mercoledì 12 dicembre 2018

Le interviste di MVL / Andrea Pomella

Allo scrittore Andrea Pomella, che abbiamo avuto come ospite da Plautilla il 4 dicembre, abbiamo rivolto alcune domande a partire dal suo ultimo romanzo L'uomo che trema (Einaudi 2018). Ecco cosa ci ha risposto:

È vero che per conoscere il mondo devo conoscere il mio mondo e il linguaggio che lo esprime?

Ogni cosa esiste nel linguaggio, nulla esiste al di fuori di esso. Un libro è una metafora perfetta della realtà sensibile, è un oggetto afono, chiuso, inerme, poi nell’istante in cui un lettore lo apre e inizia a leggerlo, il mondo che vi è contenuto improvvisamente prende vita, genera delle conseguenze. Ogni libro è un mondo che si esprime attraverso un linguaggio, e ogni mondo è un libro. In questo senso il mio non è quel che si dice “un libro sulla depressione”, è più un libro che racconta il mio mondo attraverso il linguaggio della depressione. La depressione è una lente che filtra la realtà, è appunto il linguaggio che la esprime.

È in qualche modo la scrittura un atto di generosità, un dono che si mette a disposizione dell’altro?

La scrittura non è mai un fatto individuale. Non si scrive per sé, altrimenti non si scriverebbe e basta. L’invenzione stessa della scrittura risponde al bisogno di condivisione del pensiero. Per quanto mi riguarda, scrivere non può essere altro che questo: mettere a disposizione una storia, mostrare i polsi, è come dire: “Questo è tutto ciò che ho”.

Si può parlare di valore sociale di un prodotto intellettuale come il romanzo e il suo in particolare si può attribuire un tale valore? E se sì in che modo?

Si dice che un prodotto artistico debba sempre mirare a produrre un cambiamento all’interno della società a cui si rivolge. Che sia piccolo o grande non importa. Se il mio romanzo abbia o meno un valore sociale non sta a me dirlo. Posso dire però che ho scritto il libro tenendo ben a mente questo presupposto e sapendo che stavo affrontando un tema che ha, sì, un enorme impatto sociale. Molti lettori mi confidano che leggendolo hanno compreso meglio alcuni aspetti di sé, della propria storia, o che banalmente si sono riconosciuti e quindi si sono sentiti meno soli. Anche questo, forse, è un modo di incidere sulla realtà.

(Daniela Moriconi)


mercoledì 5 dicembre 2018

MVL teatro: Il decennio dei giovani leoni di Piazza del Popolo



Maria Cristina Reggio 
Fino al 9 dicembre va in scena al Teatro Vascello Fiato d’Artista, un diario teatrale che ha come sfondo la Roma degli anni Sessanta. Protagonista e autrice è Paola Pitagora, attrice che noi tutti, nati intorno a quel decennio abbiamo conosciuto come l’indimenticabile Lucia dei Promessi Sposi, incorniciata dalla coroncina stellata nel monitor bianconero della tivù. Erano i tempi dell’intervallo con le città d’Italia su sottofondo musicale della Sonata per arpa di Pietro Domenico Paradisi, quando le macchine percorrevano allegramente i centri storici e venivano parcheggiate anche in piazze come Piazza del Popolo, ora divenuta isola pedonale per le comitive di turisti che assaltano la capitale, nonché luogo orribilmente transennato per occasionali intrattenimenti politici e musicali. Proprio questa piazza è teatro virtuale del racconto dell’attrice, pubblicato nel 2001 da Sellerio con il titolo Fiato d’Artista, Dieci anni a Piazza del Popolo, affidato qui alla regia di sua figlia Evita Ciri e di Nicola Campiotti, e alla recitazione di due giovani attori, Giulia Vecchio e Francesco Villano. Lei controfigura dell’attrice ventenne e lui del suo giovane amore, Renato Mambor, artista della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo. Con tantissime belle immagini proiettate su un fondale bianco, per la gioia degli occhi e del cuore di chi ha l’età per riconoscere luoghi e personaggi di quegli anni.

É un racconto che si snoda soprattutto sul piano sentimentale, sia tra i due protagonisti, a cui la stessa Paola Pitagora, presente in scena, affida la recitazione di alcuni momenti fondamentali della loro storia, sia con gli altri personaggi, qui solo evocati, con cui i due condividevano le giornate e le notti. Nei frammenti narrati si ritrova il fermento di una generazione ormai per lo più trascorsa, divenuta ormai il soggetto di un tempo dimenticato, un passato remoto: Jannis Kounellis, Mario Schifano, Pino Pascali, Sergio Lombardo, Tano Festa, Franco Angeli, Francesco Lo Savio, Renato Mambor e Cesare Tacchi. Questi erano gli artisti che negli anni Sessanta si incontravano al bar Rosati, dove trascorrevano lunghe ora a dialogare di arte e a inventare la battaglia di una nuova avanguardia italiana che nasceva sulle ceneri della guerra perduta dai futuristi e che cercava un proprio spazio in un mondo conquistato culturalmente dalla nuova capitale del mondo, New York. Più o meno erano tutti maschi, tranne Giosetta Fioroni, e tutti belli, anzi magnifici, eroici, e, alcuni di loro, destinati a morire giovani, proprio come si addice all’epica della giovinezza: è il caso esemplare di Pino Pascali, la cui vita si infranse mentre correva con la sua amata motocicletta alle quattro del mattino, proprio nei sottopassaggi del Muro Torto a due passi da Piazza del Popolo, come racconta in scena la stessa Paola Pitagora con parole emozionate.

Erano una decina di artisti che, proprio in quegli anni, si nutrivano di un poderoso fiato d’artista ispiratore, ma anche di una profonda e rigorosa meditazione teorica. Successivamente avrebbero intrapreso altre strade, spesso divergenti e con fortune diverse, alla ricerca di una rifondazione dell’arte e dei suoi linguaggi e strumenti. Di tutto questo Paola Pitagora è l’affettuosa testimone, che – sedotta dalle idee estetiche di quegli ultimi fascinosi del secolo trascorso – si ribellò ai divieti di un padre borghese che sognava per lei un avvenire di donna tranquilla, per partecipare alle vicissitudini di Renato Mambor e del gruppo di artisti di Piazza del Popolo. Ma che, di fronte agli slip di una amante occasionale trovati nel letto e denunciati con noncurante candore dal divertito fedifrago, lo piantò in asso sbattendo la porta e se ne andò per seguire la sua strada verso una carriera di attrice affermata. Affettuosa malinconia è il sentimento che resta per questa storia, ma forse ogni ricordo che osserva a ritroso una rivoluzionaria giovinezza che si è conclusa lascia questo sapore dolce e amaro insieme. Nel frattempo i giovani leoni della Scuola di Piazza del Popolo hanno scritto un capitolo fondamentale della storia dell’arte, e di questo si parlerà ancora nella rassegna Fiato d'Artista al Teatro Vascello, in un ricco programma di incontri, fino al 9 dicembre.

martedì 27 novembre 2018

Widows di Steve McQueen



 Roberta Rondini

Widows è un film del quale consiglio la visione e che mi piacerebbe  fosse tra quelli di cui si discuterà  nel Gruppo “Al cinema con MVL”. Un film potente, pensato e girato su piani molteplici, che utilizza il thriller, il genere rapina, per parlare sottilmente e fascinosamente di politica e di sociale nell’America di oggi, spostando, non a caso, il luogo originario di svolgimento della storia da Londra a Chicago. Un film, inoltre, declinato al femminile.
Ripresa da una miniserie televisiva scritta da Lynda La Plante negli anni Ottanta e adattata dal regista Steve McQueen e da Gillian Flynn (sceneggiatrice anche di Gone Girl), la storia è il grimaldello che il regista – e fior di artista – britannico usa per acconciare una scena che, prendendo avvio dagli esiti di una rapina andata tragicamente male per la morte di tutti i protagonisti (con le vedove intenzionate a recuperare quei soldi), prende il largo verso una panoramica di quello che si muove nella società contemporanea americana in termini di politiche sociali, di razzismo, di riscatto femminile e di riscatto etnico delle minoranze, non solo “negre” ma anche ispaniche e europee di vecchia immigrazione.
Il dramma è raccontato alla maniera raffinata ed elegante di McQueen, con attenzione ai particolari, alle tecniche scelte per le inquadrature  degli esterni : Chicago, ricca e povera, ripresa dal basso e dall’alto – notevole il “racconto” del sobborgo cittadino con la macchina da presa legata al cofano di una autovettura in movimento;  e degli interni: le sequenze ambientate nei locali pubblici o la memorabile inquadratura primo piano di Viola Davis, protagonista nera fisicamente imponente, nella sua camera da letto bianca, con il cane bianco adagiato sul letto bianco. Raffinatezze stilistiche di un regista, artista e scultore, che si esprime attraverso dettagli e inquadrature di grande eleganza capaci di dare il senso della sua attenzione ai dettagli per raccontare una storia.

domenica 25 novembre 2018

Dal laboratorio di traduzione: "Retaggio" di Kaveh Akbar

Fiorenza Mormile

Nella Giornata contro la violenza sulle donne vi proponiamo Retaggio, un testo di denuncia contro la condanna a morte di una ragazza iraniana impiccata per avere ucciso l’uomo che cercava di violentarla.
L’autore è il poeta iraniano-americano Kaveh Akbar, nato a Teheran il 15 gennaio 1989 e trasferitosi con i genitori negli Stati Uniti in giovanissima età.

Kaveh al lavoro - foto di proprietà dell'autore
Nel testo l’impatto contro con il rigore spietatamente misogino della giustizia iraniana mina l’attaccamento di Akbar alle proprie radici natali e culturali. La penultima strofa “possa Dio colpirci /per farci (…) ridestare il cervello a frustate” suona sarcastica rispetto ai metodi adottati dalla Shari’a. Le aspettative deluse “esponiamo l’amore alla luce/ per stupirci della sua impotenza” scatenano in Akbar un profondo senso di colpa, facendolo sentire correo di quella morte: “malgrado tutti i nostri rituali di misericordia (…) te abbiamo mandato avanti”. Qualcosa di simile avviene all’interno di ciascuno di noi anche qui, così lontano dagli ayatollah, ad ogni nuovo caso di violenza di genere.

                                                                                                                     Reyhaneh Jabbary














Retaggio

Reyhaneh Jabbary, una donna iraniana di 26 anni, è stata impiccata 
il 25 ottobre 2014, per aver ucciso 
un uomo che cercava di violentarla. 
il corpo è una moschea prestata dal Cielo    secoli e secoli
macchiano il mattone smaltato    la nostra pelle si sfalda come un frammento
al centro di una clessidra    a volte mi vergogno tanto

del mio sentire  quanto poco conti    gli angeli non hanno a cuore l’umiltà
ti sei rasata il capo    hai passato undici giorni in isolamento mezza morta di fame
e non una tromba divina si è sciolta in canto    ora è solitudine tutto intorno                 

più che una persona sto diventando un vaso di ricordi    è un mito
che l’amore  viva nel cuore    vive nella gola lo spingiamo fuori
quando parliamo    quando restiamo senza fiato ne prendiamo un po’ per noi

nei libri l’amore può far cessare la guerra    un soldato getta  la spada
per imboccare di ostriche il nemico    nella vita esponiamo l’amore alla luce
per stupirci della sua impotenza    hai detto in una lettera a Sholeh

che non uccidevi neppure gli scarafaggi nella cella    li tiravi su
per le antenne e li lanciavi tra le sbarre in un cortile
dove vedevi uomini martellare lunghe assi di cipresso per farne una forca

gli stessi uomini che anni  prima avevano gettato i loro anelli nel fango    che li innaffiavano
cinque volte al giorno    che sparavano ai merli per  scacciarli dai rami dei mandorli
e baciavano la terra alla vista dei germogli    per poi maledirsi a vicenda quando gli steli

invece di lambirgli le labbra si seccavano alle loro ginocchia    possa Dio colpirci
per farci svegliare    ridestare il cervello a frustate    si possa misurare ogni vittoria
dall’assenza momentanea del dolore    non c’è conforto nella storia    è un dono

ricevuto alla nascita    una tasca in cui ci ripieghiamo alla morte  e ora addio a te montagna
a te armada di fiori    a te intero miserabile decennio con un groppo in gola
malgrado tutti i nostri rituali di misericordia ripetuti all'infinito    te abbiamo  mandato avanti.

Traduzione di Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna  Maria  Rava, Anna  Maria Robustelli, Jane Wilkinson.


Heritage

Reyhaneh Jabbari, a 26-year-old Iranian woman,
was hanged on October 25th, 2014, for killing a man
who was attempting to rape her.

the body is a mosque borrowed from Heaven    centuries of time
stain the glazed brick    our skin rubs away like a chip
in the middle of an hourglass    sometimes I am so ashamed

of my sentience how little it matters    angels don't care about humility       
you shaved your head    spent eleven days half-starved in solitary
and not a single divine trumpet wept into song    now it's lonely all over

I'm becoming more a vessel of memories than a person    it's a myth
that love lives in the heart    it lives in the throat we push it out
when we speak    when we gasp we take a little for ourselves

in books love can be war-ending    a soldier drops his sword
to lie forking oysters into his enemy's mouth    in life we hold love up to the light
to marvel at its impotence    you said in a letter to Sholeh

you weren't even killing the roaches in your cell    that you would take them up
by their antennae and flick them through the bars into a courtyard      
where you could see men hammering long planks of cypress into gallows

the same men who years before threw their rings in the mud    who watered them
five times daily    who shot blackbirds off almond branches
and kissed the soil at the sight of sprouts    then cursed each other when the stalks

which should have licked their lips withered dryly at their knees  may God beat
us awake    scourge our brains to life    may we measure every victory
by the momentary absence of pain    there is no solace in history    this is a gift

we are given at birth    a pocket we fold into at death  goodbye now you mountain      
you armada of flowers    you entire miserable decade in a lump in my throat       
despite all our endlessly rehearsed rituals of mercy    it was you we sent on

Si ringrazia l’autore per l’autorizzazione alla riproduzione dell’originale.

martedì 20 novembre 2018

Dal Laboratorio di Traduzione un nuovo testo di Joy Harjo: Questo è il mio cuore

Fiorenza Mormile

Il terzo testo di Joy Harjo è This is My Heart, una canzone d’amore composta dalla poetessa nativa americana che in questo concerto del 2008 alterna il canto con a solo di sax mostrando le sue doti di performer.


Questo è il mio cuore

Questo è il mio cuore. È un buon cuore.
Tesse una membrana di nebbia e fuoco.
Quando facciamo l'amore nel mondo dei fiori
il mio cuore è vicino abbastanza da cantare per te
in una lingua troppo goffa
per le parole umane.

Questa è la mia testa. È una buona testa.
Dentro le ronza uno sciame di preoccupazioni.
Qual è la fonte di questo mistero.
Perché non posso vederla qui, adesso, 
reale come queste mani che forgiano 
il mondo?

Questa è la mia anima. È una buona anima.
"Vieni qui, smemorata", mi dice.
E ci sediamo vicine.
Ci prepariamo qualcosa da mangiare
poi un sorso di qualcosa di dolce,
per la memoria, per la memoria.

Questa è la mia canzone. È una buona canzone.
Ha camminato all'infinito lungo il bordo del fuoco e dell'acqua,
scalato costole di desiderio per cantare per te.
Le sue ali nuove vibrano vulnerabili.

Vieni a stenderti accanto a me.
Poggia la testa qui.
Il mio cuore è vicino abbastanza per cantare.

Traduzione di Maria Adelaide Basile, Giselda Mantegazza, Marta Izzi, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson.


Joy Harjo
This is My Heart 

This is my heart. It is a good heart.
Weaves a membrane of mist and fire.
When we make love in the flower world
my heart is close enough to sing to you
in a language too clumsy
for human words.

This is my head. It is a good head.
Whirs inside with a swarm of worries.
What is the source of this mystery?
Why can’t I see it right here, right now,
as real as these hands hammering
the world together?

This is my soul. It is a good soul.
It tells me, “Come here forgetful one.”
And we sit together.
We cook a little something to eat,
then a sip of something sweet,
for memory, for memory.

This is my song. It is a good song.
It walked forever the border of fire and water,
climbed ribs of desire to sing to you.
Its new wings quiver with vulnerability.

Come lie next to me.
Put your head here.
My heart is close enough to sing.

A Map to the Next World, W.W. Norton 2002, and a CD of music Native Joy for Real, 2004

Si ringrazia l’autrice per l’autorizzazione a riprodurre il testo originale

martedì 30 ottobre 2018

Dal Laboratorio di Traduzione: Joy Harjo, Una mappa per il prossimo mondo

Fiorenza Mormile

Ecco una seconda poesia di Joy Harjo. Se la poesia precedente,
Photo Credit: Karen Kuehn
Quando il mondo come lo conoscevamo finìsegnava con il crollo delle Torri la fine del mondo come lo conoscevamo, questa, dedicata alla nipotina Desiray, è tutta proiettata nel mondo successivo. 
Per Harjo i nativi che vorranno abitarvi non potranno prescindere dalla consapevolezza delle proprie radici tribali e dalla necessità di superare tanto i torti subiti che gli errori compiuti. 
Prendendo forza dagli astri la piccola Desiray dovrà costruirsi da sola la propria mappa, senza farsi deviare dalle lusinghe consumistiche intorno a sé, per riconnettersi alla storia della sua gente e rinsaldare il legame tra le generazioni. 


JOY HARJO

Una mappa per il prossimo mondo
                                           per Desiray Kierra Chee

Negli ultimi giorni del quarto mondo ho voluto tracciare una mappa per chi si sarebbe arrampicato attraverso il buco nel cielo.

I miei soli strumenti erano i desideri degli umani via via che emergevano da campi di morte, camere da letto e cucine.

Perché l’anima è una vagabonda con tante mani e piedi.

La mappa deve essere di sabbia e non si legge con una luce qualunque.
Deve portare il fuoco alla città tribale vicina, per rinnovare lo spirito.

Nella legenda ci sono istruzioni sulla lingua della nostra terra, come fu che dimenticammo di riconoscere il dono, come non lo abitassimo o non ne facessimo parte.

Attenzione al moltiplicarsi di supermercati e centri commerciali,
altari del denaro. Il segno più evidente dell'allontanamento dalla grazia.

Tieni nota degli errori della nostra smemoratezza; la nebbia ci ruba i figli mentre dormiamo.

Fiori di rabbia spuntano dalla depressione. Ne nascono mostri di furia nucleare.

Alberi di cenere dicono addio all'addio e la mappa sembra scomparire.

Non conosciamo più i nomi degli uccelli, né come parlare
loro chiamandoli per nome.

Un tempo sapevamo tutto in questa lussureggiante promessa.

Ciò che ti dico è vero ed è stampato in un avviso
sulla mappa. La nostra smemoratezza ci insegue, percorre la terra dietro di noi, lasciando una scia di pannolini, siringhe e sangue sprecato.

Dovremo accontentarci di una mappa imperfetta, piccola mia.

Si entra dal mare del sangue di tua madre, dalla piccola morte di tuo padre che non vede l'ora di riconoscersi in qualcun altro.

Non c’è uscita.

La mappa si può interpretare attraverso la parete dell’intestino – una spirale sulla via della conoscenza.

Viaggerai attraverso la membrana della morte, sentirai odore di cucina dall’accampamento dove i nostri parenti banchettano con carne fresca di cervo e zuppa di mais, nella Via Lattea.

Non ci hanno mai lasciato, li abbiamo abbandonati noi in nome della scienza.

E al tuo prossimo respiro mentre entriamo nel quinto mondo
non ci sarà nessuna X, nessuna guida con parole da portare con te.

Dovrai navigare seguendo la voce di tua madre, rinnovare la canzone che sta cantando.

Dai pianeti balugina nuovo coraggio.

E illumina la mappa impressa col sangue della storia, una mappa che riuscirai a conoscere, se lo vorrai, dalla lingua dei soli.

Quando emergerai rintraccia le orme degli sterminatori di mostri, là dove sono entrati nelle città di luce artificiale e hanno ucciso ciò che ci stava uccidendo.

Vedrai dirupi rossi. Sono il cuore, contengono la scala.

Un cervo bianco ti accoglierà quando l’ultimo umano si isserà dalle rovine.

Ricorda il buco della vergogna che segna l’atto dell'abbandono dei nostri territori tribali.

Non siamo mai stati perfetti.

Eppure, il viaggio che facciamo insieme è perfetto su questa terra, che un tempo era una stella e ha fatto gli stessi errori degli umani.

Li potremmo rifare, ha detto lei.

Cruciale per trovare la strada è questo: non c’è inizio né fine.

Devi farti da sola la tua mappa.


(Traduzione di Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson).


 JOY HARJO

A Map to the Next World
                              for Desiray Kierra Chee

In the last days of the fourth world I wished to make a map for
those who would climb through the hole in the sky.

My only tools were the desires of humans as they emerged
from the killing fields, from the bedrooms and the kitchens.

For the soul is a wanderer with many hands and feet.

The map must be of sand and can’t be read by ordinary light. It
must carry fire to the next tribal town, for renewal of spirit.

In the legend are instructions on the language of the land, how it was we forgot to acknowledge the gift, as if we were not in it or of it.

Take note of the proliferation of supermarkets and malls, the
altars of money. They best describe the detour from grace.

Keep track of the errors of our forgetfulness; the fog steals our
children while we sleep.

Flowers of rage spring up in the depression. Monsters are born
there of nuclear anger.

Trees of ashes wave good-bye to good-bye and the map appears to disappear.

We no longer know the names of the birds here, how to speak to them by their personal names.

Once we knew everything in this lush promise.

What I am telling you is real and is printed in a warning on the
map. Our forgetfulness stalks us, walks the earth behind us,
leaving a trail of paper diapers, needles, and wasted blood.

An imperfect map will have to do, little one.

The place of entry is the sea of your mother’s blood, your father’s small death as he longs to know himself in another.

There is no exit.

The map can be interpreted through the wall of the intestine — a spiral on the road of knowledge.

You will travel through the membrane of death, smell cooking
from the encampment where our relatives make a feast of fresh deer meat and corn soup, in the Milky Way.

They have never left us; we abandoned them for science.

And when you take your next breath as we enter the fifth world
there will be no X, no guidebook with words you can carry.

You will have to navigate by your mother’s voice, renew the song she is singing.

Fresh courage glimmers from planets.

And lights the map printed with the blood of history, a map you
will have to know by your intention, by the language of suns.

When you emerge note the tracks of the monster slayers where they entered the cities of artificial light and killed what was killing us.

You will see red cliffs. They are the heart, contain the ladder.

A white deer will greet you when the last human climbs from the destruction.

Remember the hole of shame marking the act of abandoning our tribal grounds.

We were never perfect.

Yet, the journey we make together is perfect on this earth who was once a star and made the same mistakes as humans.

We might make them again, she said.

Crucial to finding the way is this: there is no beginning or end.

You must make your own map.


(from How We Became Human: New and Selected Poems:1975-2001 by Joy Harjo. Copyright © 2002 by Joy Harjo)

Si ringrazia l’autrice per avere autorizzato la riproduzione del testo originale.

mercoledì 10 ottobre 2018

Dal laboratorio di traduzione: Sinéad Morrissey in programma per il 2018/2019. La prima traduzione di Joy Harjo dall'attività 2017/2018.

Fiorenza Mormile

Il Laboratorio di Traduzione di poesia, al suo settimo anno di attività, riprende martedì 16 ottobre dalle 16:45 alle 19, con cadenza quindicinale. 


L’autrice scelta per cominciare è la nordirlandese Sinéad Morrissey, (si pronuncia Mòrissi), nata nel 1972 e cresciuta a Belfast, dove insegna Scrittura creativa allo Seamus Heaney Centre for Poetry della Queen’s University. L’ultima delle sue sei raccolte di poesia, On Balance, (Carcanet, 2017) è risultata finalista al Costa Prize. La penultima, Parallax (Carcanet, 2013), ha vinto il T.S. Eliot Prize di quell'anno. Con un dettato lineare, ma non privo di complessità, Morrissey oscilla tra una quotidianità molto personale (l’amore, la maternità, il trauma di un aborto) e problematiche sociali contemporanee, dalla censura del regime sovietico alla gestione della crisi greca da parte dell’euroburocrazia. 
Il titolo Parallax rimanda alla deformazione che i fatti subiscono se si cambia la prospettiva, il punto di osservazione del problema, come avviene al teschio nel quadro Gli ambasciatori di Holbein. Lo sguardo e l’inquadratura con il loro portato di soggettività, considerati fondamento di ogni creazione artistica, sono il fulcro anche della raccolta precedente: Through The Square Window (Carcanet, 2009). E forse, venendo dall'Ulster, in Parallax Morrissey allude alla lateralità del proprio sguardo sul mondo britannico.
Una lateralità che rimanda a quella esplorata, nello scorso anno di attività, nella poesia delle due native americane Joy Harjo e Natalie Diaz, di cui iniziamo a darvi documentazione a partire da oggi.


Della prima, Harjo, rimandandovi alla relativa scheda introduttiva  presentata a novembre scorso, postiamo qui Quando il mondo come lo conoscevamo finì / When the World as We Knew It Ended dalla raccolta How We Became Human: New and Selected Poems: 1975-2001.
In questo testo la violenta cesura inflitta alla storia occidentale dall’11 settembre viene filtrata nell’ottica dei nativi americani: separati, marginali, ma forse più attrezzati a cominciare un nuovo corso nel segno della musica e della poesia  perché ammaestrati dalle traversie e fortemente legati alla natura e ai valori fondamentali della vita. 

Joy Harjo

Quando il mondo come lo conoscevamo finì 

Sognavamo su un’isola occupata al limite estremo
di una nazione vacillante quando  venne giù.

Due torri s’innalzavano dall’isola del commercio a est fino a toccare il cielo. Gli uomini camminavano sulla luna.
Il petrolio era stato tutto succhiato da due fratelli. Poi il mondo venne giù. Inghiottito da un drago di fuoco, dal petrolio e  dalla paura.
Tutto intero.

Stava arrivando.

Aspettavamo già da prima dei missionari con le loro
vesti lunghe e solenni di vedere cosa sarebbe successo.

Lo vedemmo
dalla finestra della cucina sul lavello
mentre facevamo il caffè, cucinavamo riso
e patate, da sfamare un esercito.

Vedemmo tutto, mentre cambiavamo pannolini e davamo da mangiare ai bambini. Lo vedemmo,
attraverso i rami
dell’albero della conoscenza
attraverso  gli squarci delle stelle, attraverso
il sole e le tempeste dalle ginocchia
mentre facevamo il bagno e lavavamo
i pavimenti.

L’assemblea degli uccelli ci avvertì, mentre volavano sopra
i caccia torpedinieri nel porto, ancorati là dalla prima presa di potere.
Fu dal loro canto e parlottio che capimmo quando alzarci
quando guardare dalla finestra
al sommovimento in corso - il campo magnetico scaturito dal dolore.

Lo sentimmo.
Il frastuono in ogni angolo del mondo. Mentre
la fame di guerra cresceva in chi avrebbe rubato per diventare presidente re o imperatore, possedere gli alberi, le pietre, e tutto quello che si muoveva sulla terra, dentro la terra
e sopra.

Capimmo che stava arrivando, assaporavamo i venti che raccoglievano conoscenze
da ogni foglia e fiore, da ogni montagna, mare
e deserto, da ogni canto e preghiera da questo minuscolo universo che fluttua nei cieli dell’essere
infinito.

E poi finì, questo mondo che avevamo imparato ad amare
per le sue dolci distese d’erba, per i cavalli e per i pesci
multicolori, per le possibilità scintillanti
dei sogni.

Ma poi c’erano i semi da piantare e i bambini
che avevano bisogno di latte e  di essere consolati, e qualcuno
raccolse una chitarra o un ukulele dalle macerie
e cominciò a cantare del battito leggero
del calcio sotto la pelle della terra
che sentivamo là, sotto di noi

un animale caldo
un canto che nasceva tra le sue gambe
una poesia.

(Traduzione a cura di Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson)

Joy Harjo

When the World as We Knew It Ended

We were dreaming on an occupied island at the farthest edge
of a trembling nation when it went down.

Two towers rose up from the east island of commerce and touched the sky. Men walked on the moon. Oil was sucked dry
by two brothers. Then it went down. Swallowed
by a fire dragon, by oil and fear.
Eaten whole.

It was coming.

We had been watching since the eve of the missionaries in their
long and solemn clothes, to see what would happen.

We saw it
from the kitchen window over the sink
as we made coffee, cooked rice and
potatoes, enough for an army.

We saw it all, as we changed diapers and fed
the babies. We saw it,
through the branches
of the knowledgeable tree
through the snags of stars, through
the sun and storms from our knees
as we bathed and washed
the floors.

The conference of the birds warned us, as they flew over
destroyers in the harbor, parked there since the first takeover.
It was by their song and talk we knew when to rise
when to look out the window
to the commotion going on—
the magnetic field thrown off by grief.

We heard it.
The racket in every corner of the world. As
the hunger for war rose up in those who would steal to be president to be king or emperor, to own the trees, stones, and everything else that moved about the earth, inside the earth
and above it.

We knew it was coming, tasted the winds who gathered intelligence from each leaf and flower, from every mountain, sea and desert, from every prayer and song all over this tiny universe floating in the skies of infinite being.

And then it was over, this world we had grown to love
for its sweet grasses, for the many-colored horses
and fishes, for the shimmering possibilities
while dreaming.

But then there were the seeds to plant and the babies
who needed milk and comforting, and someone
picked up a guitar or ukulele from the rubble
and began to sing about the light flutter
the kick beneath the skin of the earth
we felt there, beneath us

a warm animal
a song being born between the legs of her;
a poem.

from How We Became Human: New and Selected Poems:1975-2001 by Joy Harjo. Copyright © 2002 by Joy Harjo. Used by permission of W.W. Norton & Company, Inc., www.wwnorton.com.

Si ringrazia l’autrice per l’autorizzazione a riprodurre il testo originale.