lunedì 4 marzo 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2": "Svegliare i leoni" di Ayelet Gundar-Goshen



di Ornella Munafò
 

In questo romanzo della scrittrice israeliana Gundar-Goshen nessuno è quello che sembra: Eitan, all’apparenza medico integerrimo - mandato “in punizione” nella polverosa cittadina di Beer Sheva nel deserto del Negev per aver minacciato di rendere pubblica la corruzione del suo capo e mentore - non esita a fuggire quando investe ed uccide un uomo con la sua jeep; Sirkit, la vedova dell’ucciso e come lui immigrata clandestina eritrea, non esita a sfruttare a proprio vantaggio la morte del marito violento, s’impossessa del pacco con la droga che lui doveva consegnare e quindi ricatta il medico, costringendolo a curare i profughi illegali, e si fa anche pagare dai malati per le cure prestate a titolo gratuito da Eitan.
Neanche la moglie del medico, Liat, è come sembra: poliziotta dotata di un forte senso della giustizia, ha però convinto il marito a tacere sulla corruzione nel suo reparto ospedaliero, e nel momento di crisi del loro rapporto di coppia non si fa scrupolo di pedinare il marito o telefonare al suo posto di lavoro anziché cercare le risposte o la confessione attraverso il dialogo.
Agli eventi che via via si dipanano e si sciolgono, con una narrazione anche a ritroso e che a volte si tinge dei colori del thriller, fa da sfondo il contesto sociale, che si allarga a cerchi concentrici nel tempo e nello spazio intorno ai protagonisti – ceti medi ebrei, beduini del deserto, forze dell’ordine, personale medico, coloni dei kibbutz, emarginati provenienti dall’Africa ecc. - così che questa storia di paure, sensi di colpa e responsabilità non narra più solo una vicenda personale, ma diventa emblematica della condizione dello stato d’Israele, lacerato da contraddizioni evidenti. Nel romanzo trovano spazio molteplici temi: il razzismo, unito al disprezzo all'odio e  al rifiuto dell’accoglienza, l’immigrazione, la discriminazione sociale, la delinquenza unita alla corruzione, la povertà e l'ingiustizia; non sempre, però,  tutto questo materiale argomentativo risulta  coerente con la narrazione e  in più punti la appesantisce.

L’episodio che apre il racconto ed innesca la miccia – che cosa faresti se investissi e uccidessi un uomo con la tua auto? –  “risveglia i leoni” del titolo: cioè quanto di più intimo, segreto, nascosto e taciuto c’è in ognuno: in Eitan, (“Per tutta la notte, dentro di lui hanno ruggito i leoni”) e in Liat (“la nuova poliziotta con gli occhi da leonessa” che però ha paura a guardarsi troppo allo specchio, perché “lo sa che se si fissa abbastanza a lungo, tutto diventa strano. Perfino la tua faccia nello specchio.”).
I leoni risvegliano anche le voci del passato. Una volta squarciato il velo dell’ipocrisia, Liat si chiede chi veramente è lei, chi veramente è lui, chi sono come coppia, oltre i gesti quotidiani e rassicuranti: “Due vivono nella stessa casa. Dormono vicini. Scopano. Si fanno la doccia uno dopo l’altro. Cucinano, mangiano, mettono a letto i figli, si passano il telecomando, il sale, il rotolo della carta igienica. E invece no: Non vivono insieme. Nemmeno in parallelo. Per tutto quel tempo avevano vissuto separati, e lei non lo sapeva.”.
E anche Eitan si rende conto di scappare non solo dall’altro  che ha ucciso, ma dai suoi stessi fantasmi: “Una notte ha investito un uomo sul ciglio della strada e da allora scappa. Scappa dall’eritreo sul ciglio della strada e incontra un’eritrea sulla porta di casa. Perché scappando s’incontra quello da cui si scappa. Incontra Eitan Green, l’orfano, il rabbioso, il prepotente.”:   Allora forse tutto quello che è successo ha un senso, e l’azione di scappare non è puramente  casuale.
Ma alla fine le conseguenze di quello che in alcuni momenti sembra un gioco al massacro saranno nient’altro che un lieve smottamento, poi la polvere tornerà a coprire ogni cosa e la realtà si ricomporrà uguale a prima, lì dove il velo si era squarciato. E così si conclude il romanzo: ”Un uomo si alza al mattino, esce di casa e scopre che il mondo ha ricominciato a girare nel senso giusto. Dice a sua moglie ci vediamo stasera, e quella sera si vedono. Al negozio dice arrivederci, e sa che tornerà domani, e che i pomodori, anche se il prezzo aumentasse esponenzialmente, resteranno sempre accessibili. Che bello il mondo quando gira nel senso giusto. Dimenticarsi che sia mai esistito un altro senso. Che un altro senso è possibile.”. 
L’amara conclusione del romanzo è quindi nella tacita acquiescenza verso le proprie colpe e responsabilità, cui fa da contrappunto l’ipocrisia della società israeliana. In questa prospettiva non trova spazio la conciliazione con l’altro inteso come il diverso, rappresentato per Eitan dalla profuga clandestina Sirkit, seppure intravista in qualche momento narrativo particolarmente intenso. I due passano le notti fianco a fianco, a riparare corpi devastati, ma distanza fra loro è incolmabile. Lei: “Non ha alcuna intenzione, né alcuna possibilità, di indovinare i sogni di un uomo bianco disteso fra bianche lenzuola di cotone nella villetta imbiancata di un quartiere elegante”. Lui: “Per quanto leggesse e si sforzasse di capire, nemmeno se fosse salito su un aereo e avesse visitato il suo paese l’avrebbe mai capita. Sirkit era l’incognita in un’equazione che lui non sapeva risolvere. La realtà sfuggiva fra le maglie delle informazioni nel computer.”.
L’episodio che sancisce tale frattura irreparabile è la visita di Eitan a Sirkit nel centro reclusione profughi in cui lei è reclusa: “Due persone immobili, una di fronte all’altro, non hanno niente di più da dire”.
Lei rimane lì, ferma, a fissare le facce dei secondini, perché cerca ”quella scintilla oscura” negli occhi di uno di loro con cui fare sesso, “un corpo pesante disteso addosso, una faccia brufolosa che si contorce nell’orgasmo, per poter pronunciare l’unica parola che l’avrebbe tirata fuori: stupro”; “Sarebbe seguito un processo, e alla fine non avrebbero osato mandarla via.”.
Lui è venuto fin lì a dirle addio, “per chiudere quella fosca storia che gli aveva rubato la pace e minacciato la famiglia, persino la vita. Per quanto la fosca storia l’abbia tormentato, l’aveva anche affascinato, sedotto, aveva rimestato nelle profondità dell’animo, come sempre fanno le storie fosche. Ma adesso basta. Le storie devono finire.”. A lui l’attende la sua vita “tranquilla e sicura”, “nella villetta imbiancata di un quartiere elegante” in un presente eterno immobile senza tempo. Rassicurante.

martedì 26 febbraio 2019

Gruppo Al cinema con MVL: "Se la strada potesse parlare" dal libro al film


di Maria Vayola

Se la strada potesse parlare ci racconterebbe quanto la vita degli afro americani è stata, e ancora è, dura, una vita di violenza subita, di costante minaccia di violenza fisica e morale, di intimidazioni.

Quello che la strada vede è la costante precarietà dei corpi neri* che la attraversano,  individuabili subito per l'involucro di pelle scura che li avvolge; in ogni momento possono essere aggrediti in vario modo, con pretesti veri o falsi che diventano vere e proprie costruzioni di una realtà fittizia atta a incastrarli, e questo vuol dire che qualsiasi cosa tu faccia o non faccia, c'è sempre qualcuno disposto a usarla contro di te e a rovinarti o a toglierti la vita. Cosa contengano quei corpi, quale mente, quale anima nella sua accezione più generale,  non ha importanza, lo scopo è distruggere la tua esistenza anche solo instillando una costante paura di esistere come persona. Questo inevitabilmente porta all'annientamento della personalità e alla crescita di una rabbia distruttrice di sé ma anche degli altri.

La contiguità con la paura diventa contiguità con la morte, la maggiore capacità di difesa all'interno di un clan aumenta la potenzialità di violenza, anche all'interno della propria comunità: se la propria singola vita non ha valore anche quella degli altri non ne ha. L'alternativa è l'auto distruzione individuale: smorzare la paura e la rabbia con l'alcool o la droga.


"Anche se la morte prendeva molte forme, anche se la gente moriva presto in molti modi diversi, la morte in sè era molto semplice e anche la causa era semplice: semplice come un'epidemia: si era ragazzi che non valevano un cazzo e tutto quello che vedevano attorno stava lì a confermarlo: Lottavano, lottavano, ma cadevano come mosche e si riunivano al mucchio di immondizia delle loro vite, come mosche." (pag.41)

Stupisce infatti, leggendo il libro di Ryan Gattis, "Giorni di fuoco"** sulla rivolta di Watt LA del '92, non tanto l'estrema violenza, anche gratuita, che in quei giorni sconvolse la città, ma l'indifferenza verso la morte non solo degli altri ma anche propria. L'unica cosa che aveva valore per i giovani componenti delle gang che vi presero parte era l'appartenenza al gruppo, unico luogo sociale dove trovare la propria identità negata; la morte e la sofferenza erano messe in conto, il valore da salvare era la fedeltà alla banda e la vendetta.  Se come dice Toni Morrison "Uno scopo del razzismo è identificare un estraneo così da definire il proprio sé"*** quando si è inseriti nell'estraneità da una buona parte della società, una delle armi che rimane è crearsi altri estranei nei confronti dei quali affermarsi come entità specifica. 

James Baldwin, però, nel suo libro non vuole parlare di rabbia, ma di amore, di relazioni interpersonali autentiche come reazione alle continue ingiustizie perpetrate, enucleando personaggi che ne sono portatori in vario modo.
Un ragazzo, Fonny, e una ragazza, Tish, si conoscono da quando erano piccoli e da allora sono stati sempre insieme, si sono innamorati l'un dell'altra di un amore profondo, sincero, sono carichi di vita e di speranze: fanno progetti per la loro vita insieme, avranno un bambino. Una situazione normalissima se fossero bianchi, ma sono neri. Hanno lavori precari, non soddisfacenti e anche umilianti, la loro condizione è sotto la spada di Damocle degli imprevedibili eventi che il razzismo potrebbe mettere in atto contro di loro. Lui ha una passione, scolpisce il legno e anche la pietra ed è questo, oltre all'amore per Tish, che gli darà una ragione di vita, anche quando verrà incolpato e incarcerato per uno stupro che non ha commesso: un poliziotto bianco, simbolo del peggiore e radicato razzismo americano, costruisce le prove contro di lui.  Intorno ai due giovani ci sono le loro famiglie: unita, comprensiva, amorevole quella di lei, sia nel comportamento dei genitori che della sorella più grande, più conflittuale quella di lui, con un padre attento, carico di umanità e disponibilità, una madre invasata di fanatismo religioso e due sorelle che mancano non solo di autenticità personale, ma anche di identità perché perse in quella terra di nessuno che è il meticciato, non abbastanza bianche, non abbastanza nere.
I due padri, la madre e la sorella di Tish, danno il loro massimo, anche rischiando personalmente, per aiutare Fonny a scagionarsi; una serie di amici, (guarda caso un ebreo, alcuni sudamericani e una italiana) sono solidali con la coppia, anche l'avvocato bianco farà onestamente del suo meglio per tirare fuori Fonny dal carcere. Tish, con il suo bambino in grembo, è protetta dalla sua famiglia con amore e con orgoglio.

Non è la rabbia, nè la violenza a muovere i personaggi ma l'affetto che li lega, il rispetto, pur nella consapevolezza della violenza e della precarietà che minaccia la loro vita, Baldwin oppone all'ordinaria ferocia del razzismo - polizia, sistema giudiziario, "razza" bianca - l'ordinaria storia d'amore tra due ragazzi e la solidarietà di chi li circonda.
E' Tish la voce narrante, all'inizio con uno stile più sincopato ma che poi si distende nel raccontare la sua storia, intercalando il presente con flashback del passato. L'amore contro l'odio, la solidarietà all'interno del gruppo contro la violenza della strada.
Il periodo in cui si svolge sono i primi anni '70, il luogo Harlem.  Il titolo originale è "If Beale Street could talk" e Baldwin scrisse: «Beale Street è una strada di New Orleans****, dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz. Ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato in Beale Street, è nato nel quartiere nero di qualche città americana, sia esso a Jackson, in Mississippi, o Harlem, a New York. Beale Street è la nostra eredità. Questo romanzo parla dell’impossibilità e della possibilità, della necessità assoluta, per dare espressione a questo lascito. Beale Street è una strada rumorosa. Lascio al lettore il compito di discernere un significato nelle percussioni dei tamburi».
Quindi quella del titolo è la strada, quale essa sia, all'interno dei vari ghetti afro-americani delle varie città d'America, dove si incontrano e si scontrano le contraddizioni sociali, dove ci si esprime con la musica, con la danza, retaggio di quella Congo Square di NO, dove gli schiavi all'inizio del'800, godendo di possibilità escluse in altri luoghi del sud statunitense, si riunivano la domenica per suonare ballare, fare commercio e avere un pò di tempo "libero". 

lunedì 11 febbraio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2": “VOCI DEL VERBO ANDARE” di Jenny Erpenbeck -Edito da Sellerio

      
  psico-recensione di Patrizia Vincenzoni

Un libro corale, una polifonia di voci sempre più udibili nel corso della lettura, orchestrata da  un uomo in là con gli anni, un professore di filologia classica che incontra in prima persona la realtà dei migranti e delle loro esistenze, rese oltremodo precarie da una burocratizzazione e da un rimpallo sistematico fra i paesi europei. Incontriamo Richard, da pochi giorni in pensione, impegnato a cercare di dare un senso nuovo al tempo che si è  spalancato nella sua esistenza.
Questo tempo libero, non organizzato da impegni programmati, lo catapulta in un vuoto di senso. 
Si ripete che darà spazio al piacere di leggere romanzi, di ascoltare musica. Di viaggiare. Ma dove mettere il pensiero? Che farne,ora? Si chiede.
Lo smarrimento dell’uomo è palpabile, fra le righe, mentre cerca di aggrapparsi, per sovrastare la sensazione di vuoto incipiente, a qualche domanda che riguarda la sua vita affettiva, divisa e giocata sul restare ai bordi, sul non definirsi nella relazione con la moglie deceduta cinque anni fa e con l’amante che, dopo anni, infine lo ha lasciato. 
Dalla scrivania dove siede vede il lago di fronte alla casa. E dentro c’è un uomo che giace ancora sul fondo, annegato in giugno mentre  faceva il bagno. 
Questa immagine assume un carattere simbolico, inconscio, di istanza psichica che chiede di essere portata in superficie, alla luce. La  figura dell’annegato ricorre spesso nel percorso che Richard compie per arrivare a comprendere, e non solo intellettualmente, come vivere la sua esistenza in modo nuovo e più compiuto. Senza divisioni interiori, senza logiche binarie esasperate in quanto uniche per interrogare la realtà .
La Berlino riunificata è la città dove vive ormai da più di vent’anni nella zona est, prima DDR.
Le tematiche della  visibilità/invisibilità  e  della divisione/riunificazione percorrono tutto il romanzo, specificandosi attraverso l’incontro inatteso che Richard fa con i migranti, dieci uomini dalla pelle nera che vede radunati davanti al Municipio decisi a non mangiare, a non bere. A non dare il proprio nome alla polizia. Prima del nome proprio, infatti, è fondamentale essere riconosciuti come uomini.
“ WE BECOME VISIBLE” è scritto a mano su un cartello di cartone poggiato su un tavolino e l’intenzione dichiarata nel messaggio diventa per Richard un marcatore affettivo, una domanda che lo interroga a tutto tondo, lo spinge in modo sempre più consapevole a rinunciare alla ‘comfort zone’ nella quale vive da tempo.

venerdì 1 febbraio 2019

Gruppo "Al cinema con MVL"

Maria Vayola
Gli ultimi due film che il gruppo "Al cinema con MVL" ha visto e su cui ha conversato sono Roma di  Alfonso Cuarón e Cold War di Paweł Pawlikowski.

 Roma di Alfonso Cuaron

Il film inizia con l'immagine dell'acqua che scorre e si ritrae sul pavimento del cortile della casa dove Cleo, la domestica india, lavora senza sosta al servizio di una famiglia medio borghese di origine europea, nel quartiere Roma di Città del Messico. Scorre e si ritrae come il dolore che abita gli animi delle donne protagoniste del film, mentre gli aerei solcano il cielo in un andirivieni continuo.
Sulla scia dei ricordi della sua infanzia, per onorare quella che fu la sua tata, il regista costruisce un film asciutto e intenso intorno alla sua figura, mettendo a nudo le diseguaglianze sociali che collimano con le diversità etniche e di genere.
Cleo, insieme ad un'altra domestica sempre india, lavora incessantemente dalla mattina alla sera senza soluzione di continuità tanto che far finta di morire le appare come un gioco che dà pace.
Si occupa anche dei bambini con cura amorevole e la dedizione di una madre, tanto da rischiare la propria vita per loro. La sua vita però è stretta nella gabbia della discriminazione in cui è costretto il suo popolo da quando la colonizzazione europea ha fatto scempio delle loro vite, terre, culture; le contraddizioni non tardano a scoppiare, siamo nei primissimi anni '70, in manifestazioni che vengono sedate a colpi di pistola dalle milizie private sorrette dal governo.
Il volto di Cleo esprime la sua dolente situazione ma si apre a dolci sorrisi affettuosi quando si relaziona con i bambini, afferma il suo essere umano con dignità, amorevolezza e rispetto per gli altri. Il suo isolamento sociale verrà scalfito solo dalla solidarietà che la sua "padrona" le riserberà per l'innestarsi di una solidarietà femminile tra donne che "non possono che essere sole, sempre" ma i ruoli sociali, tra loro due, di fatto non vengono alterati da questo.
Messico, terra di deserti, di terremoti, di conquista, di contrasti in un bianco e nero luminoso che quasi abbaglia e contorna le figure e gli animi.
In una intervista il regista ha detto: "Ci sono periodi nella storia che lasciano cicatrici nelle società, e momenti nella vita che ci trasformano come individui. Tempo e spazio ci limitano, ma allo stesso tempo definiscono chi siamo, creando inspiegabili legami con altre persone, che passano con noi per gli stessi luoghi nello stesso momento. Roma è il tentativo di catturare il ricordo di avvenimenti che ho vissuto quasi cinquant’anni fa. È un’esplorazione della gerarchia sociale del Messico, paese in cui classe ed etnia sono stati finora intrecciati in modo perverso. Soprattutto, è un ritratto intimo delle donne che mi hanno cresciuto, in riconoscimento al fatto che l’amore è un mistero che trascende spazio, memoria e tempo."

lunedì 21 gennaio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2"

Ho pensato di scrivere qualcosa su due dei libri letti per il gruppo di lettura "L'altro/2"; naturalmente è il mio punto di vista che si è formato sia durante la lettura individuale che durante la discussione del gruppo. L'intento di questo post è anche quello di sollecitare, attraverso i commenti, un confronto più ampio e articolato delle varie opinioni.

Maria Vayola

"Un pallido orizzonte di colline" di  Kazuo Ishiguro

Divisa tra Giappone e Inghilterra, Nagasaki e i dintorni di Londra, passato e presente, il personaggio Etsuko  ci racconta in toni sfumati, in frasi sospese e parole pacate, il vuoto di esistenze sopravvissute alla bomba atomica. I personaggi, uomini donne e bambini devono ricostruirsi una vita barcamenandosi tra quello che erano, quello che sono e quello che potrebbero essere.
La loro quotidianità, la loro cultura è stata squarciata, prima da bombardamenti furiosi e poi dai funghi atomici che, non solo nelle città colpite, ma in tutta la nazione hanno creato uno sconcerto esistenziale, una demarcazione tra il prima e il dopo, un'insicurezza generale rafforzata dall'occupazione americana del dopo guerra.
Di questo non se parla apertamente nel libro, è qualcosa che aleggia all'interno della narrazione, è qualcosa che noi sappiamo essere successa, ma che non viene affrontata direttamente, si riflette nell'indeterminatezza dei personaggi, nell'atmosfera fumosa che si respira.
Una vena di tradizionalismo serpeggia tra i protagonisti, più marcata tra quelli più anziani e negli uomini impauriti dalla perdita dei privilegi all'interno della famiglia nel rapporto con le loro mogli e i loro figli, mentre le donne reagiscono con maggiore duttilità anche se a volte in modo scomposto lasciandosi trascinare in situazioni poco rassicuranti.
Le vicende personali, la più drammatica quella di Etsuko che ha perduto una figlia che si è suicidata, non trovano soluzioni, niente si affronta veramente, nulla è risolto, tutto - fatti e personaggi - rimane sospeso, come una sequenza armonica senza risoluzione.
L'altro con cui entrare in contatto, è sia esterno: la situazione storica, la società che si modifica in modo forzato, il rapporto tra persone con diversi vissuti, caratteri, prospettive che si trovano a vivere lo stesso periodo storico; sia interno: l'eterno conflitto dualistico di chi non sceglie di cambiare ma ci è costretto, facendo anche i conti con le proprie storie e fragilità individuali.
Lo sguardo di Etsuko verso l'esterno non riesce ad individuare una meta definita, ma si scontra contro l'evanescenza di un pallido orizzonte di colline.

mercoledì 2 gennaio 2019

Gruppo di lettura "L'altro/2":Didier Eribon, Ritorno a Reims


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Roberta Rondini

Didier Eribon è autore importante e famoso in Francia, come sociologo più che romanziere, un intellettuale impegnato, punto di riferimento per i gender studies e questo scritto è un sasso nello stagno del suo percorso professionale che getta una luce vivida e originale, per le analisi e i retroscena personali e sociali che racconta, sull’intera questione che lega omosessualità, svantaggio sociale e riuscita professionale.
Difficile da sintetizzare, la trama prende le mosse da un riavvicinamento dello scrittore alla madre, in conseguenza della scomparsa del padre, con la visita alla casa paterna nella città di origine dalla quale Eribon si era allontanato molti anni prima, abbandonando anche i legami famigliari più prossimi: 
“Quando ripenso agli anni della mia adolescenza, Reims non solo mi appare come il luogo di un radicamento familiare e sociale che avevo bisogno di lasciare per esistere altrimenti, ma in egual misura (e questo fu altrettanto determinante in ciò che orientò le mie scelte) come la città dell’insulto. Quante volte qui sono stato trattato da “frocio” o con altre parole equivalenti?”. 

Il ritorno a casa, dunque, è l’occasione per ripensare la propria vita e le proprie scelte in una sorta di scavo interiore, effettuato senza benevolenza, necessario per capirsi, disvelando azioni e comportamenti del passato. Un percorso di vita scandito dalla consapevolezza di essere “diverso”, perché omosessuale e appartenente a una classe subalterna, per cui la scelta di continuare a studiare si concretizza in un distacco lacerante con le proprie origini, in una trasformazione genetica della sua persona e nel ripudio di quanto legato al passato, alla provenienza sociale e alla famiglia. Una posizione e una nudità sociale fragili che si sarebbero ricomposte solo con la volontà e con lo studio, uniche armi praticabili: 
“Quello che sono oggi prese forma dall’incrocio di questi due percorsi: ero venuto a Parigi con la doppia speranza di vivere liberamente la mia vita gay e di diventare un intellettuale”. 

Ecco, il libro è anche questo, un’analisi a posteriori per riparare a un “errore” commesso dal sociologo, quello di aver utilizzato nei suoi studi l’identità sessuale come unica ipotesi scientifica in grado di spiegare la sua subalternità sociale, e non aver esteso l’osservazione al “primo” conflitto, quello tra la borghesia (e quindi alla sua scelta di appartenervi, camuffandosi, studiando e usando parole alte) e la classe sociale di appartenenza, proletaria prima che operaia.
Il libro può essere faticoso e complicato da leggere ma, anzitutto, è stato difficile da scrivere;  necessariamente scandito da continui rimandi a saggi e studi filosofici e sociali, con dovizia di citazioni e note, come si fa quando si redige una prosa scientifica, è una sorta di confessione sofferta, dolorosa da sviscerare e per questo puntellata costantemente dall’appoggio della ragione e degli alti strumenti teorici a disposizione, più che del sentimento e dello sfogo letterario. 
Inizialmente una scelta che mi aveva infastidito, che rendeva la lettura faticosa e impervia, una specie di fortino dotto dentro il quale si era asserragliato l’io narrante nel tentativo di motivare e giustificare scelte personali alquanto radicali: 
“Non andai ai funerali di mio padre. Non avevo voglia di rivedere i miei fratelli, non ero più in contatto con loro da più di trent’anni”.

mercoledì 12 dicembre 2018

Le interviste di MVL / Andrea Pomella

Allo scrittore Andrea Pomella, che abbiamo avuto come ospite da Plautilla il 4 dicembre, abbiamo rivolto alcune domande a partire dal suo ultimo romanzo L'uomo che trema (Einaudi 2018). Ecco cosa ci ha risposto:

È vero che per conoscere il mondo devo conoscere il mio mondo e il linguaggio che lo esprime?

Ogni cosa esiste nel linguaggio, nulla esiste al di fuori di esso. Un libro è una metafora perfetta della realtà sensibile, è un oggetto afono, chiuso, inerme, poi nell’istante in cui un lettore lo apre e inizia a leggerlo, il mondo che vi è contenuto improvvisamente prende vita, genera delle conseguenze. Ogni libro è un mondo che si esprime attraverso un linguaggio, e ogni mondo è un libro. In questo senso il mio non è quel che si dice “un libro sulla depressione”, è più un libro che racconta il mio mondo attraverso il linguaggio della depressione. La depressione è una lente che filtra la realtà, è appunto il linguaggio che la esprime.

È in qualche modo la scrittura un atto di generosità, un dono che si mette a disposizione dell’altro?

La scrittura non è mai un fatto individuale. Non si scrive per sé, altrimenti non si scriverebbe e basta. L’invenzione stessa della scrittura risponde al bisogno di condivisione del pensiero. Per quanto mi riguarda, scrivere non può essere altro che questo: mettere a disposizione una storia, mostrare i polsi, è come dire: “Questo è tutto ciò che ho”.

Si può parlare di valore sociale di un prodotto intellettuale come il romanzo e il suo in particolare si può attribuire un tale valore? E se sì in che modo?

Si dice che un prodotto artistico debba sempre mirare a produrre un cambiamento all’interno della società a cui si rivolge. Che sia piccolo o grande non importa. Se il mio romanzo abbia o meno un valore sociale non sta a me dirlo. Posso dire però che ho scritto il libro tenendo ben a mente questo presupposto e sapendo che stavo affrontando un tema che ha, sì, un enorme impatto sociale. Molti lettori mi confidano che leggendolo hanno compreso meglio alcuni aspetti di sé, della propria storia, o che banalmente si sono riconosciuti e quindi si sono sentiti meno soli. Anche questo, forse, è un modo di incidere sulla realtà.

(Daniela Moriconi)