mercoledì 22 aprile 2015

Mvl teatro: Fare vedere il mare oscuro con la voce


Maria Cristina Reggio
In due sole repliche nella sala romana del Teatro Vascello Chiara Guidi va in scena con la sua riscrittura di Tifone dal testo di Joseph Conrad, l'aristocratico marinaio polacco che aveva scelto di scrivere i suoi racconti in una lingua adottiva.  Si tratta di un'opera teatrale che si dispiega quasi esclusivamente nell'ascolto, dal momento che nel palco quasi buio non vi sono attori che compiano azioni sceniche, se non il pianista all'opera con il suo strumento e l'attrice che legge, completamente assorbita dal microfono, illuminata da una flebile lampadina che allarga lo spazio del teatro fino a renderlo ventre oscuro di balena.   Nella penombra in cui è lasciata la scena, con solo al centro il tondo quadrante di una grossa bilancia che focalizza lo sguardo (resto di una muta archeologia industriale) e altri due tondi neri retroilluminati che velano di luce il nero fondale, si immagina che le diverse voci che si odono provengano da persone diverse.  Eppure l'occhio di uno spettatore che vaghi cercando diversi attori si arresta sempre sul corpo minuto, femminile di Chiara Guidi che, dritta in piedi, come sul cassero di una nave, davanti al suo microfono, disegna con le mani di un direttore d'orchestra le intensità e le frequenze ondulatorie con cui lei stessa emette le sue tante voci.

domenica 19 aprile 2015

Non uscire dai margini

Maria Teresa Carbone
In cima alle classifiche Amazon negli Usa  di questo mese c'è un album da colorare per adulti. Sul Guardian Alison Flood spiega che il successo di Secret Garden dell'illustratrice scozzese Johanna Basford non è un caso isolato: ovunque aumenta il numero delle persone che cercano, e a quanto pare trovano, la pace interiore riempiendo con cura gli spazi bianchi di elaboratissimi disegni. E la tendenza prende piede in molti paesi: anche in Polonia le case editrici decidono di puntare su questo nuovo filone.
Ovunque la parola d'ordine è: non uscire dai margini. Cambiano i tempi. Negli anni '60 e '70 questi album venivano guardati con diffidenza dai genitori illuminati.  Si pensava che tarpassero la creatività dei bambini. Oggi gli ex bambini rivendicano il piacere di non superare i confini imposti da chi ha ideato il disegno. E qualcuno, come lo scrittore Matt Cain, parla di una pratica simile alla meditazione. 

Paragone interessante, e forse non lontano dal vero. Solo un dubbio resta: se davvero gli album da colorare sono destinati a diventare un genere consolidato, se davvero non si tratta solo di un effimero trionfo della nostalgia, ci troveremo sempre più spesso di fronte a libri "muti", privi di parole, che aspettano di essere completati, o scritti, dai loro "lettori"?
@mtcarbone
Nota: questo post rielabora e aggiorna un testo uscito sul blog Protocosmo.

mercoledì 15 aprile 2015

Tre personaggi in cerca d'amore

Maria Vayola


Scomparsi è il libro di esordio di Mary McGarry Morris del 1988, a cui sono seguiti molti altri,  in Italia  è stato tradotto e pubblicato solo questo, uscito nel 2014 con la traduzione di Antonio Bischioso per la Playground.


Dell'autrice, sul web, si trovano solo pagine in lingua inglese, è pressoché sconosciuta da noi, lodevole, quindi,  la scelta di Playground di inserirla nel suo catalogo partendo proprio dal suo primo libro, che merita di essere letto.
Siamo ormai abituati alle storie di marginalità americana, sia in letteratura che in cinematografia, agli orrori e ai gioielli umani che si trovano sparsi nella sconfinata provincia americana, Morris ne ha scovati altri e ce li racconta senza stupore, nonostante il livello di esclusione che vivono i personaggi del suo libro sia veramente particolare.
Nel giro delle poche pagine che iniziano il libro, senza che siano definite come capitolo o prologo, accadonono gli eventi che, qualificati come storia vera, innesteranno un "on the road" stralunato e drammatico.
Aubrey Wallace, anonimo e solitario personaggio, intimorito dalla vita e dalle persone, persino dalla  moglie e dai figli, con una personalità infantile e un mondo affettivo vuoto e bisognoso di essere colmato, viene letteralmente trascinato da una adolescente, Dotty, che entra nella sua vita quasi come un'apparizione, in un viaggio senza meta e senza tempo in cui sarà coinvolta anche una bambina, Conny, sottratta piccolissima ai genitori da Dotty stessa in una delle sue folli azioni in cerca di cibo.
Vagheranno per cinque anni negli Stati Uniti, senza mai fermarsi se non per pochi giorni, vivendo di espedienti; la loro è una fuga da un eventuale arresto e dal niente e dal dolore che la loro vita ha rappresentato, senza che mai sia apparso uno spiraglio di serenità.
I tre si appoggiano l'un l'altro come naufraghi ad una zattera con poche probabilità di galleggiare.
La bambina li chiama mamma e papà, inevitabilmente si aggrappa a loro facendo di quella vita errabonda e sconclusionata una vita "normale", l'unica che riesce a conoscere e individuare come tale.

martedì 7 aprile 2015

Strage allo Strega. Una fantasticheria

G.Luca Chiovelli

“Il romanzo di Elena Ferrante [La figlia oscura] è strepitoso. Lo so che non si comincia mai una descrizione da un commento, meno che mai enfatico, lo insegnavano a scuola: si spiega com’è fatto l’oggetto, poi chi legge gli aggettivi li trova da solo. Se gli piace, se non gli piace e perché. Però per una volta, per questa volta, mi sembra che per orientarsi nella sterminata galleria di titoli in uscita serva un dito che indichi senza paura: quello, fidatevi. La figlia oscura è un libro delicatissimo e sfacciato, preciso ed evanescente: fa male come un taglio, cura come  un balsamo. È un pensiero che bussa senza trovare posto, va via, torna, bussa ancora, entra infine, si accomoda in quell’angolo buio in fondo alla stanza e lì resta fermo a guardarti, Come avrà fatto Elena Ferrante a scoprire il segreto? Lo sapeva già da subito, lo  ha cercato per anni? Come ha fatto a restituirlo in una forma narrativa cosi limpida? È così facile dunque, basta davvero scostare la tende per trovarlo?”

Avevo appena scorso le ultime righe della recensione di Concita De Gregorio (titolo: Madre di bambola); una spossatezza improvvisa mi colse e presto passai dal dormiveglia degregoriano a una letargia piombigna. Ancora sotto l’effetto di quelle scempiaggini, il cervello fu rapito da un’insana fantasticheria. Un sogno; abbastanza nitido, ma dalle tipiche correlazioni sospese: come spesso accade in quelle impalpabili visioni, il rapporto di causa ed effetto svaniva per ospitare una logica degli avvenimenti che, relativamente alla visione onirica stessa, appariva ferrea e indiscutibile, ma che, rispetto alla realtà del quotidiano, vantava lo status irrimediabile della follia.

Un sogno. Mi trovavo al consesso del Premio Strega. Centinaia di invitati. La crema della crema del giornalismo, della letteratura e della critica italiane. Ero vestito con un mimetica nera, M16 a tracolla, Beretta 92 alla cintola. Tutti mi trovavano rassicurante. Conversavo con un paio di elementi della Blackwater (in smoking impeccabile, però) che mi assicurarono, sul loro onore, che le uscite di sicurezza erano presidiate come d’accordo. “Le avete lasciate socchiuse?” aggiunsi, con aria da cospiratore. Uno di loro se la rise sotto i baffi: “Ovvio!”. “E chi avete lasciato fuori?”. “I ceceni”, risposero. “Louis è in posizione?” mi premurai di ricordargli. “Tutto a posto. Si può cominciare”. “Va bene” sospirai, ma ero d’animo allegro: una placida euforia s'era impadronita del mio animo. Essa derivava da una doppia consapevolezza: quella di chi sa che sta compiendo un dovere con impeccabile piglio professionale e di chi sa che tale dovere - quasi metafisico - è svolto per il bene della nazione tutta (Dio lo vuole; e l’Italia pure).

“Ora!” scandii: non molto forte, ma chi doveva intendere - irresistibilmente - intese.

Furono gettate alcune granate stordenti. L’effetto fu micidiale. Non mi sarei mai aspettato una tale reazione. Certo, si trattava pur sempre dei frequentatori dello Strega, una marmaglia infrollita dalla cattiva letteratura, dalle tartine, dall’ipocrisia, dalle raccomandazioni, dalla corruzione e dalla menzogna più abietta, ma - lo ripeto - l’effetto fu sconvolgente; anche per me, che ero pur abituato, da più di trent’anni, seppur de relato, a quel mondo di vili bassezze e prosa mediocrissima.

Un branco di mucche all’ultimo stadio della Creutzfeldt-Jakob avrebbe avuto più decoro nella fuga. Tutti si gettarono verso le uscite di sicurezza (anzi verso tutto ciò che assomigliava a un pertugio) che i miei complici, come detto, avevano lasciato dolosamente, e maliziosamente, semiaperte. Nello stampede critico-letterario caddero subito tutte le gerarchie della convenienza sociale: parecchie signore inciamparono nei tacchi dodici e furono schiacciate senza ritegno da un’ondata di recensori compiacenti (ma non quel giorno); scrittori che estendevano racconti cannibali urlavano come donnette; donnette che biascicavano compulsivamente di femminismo piantavano le unghie nelle loro portatrici di parità di genere pur di salvarsi; uno scrittorucolo intravisto a Monteverde, uno sempre all’opposizione, ma per finta, coi capelli elettrici, bestemmiava come uno scaricatore ai Generali di Guidonia; un altro gaglioffo, che di solito sermoneggiava su uno dei maggiori periodici italioti era, invece, rimasto inchiodato sul posto: probabilmente s’era cacato nelle mutande.

Poiché un buon lavoro va sempre unito al divertimento (laonde concrescere a più alti esiti) cominciammo a sparare (a colpo singolo): la canea ne fu aizzata a zenit di ridicolo che entusiasmarono sino alle lacrime i miei sodali: i paraletterati andavano giù come birilli, senza distinzioni di sesso e stile; io stesso ne spacciai una mezza dozzina: non sono sicuro, ma fra le mie vittime (diciamo così) v’era forse uno dei candidati alla vittoria finale, un meridionale, giovane contorsionista del periodare. Un colpo alla base del collo gli fu fatale. “Sic transit gloria immundi”, commentai (nel sogno), da vero sbarazzino criminale. Una risata da iena echeggiò alle mie spalle: uno dei carnefici (Louis?), che non avevo mai visto prima, con un vistoso e incongruo copricapo della Légion Étrangère, faceva fuoco a due mani, sbavando di contentezza: “Gloria immundi, gloria immundi”, ripeteva; gli vidi abbattere non meno di quindici capi di bestiame (letterario), fra cui, ahi, uno dei patroni della kermesse, nonché (con mio sommo gusto) l’autrice di tali immortali parole: “Quando lui è entrato in me ho sentito tutti i muscoli cedere di piacere, e non solo quelli che tengono insieme ili mio corpo ... ma più invisibili lacci di cui non sapevo l'esistenza ... un nodo che finalmente cedeva e liberava tutto, la realtà la mente i pensieri. E loro, loro tutti, in un attimo sono usciti via dalla testa e hanno preso a ruotare intorno come stelle e costellazioni”.

Intanto, fra urla belluine, spintoni, scivolamenti, invocazioni, latrati, una parte del gallinaio era riuscito a varcare le soglie della salvezza; questo nella loro considerazione. Non passarono, infatti, che pochi secondi allorché i ceceni (da me accortamente reclutati dopo uno scouting di parecchi mesi) cominciarono il tiro incrociato delle mitragliatrici a terra sui bovini in rotta: i cornuti tentavano la sortita salvifica con un ultimo vano tentativo; patetico: le spazzate dei 12 mm non davano scampo, falciandoli implacabili, a decine, come fili d’erba. Il frastuono era indescrivibile: il regolare frinire delle Browning, come un tenue e dolcissimo bordone sonoro di vera giustizia critica, si miscelava ai lamenti dei feriti, alle grida di aiuto; il pavimento era allagato dal sangue, da poltiglie cerebrali; arti mozzati si rivenivano ovunque; qualche superstite indietreggiò dalle false vie di fuga rinculando nella sala: fu allora che aprimmo un fuoco devastante coi fucili d’assalto, ultimo tassello di una decimazione totale.

La strage era giunta alla fine.

Passammo fra le centinaia di cadaveri cercando qualche eventuale sopravvissuto; ogni tanto un colpo secco d’automatica: un altro genio della parola italiana era passato a miglior vita. Ordinai che fra il mucchio si trovasse chi aveva vergato queste parole: “Sei tu una stella cometa nel firmamento … nell'azzurro dei cieli più azzurri ... forse perché dietro a te lasci una scia di polvere d'oro dove gli altri possono camminare”. Fui obbedito. Lo trovarono, rantolante. Gli scaricai un intero caricatore in corpo. L’ultimo colpo coincise col mio risveglio.

“Ma guarda cosa ti vado a sognare … incredibile … e pensare che io la amo la letteratura italiana di oggi … ‘Sei come una stella cometa …' non male ... 'nell'azzurro dei cieli più azzurri ...', buttala via come iperbole ... 'lasci dietro di te una scia di polvere d'oro dove gli altri possono camminare’ … beh, a me sembra buono … un bel periodare … andante, direi ... ragazzi, che mal di testa ... va beh, ora mi tocca andare .. ma guarda che sogni … incredibile …  e poi io, così mansueto … non so proprio cosa mi succede da qualche tempo in qua … poi hanno ragione a dire che sono un po’ fascista, eh …”.

Mi lavai la faccia e mi vestii; preparai un caffè e lo sorbii ancora bollente. Da ultimo, con somma cura, strappai la recensione concitiana, buttai La figlia oscura nella monnezza e infilai la Beretta d’ordinanza nella cintura. Poi, ancora sbadigliando, uscii.

sabato 4 aprile 2015

Gioachino Belli, Ecchesce a Ppasqua


Ecchesce a Ppasqua. Ggià lo vedi, Nino:
la tavola è infiorata sana sana
d’erba-santa-maria, menta romana,
sarvia, perza, vïole e ttrosmarino.
        
Ggià ssò ppronti dall’antra sittimana
diesci fiaschetti e un bon baril de vino.
Ggià ppe ggrazzia de Ddio fuma er cammino
pe ccelebbrà sta festa a la cristiana.
              
Cristo è risusscitato: alegramente!
In sta ggiornata nun z’abbadi a spesa
e nun ze penzi a gguai un accidente.

Brodetto, ova, salame, zuppa ingresa,
carciofoli, granelli e ’r rimanente,
tutto a la grolia de la Santa Cchiesa.

venerdì 3 aprile 2015

Crocifissione


Hayden Carruth 
Capisci che i colori sul fianco della collina si sono scoloriti
abbiamo il grigio e marrone e lavanda dell’autunno avanzato,
i meli e i peri hanno perso le foglie, la nebbia
di Novembre sta spesso con noi, specie nel pomeriggio
e verso sera, come se fosse oggi quando me ne stavo seduto a fissare
a lungo nel frutteto nel modo in cui lo faccio adesso,
pensando a come morii l’inverno scorso e fui riportato in vita.
E vi dico che là vidi una croce con un uomo inchiodato
sopra, argentato nella nebbia, e gli dissi: “ Tu sei
il Cristo?” E deve avermi sentito, perché nella sua
agonia, piegato com’era, annuì affermativamente,
su e giù, una e due volte. E un po’ più in là
vidi un’altra croce con un altro uomo inchiodato sopra,
che si piegava e annuiva, e un altro e un altro ancora,
schiere e divisioni di croci sparpagliate come esauste
legioni in salita tra gli alberi brumosi, ogni croce
con una figura argentata, piegata, nuda che si contorceva e
annuiva inchiodata sopra, e alcune di loro erano donne.
La collina era piena di crocifissioni. Non dovrei
raccontarvelo? È eccessivo? Ma io so qualcosa
sulla morte, ora, so quanto sia silenziosa, silenziosa perfino
quando il dolore urla e grida. E stasera
è molto silenziosa e molto scura. Quando guardai non vidi
nulla là fuori, solo la mia testa riflessa che annuiva
un po’ sul vetro della finestra. Era come se il Cristo
avesse annuito rivolto a me, a tutta quella gente
sul fianco della collina, e dopo un po’ annui di rimando.
traduzione di Fiorenza Mormile

giovedì 2 aprile 2015

Maya Angelou, E io mi solleverò ancora ...

Maya Angelou (Marguerite Ann Johnson, 1928-2014), ricordata con un elogio funebre anche da Barack Obama, è una poetessa africana nata nel territorio del Missouri, Stati Uniti.
La poesia in originale è: Still I rise; piuttosto difficile tradurre con fedeltà il termine 'rise': nel verbo convivono il levarsi (quale affrancazione da anni di schiavitù e servaggio morale e intellettuale), il sollevarsi (come ribellione) e il risorgere (come popolo antico dalle proprie radici).
Angelou è consapevole di appartenere al vasto oceano dei neri d'America: come un San Cristoforo si fa, quindi, portatrice del dolore e della tradizione perduta per approdare finalmente all'altra riva: quella limpida e meravigliosa della libertà.
La poesia, tuttavia, è oltremodo interessante poiché non si limita al lamento contro i padroni che mentono e deformano la storia degli africani. No: essa mette in rilievo, con divertente sincerità, anche il divario spicciamente comportamentale fra le due razze: un certo modo di vivere e imporsi che i bianchi interpretano come strafottenza, neghittosità e leggerezza ("cammino come avessi pozzi di petrolio/che pompano nel mio soggiorno" oppure "me la rido come avessi miniere d'oro/scavate dietro al mio giardino") in opposizione alla responsabilità e al dovere calvinista; per tacere dello scandalo della sensualità ("[ballo] come se avessi diamanti/proprio lì, nel mezzo delle cosce") - lo scandalo assoluto, assieme alla musica del diavolo (jazz e blues), della fisicità negra.
Di Maya Angelou è stato tradotto poco (qualcosa fra 1994 e 1999): è, perciò, di fatto, sconosciuta in Italia.
Sarebbe il caso di rimediare.

Tu puoi sminuire la mia storia
con le tue sgradevoli, contorte bugie;
puoi spingermi giù nella feccia
ma io come la polvere, ancora, mi solleverò

La mia insolenza ti sconvolge?
E perché ti assale la malinconia?
Perché cammino come avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio soggiorno.

Proprio come le lune e come i soli,
con la certezza delle maree,
proprio come le speranze che alte balzano,
di nuovo io mi solleverò

Volevi vedermi in rovina?
La testa e gli occhi abbassati?
Con le spalle giù come lacrime,
indebolita dai pianti e dal dolore?

La mia superbia ti offende?
Su, non prendertela a male
se me la rido come avessi miniere d’oro
scavate dietro al mio giardino.

Sparami con le tue parole,
tagliami con gli occhi,
ammazzami col tuo odio
ma, di nuovo, come l'aria, mi solleverò.
La mia sensualità ti disturba?
Ti sorprende davvero
che balli come se avessi diamanti
proprio lì, nel mezzo delle cosce?

Dalle baracche, dalla vergogna della storia
io mi sollevo
da un passato radicato nel dolore
io mi sollevo
sono un oceano, vasto, impetuoso,
che monta e s’ingrossa, la corrente sostengo
e dietro mi lascio notti di terrore e di paura
io mi sollevo
verso un nuovo giorno limpido e meraviglioso
io mi sollevo
e i doni reco che gli antenati mi diedero
sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Io mi sollevo
mi sollevo
ancora
e ancora