giovedì 27 novembre 2014

Cimitero Acattolico/2 - Shelley, il cuore dei cuori. Verso Roma. Le ribellioni. L'amore per la Natura e per Willmouse. La morte per acqua. Ancora Roma.

A. Clint, P.B. Shelley
A cura del Cantiere24-MVL Gruppo Reportage*
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"Eccomi in questa capitale del mondo scomparso" (1) scrive Shelley nel novembre del 1818 e, pochi mesi dopo, all'amico Thomas Peacock:

"Vieni a Roma. È uno spettacolo che non si riesce a esprimere, che non si può comunicare a parole ... Roma è ancora la Capitale del mondo. I suoi palazzi e i suoi templi sono più gloriosi di quelli di qualsiasi altra, e ancor più gloriose le sue rovine. Vista da uno dei colli che la circondano, mostra cupole e cupole, palazzi e colonnati interminabili, fino all'orizzonte, interrotti da aree disabitate  e possenti rovine che si stagliano isolate nella propria desolazione, in sublime solitudine in mezzo ai templi di religioni viventi e alle abitazioni degli uomini" (2)

Roma è caduta, vedi, giace
Cumulo di rovine indistinguibili:
Solo la Natura non muore.

Le lettere a Thomas Peacock in cui Shelley descrive Roma sono capolavori.
La prosa del poeta Shelley, come quella del poeta Petrarca, è superiore a quella di gran parte dei prosatori del tempo. E del nostro tempo, ovviamente. Creperò, lo sento, nell'incomprensione: del perché ci si affanni tanto a scoprire nuovi scrittori quando tali righe giacciono neglette nelle biblioteche e in costose edizioni annotate.
Leggiamo, ad esempio, la sua scoperta dell'anfiteatro Flavio, uno dei luoghi dell'anima dell'umanità, a quel tempo ancora in simbiosi con la selvatichezza della campagna romana:

"Il Colosseo è diverso da ogni altra opera umana che io abbia mai visto. È enorme e altissimo, e gli archi di pietre massicce sono posti l'uno sopra l'altro, e si protendono nel cielo azzurro, diroccati e simili a rocce incombenti. Il tempo lo ha trasformato in un anfiteatro di colline rocciose ricoperte di olivi selvatici, mirti e fichi, e segnate da sentierini che serpeggiano tra le gradinate in rovina e le innumerevoli gallerie; boschetti ombreggiano chi vaga per i suoi labirinti, e le erbe selvatiche di questo clima mite fioriscono ovunque.

Gaspar van Wittel, Il Colosseo
L'arena è coperta d'erba e i suoi lembi penetrano nelle aperture degli archi diroccati come le propaggini di una pianura naturale. Solo una piccola parte della circonferenza esterna si è conservata intatta, e la leggerezza e la squisita bellezza di quella perfetta architettura, adorna di ordini di pilastri corinzi su cui poggia un'ardita cornice, è tale da farla sembrare meno imponente ... Dentro si vede il cielo aperto, e quando ci siamo andati, per vari giorni di seguito, c'era quel bel tempo limpido e soleggiato della fine di novembre ..." (3)

Percy Shelley è un vasto universo e non si può esaurirlo in poche righe. Egli sembra ricapitolare la sensibilità e le pulsioni artistiche della modernità occidentale: il culto del mondo greco romano, l'ansia furibonda di libertà, il romanticismo, il decadentismo, la fede nella parola creatrice.
La sua parabola, men che trentennale, comprime in pochi decenni eventi che riempirebbero la vita di milioni di noi.
Basta scorrere anche una sua pur sciatta biografia per accorgersi, nella terribile comparazione, delle nostre esistenze frantumate e meschine; anzi, miserevoli; obbedienti, stracche.
In trent'anni Shelley ebbe due mogli, Harriet e Mary, la Mary di Villa Diodati e di Frankenstein; si accese di passione per Cornelia Turner, sua insegnante di lingua e letteratura italiane, per Jane Williams, per Sophia, Teresa Viviani, per Jane/Claire.

Due donne si suicidarono per lui, la prima moglie Harriet e la seconda sorellastra di Mary, Fanny Imley, di lui perdutamente innamorata.
Fu espulso dall'università, cacciato dal padre, braccato dai creditori, umiliato dai critici, osteggiato dai governi; costretto a una vita da vagabondo, seppur agiata (alla morte del nonno ebbe una rendita annuale di mille sterline), ramingo per l'Europa e l'Italia, assieme a un gruppo variopinto: la seconda moglie Mary, la governante Èlise Duvilliard, il servitore Paolo Foggi, la cameriera Milly Shields, i figlioletti Clara e William, e la succitata, fatale Jane/Claire, sorellastra di Mary, amante di Byron (cui diede una figlia, Alba, poi ribattezzata Allegra) e innamorata dello stesso Shelley cui donerà, forse!, in gran segreto, la settima paternità: Elena Adelaide, morta ancor infante.
Un codazzo scandaloso, dall'anticonformismo aristocraticamente hippie.
Fu disconosciuto persino dal suocero, il filosofo anarchico William Godwin, il padre di Mary, alle cui opere s'era avidamente abbeverato; e perché? Sol perché Shelley aveva avuto l'ardire di vivere ciò che Godwin amava professare: l'amore libero, il pensiero per gli ultimi della società, il rispetto per gli animali (scrisse due trattati a favore del vegetarianesimo, Rivendicazione della dieta naturale e Sul sistema vegetariano), il pacifismo, l'anarchismo, l'ateismo, la libertà di stampa, le rivendicazioni a favore della causa luddista.
Di sette figli, solo tre sopravvissero alla sua pur breve vita; Clara morì in fasce nel 1815, Claire Everina a Venezia, di dissenteria, nel 1818; Elena Adelaide a Napoli, nel 1819; William a Roma, di malaria, il 7 giugno 1919.

martedì 25 novembre 2014

Cimitero Acattolico/1 - Una breve introduzione. Percy Bysshe Shelley. Il cimitero in Gabriele D'Annunzio

La statua di Psiche citata
da Gabriele D'Annunzio ne Il piacere
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A cura del Cantiere24-MVL Gruppo Reportage*
Il Cimitero Acattolico di Roma gode di una doppia fascinazione spirituale, l'una direttamente avvertibile dal visitatore, l'altra più nascosta, pronta a rivelarsi solo a chi ha la pazienza di seguire alcune trame segrete che legano nomi, date, storie, leggende.
L'evidenza è presto detta: il cimitero è un sereno ritaglio ricavato entro il caos della capitale, delimitato e ovattato dal perimetro delle millenarie Mura Aureliane; esso viene traversato da minuscoli viottoli che l'ozioso passeggiatore o il curioso percorre godendo della compostezza dell'arredo (colonne, cippi, fregi, statue, cappelline), nonché della riposante frescura di cipressi e pini e dell'architettonica tenacia delle edere; una insinuante sensazione di piacere pervade l'esteta, o il semplice turista di buon gusto e buone letture, nell'immediato accostamento tra il rigoglio di una natura così ben imbrigliata, i resti monumentali delle antichità romane e la loro rinnovazione sette-ottocentesca, propria del neoclassicismo.
Alla sinistra dell'entrata, ad esempio, tale effetto vi imprigiona subito: nel riquadro che ospita la tomba di John Keats, infatti, il cimitero si slarga in un area relativamente ampia, assolata e felice. La candida persistenza dei marmi eterni, istoriati da prose o solenni o commosse, spicca nel verde calmo dei prati, ombreggiati dalle sagome possenti e rovinose della Roma imperiale: la piramide di Caio Cestio e il baluardo di Aureliano.
E tale contrasto fra antico e moderno si risolve senza alcun affanno, in una convivenza naturale che si dona immediata all'animo dell'osservatore.
Ma parlavamo di una proprietà spirituale occulta.
Proprio al confine dei due riquadri principali, fra l'entrata, che ospita Shelley, e il praticello in cui riposa John Keats, possiamo ammirare un mosaico d'epoca romana, dal motivo labirintico: proprio tale mosaico si può assumere a simbolo di tale caratteristica. Per il visitatore accorto, infatti, ogni singolo nome del cimitero non esaurisce in sé il proprio significato, ma si pone in connessione con numerosi altri personaggi che animarono Roma, quale capitale europea, nell'Ottocento; parlare di Karl Pavlovič Brjullov o di Hendrik Andersen o di Edward John Trelawny, insomma, equivale a evocare le comunità artistiche e sociali russe e americane, inglesi e francesi (e italiane), che soggiornarono nella capitale in quegli anni; e destare all'interesse le cronache di scrittori in cui tali personaggi (e i luoghi del tempo) rivivono con partecipazione: Gabriele D’Annunzio, Henry James, Stendhal, René de Chateaubriand, Gioachino Belli, fra i maggiori.
Seguire un qualsiasi itinerario, magari dipartito da un trascurabile punto di partenza, significa, perciò, imbattersi in numerosi altri sentieri storici o concettuali: alcun notori, altri apparentemente estranei, o sconosciuti, o dapprima inapprezzati; tutti, però, in grado di restituire da una prospettiva inaspettata la visione della Città.

Uno dei pellegrinaggi maggiori è quello che muove dalla tomba di Percy Bysshe Shelley (1792-1822).
Fra pochi giorni lo percorreremo.
Intanto, quale introduzione e tributo, riportiamo un estratto da Il piacere di Giuseppe D’Annunzio, opera assolutamente devota al poeta inglese (viene citato dieci volte; in modo abbastanza sorprendente egli prevale nettamente su John Keats).
Nel romanzo compare, ad esempio, questo meraviglioso frammento di Shelley, poco conosciuto:

Un frammento - Alla musica

Chiave d'argento che apri la fontana delle lacrime,
Ove lo spirito beve finché la mente si smarrisce;
soavissima tomba di mille timori,
Ove la loro madre, l'Inquietudine, simile a un fanciullo che dorma,
Giace sopita ne' fiori (1).

In altro luogo del romanzo, ambientato proprio nel Cimitero Protestante, i due protagonisti, Andrea Sperelli e Maria Ferres, si recano a omaggiare il sepolcro del poeta. Qui D’Annunzio incastona due citazioni da altrettali composizioni di Shelley. Una da Death (2) (La morte è qui, e la morte è là); la seconda da The magnetic lady to her patient (La magnetizzatrice al suo paziente):

E dimenticatemi, perché io non sarò mai
Vostra!
(And forget me, for I can never
Be thine!)

Nel breve estratto, inoltre, il Pescarese accenna pure alla lirica A Jane. Il ricordo (To Jane. The recollection) in un vero tripudio di celebrazioni.
Sia To Jane che The magnetic lady furono dedicate da Shelley all’amore segreto Jane Williams, moglie di Edward Williams, uno dei tre compagni di naufragio del poeta, annegato l’8 luglio 1822.
Su Shelley ritorneremo, come detto.
Ecco ora il passo de Il piacere:

“La sera del 9 giugno, sul punto di separarsi da Andrea, ella cercava un suo guanto smarrito. Nel cercare, ella vide sopra un tavolo il libro di Percy Bysshe Shelley, il medesimo volume che Andrea le aveva prestato al tempo di Schifanoja, il volume in cui ella aveva letto la Recollection prima della gita a Vicomìle, il caro e triste volume in cui ella aveva segnato con l'unghia i due versi:
"And forget me, for I can never /Be thine!"
Ella lo prese, con una commozione visibile; lo sfogliò; trovò la pagina, i segni dell'unghia, i due versi.
- Never! - mormorò, scotendo il capo. - Ti ricordi? E son passati otto mesi appena!
Restò un poco pensosa; sfogliò ancóra il libro; lesse qualche altro verso.

- È il nostro poeta - soggiunse. - Quante volte m'hai promesso di condurmi al cimitero inglese! Ti ricordi? Dovevamo portare i fiori al sepolcro ... Vuoi che andiamo? Conducimi prima ch'io parta. Sarà l'ultima passeggiata.
Egli disse:
- Andiamo domani.
Andarono, quando il sole era già sul declinare. Nella carrozza coperta, ella teneva su le ginocchia un fascio di rose. Passarono di sotto all'Aventino arborato. Intravidero i navigli carichi di vin siciliano ancorati nel porto di Ripa Grande.
In vicinanza del cimitero, discesero; percorsero un tratto a piedi, fino al cancello, taciturni. Maria sentiva in fondo all'anima ch'ella non andava soltanto a portar fiori sul sepolcro d'un poeta ma che andava a piangere, in quel luogo di morte, qualche cosa di sé, irreparabilmente perduta. Il frammento di Percy, letto nella notte, nell'insonnio, le risonava in fondo all'anima, mentre guardava i cipressi alti nel cielo, oltre la muraglia imbiancata.

La Morte è qui, e la Morte è là;
Da per tutto la Morte è all'opera;
Intorno a noi, in noi, sopra di noi,
Sotto di noi è la Morte; e noi non siamo che Morte.

La Morte ha messo la sua impronta e il suo suggello
Su tutto ciò che noi siamo, e su tutto ciò che sentiamo
E su tutto ciò che conosciamo e temiamo.

Da prima muoiono i nostri piaceri, e quindi
Le nostre speranze, e quindi i nostri timori;
E quando tutto ciò è morto,
La polvere chiama la polvere e noi anche moriamo.

Tutte le cose che noi amiamo ed abbiam care
Come noi stessi devono dileguarsi e perire.
Tale è il nostro crudele destino.
L'amore, l'amore medesimo morirebbe, se tutto il resto non morisse ...

Varcando la soglia, ella mise il suo braccio sotto quello di Andrea, presa da un piccolo brivido.
Il cimitero era solitario. Alcuni giardinieri davano acqua alle piante, lungo la muraglia, facendo oscillare l'inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale, in silenzio. I cipressi funebri s'inalzavano diritti ed immobili nell'aria: soltanto le loro cime, fatte d'oro dal sole, avevano un leggero tremito. Tra i fusti rigidi e verdastri, come di pietra tiburtina, sorgevano le tombe bianche, le lapidi quadrate, le colonne spezzate, le urne, le arche. Dalla cupa mole dei cipressi scendevano un'ombra misteriosa e una pace religiosa e quasi una dolcezza umana, come dal duro sasso scende un'acqua limpida e benefica. Quella regolarità costante delle forme arboree e quel candor modesto del marmo sepolcrale davano all'anima un senso di riposo grave e soave. Ma in mezzo ai tronchi allineati come le canne sonore d'un organo e in mezzo alle lapidi, gli oleandri ondeggiavano con grazia, tutti invermigliati di fresche ciocche fiorite; i rosai si sfogliavano ad ogni fiato di vento, spargendo su l'erba la loro neve odorante; gli eucalipti inchinavano le pallide capellature che or sì or no parevano argentee; i salici versavano su le croci e su le corone il loro pianto molle; i cacti qua e là mostravano i magnifici grappoli bianchi simili a sciami dormienti di farfalle o a manipoli di rare piume. E il silenzio era interrotto a quando a quando dal grido di qualche uccello disperso.
Andrea disse, indicando il sommo dell'altura:

- Il sepolcro del poeta è lassù, in vicinanza di quella rovina, a sinistra, sotto l'ultimo torrione.
Maria si sciolse da lui, per salire su pei sentieri angusti, tra le siepi basse di mirto. Ella andava innanzi, e l'amante la seguiva. Ella aveva il passo un poco stanco; si soffermava ad ogni tratto; ad ogni tratto si volgeva indietro per sorridere all'amante. Era vestita di nero; portava un velo nero sul viso, che le giungeva fino al labbro superiore; e il suo sorriso tenue tremolava sotto l'orlo nero, si ombrava come d'un'ombra di lutto. Il suo mento ovale era più bianco e più puro delle rose ch'ella portava in mano.
Accadde che, mentre ella si volgeva, una rosa si sfogliò. Andrea si chinò a raccogliere le foglie sul
sentiero, innanzi a' piedi di lei. Ella lo guardava. Egli posò i ginocchi a terra, dicendo:
- Adorata!
Un ricordo sorse a lei nello spirito, evidente come una visione.
- Ti ricordi - ella disse - quella mattina, a Schifanoja, quando io ti gettai un pugno di foglie, dalla
penultima terrazza? Tu t'inginocchiasti sul gradino, mentre io discendevo... Quei giorni, non so, mi paiono tanto vicini e tanto lontani! Mi pare d'averli vissuti ieri, d'averli vissuti un secolo fa. Ma forse li ho sognati?
Giunsero, tra le siepi basse di mirto, fino all'ultimo torrione a sinistra dov'è il sepolcro del poeta e del Trelawny. Il gelsomino, che s'arrampica per l'antica rovina, era fiorito; ma delle viole non rimaneva che la folta verdura. Le cime dei cipressi giungevano alla linea dello sguardo e tremolavano illuminate più vivamente dall'estremo rossor del sole che tramontava dietro la nera croce del Monte Testaccio. Una nuvola violacea, orlata d'oro ardente, navigava in alto verso l'Aventino.
"Qui sono due amici, le cui vite furono legate. Che anche la loro memoria viva insieme, ora ch'essi giacciono sotto la tomba; e che l'ossa loro non sieno divise, poiché i loro due cuori nella vita facevano un cuor solo: for their two hearts in life were single hearted!"
Maria ripeté l'ultimo verso. Poi disse ad Andrea, mossa da un pensier delicato:
- Scioglimi il velo.
E gli si appressò arrovesciando un poco il capo perché egli le sciogliesse il nodo su la nuca. Le dita di lui le toccavano i capelli, i meravigliosi capelli che, quando erano sparsi, parevano vivere come una foresta, di una vita profonda e dolce; all'ombra de' quali egli aveva tante volte assaporata la voluttà de' suoi inganni e tante volte evocata un'imagine perfida. Ella disse:
- Grazie.
Jane Williams ritratta da
George Clint
E si tolse il velo di su la faccia, guardando Andrea con occhi un poco abbagliati. Ella appariva molto bella. Il cerchio intorno le occhiaie era più cupo e più cavo, ma le pupille brillavano d'un fuoco più penetrante. Le ciocche dense de' capelli aderivano alle tempie, come ciocche di giacinti bruni, un po' violetti. Il mezzo della fronte, scoperto, libero, splendeva nel contrasto, d'un candor quasi lunare. Tutti i lineamenti s'erano affinati, avevano perduto qualche parte della loro materialità, alla fiamma assidua dell'amore e del dolore.
Ella avvolse al velo nero gli steli delle rose, annodò le estremità con molta cura; poi aspirò il profumo, quasi affondando il viso nel fascio. E poi depose il fascio su la semplice pietra ov'era inciso il nome del poeta. E il suo gesto ebbe una indefinibile espressione, che Andrea non poté comprendere.
Seguitarono innanzi per cercare la tomba di John Keats, del poeta d'Endymion.
Andrea le domandò, soffermandosi a riguardare indietro, verso il torrione:
- Come le hai avute, quelle rose?
Ella gli sorrise ancóra, ma con gli occhi umidi.
- Sono le tue, quelle della notte di neve, rifiorite stanotte. Non ci credi?
Si levava il vento della sera; e il cielo, dietro la collina, era tutto d'un color diffuso d'oro in mezzo a cui la nuvola discioglievasi come consunta da un rogo. I cipressi in ordine, su quel campo di luce, erano più grandiosi e più mistici, tutti penetrati di raggi e vibranti nei culmini acuti. La statua di Psiche in cima al viale medio aveva assunto un pallore di carne. Gli oleandri sorgevano in fondo come mobili cupole di porpora.
Su la piramide di Cestio saliva la luna crescente, per un ciel glauco e profondo come l'acqua d'un golfo in quiete.
Essi discesero, lungo il viale medio, fino al cancello. I giardinieri ancóra davan acqua alle piante, sotto la muraglia, facendo oscillare l'inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale, in silenzio. Due altri uomini, tenendo per i lembi una coltre mortuaria di velluto e d'argento, la sbattevano forte; e la polvere metteva un luccichio spandendosi. Giungeva dall'Aventino un suono di campane.
Maria si strinse al braccio dell'amante, non reggendo più all'angoscia, sentendosi ad ogni passo mancare il suolo, credendo di lasciare su la via tutto il suo sangue. E, appena fu nella carrozza, ruppe in lacrime disperate, singhiozzando su la spalla dell'amante:
- Io muoio.
Ma ella non moriva. E sarebbe stato meglio, per lei, s'ella fosse morta.
________________________________

* Gruppo Reportage:
Maria Cristina Masotti
Antonella Cecchi Pandolfini
Virginia Valletta
Lamberto Di Fabio
Antonella Venanzi
Nicola Barricelli
Patrizia Vincenzoni
Stefano Martinez

Testi di Gianluca Chiovelli

(1)
A fragment - To music

Silver key of the fountain of tears,
Where the spirit drinks till the brain is wild;
Softest grave of a thousand fears,
Where their mother, Care, like a drowsy child,
Is laid asleep in flowers

(2)
Death is here and death is there,
Death is busy everywhere,
All around, within, beneath,
Above is death -- and we are death.

Death has set his mark and seal
On all we are and all we feel
On all we know and all we fear,

First our pleasures die--and then
Our hopes, and then our fears--and when
These are dead, the debt is due,
Dust claims dust -- and we die too.

All things that we love and cherish,
Like ourselves must fade and perish;
Such is our rude mortal lot --
Love itself would, did they not.

sabato 22 novembre 2014

La poesia della domenica - Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno

Non un sogno, ma un sogno dentro un sogno, la somma irrealtà. E se la realtà svanisce in un qualcosa di impalpabile, anche la vita si sfilaccia in tanti momenti irrecuperabili, come i grani d'una clessidra, in un filo di polvere e tempo impossibile da arrestare.
Poe, perfetto decadente ottocentesco, si avvale nella composizione di due concetti eminentemente barocchi, secenteschi. Ma se Calderon (La vita è sogno) o gli elisabettiani (fra cui Donne, i metafisici) potevano contare su una visione ultraterrena che compensasse la miseria della condizione umana (per usare una locuzione del Papa Lotario di Segni, Innocenzo III), Poe, come tutti i moderni, è assolutamente solo di fronte a tale rivelazione glaciale e definitiva.
Cosa resta del balsamo divino che medicava il terrore della morte?
Nulla. Si affronta il destino e la realtà forti o della consapevolezza estrema o d'un breve momento di nostalgia e rimpianto (Questo mio bacio accogli sulla fronte!), che è la poesia stessa, unico risarcimento al dolore.


Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica
che non sbagli se pensi
che furono un sogno i miei giorni;
e, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient'altro,
è forse per questo meno svanita?
Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.

Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.
Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita, e ricadono sul mare!
Ed io piango - io piango!
O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?
O Dio! Mai potrò salvarne
almeno uno, dall'onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno?

venerdì 21 novembre 2014

mvl teatro: BEING NORWEGIAN alla Sala Studio del Vascello



 
Maria Cristina Reggio
Cosa succede a due persone di sesso diverso che si conoscono in un locale e poi lui la invita a casa sua? Ce lo mostra al Vascello l'ottimo teatro d'attore di  Elena Arvigo - anche autrice della traduzione - e Roberto Rustioni - quest'ultimo anche regista della pièce - in Being Norwegian, testo del drammaturgo scozzese David Greig, nato a Edimburgo e cresciuto, per motivi famigliari, in Nigeria.  Argomento di tante commedie, sia teatrali sia cinematografiche, l'incontro fortuito tra un uomo e una donna si svolge in genere seguendo un reiterato copione sociale, con regole di comportamento che a mano a mano si sono codificate, forse proprio attraverso il teatro, il cinema, la tv: l'ospite offre qualcosa da bere, mette su una musica, accende una luce soft, si siedono sul divano, lei copre o mostra la coscia, lui ci prova e, se lei ci sta l'incontro può dirsi riuscito, e li vediamo rotolarsi finalmente sul divano stesso, sul letto, e perché no, sul tappeto.   Anche in questo caso si vorrebbe che finisse così, ma qui l'autore, lo spazio della rappresentazione e gli attori stessi mettono gli spettatori di fronte a uno specchio ben diverso, nel quale si riflette, pur tra molti scoppi di risate sommesse, un'umanità perduta, disperata, strappata, quello che noi siamo.   
Lei è una solare trentenne con calza nera e abito da sera, una donna " che vive in un seminterrato e abituata ad arrangiarsi da sola" - dice lei stessa, a un certo punto - che si mostra simpatica, disponibile e civetta quanto può, ma senza convinzione, se non quella di essere diversa, speciale, forte, "altra", insomma, in una parola, norvegese. Instancabilmente prova a entrare nel copione, ma altrettanto incessantemente se ne tira fuori arroccandosi in una immaginaria rude "norvegese" alterità, promette spesso di andarsene, ma resta e vuole restare. Lui è meraviglioso, quasi un perfetto scozzese: carnagione pallida, magrezza di uomo poco atletico, un corpo e un viso di chi ha chiuso le emozioni dentro una mancanza di espressività e in una prossemica incerta, i cui arti leggermente scoordinati sembrano capaci solo di muoversi in uno spazio conosciuto, insomma un uomo abituato a vivere in uno stesso spazio da solo. Quando si siede sul divano accanto alla ragazza pronuncia la fatidica frase inutile "Eccoci qua", due parole che non dicono nulla se non attestare un'evidenza senza possibilità di fuga. Si è là perché si è stati catapultati senza volerlo su quel divano, accanto a quella buffa sconosciuta, a cui non si sa cosa dire e che, forse, si vorrebbe che uscisse al più presto dal proprio spazio vitale. Ma lo spazio vitale di Sean, questo il nome del protagonista maschile, separato con due figli e uscito da poco di galera, non è un loft con design confortevole, ma un appartamento disadorno, che ricorda gli ambienti degradati dei film di un regista nordico, (non norvegese, ma finlandese) Aki Kaurismaki, arredato con oggetti miseri e con tanti scatoloni ancora chiusi disseminati qua e là nei quali l'uomo inciampa sovente.  
Il fatto curioso è che questa pièce si dà non sul palco del Vascello, ma nella sala Studio, che sembra diventare per l'occasione davvero un appartamento, con tanto di porta in laminato. Un soggiorno con un'illusoria vetrata che lo chiude, e che divide lo spazio degli attori da quello degli spettatori: all'inizio, infatti, lei indica tra noi che sediamo, un ipotetico splendido quanto disperante panorama metropolitano notturno. La vicinanza degli spettatori con i corpi degli attori è tale che se ne sente il respiro, forse addirittura i battiti cardiaci, e agli spettatori sembra di essere dentro a quella casa, di assistere, non visti, a un incontro reale tra due persone senza trucco, due autentici esseri umani che vivono un frammento della loro storia di vita. E il finale, allora, commuove davvero.
Fino al 23 novembre al Teatro Vascello,  Sala Studio
 
 

mercoledì 19 novembre 2014

Due poesie di Optaziano Porfirio, poeta enigmistico

Nato in terra d’Africa (fra il 260 e il 270), Optaziano fu tra i comites (consoli) presso la corte imperiale di Costantino, nella guerra contro i Sarmati. Caduto in disgrazia (forse per un adulterio, forse per la pratica di arti magiche), riuscì a riabilitarsi (compose una raccolta di panegirici in lode all’imperatore) sino a occupare cariche molto elevate, sino alla prefettura di Roma.
Come si legge in Introduzione alla poesia latina (cura di Luca Canali): “fu maestro di tecniche astruse: L’Anthologia Latina conserva alcuni suoi versi ‘anaciclici’, coppie di distici elegiaci leggibili indifferentemente dall’inizio alla fine o viceversa. Affiancò a simili sofisticati giochi metrici dei veri e propri calligrammi, in cui i versi disegnano un oggetto. Ma la sua specialità – e forse addirittura invenzione – sono i carmi con versus intexti, cioè contenenti versi ottenuti all’interno dei normali versi, collegandone le lettere con inchiostro speciale, (minio), a originare, oltre a scritte, disegni e ornamenti geometrici.
Fra questi tracciati spicca il monogramma di Cristo, che andrà inteso almeno come un omaggio a Costantino, se non come segno di una tardiva adesione – forse superficiale e interessata – alla nuova religione di stato”.
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Testo (da “Prodentur minio coelestia” a “felicia facta nepotum”)

I segni celesti saranno svelati dal minio a chi legge. O Costantino, decoro del mondo, aurea luce di questa età, con quali nuove preghiere può cantare, o sommo duce, i i tuoi trofei misti ad ammirevole pietà la mia pagina esultante, emula del Clario genitore di Calliope, bagnata di tale liquore? L’Elicona emani per la nostra gioia le onde da cui nascono versi, e faccia scaturire dal petto clemente un nuovo nume; infatti io cantando ritmici versi celebrerò gli scettri del magnanimo duce. La Grecia ci dà i doni di Gaza, e tu dai sicurezza a questa età col confine degli alleati Blemmi, o luce Romulea. Canto cose fiorenti, degne dei nuovi voti, scritte col voto. Marte, assicurata questa regione, con pari diritto si dirige verso il cielo. Sicché è chiaro che il Rubicone sconfigge ormai nella guerra ogni cittadino di Misia. Ormai la difficile Musa felice ed esultante mi spinge a mostrare con le lettere le sue visioni di pace; ora, lieto, per mezzo mio Febo mostra difficili gioie. O alloro, canta anche la trama col nuovo plettro intrecciato, plaudendo alla felice età con arte dipinta di lettere. Così il poeta, prendendo il mare, o sommo Pizio, sotto una guida sicura, ora tranquillo, ora temerario lo disprezzi; io certo ora ben sarei capace di fendere col remo il mare di Siga, se tendo le vele difficile per tutto il Nottifero, spingendo la nave. La Musa mi concede di intrecciare la nave da me immaginata; questa più la nobile speranza congiunta al tuo voto. La mia lode dipinta, che rispetta il piede, non spezzi a me insaziabile con la sua gran mole d’insegnamento la mente stanca per i suoi giri. Con sacra eloquenza svelerò con buona intenzione felicissime immagini; le disprezzerà forse la clemenza, quando farà a gara con le più grandi speranze dopo aver sconfitto Marte? Così che tu, fatto imperatore, fai crescere per noi l’età dell’oro, poi vincitore renderai ormai al Lazio i doppi ventennali che la mia devozione dipinga con carme dedicato al tuo nome meraviglioso. La fortunata pagina esprime il voto tracciandolo con vario fiore, ricordando gli insigni Fati della Augusta discendenza. Le fortunate imprese dei tuoi nipoti, degne di avere te per giudice o per pio testimone, si uniranno ai meriti dell’antenato.

Versus Intexti (disegnano il monogramma di Cristo, )

Bisogna pensare che la nave sia il mondo e tu l’arredo all’interno, teso dai possenti venti della tua virtù. Il navigante disprezzi ora, o sommo, sicuro le tempeste; disprezzi ora, o sommo, sicuro, le nere tempeste; sicuro disprezzi cose arricchite di grandissimi trofei; scacciati i cattivi pensieri disprezzi, o sommo, le tempeste; anche Roma con buona speranza disprezzi, o sommo, le tempeste, Roma felice fiorisce sempre per i tuoi voti

Grazioso tale componimento in cui svela all’amico cornuto, nei versus intexti, il nome dell’amante della bella moglie Imnide.

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Testo (Da “ingemui graviter” a “Fryx coiux, crede canenti”)

“Molto io piansi commiserando l’amico greco, al quale l’animo mio, dolente per ciò che è stato perpetrato, desidera raccontare tutto, sicché egli, leggendo da solo questi fatti che gli sono nascosti, si infiammi di ira, perché possa tenere in catene il dissoluto e colpevole, ma evitando la presenza di gente, che un marito non può volere testimone di vergognosi litigi, ed evitando poi che la bellissima donna istupidisca il greco con i cari dardi, sapendo, scellerata, che niente perse Elena figlia del cigno, la quale ebbe più favore per i due adulterî. Io indico con piacere tutti i nomi: la Musa canta per i Greci. O coniuge frigio, credi a me che canto”

Versus Intexti

O Marco, Nilo possiede tua moglie Imnide

domenica 16 novembre 2014

Autoritratto di editore con Carmine Donzelli

Lorenzo Carlo
12 novembre, secondo incontro del nuovo ciclo 2014-15 di “Autoritratto di editore” dopo la conversazione con Isabella Ferretti di 66thand2nd: questa volta è stato il turno di Carmine Donzelli e Bianca Lazzaro che hanno presentato la casa editrice attraverso sei opere da loro ritenute particolarmente significative della loro produzione.
Con un appassionato e appassionante lungo monologo Carmine Donzelli ha raccontato la più che ventennale vicenda della casa editrice, nata nel 1992 sulla scia della rivista Meridiana. I criteri di scelta delle opere da pubblicare sono dichiaratamente disparati; l’intento principale è quello di rivolgersi ad un lettore generalista, colto, sofisticato, curioso, con un approccio non accademico e non specialistico.
Alla data sono in catalogo oltre 1700  titoli: appunto per il criterio sopra detto non vi è alcun “best-seller” ma vi sono numerosi “long-seller”. Fra questi il titolo più rappresentativo è senza dubbio Destra e sinistra di Norberto Bobbio giunto quest’anno alla sua quinta edizione ampliata ed arricchita di preziosi interventi nel ventennale della prima edizione.
L’editore ha inoltre voluto ricordare:
Guido Crainz e la sua (per ora) trilogia sull’Italia repubblicana: il terzo volume Il Paese reale è il più recente; Angelo Bolaffi e il suo Cuore tedesco che, oltre a far capire meglio la Germania contemporanea agli italiani, ha avuto tale successo da meritarsi numerose traduzioni tramite le quali ha finito - per certi versi - con lo spiegare la Germania anche ai tedeschi; le Fiabe e storie di H. C. Andersen nell’unica edizione completa e integrale mai realizzata in Italia, una magnifica opera editoriale ricca di una straordinaria prefazione di Vincenzo Cerami e di preziose illustrazioni originali di Fabian Negrin; Il pozzo delle meraviglie dove sono raccolte le favole popolari raccolte dal grande antropologo siciliano in dialetto locale, qui per la prima volta rese in italiano (meglio che “tradotte”) da un lungo, esperto ed amorevole lavoro di Bianca Lazzaro ed illustrate dal magico Fabian Negrin; una preziosa edizione de “Il Principe” di Niccolò Machiavelli pubblicata nel 500° anniversario con una traduzione in italiano corrente (a cura dello stesso Donzelli) a fronte che rende l’opera molto più leggibile ed apprezzabile per il lettore contemporaneo.
Il tempo tiranno ci ha costretti a interrompere questo incontro con rammarico unanime: molte erano ancora gli argomenti da toccare e le curiosità da soddisfare. Ci siamo ripromessi di aggiungere un secondo incontro non appena possibile. E prima di salutarci, Carmine Donzelli ha comunque ricambiato l'invito di Monteverdelegge, sollecitando i soci a prendere parte all'aperitivo natalizio che si terrà nella sede della casa editrice, in via Mentana, il 18 dicembre a partire dalle 18.

sabato 15 novembre 2014

La poesia della domenica - Beatrice di Dia, Io ho vissuto in gran pena

Beatrice, contessa di Dia (1140? - ?), originaria del Delfinato (antica provincia francese fra Rodano e Alpi al confine col Piemonte) fu la maggiore trovatrice in lingua provenzale.
Secondo una tradizione preponderante fu moglie di Guglielmo di Poitiers, e si accese di passione per Raimbaut d’Aurenga (1140?-1173), signore d’Orange, altro notevole poeta occitanico.
Di Beatrice sopravvivono cinque composizioni.
In Estât ai en greu cossirier, denotata da una squisita sensualità, si esalta, secondo un riccorrente topos della lirica provenzale, l’amore adulterino; e questo si accende per un cavaliere celato sotto il senhal Florio (che identifica, quindi, Beatrice come Biancofiore).
La leggenda di Florio e Biancofiore fu uno dei cantari più diffusi nell’Europa medioevale (ispirerà anche il Filocolo di Giovanni Boccaccio).
Florio, figlio del re pagano di Spagna, nasce nello stesso giorno di Biancofiore, orfana presso la corte, ma di ascendenze cristiane e romane. Cresciuti ed educati insieme, i fanciulli si innamorano perdutamente. Divisi dal re (Florio è mandato in terre straniere, Biancofiore venduta ai nomadi), i due amanti si ricongiungeranno presso la Corte di Babilonia uniti nella fede in Cristo.
Che i due senhal, Florio e Biancofiore, usati per celare l’identità di poetessa e amante, siano stati usati da Beatrice a causa di quella comune data di nascita?
Impossibile dimostrarlo, ma la supposizione è così bella che mi piace credervi.

Io ho vissuto in gran pena
Per un cavaliere che fu mio
E voglio che per sempre sia saputo
Che l’ho amato  appassionatamente;
Ma ora vedo che son tradita
Perché non gli donai l’amor mio
Per cui mi trovo in gran tormento
Sia nel letto che quando son vestita

Ben vorrei il mio cavaliere
Stringere nudo, una notte, fra le mie braccia,
E che lui si sentisse felice
Solo ch’io gli facessi da cuscino,
Perch’è lui che mi piace più di quanto
Non sia piaciuto Florio a Biancofiore.
A lui consegno il mio cuore e il mio amore,
Il mio sonno, i miei occhi e la mia vita.

Bell’amico, gentile e valoroso,
Or quando vi terrò in poter mio?
Solo una sera insieme a voi giacere
Per farvi dono d’un bacio d’amore!
Avrei gran voglia, ben lo sappiate,
D’aver voi piuttosto che il marito
A patto d’avermi giurato 
Di far tutto ciò ch’io volessi.