martedì 28 luglio 2015

L'ISIS attacca Viterbo: distrutti per sempre gli affreschi quattrocenteschi di via San Leonardo

G. Luca Chiovelli

Ciò che sembrava impossibile è accaduto.
Un attacco dell'ISIS in pieno centro a Viterbo ha provocato la rovinosa distruzione di alcuni affreschi quattrocenteschi - affreschi unici nel suo genere.
L'ISIS, evidentemente, mira a ricalcare le cruente razzie dei Saraceni nell'Etruria centro-meridionale del Medioevo; il blitzkrieg dimostra che i jihadisti, non paghi dell'immane devastazione compiuta a Roma (presso il nuovo, sedicente Centro Congressi dell'Eur), si infiltrano con sempre maggior sicurezza nell'entroterra appenninico, con brevi folate tipiche della guerriglia corsara: una tattica tesa a disarticolare moralmente i cittadini, e a piegare lentamente le particolari e pur eroiche resistenze, sino alla resa finale, umiliante e definitiva.
Le autorità locali minimizzano l'accaduto, ma le anime più sensibili intravedono l'eccezionale gravità del fatto, e temono, con piena ragione, il rapido consolidarsi di un Califfato della Bassa Tuscia - fenomeno di cui si erano pur avvertiti i prodromi, non molto tempo addietro (distruzione degli affreschi della chiesa di San Leonardo a Graffignano).
Cosa deve ancora accadere prima che gli uomini di buona volontà si armino con forza contro tale minaccia?
Non abbiamo risposte. Di certo v'è solo l'inesprimibile dolore per una perdita artistica che pesa non solo sulla coscienza dei viterbesi e degl'Italiani tutti, ma - soprattutto - sulla gobba morale dei maggiori responsabili politici e civili, locali e nazionali.
Terribili calamità ci aspettano ancora!
Ed ecco il resoconto dell'esiziale avvenimento nelle parole del veterano Mauro Galeotti, appassionato cultore di storia viterbese:

giovedì 16 luglio 2015

La Nuvola di Fuksas costa più del Colosseo (fra l'altro)

Gaspar Van Wittel, Il Colosseo
G. Luca Chiovelli

Un delizioso librino: Voyage en Italie. Lo potete leggere (in francese, ahimé) presso il sito gallica.fr

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k256994

oppure scaricarlo qui:

http://www.mediafire.com/download/6qysapsd1p3vano/Barthelemy.pdf

Ne è autore Jean-Jacques Barthélemy, filosofo, teologo, archeologo e numismatico; Barthélemy scese in Italia, fra il 1755 e il 1758, per studiare, dell'Italia, la passata grandezza.
A Roma incontrò un altro bel tipo, François Jacquier, matematico, fisico, studioso delle lingue antiche.
Qui di seguito le credenziali di Jacquier (tratte dal sito mathematica.sns.it); importanti, come vedremo:

"... Dopo aver preso i voti si trasferì in Italia per terminare gli studi, a Roma, nel convento di Trinità dei Monti. Manifestò una precoce inclinazione per le lingue, imparando l’ebraico, il greco e il latino, e una altrettanto marcata propensione per la matematica. Intorno al 1732 il cardinale Alberoni lo incaricò di esaminare lo stato dei lavori idraulici iniziati da Manfredi per prevenire le inondazioni in Romagna, mentre l’anno successivo fu nominato docente di Sacre Scritture presso il collegio di Propaganda de Fide.

P. François Jacquier
Nel 1739 uscirono a Ginevra Les principes mathématiques de la philosophie naturelle e contestualmente Jacquier diede avvio, in collaborazione con il padre Thomas Le Seur, alla pubblicazione dei Philosophiae naturalis principia mathematica di Isaac Newton, che videro la luce nei tre anni successivi, distribuiti su quattro volumi ... Nel 1745 fece ritorno a Roma dove divenne professore di matematica e astronomia al collegio della Sapienza. A tale incarico seguì, a breve distanza, la chiamata del Re di Sardegna a Torino come docente di fisica presso l’Università. Non passò un anno e Jacquier fu nuovamente richiamato a Roma da papa Benedetto XIV che gli affidò la cattedra di fisica sperimentale al Collegio Romano, nel novembre 1746 ... Ancora nel 1763 si occupò della regolazione delle acque nell’aree di Bologna, Ferrara e della Romagna. Divenne poi, nel 1764, tutore dell’educazione scientifica (a Condillac spettava quella letteraria) del figlio del duca di Parma Ferdinando. A seguito della soppressione dell’ordine dei Gesuiti nel 1773, Jacquier fu richiamato ancora una volta a Roma, per assumere l’incarico di professore di matematica presso il Collegio Romano, dove rimase fino all’anno della sua morte, nel 1788, essendosi guadagnato nel corso della vita il riconoscimento delle maggiori accademie europee ...".

Non so di cosa discorressero l'abate Barthélemy, gesuita, e padre Jacquier, francescano; di certo alcune dotte conversazioni vertevano sulla natura dell'Anfiteatro Flavio, detto volgarmente Colosseo. 

A. Jean-Jacques Barthélemy
Nel libro anzidetto (pubblicato postumo, nel 1801), appare, infatti, una lettera del Jacquier diretta a Barthélemy (pag. 391: "Monsieur et cher compagnon de voyage ...") che parla proprio del Colosseo. Il buon padre, in poche e stringate pagine (di cui Barthélemy era, peraltro, istigatore: "pour mieux exécuter vos ordres"), calcola, in modo assolutamente scientifico, il costo di realizzazione del muro esterno del monumento romano.
Alla fine dei calcoli egli arriva a questa conclusione: per la realizzazione della cinta esterna (integrale) è occorsa una somma equivalente a 3.218.065 scudi romani (del 1756).
Lo scudo romano, ai tempi di Benedetto XIV, era una moneta d'argento del peso di 26,9 grammi (nei calcoli che seguono, per comodità, considereremo tale argento come puro).
Da ciò si possono trarre due semplici operazioni:
a. 3,218.065 scudi romani x grammi 26,9 = 86.565.948,5 grammi d'argento (novantamila chili circa).
b. 86.565.948.5 x 0.45 euro (quotazione attuale argento) = euri 38.954.676,825
per cui:
I. il muro esterno del Colosseo è costato al vecchio Tito Flavio Vespasiano quasi 40 milioni di euro (a tenerci larghi).
II. l'intero Colosseo, invece, gloria di Roma e del mondo intero, una meraviglia unica che fece esclamare a Beda il Venerabile:

Finché sarà il Colosseo, sarà Roma
Quando il Colosseo cadrà, sarà Roma a cadere
E quando Roma cadrà, cadrà il mondo

è costato, approssimativamente (una mia volgare deduzione, lo ammetto), 120 milioni di euro (il triplo della somma calcolata dal buon Jacquier; ci teniamo larghi, come detto; molto larghi).


E ora veniamo alle note dolenti.
Il catorcio ordito da Fuksas all'EUR, la cosiddetta 'Nuvola di Fuksas', che, nelle intenzioni psichedeliche del mandante, dovrebbe assolvere al ruolo di centro congressi, fu aggiudicato, nel 2008, a un costo iniziale di circa 270 milioni; a tutt'oggi, questa palla di neve (come tutte le mirabolanti palle di neve di Walter Veltroni), a forza di ruzzolare lungo i crinali dell'inettitudine e dello spreco, si è ingrossata a una massa di più di 400 milioni di euri.
A tutt'oggi.
Ma perché porre dei limiti? A mio modesto avviso si potrà sfondare agilmente tetti immaginifici: 500, 600, 800; se verranno accesi gli special della follia, nel rocambolesco frullare delle palline da flipper dell'incompetenza dolosa, non rimarrà certo inviolato l'Hymalaya del miliardo di euri: tondo tondo.
Se Vespasiano trovò i soldi durante la campagna di guerra in Palestina, Veltroni, Fuksas e compagnia li trovano nelle quotidiana campagna contro i risparmi degli Italiani. E, si sa, IMU IVA e IRPEF sono praterie ben più vaste e succose della Palestina del I secolo.
Cosa concludere?
Questo.
1. Il Colosseo è in piedi da 2000 anni e sembra volerci rimanere. La Nuvola, a naso, vanta una obsolescenza pari a quella d'uno sbattitore elettrico.
2. Amo leggere questi libri sconosciuti. In esso trovo dei giganti (Barthélemy, Jacquier); uomini davvero d'un altra razza. Una razza forte. Citazioni in greco, latino; francese, italiano. Architettura, archeologia, numismatica, filologia, epigrafia, diplomazia, matematica. E passione autentica per la tradizione. Una visione retta, solare, apollinea. Di fronte a tali epifanie ci si sente al contempo sperduti e pieni d'amore reverente, così come Nicolò Machiavelli, intento a leggere, a notte fonda, i propri classici: "Entro nelle antique corti delli antiqui huomini".
3. La generosità del Colosseo! Quanti edifici e mirabilia romane sono state edificate grazie ai suoi materiali! Le membra mutilate andavano subito a ricomporsi in altri corpi architettonici, in altri torsi sublimi. E la Nuvola, invece? Al massimo servirà qualche rottamatore locale.
4. Bei tempi quelli in cui ogni cosa aveva un suo corrispettivo in oro e lavoro ... ora il denaro sembra generato solo da altro denaro ... in un ciclo sterile. Non mette sorpresa che, con tale pervertita Bengodi finanziaria, ci si sia limitati a erigere solo orrori.
5. Non si potrebbe riconvertire la Nuvola in Colosseo per amministratori falliti e ladri?
6. Jacquier forse si sbaglia, forse no. Un suo eventuale errore, tuttavia, non abbellirà di un micolo il rospo dell'EUR.
7. Spreco cancella spreco? I famigerati F35 serviranno almeno a spianare tale infamia?

sabato 11 luglio 2015

Il Premio Strega è come il Patto del Nazareno

G. Luca Chiovelli

Qualcuno ricorda il Patto del Nazareno? Quello stipulato fra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi?
Un patto politico e d’affari cementato, presso il Palazzo del Collegio del Nazareno, fra il maggior partito di governo, il Partito Democratico (altrimenti noto come PD), e il maggior partito d’opposizione, Forza Italia.
Il patto, riguardo la parte politica, era inclusivo ed esclusivo. Inclusivo poiché includeva anche le formazioni satelliti (a sinistra: Rifondazione e frattaglie, SEL, ciarpame autonomista; a destra: Fratelli d’Italia, NCD, Lega e coratelle varie), da usare accortamente come finta opposizione per i gonzi. Esclusivo poiché escludeva tutti gli altri (leggi: tutti coloro capaci di mettere a repentaglio la tenuta di tale patto).
La parte affaristica si basava su un gentlemen’s agreement: riforme costituzionali, legge elettorale, devoluzione dell’Italia nell’Europa, intangibilità Mediaset, intangibilità RAI, salvaguardia interessi grande capitale, divisione appalti nazionali et cetera.
Il patto del Nazareno non fu (è) che il tagliando di revisione di un andazzo almeno ventennale.
Il Premio Strega è, perciò, la riproposizione di questa logica: i padroni cattivi della Mondadori e della Rizzoli incassano, i bravi letterati pure. La destra cattiva incassa, i bravi sinistri pure. Tutti d’accordo, come i lottatori del wrestling americano che fingono di darsele di giorno e vanno a mangiarsi una pizza assieme la sera. Ad alimentare l'occulta simbiosi si hanno le pesanti mammelle pubbliche (RAI, partecipate, società pubbliche e compagnia), sempre gonfie: promozioni e pubblicità gratis per gli editori cattivacci e monopolisti; comparsate, interviste e prebende per i bravi autori democratici. Coi soldi di tutti, ovviamente … poiché in Italia i soldi di tutti (anche degli illetterati e degli analfabeti … anzi, soprattutto di quelli) sono i soldi di nessuno … basta rovesciarli nella greppia e parte il ruminare.
Anche quest’anno si è rinnovato il chiagni e fotti. Da una parte i grandi editori cattivi (in procinto di fondersi per monopolizzare ancor di più il mercato), tra cui la casa editrice del cattivissimo monopolista e puttaniere Silvio Berlusconi; dall’altra gli autori, i creativi (gli artisti!!), i poveri randagi che dal Berlusca (e da Marchionne e Della Valle) beccano il foraggio, ma non si deve dire; su tutti, come detto, la cornucopia RAI-settore pubblico che inonda le opposte legioni (editori e autori, destra e sinistra) con una festosa fiumana del celebrato vinello di Pantalone: in arrivo una sfilza di accordi più o meno palesi per le maggiori case editrici, nonché per i combattivi compagni lì riuniti, ognuno con un contrattino che gli permetta di succhiare un po’ di nettare pubblico (una comparsata, una rubrichetta, un’intervista, una ospitata, una consulenza, una fiction, una sceneggiatura, un invito, un salamelecco a spese dei contribuenti non si nega mai: le vacanze, infatti, costano, così come il conto del dentista).
Fra Don Camillo e Peppone, insomma, c’è corrispondenza d’amorosi sensi. Petting chiaro amicizia lunga. In Italia Capitale Privato (con aiuti pubblici) e Creatività (idem con patate) vanno a braccetto.
Allo Strega, peraltro, ogni cricca era presente: apocalittici e integrati, contestatori e conservatori, lealisti e rivoluzionari, reazionari e sessantottini, ognuno con la tessera d’ordinanza del partito di riferimento a Mangiacitorio, quello che, alla fin fine, sblocca fondi, sovvenzioni, borse di studio, prestazioni occasionali, chiamate nominali, concorsi pilotati, appalti, giornaletti: sinistra-sinistra, sinistra rosa pallido, sinistra al sanguinaccio, destro-sinistra, sinistra responsabile, destra invidiosa, sinistra di governo, destra un po’ sinistra, libertari alle vongole, liberali, cattolici, agnostici, gossippari. Alla fine la pagnotta s’ha da guadagnare.
L’unica vittima, alla serata di premiazione, era la letteratura; ancora una volta, però, occorre dirlo: a qualcuno frega qualcosa della letteratura?
E così il carrozzone tira avanti. Scolate le ultime bottiglie, i pattisti del Nazareno riconquisteranno le posizioni da dove inscenare le parti teatrali ad uso dei gonzi: i sinistri ricominceranno a tuonare contro i fascisti e i monopolisti, i destri contro la sinistra che monopolizza la cultura italiana. Fra i due contendenti, come detto, la generosa mano del soldo pubblico, vaselina universale che lenisce le ferite di tali scariche di fucileria a salve: un contrattino di qua, una defiscalizzazione di là, un premio inventato di sopra, una cooptazione in qualche azienda pubblica di sotto, la direzione del giornale di qui, la nomina all’ente di lì ... e son tutti felici, perché i talleri e i copechi girano, e, in tal modo, perché negarlo?, la vita è dolce: si può girare il mondo, comprare casette in Canadà, pagare l’amante e il cane, pubblicare porcherie regolarmente, farsi intervistare come guru del nulla, presentare l’ultimissima fatica, manco buona per incartare il salame, da Fabio Fazio … il buccinatore maximo … chez Gramellini e Luciana Littizzetto … tutti a carico del Saccoccione Nazionale … non sia mai che la dura legge del mercato invada le stanze della cultura … anzi della Cultura … la Cultura non si assoggetta certo alla brutalità del capitalismo … e neanche a quella dell’estetica, aggiungo io … i risultati, decennio dopo decennio, son davvero grami, la gente fugge dalle librerie a gambe levate, ma finché arriva il tallero cosa ci frega delle vendite?
E lo stesso accade per i grandi istituti di cultura, i musei, le fondazioni, il teatro, il cinema … la greppia è immensa, ballano miliardi di euro … certo, occorre recitare un pochino, come l’attore Roberto Saviano, che si preoccupa del futuro monopolio Mondadori dopo che Mondadori l'ha fatto diventare milionario (“Il prossimo Premio Strega lo faremo a Segrate!”) … ah, che birichino … ma questo è lo scotto da pagare … bisogna fingere tali orgasmi frontisti … ogni tanto, mica sempre ... ogniqualvolta si va in fregola ... rivoluzionari a parole, reazionari con l’Iban … funziona sempre, tanto a destra i libri non li comprano e a sinistra c’è un inesauribile serbatoio di coglioni (Silvio Berlusconi dixit … ma sì, il Silvio nazionale, sempre lui, editore, manco a dirlo, del fresco vincitore dello Strega, Nicola Lagioia) …

Ma c’è un rimedio? Certo, signora mia … e gli Italiani pare l’abbiano già trovato. Non comprano più libri … l’uovo di Colombo, insomma.

martedì 30 giugno 2015

Howard Phillips Lovecraft, Qualcosa sui gatti (e sui cani)

Un breve estratto da un piccolo saggio che il re del terrore cosmico riservò alle bestiole più amate, i gatti. Il saggio (Cats and dogs) fu pubblicato su una rivista minore (come tutta la sua opera), Leaves, nell'agosto del 1937; pochi mesi dopo la sua morte.
Come scrisse Gautier: 'Se sei degno del suo amore, un gatto sarà tuo amico, ma mai il tuo schiavo'. E il vecchio Howard approva la massima, delineando il congenito contegno di cani e gatti (i primi servili, i secondi indipendenti) e, soprattutto, una severa psicologia di cinofili e ailurofili (i gattari come lui): prosaici i primi, contemplativi e aristocratici i secondi. 
Che dire? Sono d'accordo con Howie, ma con cautela.


“Tra cani  e gatti la mia preferenza è così grande che non mi accadrà mai di fare paragoni tra di loro. Non ho una attiva antipatia per i cani, più di quanta io l’abbia per le scimmie, gli esseri umani, i commercianti, le vacche, le pecore o i pterodattili: ma per il gatto ho provato un rispetto particolare e affetto sin dai primi giorni della mia infanzia. Nella sua perfetta grazia e superiore autosufficienza ho visto un simbolo della perfetta bellezza e della spassionata impersonalità dell’universo stesso, oggettivamente considerato, e nella sua aria di silenzioso mistero risiedono per me tutta la meraviglia e il fascino dell’ignoto. Il cane fa appello a banali e facili emozioni; il gatto alle più profonde fonti d’immaginazione e di cosmica percezione nella mente umana. Non è un caso che i contemplativi egiziani, assieme a successivi spiriti poetici come Poe, Gautier, Baudelaire e Swinburne, erano tutti sinceri adoratori dell’agile gatto.

Il cane mi sembra essere favorito dalle persone superficiali, sentimentali e emotive – persone che sentono più che pensare, che danno importanza all'uomo e alle emozioni popolari convenzionali del semplice, e che trovano la più grande consolazione negli affetti servili e dipendenti di una società gregaria. Questa gente vive in un mondo d’immaginazione circoscritto … gli appassionati dei cani fondano tutta la loro causa su … comuni, servili e plebee qualità, e ironicamente giudicano l’intelligenza di un animale domestico dalla sua capacità di conformarsi ai loro desideri personali. Gli amatori dei gatti sfuggono a questa illusione, rifiutano l’idea che la servile sudditanza e la timorosa amicizia per l’uomo siano meriti supremi e restano liberi di adorare l’aristocratica indipendenza, i rispetto per se stessi e la personalità individuale unite all'estrema grazia e alla bellezza rappresentate dal freddo, flessuoso, cinico, e mai sottomesso signore dei tetti … il cane piace a quelle anime primitive emozionali che richiedono soprattutto all'universo un affetto insignificante, una compagnia senza scopo, un’adulante attenzione … mentre il gatto regna tra quegli spiriti più contemplativi e immaginativi che chiedono ... solo l’opinione oggettiva della penetrante e eterea bellezza e l’animata rappresentazione simbolica del dolce, inflessibile, riposante, calmo e impersonale ordine della Natura e della sua sufficienza. Il cane , ma il gatto è”.

Traduzione di V. D'Arena

domenica 28 giugno 2015

Le poesie della domenica - Cinque poesie giapponesi sull'estate

Hokusai, Il cuculo e l'arcobaleno
Si è già accennato, nel post su Ono no Komachi, alla raccolta imperiale di poesia waka chiamata Kokin Waka shū (o Kokinshū). Essa raccoglie più di mille componimenti, divisi per libri e temi (amore, viaggi, elegie, nomi di cose, autunno, inverno et cetera).
Le cinque liriche appartengono al libro sull’estate. Gran parte delle poesie sono dedicate al cuculo, annunciatore gioioso della bella stagione (e suo simbolo, assieme alla pianta di mandarino). Non manca una riflessione del grande Henjō, figlio dell’imperatore Kanmu, ritiratosi dalla vita di corte per farsi monaco buddista: perché se il fiore del loto emerge con intatta purezza dal fango dell’acqua (ammonendoci a una vita non influenzata dalle leggi prosaiche del mondo) poi ci confonde assomigliando le sue gocce di rugiada a gemme e gioielli?
Henjō, assieme a Ono no Komachi, è uno dei sei geni poetici dell’antologia (i cosiddetti Rokkasen).
Preme dire che l’intera collezione del Kokin Waka shū è stata, per quanto possa sembrare incredibile, tradotta in italiano. Una bellissima edizione della casa editrice Ariele (2000, poi 2002), con testo originale a fronte (anche traslitterato), e commento della professoressa Ikuko Sagiyama (docente di Lingue e Letteratura giapponese presso l’Università di Firenze).
La presente traduzione è, invece, effettuata a partire dal testo inglese di Thomas McAuley. Come al solito si è cercato di riconquistare il ritmo del waka (sillabe 5-7-5-7-7) alternando settenari e novenari: con poco costrutto, ma, come affermava Petrarca, mi piace molto sperimentare (glc).

Anonimo (KSS 141)

Alfin questa mattina
giungesti, o cuculo canoro.
Ma vagabondo ancor sei:
questi fiori di mandarino
come nuova dimora io t’offro.

Mibu no Tadamine (KSS 157)

Credevi fosse il tramonto?
Quando l’alba fiorire vedrai
della notte d’estate
non sazio del canto, canterai
ancora, cuculo dei monti?

Henjō (KSS165)

Nell’acqua del fango scura
le foglie del loto serbano
casta l’anima loro
eppur le gocce di rugiada
scambiamo poi come gioielli.

Kiyohara no Fukayabu (KSS 166)

Le notti dell’estate:
appena il tramonto si chiude
subito ecco l’aurora.
Ma dov’è la luna? Trovò
fra le nuvole il suo rifugio?

Ōshikōshi no Mitsune (KSS 168)

Nei sentieri celesti
s’incrocia il cammino d’estate
e dell’autunno che ora giunge.
Da lì una fresca brezza spira,
la sento, non è meraviglia.

sabato 27 giugno 2015

La poesia della domenica - Rudyard Kipling, Se


Se riesci a non perdere la testa quando tutti
intorno a te la perdono, dandone la colpa a te.
Se riesci ad avere fiducia in te stesso, quando tutti dubitano di te,
ma anche a tenere nel giusto conto il loro dubitare.
Se riesci ad aspettare senza stancarti dell'attesa,
o essendo calunniato, a non rispondere con calunnie,
o essendo odiato, a non abbandonarti all'odio
pur non mostrandoti troppo buono, né parlando troppo da saggio.

Se riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni,
se riesci a pensare, senza fare dei pensieri il tuo fine;
se riesci, incontrando il Trionfo e la Sconfitta
a trattare questi due impostori allo stesso modo.
Se riesci a sopportare il sentire le verità che hai detto
travisate da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi,
o vedere le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
e chinarti e ricostruirle con i tuoi strumenti logori.

Se riesci a fare un cumulo di tutte le tue vincite
e a rischiarlo tutto in un solo colpo a testa o croce,
e perdere, e ricominciare dall'inizio
senza dire mai una parola su ciò che hai perso.
Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi tendini
a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più
e di conseguenza resistere quando in te non c'è niente
tranne la tua Volontà che dice loro: "Resistete!"

Se riesci a parlare con le folle mantenendo la tua virtù
o a passeggiare con i re senza perdere il senso comune,
se né nemici, né affettuosi amici possono ferirti;
se tutti gli uomini per te contano, ma nessuno troppo,
se riesci a riempire l'inesorabile minuto
con un momento del valore di sessanta secondi,
tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
e, quel che più conta, sarai un Uomo, figlio mio!

lunedì 22 giugno 2015

Eleanor Wilner, Meditazione su alcuni versi del sonetto 73 di Shakespeare



Meditazione su alcuni versi del sonetto 73 di Shakespeare

Quando foglie gialle, poche o nessuna, resistono
come sono preziose le poche foglie rimaste
se precedute dall’assenza di tutte le altre.

Chiaro, come il meno rende caro, e come i giambi
cadono come foglie, separati, come le virgole battono
il tempo, e incardinano il ritmo dei suoni.

Ma più di tutto, amo questo verso perché
sento col cuore quando quel “resistono”
risuona a fine verso, la nota più profonda,

tempo passato, puro  rintocco lirico: nudi cori in
rovina dove dolci cantavano un tempo gli uccelli. E allora
penso a Wordsworth (che non amo),

ai suoi “Versi”  sull’abbazia in rovina aperta
al cielo, i cui monaci un tempo facevano risuonare
quei cori , piccoli uccelli di Dio, perduti se non

per il dolce verso del bardo- un incanto che,
come un argine, si oppone alla marea
montante del tempo reale: là, dove curva il fiume,

e sulle sue rive, la città di Hay-on-Wye,
casa dopo casa, stanza dopo stanza di vecchi
libri imputriditi, perfino i fienili ricolmi,

libri che sanno di muffa e degrado, di cuoio 
marcito nell’umido. E là trovai un libro
che ti mandai (amavi Wordsworth con vero

abbandono), tu, così intransigente–
un libro in cui un tipo strambo si era messo
a criticare i canti degli uccelli: per ognuno

aveva steso un rigo di note, poi, come
fosse un critico musicale in una sala da concerto,
ci spiegava esattamente il valore
dei canti,  e alcuni li lodava, ma i più
li liquidava, descrivendone con sicumera,  
le pecche. Così, fu a te, critica spietata

delle melodie fallite della mediocrità,
al vaglio del tuo orecchio assoluto–
che mandai quel libretto come una sorta di tacito

gioco tra noi che avresti capito. Tu, che ti muovi
ora solo nella memoria, e in quelle
tue poesie, dove dolci cantavano un tempo gli uccelli

Meditation on Lines from Shakespeare Sonnet 73
     
               For Julia Randall, 1923-2005

When yellow leaves, or none, or few, do hang...
How precious are the few remaining leaves
when prefaced by the absence of them all.

Clear, how less makes dear, and how the iambs
fall like leaves, discrete, how commas keep
the beat, like hinges swing the sounds.

But most of all, I love this line because
I hear by heart, when that "do hang"
rings at line's end, the deeper sound,

past tense, pure lyric knell: bare ruined choirs
where late the sweet birds sang. And then
I think of Wordsworth (whom I do not love),

his "Lines" above the ruined abbey open
to the sky, whose monks once made those
choirs sing, the little birds of God, gone but for

the bard's sweet line –a loveliness that,
like levee, stands against the rising
tide of real time: there, where the river bends,

and, on its banks, the town of Hay-on-Wye,
house after house, room after room of old
and musty books, even the barns piled high,

books smelling of mildew and decay, of leather
rotting in the damp. And there I found a book
I sent to you (who loved Wordsworth with

a true abandonment), uncompromising you–
a book in which some addled man had thought
to act as critic of the songs of birds: for each,

he set a little line of notes, and then, as if
he were a music critic at a concert hall,
he let us know exactly what the songs were

worth, and some he praised, but most of them
dismissed, and told, in no uncertain terms,
their flaws. So, it was to you, fierce critic

of the failed melodies of mediocrity,
winnower with your own pitch perfect ear–
I sent that little book as a kind of inside

joke you'd understand. You, who move
now in memory alone, and in those poems
of yours, where late the sweet birds sang.


* * * * * 

William Shakespeare, Sonetto 73

Contempla in me quell’epoca dell’anno
Quando foglie ingiallite, poche o nessuna, pendono
Da quei rami tremanti contro il freddo,
nudi cori in rovina, ove dolci cantarono gli uccelli.

Tu vedi in me il crepuscolo di un giorno,
Quale dopo il tramonto svanisce all’occidente,
Subito avvolto dalla notte nera,
gemella della morte, che tutto sigilla nel riposo.

Tu vedi in me il languire di quel fuoco,
che aleggia sulle ceneri della propria giovinezza,
come sul letto di morte su cui dovrà spirare,
Consunto da ciò che già fu suo alimento.

Questo tu vedi, che fa il tuo amore più forte,
a degnamente amare chi presto ti verrà meno.

(Traduzione di Alberto Rossi e Giorgio Melchiori)

That time of year thou mayst in me behold
when yellow leaves, or none, or few, do hang
upon those boughs which shake against the cold,
bare ruined choirs, where late the sweet birds sang.

In me thou see’st the twilight of such day
as after sunset fadeth in the west;
which by and by black night doth take away,
Death’s second self, that seals up all in rest.

In me thou see’st the glowing of such fire,
that on the ashes of his youth doth lie,
ts the deathbed whereon it must expire,
consumed with that which it was nourished by.

This thou perceiv'st, which makes thy love more strong,
to love that well which thou must leave ere long.