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domenica 20 luglio 2014

Il racconto della domenica - Shirley Jackson, La lotteria

Vi è orrore in Shirley Jackson, ma abilmente dissimulato. Nella sua opera spettri, mostri e assassini sono diluiti nel tessuto della normalità: residua esclusivamente il disagio, così soffuso e impalpabile da far dubitare della propria esistenza.
In Jackson possiamo avvertire da subito che una parte della realtà e delle abitudini quotidiani, le più banali, si smagliano lentamente: ma questo è tutto. A volte si ha un epilogo drammatico, come ne La lotteria; altre manca persino tale chiusa in cui il male si manifesta: il perturbante rimane sospeso, come una nube venefica, di cui possiamo solo intuire l'effettiva minaccia.

Shirley Jackson
La mattina del 27 giugno si levò chiara e piena di sole, con il calore di una bella giornata estiva; i prati erano pieni di fiori e l'erba era già alta. Gli abitanti del villaggio cominciarono a radunarsi nella piazza, tra l'uffico po-stale e la banca, verso le dieci.
In alcune città gli abitanti erano così numerosi che la lotteria durava due giorni e doveva iniziare il 26 giugno, ma in quel villaggio, dove gli abitanti erano solo trecento, l'intera lotteria richiedeva meno di due ore: iniziava alle dieci del mattino e finiva in tempo per l'ora di pranzo.
I primi ad accorrere, come sempre, furono i bambini. La scuola era finita, e molti ragazzi non si trovavano a proprio agio, in tanta libertà; tendevano a riunirsi in silenzio per qualche minuto, per poi mettersi a gridare e a parlare di scuola e di insegnanti, di libri e di brutti voti.
Bobby Martin si era già riempito di pietre la tasca, e presto anche gli altri ragazzi seguirono il suo esempio, scegliendo le pietre più lisce e rotonde: Bobbie e Harry Jones e Dickie Delacroix finirono poi per ammonticchiarne una grande pila in un angolo della piazza, e la difesero dalle ruberie degli altri ragazzi.
Le ragazzine invece si tenevano da una parte, parlavano tra loro e di tanto in tanto si giravano a guardare i fratelli, mentre i bambini più piccoli giocavano con la terra.
Presto anche gli uomini si radunarono, e mentre tenevano d'occhio i figli parlavano di piante e di pioggia, di tasse e di trattori.
Stavano tutti insieme, e si tenevano lontano dalla pila di pietre ammassata dai ragazzi, scherzavano poco e anche se talvolta sorridevano, non ridevano mai.
Le donne, con indosso scialli e vecchi vestiti sbiaditi, giunsero dopo i loro uomini. Si salutarono e si scambiarono pettegolezzi, e poi cominciarono a chiamare i figli, che però, in quella giornata, erano troppo eccitati per ascoltarle; per farli muovere, occorreva chiamarli quattro o cinque volte.
La lotteria era diretta, come la quadriglia, come il club dei teenager e come il programma della festa di Ognissanti, dal signor Summers, che aveva tempo ed energia da dedicare a quelle attività sociali.
Era un uomo allegro e dalla faccia tonda, che commerciava in carbone; la gente lo compativa perché era senza figli e aveva la moglie bisbetica. Quando arrivò in piazza, con la cassetta nera di legno della lotteria, tra gli abitanti del villaggio si levò un mormorio, e lui salutò e disse: — Un po' in ritardo, eh?
Il direttore dell'ufficio postale, signor Graves, lo seguiva con lo sgabello; lo posò in centro alla piazza e il signor Summers vi posò la cassetta.
La gente si tenne a rispettosa distanza, e quando il signor Summers chiese: — Nessuno viene ad aiutarmi? — ci fu un attimo di esitazione.
Poi il signor Martin e il suo primogenito, Baxter, si fecero avanti per tenere ferma la cassetta mentre il signor Summers mescolava i fogli.
L'attrezzatura originale della lotteria era andata persa tanto tempo prima, e la cassetta era entrata in uso prima ancora che nascesse nonno Warner, l'uomo più vecchio del paese. Talvolta si parlava di una nuova cassetta, ma nessuno voleva rinunciare a quella tradizione: si diceva che la cassetta nera fosse fatta con alcuni pezzi di quella originale, costruita dai primi abitanti del villaggio.
Ogni anno, dopo la lotteria, il signor Summers diceva che era ora di rifarla, ma poi il discorso veniva lasciato cadere. La cassetta, però, si era un po' rovinata con il passare del tempo: in alcuni punti perdeva già la vernice, in altri era scheggiata.
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