sabato 25 gennaio 2020

I FILOSOFI di Sonia Gentili alla biblioteca MOBY DICK


Giovedì 30 gennaio alle ore 18.00, presso la biblioteca MOBY DICK, HUB CULTURALE, in via Edgardo Ferrati 3a, si presenta il libro I FILOSOFI, l'ultimo romanzo di Sonia Gentili pubblicato da Castelvecchi.
Intervengono, insieme all'autrice, Giancarlo Pontiggia e Arnaldo Colasanti. 

martedì 14 gennaio 2020

Anna al Teatro Vascello il 23 gennaio alle 19:30

Giovedì 23 gennaio, alle ore 19.30,  il teatro Vascello ospita lo spettacolo Anna, sul tema della memoria, realizzato dagli studenti del Federico Caffé, con la regia della professoressa Isabella Cognatti. L'IIS Federico Caffé  realizza diversi eventi culturali nel quartiere di Monteverde, con professori e studenti attivi, impegnati e vitali. L'ingresso è gratuito.

sabato 7 dicembre 2019

"Laboratorio officina poesia": una biografia di Gregory Corso





POESIA   RIBELLE
di Bruno Pinsuti Berrino

Nella storia recente della poesia lascia un segno significativo e spiazzante l’opera e l’esperienza di vita di Gregory Corso (Nunzio Gregorio Corso), italo-americano nato a New York nel 1930 e morto a Minneapolis nel 2001. 




Da adulto vive un periodo significativo a Roma, mescolando sempre la sua arte con ogni disimpegno di tipo civile, sostenendosi con l’alcool e la vita a zonzo nel quartiere di Campo de’ Fiori. Innamorato di Roma e della sua magica atmosfera, chiede, prossimo alla fine, che le sue ceneri trovino riposo nel cimitero acattolico della città, vicino ad un poeta del passato, Percy Shelley, da lui molto amato, proprio perché dalla lettura dei suoi versi, aveva potuto intravedere l’importanza e la potenza dell’arte, per vivere la propria creatività con pieno senso di libertà.
Sulla lapide una sua poesia ci ricorda il vasto spazio in cui naviga il suo pensiero :
“ Spirit/is Life/ It flows thru/the death of me/endlessy/like a river/unafraid/of becoming/the sea”;  (Lo Spirito/è Vita/Attraversa/la mia morte/all’infinito/come un fiume/che non ha paura/di diventare/mare”).
Fin dall’inizio Gregory ebbe la sfortuna di essere abbandonato, all’età di un anno, da due giovani genitori di origine italiana, impreparati ad una convivenza normale e ad allevare un figlio. Con questo incipit segnato e tutto in salita, comincia il sofferente ‘inferno’ terreno del ragazzo, con spostamenti in alcune famiglie adottive e ancora un breve ricongiungimento con il padre naturale, successivamente abbandonato, finendo poi per tre anni in prigione per furti commessi. Lì comincia però il suo cammino tramite importanti letture di scrittori e poeti, che mettono le ali alla sua innata e originale ispirazione.Così viene rievocata la sua avventura poetica dopo l’esperienza del carcere. Nelle date che segnano il suo passaggio vitale, “si racchiude una forsennata esistenza di vagabondaggi sulle due sponde dell’Atlantico e di letteratura che ha segnato un’epoca. Con Jack Keruac, Allen Ginsberg e William Burroughs, Corso fu il quarto membro del canone della “Beat Generation”: i beatniks, i nuovi scrittori maledetti, i ribelli di una controcultura che prese il romanzo e la poesia, li mise in un frullatore riempito di alcool, tabacco, droga, sesso, risse, viaggi coast to coast in autostop, rifiuto del lavoro e delle norme, trasformandoli al punto da renderli irriconoscibili”. (cfr. E. Franceschini, “Le pagine orfane e segrete del quarto moschettiere Beat”, in “La Repubblica” del 15/07/2007).Nei suoi spostamenti dall’America all’Europa si manifesta la sua condizione di straniero dal comportamento atipico. Alieno può essere la parola più adatta per capire anche la vita randagia e ribelle di Gregory Corso. Chi lo ha conosciuto poi durante il suo soggiorno romano ha qualche elemento per capire come il poeta, forse inconsciamente, cercava le sue radici, senza però rinunciare alla scelta di vita totalmente precaria: “A Campo de’ Fiori il poeta americano si identificava spesso con Giordano Bruno “bruciato vivo”. Tra quanti lo conoscevano c’erano due tipi di persone: quelle di cultura, affascinate dalla sua figura, e quelle di tutti i giorni, da bar, che non lo sopportavano: “Cominciava a bere al mattino, e lo si poteva trovare accasciato per terra. Qui, da Giorgio il vinaio, lo cacciavano spesso”.
Quanto alla sua povertà, possedere qualcosa non era nel suo modo di essere, sarebbe stato un vincolo eccessivo.” (cfr. Beppe Sebaste, “Vita aliena di Gregory Corso nella Roma di angeli e spiriti”, in “La Repubblica”, 22/05/2007, p. XIII).
Interessante anche la citazione di alcuni suoi versi: “My beliefs in Roma” (“Il mio credo a Roma”), …. in 12 frasi numerate, nello stile degli elenchi. La prima frase, dal sapore buddista, dice : “Io non sono Dio; Dio è in me. Io non sono tutto; Dio è tutto. Io non sono te; Dio lo è … L’ultima dice : “Può darsi che io non sappia/tutto quel che c’è da sapere/ma so con certezza che/non c’è poi così tanto da sapere”. (cfr. B. Sebaste, art. cit., p. XIII).
Ed è sulla poesia che si devono concludere queste brevi note, perché dicono molto di più dell’uomo e della sua intrigante visi
one poetica.
“SALVE” : Come può esserci un dio/ quando gli asini/ preferiscono la paglia/ all’oro/ e persone meglio informate/ preferiscono l’oro/ e quando scappano con l’oro/ gli sparano nel dorso./ Quando le galline/ mangiano uova sode/ e di certo/ non può esserci un dio/ quando i Gregory/ sono chiamati Corso.”
E ancora,  “IL DUBBIO DELLA MENZOGNA”: “ Fu l’umanità a dirmi/ che prima o poi dovevo morire./ Non mi fido dell’umanità/ Fanno male gli uni agli altri/ E sono piuttosto inaffidabili/ Dunque come potrei credere/ che prima o poi devo morire ?/Del sole nemmeno mi fido/ può scoppiare/ da un momento all’altro/ E come posso fidarmi di quelli/ che inquinano il cielo/ con Paradisi/ gli abissi con Inferni”.

Gruppo di lettura "Libri nuovi": I vagabondi di Olga Tokarczuk




L'ultimo libro su cui il Gruppo di lettura "Libri nuovi" ha dialogato  è stato "I vagabondi" di Olga Tokarczuk.  Il testo è complesso e, nel definire il viaggio e lo spostamento da un luogo all'altro delle persone non solo come una necessità umana ma anche come desiderio, mette in campo una serie di problematiche inerenti il vagabondare della mente e del corpo nella tensione di conoscere il mondo che ci circonda e noi stessi. Qui sotto leggerete una riflessione che Laura Flores, una partecipante al Gruppo, ha scritto e a cui speriamo seguano altre riflessioni che permettano una comprensione maggiore del testo. 


Per me è stata una lettura difficile, in cui spesso anch'io mi sono persa e ritrovata, ho imboccato strade che finivano contro un muro e altre che aprivano spiragli sull'abisso. Ho anche pensato di mollare, interrompendo il vagabondaggio. Oggi, giunta al termine, mi sembra illuminante questo suo passo :"La vita mi è sempre sfuggita dalle mani. Ho sempre e solo trovato delle tracce, i resti della sua muta." Tra i vari indizi, mai veramente risolutivi, che la scrittrice semina nel libro, ci sono riferimenti geografici, nomi di strade, di luoghi, di fermate di metropolitane e mappe. Anche di fronte a queste ultime, dopo un' iniziale illusione di ritrovare finalmente " punti fermi", ci si perde di nuovo. Le mappe sono troppo antiche,oppure troppo dettagliate, oppure le indicazioni sono in caratteri sconosciuti. Insomma, le mappe esistono, ci confortano, ma non  risolvono. Tutti i tentativi di catalogazione, tassonomia e cartografia che l'uomo ha compiuto e compie sono commoventi e forse necessari, per darci l'impressione di poter finalmente tornare a una casa con le finestre illuminate che forse ci attende ancora o forse no. Restiamo nel nostro vagabondare, tra incontri e fughe, con la difficoltà di entrare nei vari ruoli richiesti e la tentazione di prendere il primo volo verso qualunque meta.

sabato 23 novembre 2019

La Giornata Internazionale 2019 contro la violenza sulle donne: Referto d’autopsia


Fiorenza Mormile 

Ogni anno questa giornata ci ricorda che il problema della violenza sulle donne persiste, in forme più o meno eclatanti, a cominciare dalla disparità di trattamento economico ancora forte nel nostro paese. Una ricerca del’Eures ha dichiarato qualche giorno fa che nei primi dieci mesi del 2019  sono state 94 le vittime di femminicidio in Italia, mentre nel 2018, annus horribilis, erano salite addirittura a 142. Il rapporto della polizia di stato “Questo non è amore” del marzo scorso definisce meglio la situazione: ogni giorno 88 donne sono vittime di un qualche abuso: il 41% subisce maltrattamenti, il 31% stalking, il 18% percosse e il 10% violenza sessuale. Naturalmente il  rapporto si riferisce solo a quanto denunciato, i numeri reali purtroppo sono di molto superiori. Riguardo al femminicidio il dato rilevante è che se negli ultimi dieci anni il numero degli uomini uccisi è calato del 50% per le donne non è stato così. Le vittime sono italiane nell’80% dei casi, gli autori, per il 61% indicati tra gli ex-partner, sono italiani in tre casi su quattro. Nel rapporto si precisa che in generale “l’autore delle violenze non bussa, ha le chiavi di casa”. Di pochi giorni fa il caso della nonna uccisa a pugni dal nipote mentre era alla guida dell’auto che lo trasportava. Oggi ci saranno manifestazioni in tutta Italia, a Roma un corteo partirà alle 14 da P.zza della Repubblica. 
Data la rilevanza internazionale del problema la poesia che vi propongo qui testimonia un femminicidio avvenuto anni fa negli U.S.A. Una madre ricorda la figlia adottiva, di origine cilena, a 21 anni strangolata nella propria casa col filo del telefono allo scopo staccato dal muro. L’assassino era stato per breve tempo suo collega nell’ospedale dove si era appena laureata infermiera. Avevano avuto una relazione, interrotta da lei dopo aver scoperto che lui era sposato (con quattro figli) ma soprattutto che le aveva sottratto denaro dalla carta di credito rubandole anche il numero della Security Card tramite il database dell’ospedale. Lei ne aveva informato il suo superiore, e lui l’ha voluta “punire” per questo e per averlo lasciato. È stato condannato all’ergastolo.     


Kathleen Sheeder Bonanno 

Referto d’autopsia 

Capelli: scuri come i boschi
Occhi: teneri
Naso: andino
Denti: bianchi, larghi
Bocca: oh, Dio,
che guidi la poesia,
non farmi pensare alla sua bocca,
a come rideva.
Cuore: colmo
Altri organi interni:
tutti perfetti
Causa del decesso:
strangolamento da laccio
Ultima immagine
impressa sulla retina:
qualcuno che voleva che lei
non
raccontasse.
                         traduzione di Fiorenza Mormile

da La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porster, A.M. Robustelli.


Kathleen Sheeder Bonanno

Autopsy Report 

Hair: dark like woods
Eyes: tender
Nose: Mayan
Teeth: white, wide
Mouth: oh, God,
who drives the poem,
do not make me think of her mouth,
how it laughed.
Heart: full
Other Internal Organs:
perfect, each
Cause of Death:
ligature strangulation
Last Recordered
Image on Retina:
someone who wanted her
not
to tell.


Il testo è pubblicato con l’autorizzazione dell’autrice e della casa editrice di Kathleen Sheeder Bonanno, Slamming Open the Door, Alice James Book, Farmington, Maine, 2009.

sabato 16 novembre 2019

Dal laboratorio di traduzione: Canto d’amore di Sinéad Morrissey



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Fiorenza Mormile
Aggiorniamo qui il brillante curriculum di questa autrice nordirlandese di cui avevamo fatto una prima presentazione nell’ottobre scorso. Dopo aver vinto nel 2013 il T.S. Eliot Prize  con la sua quinta raccolta di poesia (Parallax) Morrissey è diventata il primo Poet Laureate della città di Belfast. Nel 2017 con la sesta raccolta (On Balance) ha ricevuto il Forward Prize for Poetry e di recente è passata a insegnare Creative Writing dalla Queen’s University di Belfast alla Newcastle University. Nella nuova sede ricopre gli ulteriori incarichi di direttore del Newcastle Centre for the Literary Arts e di co-direttore del Newcastle Poetry Festival. 
Il primo testo tradotto è Love Song, uscito nel 2011 sull’antologia The Wake Forest Book of Irish Women’s Poetry. Se ne La vie en rose è la presenza catalizzatrice dell’amato a proiettare una colorazione rosata sulla vita, in  Canto d’amore  l’effetto euforizzante dell’innamoramento è analizzato in assenza del suo oggetto e per intonarlo  vengono chiamati a raccolta tutti i sensi.
Lo stato emotivamente alterato di chi s’innamora è esaminato con l’acribia di un medico: l’autrice referta con asciutta sintesi tutti i sintomi della propria patologia. L’innamoramento esaspera la sensibilità, tanto agli stimoli esterni (luce, suoni, odori della natura), quanto alle reazioni fisiologiche interne (insonnia, bocca secca), ma sa regalare anche l’ebbrezza: la sensazione di diamanti immessi nel flusso del proprio sangue. L’immagine della testa che sotto una forza incontrollabile va a cacciarsi in un secchio di stelle affianca alla beatitudine stellare uno spassoso  ammiccamento sulla cecità dell’amore.  Un canto insolito, dunque, che sa conciliare quotidiano e visionario, lirismo e ironia, a testimoniare l’originalità dello sguardo di Morrissey.

Sinéad Morrissey

Canto d'amore

Vedo luce ovunque
sul conducente dell'autobus sulla donna
con il carrello per strada
vedo il crepuscolo
sento l'orologio alle quattro
sento il silenzio negli armadi
nel canto degli uccelli
nell'alba stagnante
in bocca un gusto più secco della farina

sento l'odore delle radici degli alberi
prima di vedere le loro braccia
urlare
sull'orizzonte
sento diamanti spinti dentro
il flusso del sangue
autogenerati, un dono,
muoversi verso la testa sento la mia testa
cacciata dentro 
un secchio di stelle
e tutti i miei sensi
cantare

Traduzione di M. A. Basile, G.Mantegazza, M.Izzi, F.Mormile,
 M. Pezzarini, A.M. Rava, A.M. Robustelli, J. Wilkinson.

Sinéad Morrissey

Love Song

I see light everywhere
Over the bus driver the woman
With her trolley in the street
I see dusk
I hear the clock at four
I hear the silence in cupboards
Birdsong
Backwater dawn
I taste drier than flour

I smell the roots of trees
Before I see their arms
Shrieking
On the skyline
I feel diamonds pushed into
The bloodstream
Self-generated, a gift,
Making for the head I feel my head
Thrust into
A bucketful of stars
And all my senses
Singing

 from  The Wake Forest of Irish Women’s Poetry, Wake Forest University Press, Winston-Salem (N.C.- U.S.A.) 2011.

Si ringrazia l’autrice per l’autorizzazione a tradurre e riprodurre il suo testo.







martedì 12 novembre 2019

Gruppo "Al cinema con MVL" JOKER, IL PERSONAGGIO CHE INFIAMMA LE STRADE E IL DIBATTITO




L'ultimo film visto e discusso dal Gruppo "Al cinema con MVL" è stato Joker di Todd Phillips.
I commenti non stati unanimi: ad una parte dei partecipanti il film è piaciuto molto per le tematiche molto attuali che affronta, in particolar modo per aver messo in scena l'estremo disagio che prova la parte della società tenuta fuori dal benessere di pochi e che fa della ribellione individuale ed  estrema di Joker, reietto tra i reietti, il punto di rottura per far esplodere l'esasperazione a cui è arrivata.
Altri hanno rilevato una sorta di opportunismo di mercato nell'aver usato un personaggio molto noto nel mondo dei super eroi ( oltre il nome e la rappresentazione visiva del personaggio, l'ambientazione in Gotham city, l'omicidio dei genitori del futuro Batman) per fare cassa, quando poi, in realtà, il film si discosta completamente da quel genere cinematografico. Ad altri ancora non ha convinto l'impostazione del film e certi eccessi didascalici ( il biglietto che Joker mostra per far conoscere la sua particolarissima malattia della risata incontrollata). Tutti hanno concordato sull'ottima interpretazione di Joaquin Phoenix

Qui sotto proponiamo un commento al film di Alex Oriani giornalista freelance,  sceneggiatore, autore e regista, che gentilmente ci ha inviato un suo contributo, speriamo si aggiungano altri commenti per allargare la discussione.

Alex Oriani
Dopo aver letto decine di post su Joker l’ho finalmente visto. C'è poco da dire, un film colossale, cinema allo stato puro.
(Da qui contiene spoiler.)
Nello specifico: il personaggio di Joker ha un arco narrativo di un’efficacia che commuove. In particolare il rapporto amorevole con la madre malata, unica fonte di affetto e luce di una vita plagiata da sempre dalle tenebre, che si trasforma lentamente in una discesa agli inferi che sfocia nell’omicidio della stessa e poi si lega mirabilmente al plot centrale è da applausi a scena aperta.
Se non ne vedete la maestosa perfezione compratevi Screenplay di Syd Field, e avrete tutto chiaro.
Dire di Joaquin Phoenix è come discettare sulla recitazione di Jack Nicholson in Shining o di De Niro in Taxi Driver o Il cacciatore, non ha senso. Sono vertici assoluti che vanno solo contemplati in silenzio e poi venerati per il resto delle loro carriere.
Le scenografie di una Gotham city desolata e desolante sono altrettanto convincenti, mi chiedo solo perché abbiano girato alcune scene nella metro di Roma, forse perché era l’unica dilaniata dal degrado apocalittico necessario per il film.
Se dovessi proprio trovare un neo, un mini neo, bada bene, c’è stato un dialogo importante in cui siamo andati vicini, molto vicini, a uno dei due spiegoni più pericolosi in un film: quello del tema (l’altro è quello del plot). Si tratta dell’intervista a Thomas Wayne - padre di Bruce, ovvero Batman – che in soldoni dice “queste persone che ce l’hanno con quelli più fortunati di noi, quelli più produttivi, che vanno a fare casino invece di migliorare se stessi per me sono dei clown.” Ecco questo concetto che è un po’ il tema di un film antisistema con spruzzate di lotta di classe forse si poteva trovare un modo un po’ meno didascalico di dirlo.