibile, è un oggetto afono, chiuso, inerme, poi nell’istante in cui un lettore lo apre e inizia a leggerlo, il mondo che vi è contenuto improvvisamente prende vita, genera delle conseguenze. Ogni libro è un mondo che si esprime attraverso un linguaggio, e ogni mondo è un libro. In questo senso il mio non è quel che si dice “un libro sulla depressione”, è più un libro che racconta il mio mondo attraverso il linguaggio della depressione. La depressione è una lente che filtra la realtà, è appunto il linguaggio che la esprime.

È in qualche modo la scrittura un atto di generosità, un dono che si mette a disposizione dell’altro?

La scrittura non è mai un fatto individuale. Non si scrive per sé, altrimenti non si scriverebbe e basta. L’invenzione stessa della scrittura risponde al bisogno di condivisione del pensiero. Per quanto mi riguarda, scrivere non può essere altro che questo: mettere a disposizione una storia, mostrare i polsi, è come dire: “Questo è tutto ciò che ho”.

Si può parlare di valore sociale di un prodotto intellettuale come il romanzo e il suo in particolare si può attribuire un tale valore? E se sì in che modo?

Si dice che un prodotto artistico debba sempre mirare a produrre un cambiamento all’interno della società a cui si rivolge. Che sia piccolo o grande non importa. Se il mio romanzo abbia o meno un valore sociale non sta a me dirlo. Posso dire però che ho scritto il libro tenendo ben a mente questo presupposto e sapendo che stavo affrontando un tema che ha, sì, un enorme impatto sociale. Molti lettori mi confidano che leggendolo hanno compreso meglio alcuni aspetti di sé, della propria storia, o che banalmente si sono riconosciuti e quindi si sono sentiti meno soli. Anche questo, forse, è un modo di incidere sulla realtà.

(Daniela Moriconi)


mercoledì 5 dicembre 2018

MVL teatro: Il decennio dei giovani leoni di Piazza del Popolo



Maria Cristina Reggio 
Fino al 9 dicembre va in scena al Teatro Vascello Fiato d’Artista, un diario teatrale che ha come sfondo la Roma degli anni Sessanta. Protagonista e autrice è Paola Pitagora, attrice che noi tutti, nati intorno a quel decennio abbiamo conosciuto come l’indimenticabile Lucia dei Promessi Sposi, incorniciata dalla coroncina stellata nel monitor bianconero della tivù. Erano i tempi dell’intervallo con le città d’Italia su sottofondo musicale della Sonata per arpa di Pietro Domenico Paradisi, quando le macchine percorrevano allegramente i centri storici e venivano parcheggiate anche in piazze come Piazza del Popolo, ora divenuta isola pedonale per le comitive di turisti che assaltano la capitale, nonché luogo orribilmente transennato per occasionali intrattenimenti politici e musicali. Proprio questa piazza è teatro virtuale del racconto dell’attrice, pubblicato nel 2001 da Sellerio con il titolo Fiato d’Artista, Dieci anni a Piazza del Popolo, affidato qui alla regia di sua figlia Evita Ciri e di Nicola Campiotti, e alla recitazione di due giovani attori, Giulia Vecchio e Francesco Villano. Lei controfigura dell’attrice ventenne e lui del suo giovane amore, Renato Mambor, artista della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo. Con tantissime belle immagini proiettate su un fondale bianco, per la gioia degli occhi e del cuore di chi ha l’età per riconoscere luoghi e personaggi di quegli anni.

É un racconto che si snoda soprattutto sul piano sentimentale, sia tra i due protagonisti, a cui la stessa Paola Pitagora, presente in scena, affida la recitazione di alcuni momenti fondamentali della loro storia, sia con gli altri personaggi, qui solo evocati, con cui i due condividevano le giornate e le notti. Nei frammenti narrati si ritrova il fermento di una generazione ormai per lo più trascorsa, divenuta ormai il soggetto di un tempo dimenticato, un passato remoto: Jannis Kounellis, Mario Schifano, Pino Pascali, Sergio Lombardo, Tano Festa, Franco Angeli, Francesco Lo Savio, Renato Mambor e Cesare Tacchi. Questi erano gli artisti che negli anni Sessanta si incontravano al bar Rosati, dove trascorrevano lunghe ora a dialogare di arte e a inventare la battaglia di una nuova avanguardia italiana che nasceva sulle ceneri della guerra perduta dai futuristi e che cercava un proprio spazio in un mondo conquistato culturalmente dalla nuova capitale del mondo, New York. Più o meno erano tutti maschi, tranne Giosetta Fioroni, e tutti belli, anzi magnifici, eroici, e, alcuni di loro, destinati a morire giovani, proprio come si addice all’epica della giovinezza: è il caso esemplare di Pino Pascali, la cui vita si infranse mentre correva con la sua amata motocicletta alle quattro del mattino, proprio nei sottopassaggi del Muro Torto a due passi da Piazza del Popolo, come racconta in scena la stessa Paola Pitagora con parole emozionate.

Erano una decina di artisti che, proprio in quegli anni, si nutrivano di un poderoso fiato d’artista ispiratore, ma anche di una profonda e rigorosa meditazione teorica. Successivamente avrebbero intrapreso altre strade, spesso divergenti e con fortune diverse, alla ricerca di una rifondazione dell’arte e dei suoi linguaggi e strumenti. Di tutto questo Paola Pitagora è l’affettuosa testimone, che – sedotta dalle idee estetiche di quegli ultimi fascinosi del secolo trascorso – si ribellò ai divieti di un padre borghese che sognava per lei un avvenire di donna tranquilla, per partecipare alle vicissitudini di Renato Mambor e del gruppo di artisti di Piazza del Popolo. Ma che, di fronte agli slip di una amante occasionale trovati nel letto e denunciati con noncurante candore dal divertito fedifrago, lo piantò in asso sbattendo la porta e se ne andò per seguire la sua strada verso una carriera di attrice affermata. Affettuosa malinconia è il sentimento che resta per questa storia, ma forse ogni ricordo che osserva a ritroso una rivoluzionaria giovinezza che si è conclusa lascia questo sapore dolce e amaro insieme. Nel frattempo i giovani leoni della Scuola di Piazza del Popolo hanno scritto un capitolo fondamentale della storia dell’arte, e di questo si parlerà ancora nella rassegna Fiato d'Artista al Teatro Vascello, in un ricco programma di incontri, fino al 9 dicembre.

martedì 27 novembre 2018

Widows di Steve McQueen



 Roberta Rondini

Widows è un film del quale consiglio la visione e che mi piacerebbe  fosse tra quelli di cui si discuterà  nel Gruppo “Al cinema con MVL”. Un film potente, pensato e girato su piani molteplici, che utilizza il thriller, il genere rapina, per parlare sottilmente e fascinosamente di politica e di sociale nell’America di oggi, spostando, non a caso, il luogo originario di svolgimento della storia da Londra a Chicago. Un film, inoltre, declinato al femminile.
Ripresa da una miniserie televisiva scritta da Lynda La Plante negli anni Ottanta e adattata dal regista Steve McQueen e da Gillian Flynn (sceneggiatrice anche di Gone Girl), la storia è il grimaldello che il regista – e fior di artista – britannico usa per acconciare una scena che, prendendo avvio dagli esiti di una rapina andata tragicamente male per la morte di tutti i protagonisti (con le vedove intenzionate a recuperare quei soldi), prende il largo verso una panoramica di quello che si muove nella società contemporanea americana in termini di politiche sociali, di razzismo, di riscatto femminile e di riscatto etnico delle minoranze, non solo “negre” ma anche ispaniche e europee di vecchia immigrazione.
Il dramma è raccontato alla maniera raffinata ed elegante di McQueen, con attenzione ai particolari, alle tecniche scelte per le inquadrature  degli esterni : Chicago, ricca e povera, ripresa dal basso e dall’alto – notevole il “racconto” del sobborgo cittadino con la macchina da presa legata al cofano di una autovettura in movimento;  e degli interni: le sequenze ambientate nei locali pubblici o la memorabile inquadratura primo piano di Viola Davis, protagonista nera fisicamente imponente, nella sua camera da letto bianca, con il cane bianco adagiato sul letto bianco. Raffinatezze stilistiche di un regista, artista e scultore, che si esprime attraverso dettagli e inquadrature di grande eleganza capaci di dare il senso della sua attenzione ai dettagli per raccontare una storia.