sabato 2 agosto 2014

I racconti della domenica - Paolo Villaggio, Fantozzi in vacanza/Fantozzi al mare/Fantozzi in crociera

Paolo Villaggio
Fantozzi in vacanza

Questa volta Fantozzi si è concesso quattro meravigliosi giorni di vacanza. Si è trovato nella cassetta delle lettere un dépliant di un'agenzia di viaggio: “Meravigliosa crociera. Barcellona, Madrid, Saragozza, le Baleari e tutto il Nord-Africa arabo in 4 ore! Le rate saranno trattenute sullo stipendio”. Va da sé che una rata equivaleva a 12 mensilità di Fantozzi. Ha versato la sua quota e per la prima volta ha affrontato il mare.
Ed eccolo al “gran giorno” della partenza. Piove a dirotto. In un clima tragicamente festoso, la nave si stacca dalla banchina: stelle filanti, orchestrina di bordo che strimpella Ciao, ciao bambina e tutti sui ponti che salutano. Che salutano chi? In genere i facchini rimasti sul molo. Non c'è mai nessuno alle partenze dei croceristi a prezzi familiari! I facchini però, pietosamente consapevoli di quella grossa lacuna scenica, rispondono stancamente.
Beh! Il colpo d'occhio è tale che molti di quei granitici lavoratori si commuovono veramente. I fazzoletti si agitano festosamente, si fermano... qualcuno si soffia furtivamente il naso... ci sono molti occhi lucidi in giro. Poi tutti scendono nelle cabine assegnate. O meglio, cercano di scendere! Perché, trovare la propria cabina, in quell'autentico labirinto che è una nave, è impresa disperata. Si incontrano, dopo trenta ore e più dalla partenza, gruppi in lacrime che hanno deciso di collaborare. Si tengono tutti per mano in lunghe file e cercano di risalire alla luce: avete presente quel quadro I ciechi di Brueghel? Così! Si incontrano degli isolati ormai deliranti che vi abbracciano le ginocchia implorandovi di riportarli sui ponti dalle famiglie. In genere la prima avvisaglia di questo dramma improvviso e insospettato si ha a cena, la prima sera. Manca il novanta per cento dei croceristi. Dove diavolo sono? Tutti persi nei meandri della nave.
E poi i “giochi di ponte” che sono di una noia abissale. Il più noto è il tiro alla fune: pericolosissimo. Non potendosi fare impiegati contro impiegate perché queste sono molto più forti degli uomini distrutti da vent'anni di scrivania, si fa in genere scapoli contro ammogliati. Uniche categorie lecite in Italia. Provate rossi di cappelli contro neri: sa subito di fazione politica. Omosessuali contro impotenti? Si creano subito delle invidie! Oppure impiegati contro dirigenti.
Ma in questo caso si conosce subito l'esito. Due dirigenti di 106 anni sbaragliano 100 impiegati di trenta. Allora scapoli contro ammogliati. I feroci ufficialetti che organizzano i giochi urlano: “Via!”. Al via parte solo il gruppo degli ammogliati e l'ultimo centra con la nuca una di quelle grosse borchie di ottone, messe volutamente dall'armatore, in punti strategici sul ponte giochi... per sfoltire e diminuire le spese di gestione. Gli ufficialetti intervengono allora allegri: “Non è successo nulla”. “Allegria, allegria. Cosa volete che sia, in fondo era solo un crocerista... di turistica.” E lo spingono con il piede furtivamente in mare. Poi fanno al capitano, che è sul ponte di comando, un gesto col pollice: “Ne cancelli uno per favore”. E il comandante sposta un pallino in un grande “pallottoliere da crociera” che tiene al posto della bussola.
Altro gioco: la pesca dei cucchiai. Si gettano dei cucchiai d'argento nella piscina di prima classe, la più grande. Le navi sono classiste, non certo come quelle negriere di “cara” memoria, ma ci sono piscine di 1ª poi di 2ª più piccole, poi di 3ª, fin che si arriva a piscine grandi come bottoni, per l'equipaggio. Ma il gioco dei cucchiai si fa sempre nella piscina di prima. Gli ufficialetti dicono “... e al giovane vigoroso che raccoglierà più cucchiai dal fondo daremo in regalo una bella bambolina”. Cade in acqua subito uno sui 90. Loro attaccano la radiocronaca. “Si è gettato il ragionier Fulzi dell'ufficio sinistri... è immerso già da venti secondi... Lo vediamo immobile sul fondo... sta cercando certamente di raccogliere dei cucchiai... immerso da due minuti... da sei... da dodici... è sempre immobile! da venti... stappare!!!”
La vasca viene vuotata e il ragioniere furtivamente gettato fuori della murata. Il capitano che ha visto tutto sposta un pallino sul suo pallottoliere questa volta con una curiosa risata. Ed è per questo che le navi da crociera sono seguite da branchi di pescicani i quali hanno certamente dall'armatore notizie sulla rotta e le aspettano al varco all'uscita dai porti.
L'altoparlante l'ultimo giorno fece un annuncio “Chi desidera visitare le macchine si trovi alle 15 nel salone di prima classe”. Fantozzi curioso ci andò.
Sul posto, un ufficialetto di coperta, bello, tutto in bianco, sciabola e feluca.
“Lei è ufficiale di macchina?” domandò e lui con fierezza: “Mai sceso nelle macchine, io! Conduco il gruppo!” disse e lui si accorse che sbriciolava una lunga fila di molliche di pane, come Pollicino nella fiaba. Valicarono la porta delle macchine: l'inferno! Un caldo terrificante. Sul fondo, un migliaio di persone, uomini e donne, distrutti dalla fatica e sporchissimi che remavano con sforzo, a ritmo assordante di tamburi, percossi dai feroci aguzzini. Rimase molto sorpreso. Si avvicinò a un tipo sporco, ma distinto, con gli occhiali d'oro. “Lei è capitano di macchina?” urlò superando il rumore dei tamburi. “No!” “Ha fatto l'Istituto nautico, però?” “No” rispose con un filo di voce. “Tradizione di famiglia?” “No! Sono dottore in economia e commercio.” “Come mai?” “Crociera aziendale 1949... mi sono infilato subito nella porta delle macchine, credevo che fosse la mia cabina. Mai più trovata l'uscita! Ma mi sono adattato, un lavoro vale l'altro, e qui ci sono meno responsabilità e poi...” Non finì la frase, una scudisciata gli tappò la bocca. Lui abbassò gli occhi e non volle più parlare.

Fantozzi al mare

Fantozzi è andato domenica pomeriggio ai bagni Flora con la signorina Silvani.
Fantozzi nella sua tragica timidezza era sempre stato spigoloso con le donne e giustificava questa sua posizione con la riuscita del suo matrimonio con la signora Pina. Ma in verità per la moglie, capelli opachi color topo, naso alla Dante, e rassegnata a una vita squallida, Fantozzi covava un cupo rancore e un grande desiderio, quello di squartarla e di servirla alla “cacciatora” in un gran banchetto coi colleghi d'ufficio. La signorina Silvani invece, dell'ufficio cabale, gli era decisamente simpatica e, a modo suo, le faceva da sei anni la corte.

giovedì 31 luglio 2014

"Vivi giorno per giorno, ora per ora. Poiché nulla ci appartiene ..."/ 2

Qui la prima parte.

Tutte le citazioni sono tratte dal settimo libro dell'Antologia Palatina (traduzione di Filippo Pontani, con modifiche di Giovanni Anchiseo) o da iscrizioni funerarie romane (traduzione di Lidia Storoni Mazzolani).
Perché mi sia venuto questo ghiribizzo barocco in piena estate non è dato sapere.
En passant: la qualità di queste poesie (tali sono, anche le epigrafi e le iscrizioni) rende ragione del mio sommo disinteresse per la letteratura (e la poesia) attuali (glc)


Ann Pennington (1893-1971), Jacqueline Logan (Jacqueline Medura Logan, 1901-1983) e Billie Dove (Bertha Bohny, 1901-1997)


La fortuna promette molto a molti, non mantiene a nessuno. Vivi giorno per giorno, ora per ora. Poiché nulla ci appartiene.
(Vive in dies et horas, nam proprium est nihil).

Roma, CIL (Corpus Inscriptionum Latinarum) I 1219
Anonime bathing beauties, anni Venti

Antologia Palatina, VII, 256 (Platone)

Noi che lasciammo i gonfi, mugghianti marosi d'Egeo
Nella piana d'Ecbàtana posiamo.
Celebre patria d'Eretria, città vicina all'Eubea,
Atene addio! Diletto mare addio!
Anonime bathing beauties, anni Venti

Ehi, tu che passi, vieni qui. Riposa un istante. Scuoti il capo, non vuoi?
Eppure, qui dovrai tornare.

Capena, CIL XI 4010
Bebe Daniels (Phyllis Virginia Daniels, 1901-1971) e Charlie Chaplin (Charles Spencer Chaplin, 1889-1977)

Ti dedicò questa lapide il tuo amico fedele, l'ultimo debito che potei saldare con te.

E tu non t'affliggere, madre, doveva accadere. Furono veloci gli anni miei. Così volle la mia stella, addio.
Sia conforto al tuo lutto il pensiero che altre l'hanno subìto prima di te.

Gardun (Dalmazia), CIL III 2722, Caio Laberio, di 7 anni
Bessie Love (Juanita Horton, 1898-1986)

Antologia Palatina, VII, 173 (Leonida di Taranto)

Sono tornate da sé le mucche allo stazzo, di sera,
Dalla montagna, tutte nevicate.
Ahi, là presso una quercia Terìmaco dorme quel sonno
Lungo. Un fuoco di cielo l'assopì.
Betty Compson (Eleanor Luicime Compson, 1897-1974)

Ecco qua il tuo asilo. Ci vengo controvoglia. Eppure, bisogna.

Narbonne (Francia), CIL XII 5270

lunedì 28 luglio 2014

Il rebus muto più difficile di sempre


Attenti! Il rebus sovrastante potrebbe impegnarvi tutta l'estate.
Fra i rebus muti (ovvero senza lettere) è quello con la frase risolutiva più lunga; frase che assume un sapore sentenzioso e blandamente moralistico per cui il rebus viene anche detto gnòmico.
Per quanto mi riguarda è uno dei più difficili che abbia mai masticato.
Gli autori sono Quizzetto (che non conosco) e Zio Igna, al secolo Ignazio Fiocchi, arzillo ottantenne che ha vissuto a lungo nel quartiere Monteverde.
Tre scelte: stampare il rebus e scervellarvi di tanto in tanto sulla spiaggia; barare con internet; oppure invocare il mio aiuto per posta elettronica.
Buona estate.

sabato 26 luglio 2014

Il racconto della domenica - Fredric Brown, La sentinella

Fredric Brown
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano 50mila anni‐luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d'ogni movimento un'agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d'anni, quest'angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell'aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c'era arrivato anche il nemico. Il nemico, l'unica altra razza intelligente della galassia ... crudeli schifosi, ripugnanti mostri.   
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all'erta, il fucile pronto.   
Lontano 50mila anni‐luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l'avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s'erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d'un bianco nauseante e senza squame.

lunedì 21 luglio 2014

La gloria è di chi se la piglia


Ecco di seguito la celeberrima scena tratta da The gold rush (La febbre dell'oro, 1925) di Charlie Chaplin.
Chaplin con due forchette e due panini mima una delle danze più famose della cinematografia mondiale:


E qui di seguito è la scena, non tanto celebre (anzi, del tutto dimenticata), tratta da The Rough house (1917) di Fatty Arbuckle (con Buster Keaton). Guardatela bene.


Inutile starci a pensare: sono identiche; mentre Chaplin risulta più accondiscendente alla voglia di patetismo del suo pubblico, Arbuckle (come spesso accade nei two reels - i cortometraggi - di derivazione vaudeville, d'avanspettacolo) è spietato e irridente. 
La danza di Arbuckle, che precede Chaplin di otto anni (1917-1925), è quella originale, senza dubbio. Chaplin l'ha probabilmente ripresa e rielaborata proprio da quel film, ma Arbuckle, nel 1925, aveva altro a cui pensare.
Nel 1921 nella sua camera d'albergo, durante un party alcolico (si era durante il Proibizionismo) venne trovata, sanguinante e in fin di vita, Virginia Rappe, giovane stellina hollywoodiana. Alla morte di Virginia l'America si scatenò: per l'attore si richiese la pena di morte, le femministe attaccarono i cinema che presentavano i suoi film, al Sud si crivellavano di colpi i teloni delle proiezioni; la Paramount, atterrita, ritirò tutte le pellicole del comico e mandò al macero quelle in produzione.
Su Fatty fiorirono leggende: l'aveva stuprata a sangue perché ce l'aveva grosso, l'aveva violentata con una bottiglia o con un pezzo di ghiaccio, le si era gettato addosso con tutti i suoi centodieci chili. E così via. Subì tre processi: l'ultimo, nel 1922, lo scagionò. Chi uccise Virginia? Fatty? O piuttosto un aborto andato male?
Una cosa fu sicura: la carriera del ciccione era finita, per sempre (nel 1931, a due anni dalla morte girerà Windy Riley goes to Hollywood con l'altra nobile decaduta del muto, la conterranea Louise Brooks, bruciata dallo stardom a ventiquattro anni).
L'unico a dimostrargli affetto, e a credere pervicacemente nella sua innocenza, fu Buster Keaton. Buster fu presentato a Fatty dalla moglie Natalie Talmadge (sorella delle attrici Norma e Constance): l'esordio avvenne nel 1917 con Fatty macellaio (The butcher boy): l'apprendista Keaton aveva ventidue anni, il maestro e veterano Arbuckle appena trenta.
I due collaborarono in quasi venti pellicole; tra queste, Fatty cuoco (The cook, 1918). Anche qui c'è una danza (strepitosa): Keaton, cameriere, irretito dalle mosse sinuose d'una ballerina, prende a servire e a muoversi come un'odalisca: trasmette epidemicamente l'entusiasmo tersicoreo al cuoco Fatty che, grazie a padelle, tegamini e a un raccoglipolvere, si trasforma in una danzatrice da harem: prima serve al volo due piattini (che Buster raccoglie al volo con grazia egiziana) poi si esibisce in una serie di movenze, fra lussuriose e fatali, che parodizzano le mode orientali dei corpi di ballo del tempo (quelli di Ruth St. Denis, ad esempio) ed enfatizzano la vaporosa agilità del comico del Kansas. Pochi minuti eccezionali:


I cortometraggi di Keaton (non i film maggiori) sono quasi tutti capolavori. Uno, del 1922, si intitola Viso Pallido (Paleface): qui Buster (un cacciatore di farfalle) si trasforma in indiano per difendere una tribù dagli sporchi raggiri di alcuni faccendieri che ambiscono il petrolio sepolto nelle terre pellirosse. 
Il bene trionferà e l'eroe sposerà la figlia del capo, ovviamente. 
Scena capitale: Buster bruciato al palo di tortura che se la cava senza un graffio e si accende una sigaretta con un carbone ardente; oppure Buster che, intabarrato quale Little Chief Paleface (Piccolo Capo Viso Pallido), se ne esce con un tetragono: "Us Indians must stick together!" (Noi Indiani dobbiamo stare uniti!), con un bell'anticipo sul Kevin Costner di Balla coi lupi


Il capotribù è interpretato dall'attore Big Joe Roberts: il suo metro e noventacinque, brutale e manesco, contrastò irresistibilmente e fisicamente il mercuriale metro e sessantacinque di Keaton in sedici cortometraggi e due mediometraggi. L'ultimo, Senti amore mio (The three ages, 1923), gli fu fatale: morì sul set, per un attacco cardiaco, a cinquantadue anni. La deliziosa squaw è, invece, Virginia Fox: esordì tredicenne per la Keystone Film Company, quindi fu impalmata dal potente produttore Darryl F. Zanuck - matrimonio per cui lascerà definitivamente le scene, a poco più di vent'anni.
Keaton trascinò la propria carriera sino al 1966; nel 1965 interpretò un film in Italia, assieme a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Artisticamente il suo ritiro avvenne all'avvento del sonoro, a trentacinque anni (e trentacinque anni prima, nel mezzo del cammin: 1930 circa): il talkie, il parlato, non faceva per lui.
A quei tempi la vita e le storie sfiorivano in fretta.
Tutti: Chaplin, Arbuckle, Keaton, Roberts, Brooks e Fox furono inconsapevoli e geniali pedoni di un cinema spontaneo e naif; irripetibile, irrecuperabile.

domenica 20 luglio 2014

Il racconto della domenica - Shirley Jackson, La lotteria

Vi è orrore in Shirley Jackson, ma abilmente dissimulato. Nella sua opera spettri, mostri e assassini sono diluiti nel tessuto della normalità: residua esclusivamente il disagio, così soffuso e impalpabile da far dubitare della propria esistenza.
In Jackson possiamo avvertire da subito che una parte della realtà e delle abitudini quotidiani, le più banali, si smagliano lentamente: ma questo è tutto. A volte si ha un epilogo drammatico, come ne La lotteria; altre manca persino tale chiusa in cui il male si manifesta: il perturbante rimane sospeso, come una nube venefica, di cui possiamo solo intuire l'effettiva minaccia.

Shirley Jackson
La mattina del 27 giugno si levò chiara e piena di sole, con il calore di una bella giornata estiva; i prati erano pieni di fiori e l'erba era già alta. Gli abitanti del villaggio cominciarono a radunarsi nella piazza, tra l'uffico po-stale e la banca, verso le dieci.
In alcune città gli abitanti erano così numerosi che la lotteria durava due giorni e doveva iniziare il 26 giugno, ma in quel villaggio, dove gli abitanti erano solo trecento, l'intera lotteria richiedeva meno di due ore: iniziava alle dieci del mattino e finiva in tempo per l'ora di pranzo.
I primi ad accorrere, come sempre, furono i bambini. La scuola era finita, e molti ragazzi non si trovavano a proprio agio, in tanta libertà; tendevano a riunirsi in silenzio per qualche minuto, per poi mettersi a gridare e a parlare di scuola e di insegnanti, di libri e di brutti voti.
Bobby Martin si era già riempito di pietre la tasca, e presto anche gli altri ragazzi seguirono il suo esempio, scegliendo le pietre più lisce e rotonde: Bobbie e Harry Jones e Dickie Delacroix finirono poi per ammonticchiarne una grande pila in un angolo della piazza, e la difesero dalle ruberie degli altri ragazzi.
Le ragazzine invece si tenevano da una parte, parlavano tra loro e di tanto in tanto si giravano a guardare i fratelli, mentre i bambini più piccoli giocavano con la terra.
Presto anche gli uomini si radunarono, e mentre tenevano d'occhio i figli parlavano di piante e di pioggia, di tasse e di trattori.
Stavano tutti insieme, e si tenevano lontano dalla pila di pietre ammassata dai ragazzi, scherzavano poco e anche se talvolta sorridevano, non ridevano mai.
Le donne, con indosso scialli e vecchi vestiti sbiaditi, giunsero dopo i loro uomini. Si salutarono e si scambiarono pettegolezzi, e poi cominciarono a chiamare i figli, che però, in quella giornata, erano troppo eccitati per ascoltarle; per farli muovere, occorreva chiamarli quattro o cinque volte.
La lotteria era diretta, come la quadriglia, come il club dei teenager e come il programma della festa di Ognissanti, dal signor Summers, che aveva tempo ed energia da dedicare a quelle attività sociali.
Era un uomo allegro e dalla faccia tonda, che commerciava in carbone; la gente lo compativa perché era senza figli e aveva la moglie bisbetica. Quando arrivò in piazza, con la cassetta nera di legno della lotteria, tra gli abitanti del villaggio si levò un mormorio, e lui salutò e disse: — Un po' in ritardo, eh?
Il direttore dell'ufficio postale, signor Graves, lo seguiva con lo sgabello; lo posò in centro alla piazza e il signor Summers vi posò la cassetta.
La gente si tenne a rispettosa distanza, e quando il signor Summers chiese: — Nessuno viene ad aiutarmi? — ci fu un attimo di esitazione.
Poi il signor Martin e il suo primogenito, Baxter, si fecero avanti per tenere ferma la cassetta mentre il signor Summers mescolava i fogli.
L'attrezzatura originale della lotteria era andata persa tanto tempo prima, e la cassetta era entrata in uso prima ancora che nascesse nonno Warner, l'uomo più vecchio del paese. Talvolta si parlava di una nuova cassetta, ma nessuno voleva rinunciare a quella tradizione: si diceva che la cassetta nera fosse fatta con alcuni pezzi di quella originale, costruita dai primi abitanti del villaggio.
Ogni anno, dopo la lotteria, il signor Summers diceva che era ora di rifarla, ma poi il discorso veniva lasciato cadere. La cassetta, però, si era un po' rovinata con il passare del tempo: in alcuni punti perdeva già la vernice, in altri era scheggiata.

mercoledì 16 luglio 2014

"Mentre parliamo il tempo sarà già fuggito, come se ci odiasse ..." / 1


Ne L'attimo fuggente di Peter Weir, il professor John Keating, interpretato da Robin Williams, guida i propri allievi lungo un istruttivo itinerario: egli mostra agli studenti, nell'atrio della prestigiosa scuola privata che li ospita, le fotografie delle vecchie classi che si sono succedute nei decenni trascorsi; essi possono quindi osservare gruppi di centinaia di ragazzi e insegnanti; reclute, laureati; e belle speranze, e intenzioni; volti, atteggiamenti, sguardi, posture; il passato, recente o remoto, fissato dal nitido bianco e nero dei nitrati fotografici.
Keating, dietro a loro, come un bardo sapiente e amico sussurra: quello che vedete è passato, ma anche questo (noi!) passerà, sbrigatevi perciò, siate sinceri e cogliete l'attimo perché quello che vedete è passato, ma anche questo momento che viviamo passerà ... passerà veloce come un refolo improvviso e inafferrabile ...
Nel carpe diem oraziano (e di Lucrezio e Catullo) citato da Keating ognuno ravvede un invito a godersi la vita prima della morte, a decidere della propria esistenza senza curarsi dei soloni e dei benpensanti. Vero, ma tale invito si basa sul monito più antico della poesia occidentale: il memento mori, ovvero il ricordare, vivamente e acutamente, che anche una bellezza e una felicità godute in pieno svaniranno sotto l'imperio della Morte, figlia del Tempo.
Ecco perché le foto che il professore addita (all'inizio del film, si badi) donano a tutta la pellicola quel sottile tono struggente e nostalgico - un sentire diffuso che ne ha decretato il successo (al di là delle cadute finali nella commozione più facile).
Il tema del memento mori nella letteratura europea è costante; affiora prepotente nella letteratura classica, nel Medioevo, nel Seicento barocco e nel Romanticismo; deborda modernamente persino negli Stati Uniti con l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, in cui ogni poesia è un epitaffio che riassume l'intera vita di un defunto nel cimitero dell'immaginario paese di Spoon River; non è inutile sapere che l'opera fu ispirata dal settimo volume dell'Antologia Palatina, sublime raccolta di epigrammi greci in quindici libri (ne abbiamo parlato a proposito di Paolo Silenziario; il settimo libro raccoglie gli epigrammi funerari e sepolcrali).
Irretito da Masters e dai Greci, mi ha punto la voglia di fare il Keating; vi presento, perciò, una serie di celebri carpe diem della poesia occidentale; fin qui nulla di nuovo. Li accompagno, però, con foto estive di attrici americane degli anni Venti (stars on the beach).
Chiederete: perché questo accostamento bislacco?
Rispondo: perché il cinema degli anni Venti in America (the silent cinema) fu una stagione felice, breve e quasi arcadica; giovane, elegante, ingenua, cosmopolita; uno sprazzo semplice e geniale in cui autori, registi, scenografi, attori e scrittori creavano storie al fine dichiarato d'intrattenere un pubblico vasto e popolare, naturalmente sollevati dalla preoccupazione per un gusto artistico alto e definito: come accadeva a Molière e Shakespeare, insomma.
E, soprattutto, il cinema muto appare oggi quale epoca assolutamente altra, un reperto straniero e irrecuperabile come la felice giovinezza; annientato dall'avvento del sonoro, esso è sopravvissuto in poche copie, negletto dalla critica, insidiato dalla corrosione; risalta alla nostra sensibilità come nostalgia per una perdita - una perdita di cui non sappiamo fissare i contorni o quantificare l'entità, ma che agisce insinuante nelle profondità sconosciute del cuore.
Queste immagini, come quelle di Keating, testimoniano di un mondo ormai dissolto, gioioso e vitale; ci sussurrano, come nelle parole del guerriero anglosassone:     

Come è fuggito il tempo, e come si è oscurato
Sotto il velo della notte, quasi non fosse mai esistito!  (glc)

Anita Page (Anita Evelyn Pomares, 1910-2008)

Kostantinos Kavafis

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
Come una fila di candele accese
Dorate, calde e vivide.
Restano indietro i giorni del passato,
Penosa riga di candele spente:
Le più vicine danno fumo ancora
Fredde disfatte e storte.
Non le voglio vedere, m'accora il loro aspetto,
La memoria m'accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
Come s'allunga presto la tenebrosa riga,
Come crescono presto le mie candele spente.
Anonime bathing beauties

Ovidio

Scorre nascostamente e sparisce il fuggevole tempo
Bebe Daniels (Phyllis Virginia Daniels, 1901-1971) col marito Ben Lyon

François Villon

Ditemi dove, in che contrada
è Flora, la bella romana,
Alcibiade o Taide,
che fu sua cugina germana,
Eco che parla se la voce si rincorre
al di sopra di un fiume o su uno stagno,
la cui bellezza fu troppo più che umana.
Ma dove sono le nevi dell'altr'anno?

Dov'è la dottissima Eloisa,
per cui fu castrato e entrò in convento
Piero Abelardo a Saint Denis?
Per amor suo subì questo destino.
E dimmi ancora dov'è la regina,
quella che comandò che Buridano
fosse gettato nella Senna dentro un sacco?
Ma dove sono le nevi dell'altr'anno?

La regina Bianca come giglio
che cantava con voce di sirena,
Berta dal grande piede, Alice, Beatrice,
Erembourg che dominava tutto il Maine,
e la valorosa Giovanna di Lorena
che gli Inglesi bruciarono a Rouen,
dove sono, dove, Vergine sovrana?
Ma dove sono le nevi dell'altr'anno?

Principe, non chiedete oggi né domani
dove sono, né nel corso di quest'anno,
perché non vi rimandi al ritornello:

ma dove sono le nevi dell'altr'anno?
Gloria Swanson (Gloria May Josephine Swanson, 1899-1983) e Phyllis Haver (1899-1960)
William Shakespeare

Tempo divoratore, spunta gli artigli al leone
e costringi la terra a divorar la sua dolce prole,
strappa le zanne aguzze dalle fauci feroci della tigre
ed ardi nel suo sangue l’immortale fenice,

rendi pure nel tuo corso stagioni tristi e liete
e fa quello che vuoi, Tempo dal veloce passo,
al mondo intero e ai suoi effimeri piaceri:
ma il più atroce dei delitti io ti proibisco.

Non scolpire le tue ore sulla fronte del mio amore,
non segnarvi linee con la tua grottesca penna;
durante la tua corsa lascia che resti intatto
qual modello di bellezza agli uomini futuri.

Oppure scatenati, vecchio Tempo: contro ogni tuo torto,
il mio amore nei miei versi vivrà giovane in eterno.

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