martedì 21 maggio 2013

La salvezza di una farfalla


Raethia Corsini

Si è conclusa da qualche giorno l’iniziativa Festa del Cinema promossa e sostenuta in tutta Italia dai produttori e distributori dell’ANICA e dalle associazioni delle sale cinematografiche. L’idea, mutuata dalla Fête du Cinema che si svolge in Francia da ormai 28 edizioni, è un invito a frequentare il grande schermo a prezzi ridotti, per vedere anche pellicole destinate a uscire velocemente dal circuito perché poco commerciali. È una di quelle iniziative che io cerco di non perdere mai, perché generalmente nel calderone dell’offerta più di una stupisce per innovazione, idea, talenti.
A me, quest’anno, è capitato con Bellas Mariposas scritto e diretto da Salvatore Mereu  e tratto dal libro omonimo di Sergio Atzeni (Sellerio Editore), da molti ritenuto iniziatore della nouvelle vague letteraria sarda. Attrici non professioniste alle prese per la prima volta con la telecamera; una mano registica determinata a raccontare, senza veli e ricercatezze estetizzanti, una realtà drammatica. E lo fa con cura e delicatezza anche quando c'è il rischio di cadere nella pruderie. Sullo sfondo – determinante - la periferia più infima di una Sardegna che non siamo abituati a immaginare. 

Viola Di Grado, "Cuore cavo" tra la morte e la vita


Ti racconto un libro:
Viola Di Grado, Cuore cavo, e/o, pp. 166, euro 16
Patrizia Vincenzoni
La storia di un suicidio raccontata da colei che lo ha compiuto: la data, il 23 luglio del 2011, e la città, Catania, invasa da un caldo bruciante.   Questo l'incipit del secondo romanzo di Viola Di Grado, pubblicato da e/o.   Il corpo di Dorotea, la protagonista del libro, abbandonato dalla vita e riverso dentro la vasca da bagno è l'epicentro della morte e da lì questa inizia ad espandersi toccando luoghi e cose, in una simmetria che inizia e finisce in un  "rigor mortis del pianeta Terra" che  " è  cominciato dal mio cuore".
Da subito l'autrice ribalta le prospettive occidentali riguardo il ciclo iniziale e conclusivo della vita.  "Abbatto la barriera tra la vita e la morte....considerandole...non come evento ma come processo".
I suoi interessi per la cultura orientale e per il buddhismo l'aiutano a cercare passaggi e soluzioni narrative nelle quali produce riflessioni sulla fluidità dell'identità .   La definizione dell'Io, da cosa è composto, dove inizia e dove finisce, come si perde, sono domande che la incalzano è che sono alla base di Cuore Cavo.
La stanza da bagno e la città sono luoghi di una geografia interiore, la cui mappa è segnata da abbandoni che hanno reso impossibile la comunicazione fra le persone e l'esperienza continuativa di essere visti, amati.   Abbandoni e incomunicabilità che attraversano anche la storia familiare della madre di Dorotea, segnata dal suicidio di una sorella adolescente.
La morte al centro della narrazione nel testo diventa per Dorotea allora un'opportunità per osservare e ri-appropriarsi della propria storia, affermando il bisogno di testimonianza dell'essere al mondo paradossalmente attraverso una non presenza.

lunedì 20 maggio 2013

Il "libro della vita"?

Marta Ancona

Esisterà per ciascuno un “libro della vita”, un libro che la vita l’ha cambiata, e ha svelato un mondo?
Non ho idea del perché in questi giorni mi sia fatta una domanda così sciocca, in fondo, se perché sollecitata da qualche cosa letta, se incuriosita da quesiti (test) che preferibilmente vengono alla luce in estate sulle cosiddette riviste “femminili”, ma non solo, o da chissà che cosa…
Fatto sta che me lo sono chiesto e non sono riuscita a rispondermi.
Da bambina, in età prescolare, avevo una sorta di venerazione per Andersen (proprio lui purtroppo, storie tremende!): avevo eletta la Sirenetta la mia fiaba preferita. Ma non mi aveva cambiato la vita, mi aveva solo svelato qualcosa di me, anche se non lo sapevo.
Allora la Bibbia, o i Vangeli. No. Guerra e pace, ecco, forse. No, nemmeno Guerra e pace. E allora la Divina Commedia. No, nemmeno la Divina Commedia o i Promessi sposi. No, non c’è una risposta. Neanche l’Odissea, per quanto l’abbia amata tanto da averne scritto una versione per mio nipote, che chissà magari a causa mia non leggerà mai l’originale.
Di certo un libro che cambia la vita c’è, il libro di colui che legge solo quello nella vita. Ce ne sono. So di un bravissimo scalpellino abruzzese, molto fiero dell’importanza del suo lavoro, di quelli che pensano di erigere cattedrali e non di spezzare pietre, che aveva letto esclusivamente la Divina Commedia, ma la sapeva tutta a memoria. Lui non conosceva solo la Divina Commedia, aveva un’enciclopedia in testa, e certamente in qualche modo era coltissimo. Tutto il mondo in un libro, e che libro però!
Ma io non ho letto solo un libro, mi dicevo, e non ne so nessuno a memoria purtroppo, e sarebbe bello, invece. Così, per quanto pensassi non riuscivo a trovare tra i tanti, classici o meno classici, un titolo che avesse avuto quell’azione dirompente.
Stavo per rinunciare, ripetendomi che non era possibile darsi una risposta sensata, quando mi sono imbattuta in un libercolo tutto a pezzi, tenuto insieme per scommessa in una foderina di plastica perché non si squinternasse del tutto, portato attraverso tutti i traslochi della mia vita e conservato a dispetto di qualsiasi ragionevolezza, privilegiato rispetto a quelli (numerosissimi) regalati, dati via, venduti, prestati e definitivamente dispersi.

domenica 19 maggio 2013

Quei (non) lettori che (non) vanno al Salone del Libro

La coda per entrare al Salone del Libro
M. T. C.
A Torino fa freddo e piove. Se il calendario non dicesse che fra un mese comincia l'estate, potresti pensare che è ottobre o novembre. Gli editori sono felici, con un tempo così, per tutto il fine settimana il Salone del Libro attirerà gente come una calamita. Quanti saranno poi i torinesi che, fatta la fila e pagato il biglietto (10 euro), apriranno di nuovo il portafoglio per comprare almeno un volume, tra le centinaia di migliaia in vendita al Lingotto in questi giorni, resta da vedere.  Intanto, però, si festeggia perché "siamo ancora qui, a dispetto della crisi", come dice un piccolo editore, convinto che "il tempo delle illusioni è finito, ma non quello del lavoro ben fatto". Viene voglia di dargli torto, a vedere la gente che si ammassa soprattutto intorno alle facce note, Saviano o De Gregori, John Elkann o il vecchio Fonzie/Harry Winkler (che scrive, o almeno firma, libri per ragazzi, con particolare attenzione al tema della dislessia). Ma non sarebbe giusto. Nel bene e nel male il Salone è una grande scatola nella quale ficchi qualsiasi cosa, lo show-cooking con Benedetta Parodi e la tavola rotonda con cinque drammaturghi provenienti da tutta Europa. Dire che per le case editrici è una vetrina suona banale, ma è la verità, soprattutto per quelle medie e piccole, che qui possono sistemare i libri sui banchi senza paura di essere sommerse dai grandi marchi, come succede in libreria. Ma anche per le sigle più grosse - Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli... - ha un senso esserci, perché attirano un pubblico di lettori sporadici, che in libreria non ci va quasi mai ma al Salone viene a vedere le star, come le chiama la locandina della "Stampa". 
E poi ci sono quelli che in una libreria o in una biblioteca non mettono proprio piede, che alla ricerca annuale dell'Istat dicono che non leggono neanche un libro in dodici mesi.

mvl Teatro: derive senza fine al Vascello


Maria Cristina Reggio
Ieri sera il Vascello era pieno, come spesso succede in questo spazio del nostro quartiere dedicato da anni alla ricerca teatrale e artistica. Uno spazio franco, libero, dove i ragazzi di tutte le età, piuttosto che starsene a casa incollati alla tv o al pc, si incontrano ancora e raccontano o presentano il loro lavoro, con un entusiasmo e una voglia che toccano il cuore e la mente degli spettatori, monteverdini e non. Ieri dunque  TSI La Fabbrica dell'Attore e Dynamis Teatro Indipendente hanno presentato LIGHTBLACK°,  il risultato parziale di un work-in-progress per otto performers, con la drammaturgia di Andrea De Magistris e Giovanna Vicari, che attraversa da un anno le città italiane e che lascia negli spazi teatrali alcune  "mappe umane" su cui si vorrebbe che gli spettatori facessero qualche riflessione.  Con in mente il metodo della deriva di débordiana memoria si  impegnano in una singolare decostruzione degli spazi abitati, assumendo come strumento di indagine quello della maratona, poco débordiano a dire il vero, ma piuttosto tanto post-moderno e relazionale.
Le "derive" in bianco e nero, amate da Débord, erano passeggiate lentissime della cinepresa  negli spazi urbani che sembravano immensi deserti disabitati, vuoti, tanto vasti e bui, quanto sublimi. Quelle dei giovinetti in sgargianti calzamaglia o variopinte  tute  da ginnastica, armati di marsupi e  cellulari con app. di Skype che, ansanti, scorazzano e si disperdono per le vie delle città, raccontandocele  con le loro voci sempre enfatiche, con gli stessi toni dei cronisti tv, più che derive, sembrano quello che sono, ovvero autentiche performance di maratoneti dello show.
Le loro clip in diretta  non toccano"perché gli occhi di chi filma, scippati dal potente occhio unificante dello smarthphone, non hanno il tempo per vedere nulla che li interessi e che ci possano restituire, mentre loro stessi non hanno nulla da dire a proposito, nel contesto scenico, che possa interessare lʼuditorio. Molta teoria di preparazione, ma poco testo scenico, insomma.  La parte più curiosa è quella iniziale, in cui si ascoltano in diretta audio-video le conversazioni in diretta via Skype con altri ragazzi che hanno il tempo per dialogare e raccontare come vivono gli spazi delle loro città, mentre, al centro della scena, mano a mano i maratoneti, disturbati nei gesti da quella che sembra essere una sindrome di Tourette, in realtà stanno facendo riscaldamento per poi partire di corsa alla volta della metropoli, accompagnati da uno sfondo di Bolero di Ravel (ma perché proprio il Bolero?).
Alla fine della performance, gli stessi maratoneti hanno disegnato  lo spazio srotolando decine e decine di metri di nastro adesivo che segnava diverse traiettorie lineari nello spazio stesso del teatro, ma gli spettatori non capivano cosa dovevano fare e accennavano un timido applauso, non sapendo  se era  giunta lʼora di partire anche per loro. Una deriva senza finale, forse?

sabato 18 maggio 2013

Rudolf Jacobs, il tedesco che si fece partigiano

G.C.

Il 3 Novembre 1944 il maggiore della Wermacht Klaus Erhardt, compagnia guastatori della 305^ divisione, assieme al proprio sottufficiale Strauss, si presenta alla caserma delle Brigate Nere di Sarzana, presso l’albergo Laurina; in un tedesco scandito e apodittico intima al piantone di metterlo immediatamente in contatto con il Comandante del presidio: formazioni partigiane minacciano il nodo ferroviario della cittadina; si rende necessaria, quindi, una strategia di difesa tempestiva e comunemente concertata. Il milite, forse soggetto alla fascinazione del grado, socchiude il portone; sopraggiunge anche il vice comandante fascista; egli non ama i propri alleati: osserva alternativamente il proprio sottoposto e i due ufficiali germanici in tenuta verde oliva; un nervo dell’occhio, teso da un istinto animale, forse intona involontariamente le fattezze in un’interrogazione di sospetto; è il prodromo di un rifiuto? Il momento, quasi banale nella propria apparente normalità, cambia, però, natura e si anima fulmineo: Erhardt e Strauss, improvvisamente, spazzano l’aria con le raffiche roventi delle machinenpistole e forzano il blocco mentre i fascisti, feriti, urlano al tradimento rovinando nel proprio sangue ...
Il maggiore, in realtà, è il capitano della marina tedesca Rudolf Jacobs, Strauss il proprio attendente, l’austriaco Paul; entrambi erano passati nella formazione partigiana Ugo Muccini esattamente due mesi prima ed ora capeggiavano un manipolo di forze miste (italiani, tedeschi, russi, polacchi).
Il colpo di mano fallirà: Rudolf Jacobs troverà la morte, Paul rimarrà ferito (1).
Da allora la figura del tedesco partigiano subirà una damnatio memoriae di quasi venti anni; egli attrasse l'inevitabile silenzio dell’una e dell’altra parte poiché partecipava in egual misura all'onta dell’aguzzino e del traditore (in Germania era repertato come ‘disperso’). Solo nel 1957 la moglie seppe il modo in cui era morto.
Ora Rudolf Jacobs è medaglia d’argento al valor militare.
Nel 1985 la RAI girò un documentario, Tradimento (diretto da Ansano Giannarelli), in cui venivano ripercorse le vicende assieme al figlio, Rudolf junior; nel 1990 la città natale, Brema, gli dedicherà una mostra. Sarà però il regista Luigi Faccini (nativo di Lerici) a farne un personaggio centrale della Resistenza, prima con un libro, L’uomo che nacque morendo (del 2005), poi con il docu-film omonimo (2011), girato con l'ausilio di Marina Piperno.

Iron Man 3, anche i supereroi hanno paura

 Iron Man
Giovanni  Muratore
Prendete un famoso miliardario, eccentrico, geniale e narcisista, reso supereroe da un'armatura in titanio e in vita grazie a un cuore artificiale, aggiungete uno scienziato malvagio e frustrato con la passione per l'ingegneria genetica, una pupa sexy e super intelligente che assume le redini di una multinazionale che produce armi invincibili, un militare patriota con la coscienza in bilico tra falchi e colombe e infine un bambino, che cerca di ritrovare il padre aggiustando oggetti e studiando la fisica e la meccanica. 
Mischiate con cura senza agitare e avrete la ricetta per produrre il terzo episodio dedicato all'uomo di ferro della Marvel.
Ma gli sceneggiatori del film Iron Man 3 non si sono accontentati e a questi ingredienti hanno aggiunto un tocco di follia (nel vero senso della parola): Tony Stark, alias il supereroe più amato e temuto del mondo soffre di intensi attacchi di panico
- nella battaglia per salvare il mondo dagli alieni, ingaggiata insieme al mitico gruppo degli Avengers, Iron Man ha rischiato di morire - e nonostante il suo denaro e le sue conoscenze, ambedue smisurati, non sa come affrontarli e salvare se stesso da demoni che non può sconfiggere con le bordate di energia atomica che usa di solito con i suoi avversari.
Il montaggio veloce e mozzafiato e la rutilante serie di effetti speciali, degni della miglior tradizione hollywoodiana, ci aiutano a comporre il quadro finale di questa nuova fatica cinematografica del regista Shane Black, noto ai più per essere lo sceneggiatore di Arma letale.