sabato 22 novembre 2014

La poesia della domenica - Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno

Non un sogno, ma un sogno dentro un sogno, la somma irrealtà. E se la realtà svanisce in un qualcosa di impalpabile, anche la vita si sfilaccia in tanti momenti irrecuperabili, come i grani d'una clessidra, in un filo di polvere e tempo impossibile da arrestare.
Poe, perfetto decadente ottocentesco, si avvale nella composizione di due concetti eminentemente barocchi, secenteschi. Ma se Calderon (La vita è sogno) o gli elisabettiani (fra cui Donne, i metafisici) potevano contare su una visione ultraterrena che compensasse la miseria della condizione umana (per usare una locuzione del Papa Lotario di Segni, Innocenzo III), Poe, come tutti i moderni, è assolutamente solo di fronte a tale rivelazione glaciale e definitiva.
Cosa resta del balsamo divino che medicava il terrore della morte?
Nulla. Si affronta il destino e la realtà forti o della consapevolezza estrema o d'un breve momento di nostalgia e rimpianto (Questo mio bacio accogli sulla fronte!), che è la poesia stessa, unico risarcimento al dolore.


Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica
che non sbagli se pensi
che furono un sogno i miei giorni;
e, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient'altro,
è forse per questo meno svanita?
Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.

Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.
Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita, e ricadono sul mare!
Ed io piango - io piango!
O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?
O Dio! Mai potrò salvarne
almeno uno, dall'onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno?

venerdì 21 novembre 2014

mvl teatro: BEING NORWEGIAN alla Sala Studio del Vascello



 
Maria Cristina Reggio
Cosa succede a due persone di sesso diverso che si conoscono in un locale e poi lui la invita a casa sua? Ce lo mostra al Vascello l'ottimo teatro d'attore di  Elena Arvigo - anche autrice della traduzione - e Roberto Rustioni - quest'ultimo anche regista della pièce - in Being Norwegian, testo del drammaturgo scozzese David Greig, nato a Edimburgo e cresciuto, per motivi famigliari, in Nigeria.  Argomento di tante commedie, sia teatrali sia cinematografiche, l'incontro fortuito tra un uomo e una donna si svolge in genere seguendo un reiterato copione sociale, con regole di comportamento che a mano a mano si sono codificate, forse proprio attraverso il teatro, il cinema, la tv: l'ospite offre qualcosa da bere, mette su una musica, accende una luce soft, si siedono sul divano, lei copre o mostra la coscia, lui ci prova e, se lei ci sta l'incontro può dirsi riuscito, e li vediamo rotolarsi finalmente sul divano stesso, sul letto, e perché no, sul tappeto.   Anche in questo caso si vorrebbe che finisse così, ma qui l'autore, lo spazio della rappresentazione e gli attori stessi mettono gli spettatori di fronte a uno specchio ben diverso, nel quale si riflette, pur tra molti scoppi di risate sommesse, un'umanità perduta, disperata, strappata, quello che noi siamo.   
Lei è una solare trentenne con calza nera e abito da sera, una donna " che vive in un seminterrato e abituata ad arrangiarsi da sola" - dice lei stessa, a un certo punto - che si mostra simpatica, disponibile e civetta quanto può, ma senza convinzione, se non quella di essere diversa, speciale, forte, "altra", insomma, in una parola, norvegese. Instancabilmente prova a entrare nel copione, ma altrettanto incessantemente se ne tira fuori arroccandosi in una immaginaria rude "norvegese" alterità, promette spesso di andarsene, ma resta e vuole restare. Lui è meraviglioso, quasi un perfetto scozzese: carnagione pallida, magrezza di uomo poco atletico, un corpo e un viso di chi ha chiuso le emozioni dentro una mancanza di espressività e in una prossemica incerta, i cui arti leggermente scoordinati sembrano capaci solo di muoversi in uno spazio conosciuto, insomma un uomo abituato a vivere in uno stesso spazio da solo. Quando si siede sul divano accanto alla ragazza pronuncia la fatidica frase inutile "Eccoci qua", due parole che non dicono nulla se non attestare un'evidenza senza possibilità di fuga. Si è là perché si è stati catapultati senza volerlo su quel divano, accanto a quella buffa sconosciuta, a cui non si sa cosa dire e che, forse, si vorrebbe che uscisse al più presto dal proprio spazio vitale. Ma lo spazio vitale di Sean, questo il nome del protagonista maschile, separato con due figli e uscito da poco di galera, non è un loft con design confortevole, ma un appartamento disadorno, che ricorda gli ambienti degradati dei film di un regista nordico, (non norvegese, ma finlandese) Aki Kaurismaki, arredato con oggetti miseri e con tanti scatoloni ancora chiusi disseminati qua e là nei quali l'uomo inciampa sovente.  
Il fatto curioso è che questa pièce si dà non sul palco del Vascello, ma nella sala Studio, che sembra diventare per l'occasione davvero un appartamento, con tanto di porta in laminato. Un soggiorno con un'illusoria vetrata che lo chiude, e che divide lo spazio degli attori da quello degli spettatori: all'inizio, infatti, lei indica tra noi che sediamo, un ipotetico splendido quanto disperante panorama metropolitano notturno. La vicinanza degli spettatori con i corpi degli attori è tale che se ne sente il respiro, forse addirittura i battiti cardiaci, e agli spettatori sembra di essere dentro a quella casa, di assistere, non visti, a un incontro reale tra due persone senza trucco, due autentici esseri umani che vivono un frammento della loro storia di vita. E il finale, allora, commuove davvero.
Fino al 23 novembre al Teatro Vascello,  Sala Studio
 
 

mercoledì 19 novembre 2014

Due poesie di Optaziano Porfirio, poeta enigmistico

Nato in terra d’Africa (fra il 260 e il 270), Optaziano fu tra i comites (consoli) presso la corte imperiale di Costantino, nella guerra contro i Sarmati. Caduto in disgrazia (forse per un adulterio, forse per la pratica di arti magiche), riuscì a riabilitarsi (compose una raccolta di panegirici in lode all’imperatore) sino a occupare cariche molto elevate, sino alla prefettura di Roma.
Come si legge in Introduzione alla poesia latina (cura di Luca Canali): “fu maestro di tecniche astruse: L’Anthologia Latina conserva alcuni suoi versi ‘anaciclici’, coppie di distici elegiaci leggibili indifferentemente dall’inizio alla fine o viceversa. Affiancò a simili sofisticati giochi metrici dei veri e propri calligrammi, in cui i versi disegnano un oggetto. Ma la sua specialità – e forse addirittura invenzione – sono i carmi con versus intexti, cioè contenenti versi ottenuti all’interno dei normali versi, collegandone le lettere con inchiostro speciale, (minio), a originare, oltre a scritte, disegni e ornamenti geometrici.
Fra questi tracciati spicca il monogramma di Cristo, che andrà inteso almeno come un omaggio a Costantino, se non come segno di una tardiva adesione – forse superficiale e interessata – alla nuova religione di stato”.
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Testo (da “Prodentur minio coelestia” a “felicia facta nepotum”)

I segni celesti saranno svelati dal minio a chi legge. O Costantino, decoro del mondo, aurea luce di questa età, con quali nuove preghiere può cantare, o sommo duce, i i tuoi trofei misti ad ammirevole pietà la mia pagina esultante, emula del Clario genitore di Calliope, bagnata di tale liquore? L’Elicona emani per la nostra gioia le onde da cui nascono versi, e faccia scaturire dal petto clemente un nuovo nume; infatti io cantando ritmici versi celebrerò gli scettri del magnanimo duce. La Grecia ci dà i doni di Gaza, e tu dai sicurezza a questa età col confine degli alleati Blemmi, o luce Romulea. Canto cose fiorenti, degne dei nuovi voti, scritte col voto. Marte, assicurata questa regione, con pari diritto si dirige verso il cielo. Sicché è chiaro che il Rubicone sconfigge ormai nella guerra ogni cittadino di Misia. Ormai la difficile Musa felice ed esultante mi spinge a mostrare con le lettere le sue visioni di pace; ora, lieto, per mezzo mio Febo mostra difficili gioie. O alloro, canta anche la trama col nuovo plettro intrecciato, plaudendo alla felice età con arte dipinta di lettere. Così il poeta, prendendo il mare, o sommo Pizio, sotto una guida sicura, ora tranquillo, ora temerario lo disprezzi; io certo ora ben sarei capace di fendere col remo il mare di Siga, se tendo le vele difficile per tutto il Nottifero, spingendo la nave. La Musa mi concede di intrecciare la nave da me immaginata; questa più la nobile speranza congiunta al tuo voto. La mia lode dipinta, che rispetta il piede, non spezzi a me insaziabile con la sua gran mole d’insegnamento la mente stanca per i suoi giri. Con sacra eloquenza svelerò con buona intenzione felicissime immagini; le disprezzerà forse la clemenza, quando farà a gara con le più grandi speranze dopo aver sconfitto Marte? Così che tu, fatto imperatore, fai crescere per noi l’età dell’oro, poi vincitore renderai ormai al Lazio i doppi ventennali che la mia devozione dipinga con carme dedicato al tuo nome meraviglioso. La fortunata pagina esprime il voto tracciandolo con vario fiore, ricordando gli insigni Fati della Augusta discendenza. Le fortunate imprese dei tuoi nipoti, degne di avere te per giudice o per pio testimone, si uniranno ai meriti dell’antenato.

Versus Intexti (disegnano il monogramma di Cristo, )

Bisogna pensare che la nave sia il mondo e tu l’arredo all’interno, teso dai possenti venti della tua virtù. Il navigante disprezzi ora, o sommo, sicuro le tempeste; disprezzi ora, o sommo, sicuro, le nere tempeste; sicuro disprezzi cose arricchite di grandissimi trofei; scacciati i cattivi pensieri disprezzi, o sommo, le tempeste; anche Roma con buona speranza disprezzi, o sommo, le tempeste, Roma felice fiorisce sempre per i tuoi voti

Grazioso tale componimento in cui svela all’amico cornuto, nei versus intexti, il nome dell’amante della bella moglie Imnide.

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Testo (Da “ingemui graviter” a “Fryx coiux, crede canenti”)

“Molto io piansi commiserando l’amico greco, al quale l’animo mio, dolente per ciò che è stato perpetrato, desidera raccontare tutto, sicché egli, leggendo da solo questi fatti che gli sono nascosti, si infiammi di ira, perché possa tenere in catene il dissoluto e colpevole, ma evitando la presenza di gente, che un marito non può volere testimone di vergognosi litigi, ed evitando poi che la bellissima donna istupidisca il greco con i cari dardi, sapendo, scellerata, che niente perse Elena figlia del cigno, la quale ebbe più favore per i due adulterî. Io indico con piacere tutti i nomi: la Musa canta per i Greci. O coniuge frigio, credi a me che canto”

Versus Intexti

O Marco, Nilo possiede tua moglie Imnide

domenica 16 novembre 2014

Autoritratto di editore con Carmine Donzelli

Lorenzo Carlo
12 novembre, secondo incontro del nuovo ciclo 2014-15 di “Autoritratto di editore” dopo la conversazione con Isabella Ferretti di 66thand2nd: questa volta è stato il turno di Carmine Donzelli e Bianca Lazzaro che hanno presentato la casa editrice attraverso sei opere da loro ritenute particolarmente significative della loro produzione.
Con un appassionato e appassionante lungo monologo Carmine Donzelli ha raccontato la più che ventennale vicenda della casa editrice, nata nel 1992 sulla scia della rivista Meridiana. I criteri di scelta delle opere da pubblicare sono dichiaratamente disparati; l’intento principale è quello di rivolgersi ad un lettore generalista, colto, sofisticato, curioso, con un approccio non accademico e non specialistico.
Alla data sono in catalogo oltre 1700  titoli: appunto per il criterio sopra detto non vi è alcun “best-seller” ma vi sono numerosi “long-seller”. Fra questi il titolo più rappresentativo è senza dubbio Destra e sinistra di Norberto Bobbio giunto quest’anno alla sua quinta edizione ampliata ed arricchita di preziosi interventi nel ventennale della prima edizione.
L’editore ha inoltre voluto ricordare:
Guido Crainz e la sua (per ora) trilogia sull’Italia repubblicana: il terzo volume Il Paese reale è il più recente; Angelo Bolaffi e il suo Cuore tedesco che, oltre a far capire meglio la Germania contemporanea agli italiani, ha avuto tale successo da meritarsi numerose traduzioni tramite le quali ha finito - per certi versi - con lo spiegare la Germania anche ai tedeschi; le Fiabe e storie di H. C. Andersen nell’unica edizione completa e integrale mai realizzata in Italia, una magnifica opera editoriale ricca di una straordinaria prefazione di Vincenzo Cerami e di preziose illustrazioni originali di Fabian Negrin; Il pozzo delle meraviglie dove sono raccolte le favole popolari raccolte dal grande antropologo siciliano in dialetto locale, qui per la prima volta rese in italiano (meglio che “tradotte”) da un lungo, esperto ed amorevole lavoro di Bianca Lazzaro ed illustrate dal magico Fabian Negrin; una preziosa edizione de “Il Principe” di Niccolò Machiavelli pubblicata nel 500° anniversario con una traduzione in italiano corrente (a cura dello stesso Donzelli) a fronte che rende l’opera molto più leggibile ed apprezzabile per il lettore contemporaneo.
Il tempo tiranno ci ha costretti a interrompere questo incontro con rammarico unanime: molte erano ancora gli argomenti da toccare e le curiosità da soddisfare. Ci siamo ripromessi di aggiungere un secondo incontro non appena possibile. E prima di salutarci, Carmine Donzelli ha comunque ricambiato l'invito di Monteverdelegge, sollecitando i soci a prendere parte all'aperitivo natalizio che si terrà nella sede della casa editrice, in via Mentana, il 18 dicembre a partire dalle 18.

sabato 15 novembre 2014

La poesia della domenica - Beatrice di Dia, Io ho vissuto in gran pena

Beatrice, contessa di Dia (1140? - ?), originaria del Delfinato (antica provincia francese fra Rodano e Alpi al confine col Piemonte) fu la maggiore trovatrice in lingua provenzale.
Secondo una tradizione preponderante fu moglie di Guglielmo di Poitiers, e si accese di passione per Raimbaut d’Aurenga (1140?-1173), signore d’Orange, altro notevole poeta occitanico.
Di Beatrice sopravvivono cinque composizioni.
In Estât ai en greu cossirier, denotata da una squisita sensualità, si esalta, secondo un riccorrente topos della lirica provenzale, l’amore adulterino; e questo si accende per un cavaliere celato sotto il senhal Florio (che identifica, quindi, Beatrice come Biancofiore).
La leggenda di Florio e Biancofiore fu uno dei cantari più diffusi nell’Europa medioevale (ispirerà anche il Filocolo di Giovanni Boccaccio).
Florio, figlio del re pagano di Spagna, nasce nello stesso giorno di Biancofiore, orfana presso la corte, ma di ascendenze cristiane e romane. Cresciuti ed educati insieme, i fanciulli si innamorano perdutamente. Divisi dal re (Florio è mandato in terre straniere, Biancofiore venduta ai nomadi), i due amanti si ricongiungeranno presso la Corte di Babilonia uniti nella fede in Cristo.
Che i due senhal, Florio e Biancofiore, usati per celare l’identità di poetessa e amante, siano stati usati da Beatrice a causa di quella comune data di nascita?
Impossibile dimostrarlo, ma la supposizione è così bella che mi piace credervi.

Io ho vissuto in gran pena
Per un cavaliere che fu mio
E voglio che per sempre sia saputo
Che l’ho amato  appassionatamente;
Ma ora vedo che son tradita
Perché non gli donai l’amor mio
Per cui mi trovo in gran tormento
Sia nel letto che quando son vestita

Ben vorrei il mio cavaliere
Stringere nudo, una notte, fra le mie braccia,
E che lui si sentisse felice
Solo ch’io gli facessi da cuscino,
Perch’è lui che mi piace più di quanto
Non sia piaciuto Florio a Biancofiore.
A lui consegno il mio cuore e il mio amore,
Il mio sonno, i miei occhi e la mia vita.

Bell’amico, gentile e valoroso,
Or quando vi terrò in poter mio?
Solo una sera insieme a voi giacere
Per farvi dono d’un bacio d’amore!
Avrei gran voglia, ben lo sappiate,
D’aver voi piuttosto che il marito
A patto d’avermi giurato 
Di far tutto ciò ch’io volessi.

venerdì 14 novembre 2014

Giorgio Manganelli e la pisciatina notturna

G. Luca Chiovelli

Una divagazione di Giorgio Manganelli, che lessi su un quotidiano romano decenni fa:

“Tempo addietro, credo fosse la scorsa estate, mi accadde di passare, una sera, per la mirabile piazza della Bocca della Verità a Roma; era con me, dignitosa e virtuosa compagnia, una giovane e brillante giornalista romana; nella sera tiepida si chiacchierava del più e del meno: Dio, l'aldilà, la vita sulle galassie, quando noto nella mia vereconda collega i segni di indubbio malessere; educatamente mi allarmo, costei si schermisce, offro assistenza, vengo bruscamente respinto; infine, il segreto turbamento esige una spiegazione: la giovane giornalista dovrebbe andare al bagno; ma nulla del genere esiste in quella parte della città; pura follia pensare che sia stato previsto un evento tanto incredibile, che una giovane donna debba andare al bagno in Piazza Bocca della Verità .... quell'angolo, a destra, le ingiungo; vergognosa, la fanciulla si apparta, mentre io fo da guardia; un notturno zampillo; e la fanciulla riemerge serena, e riprendiamo a discutere sulle probabili forme di vita delle galassie” (1).

Chi non ha sofferto disavventure simili a Roma?
E la signora è stata fortunata. Se avesse trovato il bagno sarebbe stato molto peggio.
Una volta, in un bar di periferia, fui costretto personalmente a eliminare i residui dal water con un tubo da giardino, che il proprietario ebbe l’accortezza di far penzolare da una feritoia del fetido stambugio. Un'altra volta, invece, battei rovinosamente la cervice alla sommità di un cunicolo che, mi era stato detto, sarebbe sboccato nella toilette (toilette, dissero proprio così; zona Garbatella). Presso Piazza S. Giovanni di Dio, per accedere al Nirvana della prostata, fui dapprima costretto a sollevare una botola, fissarla con lo spago alla parete, e quindi inscenare una catabasi nella penombra fra due muri compatti di confezioni di bitter e acqua minerale: al termine non trovai la Giudecca, ma, in compenso, un bugliolo infernale. Per tacere di quando, nel Cimitero Monumentale del Verano, dovetti abbattere una porta per liberare una signorina rimasta chiusa au cabinet, al buio … si era dalle parti della lapide di Vittorio Gassman, mi sembra ... che dire … basta così ...
Urge un baedeker dei cessi romani. Senza dubbio.
Cessi, latrine. Bagni, servizi.
Certo servirebbe anche di quelli fiorentini, parigini, cairoti, berlinesi e bonaerensi, lo concedo, ma di quelli romani ...
A Roma conosciamo tutto su musei, biblioteche, centri culturali, siti archeologici, chiese, basiliche, arene, privé, discoteche, cattedrali, club per sadomasochisti, conventi e palazzi patrizi, ma ignoriamo dove estrovertire con tranquilla dignità le più irrefrenabili e frequenti pulsioni dell'animo umano.
Consideriamo, peraltro, la fredda aritmetica.
Tre milioni e mezzo di residenti più un milione circa fra turisti, immigrati, irregolari, pendolari, terroristi e scansafatiche vari fanno quattro milioni e mezzo di esseri umani in giro per la Città; ogni giorno che Cristo, o chi per lui, manda su questa valle di lacrime.
Calcoliamo: almeno tre minctiones e una stercoratio cadauno nelle ore diurne (08.00-20.00) e si raggiunge la spaventevole cifra di potenziali diciotto milioni di esternazioni, fra deflussi ed espulsioni: in un arco di sole dodici ore. Al giorno.
Lo ripeto con allarme: urge una guida ai cessi romani.

Perché a Roma saper pisciare e defecare con tranquillo decoro pare impossibile. E non da oggi - da quando, cioè, la città appare, come è, in pieno declino. 
Questo libro, come la materia trattata, è perciò ineludibile.
È una guida che nessuno ha mai pensato di compilare (ah, i tabù), ma serve, serve come il pane; inoltre mi divertirebbe scriverla.
Sì, un baedeker dove il passeggiatore e, soprattutto, il turista, avrebbe modo di trovare preziosissime indicazioni su come risolvere le fatali incombenze nei modi e nei luoghi più dignitosi ... sarebbe un successo ... ragionate: quale guida è più essenziale a Roma, oggi? Un successo ... ho tutto in testa: aneddoti, luoghi, avvertenze ... basterebbe ammollarmi qualche mazzettone in anticipo ... ho già in mente il titolo: Dove la faccio? Guida ragionata a bagni cessi e latrine pubbliche nella Città Eterna ... da aggiornare online … un successo, lo ripeto, eventuali editori non siano timidi …
Infine puntualizziamo tre punti.
1. Per pubblico (bagno cesso latrina pubblici) voglio significare non solo la struttura comunale o statale confacente, come dire?, alla bisogna, ma anche bagni cessi latrine privati di bar, ristoranti, fast food, pizzerie, hamburgerie, birrerie, caffetterie, pub, aperti ai deflussi e alle deiezioni pubbliche di coloro che, incautamente, si ostinano ancora a visitare e andare a zonzo per i meandri della Cittá Eterna (da qualche tempo in qua piuttosto caduca, in verità).
2. Inutile storcere il naso di fronte a tali estroversioni dell'apparato corporeo: esse fanno parte della nostra vita, ogni giorno (anzi: più volte al giorno); sono fastidiose, lo ammetto; sgradevoli, ne convengo, ma, purtroppo ineludibili - come la morte, il respiro e il canone RAI: ad esse nulla può opporsi, neanche la volontà più fiera. Barack Obama e Jean-Claude Juncker, Monica Bellucci e George Clooney, Messi e Serena Williams, George Soros e Luca Cordero di Montezemolo, tutti (tutti!) devono piegarsi (alla fine, anche fisicamente) a tale incoercibile imperio.
3. Attraverso tale guida, inoltre, si ovvierebbe a una gigantesca ingiustizia storica; talmente enorme che, in tempi di acuto revisionismo, esige d’esser sanata senza por tempo in mezzo.
Mi spiego: non è forse vero che tali esternazioni non sono che uno dei due corni di un unico fenomeno? Ovvero uno dei due volti di un unico Giano bifronte?
Mi rispiego: non è forse vero che la cauta, meticolosa, e schifata eliminazione di tali sostanze è simmetrica all'ingestione (anelata, sublimata, simbolizzata, festeggiata e declinata secondo gusti e forme variegatissimi) di simmetriche sostanze (in realtà pari a merda e piscia, ma più gradevolmente assemblate a livello molecolare)?
Non avete capito? Lo urliamo, allora, in altri, più crudi, termini: non si piscia ciò che si beve? Non si defeca ciò che si mangia? Come è possibile, quindi, magnificare e magniloquire la materia che si introduce da un orifizio superiore e deprecare e disinteressarsi con disgusto quando la stessa ci saluta da quelli inferiori? Non vedete voi in tale diportamento una ipocrisia millenaria e un atteggiamento falso e iniquo che ha prodotto una letteratura sbilanciatissima e profondamente parziale? Come è possibile, insomma, continuare ad appesantire le scaffalature con le più svariate e pletoriche guide: guide ai ristoranti, guide agli happy hour, guide a trattorie, locali, bar, night, cantine, boutique del gusto, enoteche, fraschette, pizzerie, agriturismi, griglierie, birrerie, senza dedicare neanche un minuscolo scartafaccio ai luoghi ove poter decentemente eliminare gl'inevitabili decorsi di tali bagordi e imbandigioni?
E allora, come dire?, sforziamoci tutti.
Compiliamo questa benedetta guida.
Ogni locale pubblico (pubblico nel senso sopra indicato) si vedrà assegnare delle stellette (da una a dieci) a seconda della qualità dei servizi.
Ti picchi di avere il dolcetto artigianale e lo smerci a caro prezzo? Bene, ma che le ceramiche della coppa del cesso sia altrettanto curate, altrimenti …
Servi una sublime amatriciana? Benissimo, ma se manca il sapone, la carta igienica, l'asciugatore o i fazzolettini noi ti stronchiamo.
Il museo tal dei tali espone il dipinto ritrovato di Caravaggio? Bravi, bis, ma poi vogliamo anche accosciarci nel profumo di Anitra WC ed essere accecati dai riflessi dell’acciaio inossidabile dei rubinetti.
E così via.
Un Gambero Rosso (Gambero Zozzo?) degli sciacquoni, un Baedeker della coppa del cesso.
Avanti. Non fatelo perché lo dico io. Fatelo per Roma.

(1) Ripubblicato in Improvvisi per macchina da scrivere, 2003

giovedì 13 novembre 2014

Su Eleanor Wilner il laboratorio di traduzione di poesia 2014-2015

Il laboratorio di traduzione di poesia, giunto al suo terzo anno di attività, si incentra su una scelta di testi della poetessa americana Eleanor Wilner. Come di consueto, il laboratorio è gratuito e aperto a tutte/i gli iscritti all'associazione, anche se è preferibile avere una buona padronanza della lingua inglese. Chi desidera partecipare è  invitato a mandare un'email a monteverdelegge@gmail.com
Eleanor Wilner (a cura di Fiorenza Mormile)
Eleanor Rand Wilner è nata in Ohio nel 1937, e vive a Philadelphia. Poetessa, traduttrice, saggista e docente universitaria nelle sue sette raccolte di poesia fonde politica, cultura, storia e mito in una sintesi originale, in costante equilibrio tra le ragioni della mente e del cuore. Schierata da sempre su posizioni pacifiste e a difesa dei diritti dei più deboli rifugge dal taglio personalistico della scrittura della sua generazione, adottando una visione più culturale e collettiva della memoria. Spaziando dal mito classico alla Bibbia, dalle fiabe all’arte, dal diluvio universale alle guerre contemporanee, Wilner individua nuove prospettive, ribalta luoghi comuni, dà voce e dignità a chi non ha avuto la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, privilegiando sempre i sommersi ai salvati. Alicia Ostriker ne loda l’ampiezza visionaria e l’intelligenza rivoluzionaria, Christian Wiman sottolinea come sia raro trovare un poeta in cui l’intelligenza morale si abbini a un così acuto senso estetico, e la perizia  tecnica sia tanto adeguata all’altezza e alla complessità delle tematiche. 
BIBLIOGRAFIA
POESIA
      maya, University of Massachusetts Press (Amherst, MA), 1979.
      Shekhinah, University of Chicago Press (Chicago, IL), 1984.
      Sarah's Choice, University of Chicago Press, 1989.
      Otherwise, University of Chicago Press (Chicago, IL), 1993.
      Reversing the Spell: New and Selected Poems, Copper Canyon Press (Port Townsend, WA), 1998.
      Precessional (limited edition), lithografie di Enid Mark, ELM Press (Wallingford, PA), 1998.
      The Girl with Bees in Her Hair, Copper Canyon Press (Port Townsend, WA), 2004).
      Tourist in Hell, University of Chicago Press (Chicago, IL), 2010.

ALTRO
      Gathering the Winds: Visionary Imagination and Radical Transformation of Self and Society, Johns Hopkins University Press (Baltimore, MD), 1975.
      (Ha tradotto Medea, con Inés Azar) Euripides 1: Medea, Hecuba, Andromache, The Bacchae, Edito da David Slavitt e Palmer Bovie, University of Pennsylvania Press (Philadelphia, PA), 1997.
Ha composto il libretto per l’ oratorio Orpheus on Sappho's Shore, musica di Luna Pearl Woolf. Ha tradotto Medea, Euripides I,University of Pennsylvania Press (Philadelphia, PA), 1998. Presente in antologie, incluse Best Poems of 1976: Borestone Mountain Poetry Awards, Pacific Books, 1977;The Best American Poetry, 1990 Scribners and Macmillan/Collier (New York, NY), 1990; e la The Norton Anthology of Poetry, quarta edizione, W. W. Norton (New York, NY), 1996. Pubblica anche poesie, saggi critici e recensioni sui giornali letterari.