lunedì 2 marzo 2015

Mvl cinema: Selma - La strada per la libertà

Selma, USA/UK, 2014
Regia: Ava Du Vernay
Sceneggiatura: Paul Webb, Ava DuVernay
Interpreti: David Oyelowo, Carmen Ejogo, Tom Wilkinson, Tim Roth, Giovanni Ribisi, Oprah Winfrey, André Holland, Tessa Thompson, Common, Trai Byer

Maria Vayola
Ava DuVernay, afroamericana già vincitrice al Sundance Film Festival del 2012 per Middle of nowhere, ha diretto un film storico dove il soggetto è quindi circoscritto dagli eventi che racconta, le marce, da Selma, Alabama, fino alla capitale dello stato Montgomery, che, nel 1965, segnarono l’apice della lotta degli afroamericani per poter esercitare il diritto di voto a loro riconosciuto dal XV Emendamento della Costituzione nel 1870 ma di fatto osteggiato nel sud segregazionista.
Selma, però è molto di più, perché con la sua intensità narrativa ci porta all’interno di un problematica mettendone a fuoco i vari aspetti sociali e personali.

Inizia con l’assegnazione del Nobel per la pace a Martin Luther King  e subito dopo viene inserita una potente e drammatica scena sulla bomba che membri del KKK fecero scoppiare in una chiesa afroamericana uccidendo quattro bambine; si introduce così quale fosse la realtà degli stati del sud degli Stati Uniti e come contrastasse un riconoscimento così solenne, quale il Nobel, con la realtà del razzismo e i livelli di crudeltà a cui arrivava, senza che le autorità federali intervenissero. Bastava uno sguardo, una parola non gradita perché un nero fosse ucciso, torturato, bastava passare per la strada per essere stuprata, bastava vivere per essere uccisi.
La figura di Martin Luther King è al centro del film, ma non se ne dà una visione agiografica, è l’uomo che viene colto, conscio delle proprie responsabilità di leader, assalito da paure e dubbi, teso nell’intento di scegliere la cosa giusta per l’intera comunità che guida.

La tensione per King era anche quella di garantire la non violenza da parte degli afroamericani, cosa difficile da realizzare perchè significava non reagire all'essere picchiati, a vedere donne, bambini e anziani colpiti dalla ferocia della polizia e delle bande di bianchi armati e senza divisa che si prestavano, ben contenti di farlo, al pestaggio dei manifestanti. Era la non violenza una scelta morale ma anche un modo per far emergere la brutalità della repressione e cercare di coinvolgere l’opinione pubblica bianca che non condivideva il razzismo e le forme in cui si manifestava.
Contraltare a questa tipologia di comportamento non violento era rappresentato dalla dottrina di autodifesa armata di  Malcolm X, che appare nel film in un breve frammento in cui incontra Coretta Scott King mentre il marito è in carcere. X era a Selma, il 4 febbraio, perchè sollecitato a partecipare dal SNCC , l'organizzazione non violenta degli studenti, a una conferenza organizzata dalla Southern Christian Leadership Conference e sponsorizzata dallo stesso King, ma anche perchè, nonostante le sue critiche al movimento del pastore protestante, era affascinato dalla costanza e dal coraggio della battaglia di Selma. Parlò a una folla di 300 persone lodando l'impegno di King, ma ponendo come alternativa, a un eventuale suo insuccesso, la sua tipologia di resistenza.

La figura di Malcolm è quasi evanescente nel film, nei pochi momenti in cui appare, il 21 febbraio sarebbe stato ucciso, fa immaginare un possibile avvicinamento tra i due leader, se non per condividere il metodo di lotta, per la costruzione di una stima reciproca. Si avverte anche  in questo piccolo, ma secondo me intenso frammento, quale sarà anche il destino dello stesso King.
Du Vernay, ha girato un film reale e potente, in cui la descrizione degli eventi ha la forza della verità, nella sua crudezza e nella sua forza,  in cui i semplici fatti sono arricchiti dai retroscena  personali di tutti coloro che vi parteciparono, in cui la lotta per la giustizia ha lo spessore profondo delle sofferenze di ogni singolo partecipante, dietro ad ognuna di quelle persone che sfilarono da Selma a Montgomery, c'era una vita, delle aspettative, dei desideri, il diritto di esercitare la possibilità di essere una "persona".

Sono state mosse critiche alla regista per aver dato un'immagine negativa di Lyndon Johnson, ma da quello che mi risulta i fatti avvennero proprio così, e l'atteggiamento del Presidente fu esattamente quello descritto, e bene lo sottolinea King quando, sollecitato a rinunciare alle marce per evitare violenze, rispose che non era lui a dover fare un passo indietro ma lo Stato a doverne fare uno in avanti  e garantire, una volta per tutte e per tutti, i diritti Costituzionali tanto decantati per tutti i cittadini americani ma osteggiati per la popolazione afroamericana, di ribaltare quello che di fatto era il segregazionismo: il non diritto di vivere per i neri e il diritto di non farli vivere dei bianchi.

Mi viene da fare un'associazione tra questo film e i libri di Richard Wright, uno fra tutti/e gli/le scrittori/ttrici afroamericani/e.
Un'immagine mi ha colpito e mi sento di segnalarla quale sintesi, quella in cui un poliziotto, che si prepara a respingere la marcia, avvolge sul proprio manganello del filo spinato.
Quello che segue è un filmato della terza marcia, quella che arrivò a Montgomery.

sabato 28 febbraio 2015

La poesia della domenica - Public Enemy, Combatti il potere


Prima ancora che uscisse su album (Fear of a black planet, 1990), Fight the power segnò il film di Spike Lee Fa' la cosa giusta, uscito l'anno prima.
Lo strepitoso balletto di Rosie Perez, guantoni alle mani, sui titoli di testa (vedi il video sottostante), al ritmo di Fight the power fu l'apice, anche ideologico, del movimento hip hop della costa est degli Stati Uniti; il culmine e il canto del cigno della vecchia scuola (old skool), in cui la coscienza di classe e di razza costituivano parte essenziale e irrinunciabile di testi e musica e vita.
Fu Afrika Bambaataa, fondatore della Zulu nation, a codificare quella controcultura: il djing, il writing (graffiti), il b-boying (breakdance) e l’mcing, incentrato sulla figura dell’mc, acronimo di master of ceremonies, ovvero, di fatto, il rapper.
L'hip hop si sostanziava del funky e delle rivendicazioni politiche degli anni Sessanta e Settanta (Black Panthers, Last Poets, MLK) e del primo superfunky di James Brown e Bettie Davis (la moglie di Miles), ma importante fu l'apporto della cultura giamaicana (il toasting, sorta di flusso vocale su base percussiva, privo di fratture vocali e di ritmo, denso di improvvisazioni e licenze, ma caratterizzato da una certa formalità strutturale: il rap, insomma).
I Public Enemy (Chuck D, Flavor Flav, Professor Griff, Terminator X) guardavano con favore ai disordini urbani, denunciando con durezza le storture del governo centrale, il razzismo sudista e borghese bianco (i rednecks, ma anche Elvis e John Wayne); ebbero a condividere le teorie separatiste dei Black Muslims di Louis Farrakhan: il tal modo negavano ogni patria all'ammicco liberal bianco o al compromesso sociale della rampante borghesia nera (se la prendono pure con la canzoncina rassicurante di Bobby McFerrin: Don't worry, be happy, non preoccuparti e sii felice); ordirono almeno tre album eccezionali, in  cui il ritmo innato del funky rap, buono per lo sberleffo e il comizio, diviene, nella reiterazione ossessiva e durissima delle frasi musicali, specchio della nevrosi metropolitana del black man.
Dopo di loro vennero Eminem, 50 Cent, Fugees e compagnia, ma la guerra era finita - e scrosciavano i soldi. 

1989, un numero, un'altra estate,
(cerca di capire)
il suono del batterista funky,
la musica colpisce il tuo cuore perché so che hai un'anima,
- fratelli e sorelle, hey -
ascoltate se ve lo state perdendo,
lo dico a tutti,
tenete il ritmo mentre canto,
date uno sguardo
per capire quello che io so,
mentre le fasce sono sudate,
e le rime e il ritmo vanno avanti,
dovete darci quello che vogliamo,
dovete darci quello di cui abbiamo bisogno,
il nostro diritto di parola è libertà o morte,
dobbiamo combattere il potere costituito,
fatemi sentire che dite
"Combatti il potere".

Siccome il ritmo è fatto per ballare,
quello che conta è che le rime
sian scritte per riempire il vostro animo,
adesso che vi siete accorti che gli orgogliosi sono arrivati alla meta,
dobbiamo pompare dal cuore le nostre opinioni
per farci forza,
è un inizio, un pezzo d'arte
rivoluzionare è fare un cambiamento, niente di strano
gente, gente, noi siamo uguali,
no, noi non siamo uguali,
perché non capiamo come vanno le cose,
quello di cui abbiamo bisogno è coscienza,
non possiamo fregarcene,
tu dici "Cos'è questo?"
il mio amato 'andiamo al sodo',
ginnastica mentale autodifensiva
su fannullone, sbrigati, vieni allo show,
dovete muovervi, sono i vostri ideali,
fate in modo che tutti possano vedere,
così potremo combattere il potere costituito,
fatemi sentire che dite
"Combatti il potere".

Elvis è stato un eroe per molti,
ma non per me, vedi,
pensa al razzista che è stato quell'imbecille,
manda a fanculo lui e John Wayne
perché sono negro e ne sono orgoglioso
sono pronto, sono eccitato e per di più elettrizzato
la maggior parte dei miei eroi non appare su nessun francobollo
prova a guardare indietro,
se controlli troverai solo rednecks per 400 anni
Don't worry, be happy
è stata la canzone numero uno,
dannazione, se lo dico mi prendi a schiaffi subito,
proprio qui, andiamo,
cosa dobbiamo dire
potere al popolo, subito, ora,
per far vedere a tutti
che si può combattere il potere costituito.

"Combatti il potere".

Traduzione di Mc Mic e John 2CO .

venerdì 27 febbraio 2015

Scrivere di sé: "AntoloGaia" di Poropora Marcasciano

"Scrivere di sé" è il titolo che Monteverdelegge ha scelto di dare al gruppo di lettura della stagione 2014-2015. Un tema che ricorre in molte delle novità in uscita: tra queste Antologaia di Porpora Marcasciano, di cui, grazie alla disponibilità delle Edizioni Alegre, proponiamo qui sotto uno stralcio.

Porpora Marcasciano
Molto di quello che succedeva in giro per il mondo restava sconosciuto ai più, la stragrande maggioranza delle persone non ne sapeva niente o non riusciva a decodificare i segni di quella rivoluzione. Nelle metropoli le micce si erano accese e ne avevamo sentore dalle scintille provenienti dal Vietnam, dalla Primavera di Praga, dalla Bolivia, da Chicago, da Woodstock. Io lo intuivo ma niente e nessuno me lo aveva comunicato con chiarezza, si percepiva nell’aria ma non c’era condivisione. La cosiddetta “controinformazione” correva su canali particolari, più difficili da scoprire, non esistevano i moderni Google su cui digitare “liberazione gay” o “trans” per poter trovare tutto quello che c’era da sapere. Anche il termine “omosessuale” non era usuale e, riprendendo il titolo di un opuscolo redatto dal FUORI!, era una «pratica innominabile». La prima volta che ne sentii parlare pubblicamente fu nel novembre 1975 in seguito all’omicidio di Pier Paolo Pasolini. La televisione faceva delle allusioni, più che vere e proprie dichiarazioni, sulla sua omosessualità accertata o presunta. Fu proprio in occasione dell’assemblea scolastica indetta per il suo omicidio che, sostenuto dai compagni del collettivo, feci il mio primo coming out.
Alle assemblee di solito partecipavano quasi tutti gli studenti, esclusi quei pochi che non erano interessati o i fascistelli che restavano una sparuta minoranza. Quel momento me lo ricordo bene, ero emozionatissimo perché parlare in pubblico per me era un dramma. Un compagno del collettivo, introducendo l’argomento all’ordine del giorno, disse che a parlare dell’omicidio di Pasolini sarebbe stata una persona che viveva direttamente l’esperienza dell’omosessualità. Non ricordo le parole esatte e neanche le argomentazioni che portavano avanti i relatori che mi precedettero, né ricordo quello che dissi io, tanto ero agitato ed emozionato. Ricordo solamente che uno dei fascisti partecipò incuriosito a quell’assemblea dicendo qualcosa come «…ora pure i froci devono parlare» e a quel punto fu invitato con maniere non molto gentili ad uscire.

martedì 24 febbraio 2015

MVL teatro: l'ultimo lavoro di Ronconi


Maria Cristina Reggio
Oggi a Perugia si svolgono i funerali di Luca Ronconi, grande regista teatrale italiano di cui non è necessario scrivere presentazioni e che, andandosene, ci lascia durante le repliche del suo ultimo lavoro sulla Trilogia di Lehman, la saga della famiglia protagonista della più famosa bancarotta del nuovo millennio (dal testo omonimo di Stefano Massini, pubblicato da Einaudi, 2014). Si possono dare quindi alcune informazioni a chi volesse ricordare uno tra i più grandi registi teatrali proprio andando a vedere al Piccolo di Milano questo spettacolo, suddiviso in due parti,  LehmanTrilogy - Prima parte e Seconda parte (attualmente in scena fino al 15 marzo e interpretate da uno strepitoso cast di attori) o a chi interessasse leggere due articoli pubblicati rispettivamente il 22 febbraio su Il manifesto e il 23 su Il foglio: il primo, Ronconi e il pessimismo della ragione, è a firma di Gianfranco Capitta,  e contiene una ricca intervista  in cui il regista parla proprio del suo ultimo lavoro, mentre il secondo, Addio a Luca Ronconi, venerato maestro, firmato dalla Redazione, rimanda a un pezzo del 2011 di Jacopo Pellegrini, Venerato maestro, e racconta le passioni del regista, esperto non solo di teatro e letteratura, ma anche di musica e melodramma,  impegnato allora e fino alla fine dei suoi giorni come maestro di recitazione in uno dei corsi di perfezionamento per giovani attori da lui tenuti presso il suo Centro Teatrale Santacristina in Umbria.
Ancora qualche notizia trovata invece sul sito dell'Ansa, per chi volesse invece, comodamente e senza muoversi da casa, fare un ripasso sull'imponente lavoro svolto da Ronconi nel teatro.  Su Rai Storia si terranno infatti due maratone notturne: una domani, mercoledì 24 marzo, a partire  dalle 23, con una lunga notte ''Speciale Luca Ronconi - Una storia lunga ottanta anni'' (con un'intervista di Franco Marcoaldi al maestro) e una seconda giovedì 25, sempre alle 23 sullo stesso canale, con ''Appunti di lavoro - Ronconi alla prova'' a cura di Ariella Beddini che ha seguito il regista al lavoro e ha anche intervistato molti degli attori che hanno lavorato con lui. Tra questi un bell'intervento di Mariangela Melato, rilasciato non molto prima della sua scomparsa.

domenica 22 febbraio 2015

La poesia della domenica - Li Qingzhao, Lei scende dall'altalena ...

Ci siamo già occupati, in modo sommario, di Li Qingzhao in un precedente post (cliccate qui per leggerlo).
Questa di seguito è un'altra sua poesia, inedita in italiano.
Una poesia sul candore di una fanciulla, semplice ma densa di un dolce erotismo; appartiene, forse, alla sua produzione giovanile.
Su Li Qingzhao è difficile aggiungere qualcosa; per comprenderla a pieno occorrerebbe aver studiato gli ideogrammi del cinese medioevale, la Cina e le usanze cinesi (tarda epoca Song), la calligrafia e la pittura, la storia, il modo di preparare il tè, l'architettura palaziale, i cibi, gli animali e la vegetazione e persino il clima di quella terra immensa. Ci vorrebbero almeno due vite; io ne ho una e due terzi son già andati: accontentiamoci dunque.
Mentre leggo Li Qingzhao mi vengono in mente le parole accorate di Pablo Neruda sull'Italia:

"Ai nostri occhi di poeti arrivati da poco alla cultura, venuti da paesi in cui le antologie cominciano con i poeti del 1880, faceva impressione vedere nelle antologie italiane la data del 1230, o del 1310, o del 1450, e fra queste date le terzine abbaglianti, l'appassionata bellezza, la preziosità e la profondità degli Alighieri, dei Cavalcanti, dei Petrarca, dei Poliziano".

Il cileno Neruda s'impressionava a leggere 1310 accanto al nome di Dante o Cavalcanti; io m'impressiono a leggere 1084 accanto alla data di nascita di Li Qingzhao: quando ancora, in Europa, le letterature nazionali non esistevano o cominciavano appena a balbettare, in Cina una poetessa poteva ordire questi versi squisiti - versi di una letteratura già matura, beninteso, talmente matura e piena da permettersi finanche un afflato decadente.
Ex Oriente lux.


Lei scende dall'altalena,
e languida liscia le piccole morbide mani,
la veste cedevole è umida d'un leggero sudore -
un esile fiore che tremola per la rugiada.

Mentre scruta timida lo straniero, veloce s'allontana,
I piedi in semplici calze -
la forcina d'oro smarrendo.
Poi si ferma, s'appoggia a un cancello,
e guarda indietro,
sospirando, come a odorare una verde prugna.

venerdì 20 febbraio 2015

Mvl cinema: Birdman (o l'imprevedibile virtù dell'ignoranza)

Birdman (or the unexpected virtue of ignorance), USA, 2014
Regia: Alejandro González Iñárritu
Interpreti: Michael Keaton, Edward Norton, Naomi Watts, Emma Stone, Amy Ryan, Andrea Riseborough
Voto: 5,5

Riggan Thomson (Michael Keaton) è un attore in rotta con Hollywood. Reduce dai successi miliardari di Birdman (un supereroe), si ritrova alla mezza età, in cerca di riscatto dalla grossolana popolarità del passato: tenta, infatti, la rischiosa messa in scena dei racconti di Raymond Carver. Nonostante gli attriti con il secondo attore in scena, Mike Shiner (Edward Norton), la figlia (Emma Stone) e l'amante (Andrea Riseborough); nonostante il personaggio di Birdman lo perseguiti nelle sue fantasie come un diavolo tentatore ("Ritorna a Hollywood!", gli sussurra), egli saprà riscattarsi e rinascere (forse) a una nuova carriera.
Birdman è un film scorrevole e, a tratti, impeccabile. Anzi: scintillante e godibile. Quanto di tale impeccabilità sia dovuta alla bravura del regista oppure all'evoluzione della tecnica cinematografica (effetti speciali, movimenti di macchina) è materia da trattare a parte, magari con un esperto del settore.
Tale eccellenza non può definirsi formalismo, o calligrafismo; possiamo ardire l’accusa di brillante superficialità.
La storia, e i personaggi, tutti, non rilevano psicologicamente, né simbolicamente, né possono dirsi caratteri o tipi universali. No. Essi son piuttosto il coagulo di luoghi comuni cinematografici e televisivi come li abbiamo imparati a riconoscere (a sazietà e memoria) in film e telefilm americani degli ultimi vent'anni, almeno. I contrasti con l'amante o col gradasso giovin attore, i rapporti con la figlia e l'ex moglie, l'assistente-amico, l'attore cane, i dubbi sulla mezza età, l'alcolismo, il critico carogna, la grossolanità del mondo hollywoodiano: c'è tutto. Ritroviamo queste immancabili figurine come vecchi amici, confortati dall'eterno ritorno dell'eguale. Persino le strade di New York ci sembrano, ormai, più familiari di quelle di Firenze o Palermo.
Queste figurine topiche (la figlia problematica e drogata: chi l'avrebbe mai detto?) interagiscono fra di loro per tutto il film inscenando una serie di minuscole scene madri: quelle che, a dirla tutta, rendono gradevole la pellicola. Queste scene (o scenate) si susseguono senza alcuna logica drammaturgica; anzi, sono spesso gratuite: in poco meno di due ore il protagonista spacca la testa all'attor cane, si redime, lascia l'amante, si rimette con la moglie, fa pace con la figlia, sconfigge i fantasmi del passato blockbuster, riadatta alla grande Carver, converte la severa critica del NYT alla propria causa, sbevazza, fa a cazzotti con l'attor giovane; e quest'ultimo, dal canto suo, svillaneggia tutti, lascia la sua amante (Naomi Watts), supera problemi erettili, scopa con gusto la figlia del protagonista; l'amante del protagonista e l'amante del giovin attore, invece, cornute e mazziate, si consolano (forse) safficamente. Ho dimenticato altro?
Una vera orgia di colpetti di scena, da estetica televisiva, dove i nessi di causalità drammatica son sempre un impaccio. Può mancare il lieto finale? No, non manca (comunque lo si voglia interpretare).
E le stoccate contro l'industria di Hollywood? Si rivelano assai bonarie, adatte a quella cinefilia che gode nel ravvisare riferimenti del cinema sul cinema.
Privo di asperità, di dolore, di aspetti comici, di qualsivoglia profondità, Birdman è una commedia fintamente cinica e assolutamente rassicurante che esaurisce se stessa nella semplice visione. Non c'è doppio fondo, insomma; una eco, un rimando, un messaggio, un non detto.
Ben girato, ben diretto, e condito con la salsa inevitabile del turpiloquio sessuale (Norton alla Watts: “Leccami le palle”; la Watts a proposito della relazione con Norton: “Condividiamo una vagina” e via così): un ardire che, sul lungo periodo, si rivelerà, come sempre, elemento inessenziale e caduco, ma, sul breve, ha il vantaggio di stimolare un brivido di piacere cool (cool!) lungo le dorsali dello spettatore medio-alto (midcult), decretando il successo del prodotto.
Un prodotto che, pur di corto respiro, funziona. E continuerà a funzionare sino agli Oscar.
Dopo gli Oscar funzionerà un po' meno.
Fra due anni calerà ancora un pochino.
Fra cinque anni parecchi entusiasti della prima ora l’avranno quasi rimosso.
Fra dieci, quando lo rivedremo interrotto dalle pubblicità su Italia 1, Birdman sarà ridiventato quello che è sempre stato: un film che asseconda l'estetica corrente, tra blanda eversione (altrimenti qualcuno si offende) e furberia (gli ammicchi fantastici, il vago spiritualismo).
Di tutto questo clamore resterà, insomma, un po' di cenere.
Inutile inveire: basta aspettare.
Sicuramente notevole, invece, la colonna sonora del batterista Antonio Sanchez (esclusa dagli Oscar) che dà il ritmo a tutta la pellicola. (g.c.)

giovedì 19 febbraio 2015

Scherzi della memoria e prodigi della rete

Marta Ancona
Cari amici di Monteverdelegge e di Plautilla, vorrei raccontarvi una piccola storia che mi ha visto involontaria protagonista.
Qualche settimana fa squilla il telefono fisso di casa mia. Guardo sul display come sempre per evitare di rispondere a proposte di acquisto le più varie e mi rendo conto che si tratta di un cellulare. Non lo riconosco, non è inserito nella rubrica, quindi non può apparire nessun nome. Nonostante tutto decido di rispondere. Magari è qualcuno che conosco, un amico, un’amica. Sul fisso registro solo i fissi, nessun cellulare.
“Lei è la signora Marta Ancona?” “Sì, sono io, con chi parlo?” Ecco, è successo, ho fatto male a rispondere, accidenti! “E’ lei che ha scritto un racconto sul blog di Monteverdelegge che parla della scuola elementare XXIV Maggio?” Non può essere un venditore “Sì, sono io” replico più distesa. “Ecco, allora noi siamo stati compagni di classe, io sono Ugo Lodato” dice Ugo con voce gentile e timida, “e ho anche le foto di classe”.
“Ma lei abita a Monteverde ed è socio di Monteverdelegge?” “No, non ora, ho vissuto a due passi dalla XXIV Maggio, ora abito fuori Roma” “Scusi, ma allora come è arrivato al mio racconto?” “In rete ho cercato notizie sulla scuola e sono arrivato al blog” “E il mio numero?” “Pagine bianche” “Ah, ecco…”
“Ugo Lodato…mi spiace, ma non ricordo affatto il suo nome...io ho frequentato solo la quarta e la quinta, venivo da Napoli…” “E io ho fatto solo fino alla quarta, ho saltato l’ultima classe” “Come mio fratello, dico, e allora è forse perché siamo stati insieme solo un anno che non ho presente il suo nome”. Ugo passa a nominare alcuni bambini segnalati nel mio vecchio racconto. “Claudio Piperno, aveva gli occhi azzurro verdi, la pelle olivastra, era così carino, con quella faccia simpatica, arguta, un po’ da teppista”
Già, Claudio, lo ricordo così bene! Sono emozionata, che stranezza mi capita, miracoli della rete, del blog, di questo tempo. Continuiamo a chiacchierare, cerchiamo di ricostruire, lui mi parla di una sua fiamma, una cotta tremenda, dice, tutto sembra combaciare, la stessa maestra indimenticabile, la maestra Argenti. Poi aggiunge un dettaglio apparentemente non necessario, siamo stati compagni di classe e quindi abbiamo la stessa età. “Io sono del ’46”, dice… “Ah, allora non è possibile, dico, c’è un errore, io sono più vecchia di cinque anni, di un intero ciclo scolastico!”