sabato 16 maggio 2015

La poesia della domenica - Yunus Emre, Con i monti con le pietre

Yunus Emre (1240?-1321?) è il poeta nazionale turco, il Dante della Turchia. Lo conoscete? Ovviamente no. A mia memoria solo uno studiosa italiana, Anna Masala, lo ha tradotto con continuità nella nostra lingua, in due riprese: nel 1978 (due volumi per i tipi dell'Università degli Studi di Roma) e nel 2001 (Semar Edizioni).
Una selezione delle poesie di Yunus può ritrovarsi nel recente Poesia popolare turca, a cura di G. Chaliand (Argo, 2005).
Scrive Anna Masala: "Quando i Turchi Selgiuchidi giunsero in Anatolia, nel secolo XI, l'eredità romana di Bisanzio era ridotta a ben povera cosa. I barbari oguzi dell'est costruirono scuole, fontane, caravanserragli, moschee, ospedali, osservatori, mentre le chiese cristiane crollavano più per mano cristiana che per odio musulmano.
L'Anatolia ... veniva ripopolata da una gente guerriera piena di fede, di amore sociale, che comprendeva il dolore dei servi della gleba autoctoni e si integrava con essi nel multiforme volto dell'Anatolia dei poveri.
Portavano i conquistatori turchi il fuoco mistico del Khorasan e si integravano mirabilmente con il substrato popolare anatolico, contadini senza terra cui l'aristocrazia bizantina prometteva benesseri celestiali e non materiali. 
Da questo sodalizio di semplici nacque il popolo turco d'Anatolia, di cui fu rappresentante poetico Yunus".
Non è facile definire Yunus, figura presto ammantata di leggenda (numerose località ne rivendicano la sepoltura). I suoi versi calorosi e umani si intendono subito, colmi del piacere della verità e di un senso morale universale: può tuttavia intuirsi, pur nella traduzione, un sostrato religioso complesso e di cristallina aristocrazia: per questo vi sono tradizioni che lo vogliono o pastore semianalfabeta o, al contrario, studioso dotto e cosmopolita. La seconda ipotesi, condivisibile, rende ragione del suo stato di derviscio, ovvero seguace del sufismo: egli fu probabilmente un ricercatore mistico individuale che rigettava le lusinghe del mondo in una visione quasi panteista del Tutto (senza scostarsi dall'osservanza islamica: Muhammad, Maometto, fu la radice della speculazione sufi).
La poesie che segue esemplifica tale eccezionale afflato oltremondano.

Con i monti, con le pietre che io chiami Te, Signore,
nelle albe con gli uccelli che io chiami Te, Signore,
coi pesci negli abissi dei mari, con le gazzelle nel deserto,
fattomi derviscio, con il grido 'O Dio', che io chiami Te, o Signore.

Nei cieli con Gesù, sul Monte Sinai con Mosè,
col bastone di romeo nella mano che io chiami Te, o Signore.
Con Giobbe dai molti dolori, con Giacobbe pieno di pianto,
con il tuo Amico, Muhammad, che io chiami Te, O Signore.

Con lode e ringraziamento, con il grido 'Tu sei Dio',
salmodiando il nome di Dio, che io chiami Te, Signore.
Ho conosciuto lo stato del mondo, ho rinunciato alle sue vanità,
a capo scoperto, a piedi nudi, che io chiami Te, Signore.

Yunus recita in tutte le lingue, con le colombe e gli usignuoli,
con gli uomini che amano Dio, che io chiami Te, Signore.

Traduzione di Anna Masala, da Yunus Emre, II, 1978

martedì 12 maggio 2015

In uscita i Bibliosonetti di Paul Verlaine su MVL Cartoni (per la prima volta in Italia)


Sono disponibili, in edizione numerata di 50 esemplari, i Bibliosonetti di Paul Verlaine, tradotti (con testo originale a fronte, 40 pagine), impaginati, cuciti a mano e assemblati a cura del laboratorio di microeditoria di Monteverdelegge: MVL Cartoni.
Assemblati solo con materiale da riciclo: vecchi cartoni, vecchie stoffe, bottoni, ritagli etc

Come si legge nell'introduzione:


"I bibliosonetti furono commissionati a Paul Verlaine dal direttore della Revue icono-bibliographique, Pierre Dauze, sul finire del 1895. Dauze gli ordinò una serie di 24 sonetti (due a settimana), di argomento bibliofilo, da pubblicare sulla rivista ...
Al fondo di questi versi, sarcastici, dolenti e preziosi, è un uomo che ama intimamente bellezza, libri, poesia e intelligenza; il cui ammonimento è raccolto nell’incipit di Bibliomania:

Leggere è niente; bisogna aver letto; si deve; è necessario!"

Non esistono in Italia traduzioni complessive dedicate ai tredici sonetti: questa è la prima volta (in centoventi anni!) in cui tali poesie di uno dei più grandi lirici moderni vengono trasposte nella nostra lingua.



Sopra la bellissima poesia Bibliofilia (Bibliophilie) con testo a fronte:

Il vecchio libro che si è letto e riletto tante volte!
a pezzi, ferito, straziato, reso orribile dall'uso,
d'improvviso rieccolo fresco e pimpante, volto giovane
e fine al tocco, delizia per occhi e dita.

A dir la verità questa è anche la terza traduzione complessiva dedicata ai Bibliosonetti nel mondo: di precedenti ne esistono, infatti, solo due: una cecoslovacca (del 1932, introvabile) e l'altra, in portoghese-brasiliano, piuttosto libera, del 2010.

Questi piccoli poemi furono ideati dallo scrittore francese a pochi giorni dalla propria morte. 

"I bibliosonetti costituiscono, di fatto, il testamento olografo di uno dei maggiori lirici ottocenteschi; scritti in punto di morte, essi non mentono: al di là delle forzature (onde aderire agli obblighi della committenza), traspare da tali versi  il dolore per il tempo presente, che vede il poeta povero e malato, il rimpianto per la gioventù, la forza satirica, e, soprattutto, l'amore per i libri - una bibliofilia autentica e vissuta – come possiamo arguire dall'uso sempre ben appropriato dei termini tecnici".

Tredici poesie, insomma, che testimoniano la conclusione di una parabola personale e di un'epoca storica ben precisa: il decadentismo francese.


Chi ne volesse una copia può mandare una mail presso Monteverdelegge o a uno dei responsabili oppure recarsi personalmente presso la sede di Via Colautti 30 (lunedì, 15-19; martedì-giovedì-venerdì 17-19).
Altri libri curati da MVL possono rintracciarsi presso il sito cartonlibri.blogspot.com.
Ecco una prima reazione alla lettura (da parte di Lorenzo):

"Questo pomeriggio ho 'manipolato' (toccato, accarezzato, sfogliato, letto, comparato con i testi originali, ecc.) il bel volumetto che ho avuto la fortuna di ricevere questa mattina.
Vorrei ... fare i miei più vivi complimenti a tutti coloro che hanno collaborato a questa vostra bellissima ultima realizzazione. Io la mia copia la conserverò comme on ecouterait la Muse ..."

Buona lettura.

sabato 9 maggio 2015

La poesia della domenica - Marianne Boruch, Alla casa di Keats, Roma

                          
ALLA CASA DI KEATS, ROMA

Quanto durerà ancora questa mia vita postuma?
                                 - John Keats, 1821, il mese prima di morire

Solo a pensarci, anche solo in parte—
Disegna e basta, pensai.
E annota il colore della stanza per dopo perché
che caos farei lì dentro.    
Così scrissi parole, il muro
non proprio uovo di pettirosso, il pavimento, una vecchia patina rosso
scuro. Feci uno schizzo
a matita: finestra, quelle mattonelle sotto i piedi,
scarabocchi incorniciati come quadri,          
un grande letto a barca di mogano lucido, i miei versi
a malapena, per quel che potevano
valere alla fine, una guida alla Roma di una volta,
quasi dall'altra parte del pianeta.
                                                   E le settimane slitterebbero
avanti di un'ora o due,
i miei acquerelli, a casa: a lavorare
come si fa con le poesie, come la memoria annoda e slega,
il verbo più immediato —è è è— che baratta
ogni vita passata con l'eterno presente, scherzo della luce come se
non ci fosse ombra. Keats l'ha fatto,
poi non è stato meglio.
La sua stanza è in parte una menzogna, la sua tisi a torto:
equiparata alla peste su cui soffiavano le trombe
della legge vaticana. Il letto vero? Bruciato.
E le lenzuola, le pesanti tende, la carta da parati strappata
dal soffitto al pavimento. Dio non voglia
che rimanga nell'aria il suo respiro. Lettere che non riusciva
ad aprire, coraggiosi
a conservarle, forse illegali, suppongo          
più indelicate, sepolte con lui,
una pala, dieci minuti
di terra che cade. Non senza stelle, senza luna.
Strano, seppelliamo la gente
quando ha chiuso con noi.              
                                            Chiunque guarda
vede la scalinata di Piazza di Spagna da
quella finestra, il suo salire e rovinare sbilenco come un’enorme,
vecchia fisarmonica dove l'emozione arriva
quando si allarga, un lento movimento vorticoso, estenuante.                                              
E l'ansimare—
benché sentissi solo grida, risate, rumore di traffico.
Pure la fontana là in mezzo, un'opera modesta
dell'altro Bernini, il padre poco noto
dello scultore, che segna il punto più lontano             
raggiunto dal Tevere in piena , la forma
una piccola barca che affonda, un frantume di pietra,
e lo spruzzo —comunque, comunque
delicato, continuo.
                                              Il rumore qualche volta può                            
essere musica. O un frammento,
una frase. O mese che oscura  mese
può capovolgersi, luminoso come raggi X. La mano
regge una matita per trovare — finalmente! per un attimo,
nessun attimo. Questo vuol dire                     
fare disegni.  Quelli sparsi fanno strada
come se felice
e triste si incontrassero meglio in qualche
sfocato aldilà dove nessuno saprà mai
più dell'altro. Keats. La sua maschera mortuaria sta sospesa
in quella sorta di scatola di plexiglass fissata al muro,
gli occhi-di-un-tempo chiusi, la faccia-di-un-tempo
una faccia, un gesso bianco verdastro inquietante.
                                                                    Cancellai e disegnai di nuovo.
Sembra che stia sognando,                             
non è vero? Chi c'era nella stanza,
lei naturalmente capivo
quello che diceva, che non era sola dove
il suo inglese strideva ma in tutta Roma— Roma! —
questo luogo sacro proprio per quella lingua.                             
Sogno, il codice comune per mistero,
per raffigurare ogni frammento rimasto: il passato nel presente,
vita, morte, grandi poesie,
nessuna poesia degna di essere letta
o scritta da qualcuno. O lei era solo              
gentile, voleva essere gentile, da sconosciuta a sconosciuta, perché quella
lingua per strada
come Keats deve averla sentita— parte frastuono,
parte nota alta trattenuta, e per lo più
un velo. La mia distratta                 
                                             assenza di risposta
fu scortese. E nemmeno
sincera. Vedi, la finestra doveva essere giusta,
il soffitto riportato dalla matita
alla carta, stesso stesso                    
fiore, intarsio dopo intarsio inciso
in modo maniacale là sopra.
                                              Ha una sua
bellezza, disse, incerta
come una traduzione.


AT THE KEATS HOUSE, ROME

                        How long is this posthumous life of mine to last?
                                   - John Keats, the month before his death, 1821

Even to think, any of it— 
Just draw, I thought.
And note color in his room for later because
what a mess I’d make in there.
So I wrote words, the wall
not quite robin’s egg, the floor’s old dark
a maroon.  I sketched
with pencil: window, those tiles underfoot,
scribbles framed for paintings,
a big boat bed of shiny mahogany, my lines
barely, as long as they would
mean in the end, a guide for Rome once,
halfway across the planet.
                                           And weeks would slip
before an hour or two,
my watercolors, at home: to work
the way poems get made, like memory knots and unties,
most immediate verb—is is is—trading up
any past life to eternal present, trick of light as if
there is no shade.  Keats did,
then he didn't get better.
His room is part-lie, his TB wrongly
exactly the Plague where Vatican law aimed            
its trumpets.  The real bed? They burned it. 
And bedclothes, the heavy curtains, wallpaper ripped
ceiling to floor.  God forbid
what he breathed out stay.  Letters he couldn’t
bear to open, brave
keeping those, probably illegal, think
more unpretty, buried with him
a shovel, ten minutes
of falling dirt.  Not starless, moonless
Funny, we put people in the ground
when they're done with us.
                                                    Whoever looks
sees the Spanish Steps from
that window, their rise and ruin crooked as an old,
vast accordion where the thrill is
it widens, a giddy slow-motion, exhausting. 
And the wheeze—
though I heard only shouts, laughter, traffic sounds. 
The fountain there too, a modest affair
of the other Bernini, the sculptor’s
unfamous father, marking the most distant spot
the Tiber flooded, its shape
a small boat that foundered, broken thing of stone,
and the spray—anyway, anyway
delicate, continual.
                                           Noise can sometimes
be music.  Or a fragment,
a sentence.  Or month blackening month
can reverse, luminous as x-ray.  The hand
holds a pencil to find—at last! for a moment,
no moment.  That’s what it is
to make drawings. The loose ones give way
as though happy 
and sad meet best in some
blurry afterlife where neither will ever know
more than the other.  Keats. His death mask floats                  
in that kind of plexiglass box screwed to the wall,
his once-eyes closed, his once-face
a face, eerie greenish white plaster.
                                               I erased and drew again.
Looks like he’s dreaming,
doesn’t it?  Who was that in the room,
her of course I’d get
what she said, that she wasn’t alone where
her English jarred but in all of Rome— Roma! —
this sacred place for it. 
Dream, the usual code for mystery,
for figuring any last bit: past into present,
life, death, great poems,
no poems worth the reading or why anyone
would write them.  Or she was simply
nice, being nice, stranger to stranger, because that
language in the street
how Keats must have heard it—part racket,
part high-held note, and mostly
a veil. My distracted
                                      no answer at all
was unkind.  And not
even true.  See, the window had to be right,
the ceiling brought down by pencil
to paper, same same
flower, inlay after inlay carved
to a madness up there.
                                    He’s sort of
beautiful, she said, tentative

as translation.

Traduzione a cura del Laboratorio di Traduzione di Monteverdelegge     

giovedì 7 maggio 2015

Una poetessa della Corte Imperiale del Giappone: Ono no Komachi

Ono no Komachi (?825-?900) fiorì nel primo periodo Heian; le notizie biografiche sono rare. È incerto se ella ricoprì il ruolo di concubina imperiale; probabile che fosse, almeno, elemento di spicco della corte.
Tali sparuti ragguagli sfumano perciò nella leggenda: in tal modo, fortunatamente per chi ama la poesia, la produzione lirica e la vita si fondono inestricabilmente e concrescono inevitabili.
Una parte della leggenda la vuole bellissima, talmente bella che il nome, Komachi, è usato tuttora per indicare fanciulle di particolare venustà.
Un'altra la vuole in disgrazia nella seconda parte della sua vita; forse, più che perdere i favori imperiali, ella si convertì a un più fervente spirito religioso, quello buddista. A questa tradizione si ispira una celeberrima opera del teatro No, Komachi in Sekidera: in essa un prete buddista reca i propri allievi presso una donna centenaria che, si dice, possiede l’arte della vera poesia: e sarà la vegliarda a rivelarsi agli sbalorditi visitatori come la grande Komachi.
Di Ono no Komachi sopravvivono circa cento composizioni, scritte nella forma waka: brevi liriche di trentuno sillabe disposte in cinque versi (5-7-5-7-7). Ad esempio (Ero persa in pensieri d’amore):
omoitsutsu
nureba ya hito no
mietsuramu
yume to shiriseba
samezaramashi o

Le poesie entrarono a far parte della silloge poetica Kokinshū, curata, per volere imperiale, dal poeta Ki Tsurayuki durante la prima decade del decimo secolo.
Le sottostanti versioni si basano sulla traduzione in inglese operata da Jane Hirschfield e Mariko Aratani nell'agile antologia The ink dark moon. Si è cercato, nella resa in italiano, di rispettare almeno il ritmo waka (5-7-5-7-7) alternando, piuttosto rozzamente, settenari e novenari.
Una manciata di composizioni di Komachi compaiono nell’antologia Il muschio e la rugiada, curata da Mario Riccò e Paolo Lagazzi (la prima edizione è del 1996; l’ultima del 2013). 
Non sono riuscito a trovare altre traduzioni.
Evidentemente, ad appena undici secoli di distanza, i nostri editori hanno meglio da fare; per loro vale il detto: ubi minor maior cessat.

I

Troppo forte la voglia,
non può tenerla alcun limite.
Che nessuno mi biasimi
almeno, se la notte a te vengo,
a te, per il cammino dei sogni.

II

Un canto di cicale
nel tramonto che il giorno chiude
lassù - al mio villaggio.
Chi mai verrà a farmi visita
stasera - chi, se non il vento?

III

Lunga solo a parole
scorre la notte dell'autunno.
Cosa facemmo allora
se non fissarci l'un con l'altra?
Ed ecco, già spuntava l'alba.

IV

No, non posso vederlo
stanotte, scura notte senza luna.
Son distesa, ancor desta,
e per la voglia brucio, nel petto
un fuoco scorre, in fiamme è il cuore.

V

Ero persa in pensieri
d’amore quando gli occhi io chiusi?
Allor egli m’apparve.
Capire ch’era un sogno!
Mai, oh, mai mi sarei destata.

mercoledì 22 aprile 2015

Mvl teatro: Fare vedere il mare oscuro con la voce


Maria Cristina Reggio
In due sole repliche nella sala romana del Teatro Vascello Chiara Guidi va in scena con la sua riscrittura di Tifone dal testo di Joseph Conrad, l'aristocratico marinaio polacco che aveva scelto di scrivere i suoi racconti in una lingua adottiva.  Si tratta di un'opera teatrale che si dispiega quasi esclusivamente nell'ascolto, dal momento che nel palco quasi buio non vi sono attori che compiano azioni sceniche, se non il pianista all'opera con il suo strumento e l'attrice che legge, completamente assorbita dal microfono, illuminata da una flebile lampadina che allarga lo spazio del teatro fino a renderlo ventre oscuro di balena.   Nella penombra in cui è lasciata la scena, con solo al centro il tondo quadrante di una grossa bilancia che focalizza lo sguardo (resto di una muta archeologia industriale) e altri due tondi neri retroilluminati che velano di luce il nero fondale, si immagina che le diverse voci che si odono provengano da persone diverse.  Eppure l'occhio di uno spettatore che vaghi cercando diversi attori si arresta sempre sul corpo minuto, femminile di Chiara Guidi che, dritta in piedi, come sul cassero di una nave, davanti al suo microfono, disegna con le mani di un direttore d'orchestra le intensità e le frequenze ondulatorie con cui lei stessa emette le sue tante voci.

domenica 19 aprile 2015

Non uscire dai margini

Maria Teresa Carbone
In cima alle classifiche Amazon negli Usa  di questo mese c'è un album da colorare per adulti. Sul Guardian Alison Flood spiega che il successo di Secret Garden dell'illustratrice scozzese Johanna Basford non è un caso isolato: ovunque aumenta il numero delle persone che cercano, e a quanto pare trovano, la pace interiore riempiendo con cura gli spazi bianchi di elaboratissimi disegni. E la tendenza prende piede in molti paesi: anche in Polonia le case editrici decidono di puntare su questo nuovo filone.
Ovunque la parola d'ordine è: non uscire dai margini. Cambiano i tempi. Negli anni '60 e '70 questi album venivano guardati con diffidenza dai genitori illuminati.  Si pensava che tarpassero la creatività dei bambini. Oggi gli ex bambini rivendicano il piacere di non superare i confini imposti da chi ha ideato il disegno. E qualcuno, come lo scrittore Matt Cain, parla di una pratica simile alla meditazione. 

Paragone interessante, e forse non lontano dal vero. Solo un dubbio resta: se davvero gli album da colorare sono destinati a diventare un genere consolidato, se davvero non si tratta solo di un effimero trionfo della nostalgia, ci troveremo sempre più spesso di fronte a libri "muti", privi di parole, che aspettano di essere completati, o scritti, dai loro "lettori"?
@mtcarbone
Nota: questo post rielabora e aggiorna un testo uscito sul blog Protocosmo.

mercoledì 15 aprile 2015

Tre personaggi in cerca d'amore

Maria Vayola


Scomparsi è il libro di esordio di Mary McGarry Morris del 1988, a cui sono seguiti molti altri,  in Italia  è stato tradotto e pubblicato solo questo, uscito nel 2014 con la traduzione di Antonio Bischioso per la Playground.


Dell'autrice, sul web, si trovano solo pagine in lingua inglese, è pressoché sconosciuta da noi, lodevole, quindi,  la scelta di Playground di inserirla nel suo catalogo partendo proprio dal suo primo libro, che merita di essere letto.
Siamo ormai abituati alle storie di marginalità americana, sia in letteratura che in cinematografia, agli orrori e ai gioielli umani che si trovano sparsi nella sconfinata provincia americana, Morris ne ha scovati altri e ce li racconta senza stupore, nonostante il livello di esclusione che vivono i personaggi del suo libro sia veramente particolare.
Nel giro delle poche pagine che iniziano il libro, senza che siano definite come capitolo o prologo, accadonono gli eventi che, qualificati come storia vera, innesteranno un "on the road" stralunato e drammatico.
Aubrey Wallace, anonimo e solitario personaggio, intimorito dalla vita e dalle persone, persino dalla  moglie e dai figli, con una personalità infantile e un mondo affettivo vuoto e bisognoso di essere colmato, viene letteralmente trascinato da una adolescente, Dotty, che entra nella sua vita quasi come un'apparizione, in un viaggio senza meta e senza tempo in cui sarà coinvolta anche una bambina, Conny, sottratta piccolissima ai genitori da Dotty stessa in una delle sue folli azioni in cerca di cibo.
Vagheranno per cinque anni negli Stati Uniti, senza mai fermarsi se non per pochi giorni, vivendo di espedienti; la loro è una fuga da un eventuale arresto e dal niente e dal dolore che la loro vita ha rappresentato, senza che mai sia apparso uno spiraglio di serenità.
I tre si appoggiano l'un l'altro come naufraghi ad una zattera con poche probabilità di galleggiare.
La bambina li chiama mamma e papà, inevitabilmente si aggrappa a loro facendo di quella vita errabonda e sconclusionata una vita "normale", l'unica che riesce a conoscere e individuare come tale.