domenica 17 agosto 2014

Il racconto della domenica - Ambrose Bierce, L'impiccato

Ambrose Bierce
Un uomo era in piedi su un ponte ferroviario nel nord dell’Alabama, e guardava l’acqua che correva veloce sei metri più in basso. Aveva le mani dietro la schiena, i polsi legati con una corda. Una fune gli stringeva il collo. Era attaccata a una solida trave sopra alla sua testa, mentre la parte allentata gli scendeva fino alle ginocchia. Alcune assi posate sulle traversine che sostenevano i binari della ferrovia fornivano un punto d’appoggio a lui e ai suoi carnefici: due soldati semplici dell’esercito federale, comandati da un sergente che da civile avrebbe potuto fare il vicesceriffo. A breve distanza, sulla stessa piattaforma provvisoria, c’era un ufficiale armato con addosso l’uniforme propria del suo rango. Era un capitano. A ogni estremità del ponte era stata collocata una sentinella con il fucile in posizione di tiro, cioè in verticale davanti alla spalla sinistra, con il cane appoggiato sull’avambraccio perpendicolare al torace – posizione assai innaturale e formale, che imponeva una postura eretta del corpo. Sembrava che a questi due uomini non spettasse di sapere cosa stava accadendo al centro del ponte; si limitavano a bloccare l’accesso alle due estremità dell’assito che l’attraversava.
Non si vedeva nessuno al di là di una delle sentinelle; la ferrovia s’inoltrava per un centinaio di metri nella foresta, poi, dopo aver descritto una curva, si perdeva di vista. Senza dubbio, doveva esserci un avamposto più avanti. Sulla riva opposta del fiume si estendeva una radura: un lieve pendio sormontato da una staccionata di tronchi d’albero verticali, munita di feritoie per i fucili, con un’unica cannoniera dalla quale sporgeva la volata di un cannone d’ottone puntata verso il ponte. Sul pendio, a metà strada tra il ponte e il fortino, c’erano gli spettatori: una compagnia di fanti schierati a riposo, con il calcio del fucile posato a terra, la canna leggermente inclinata all’indietro contro la spalla destra e le mani incrociate sulla cassa. A destra dello schieramento stava un tenente, con la punta della spada che toccava terra e la mano sinistra appoggiata sulla destra. Fatta eccezione per i quattro uomini al centro del ponte, non si muoveva nessuno. La compagnia era girata verso il ponte, con lo sguardo impietrito e immobile. Le sentinelle rivolte verso la riva del fiume avrebbero potuto essere statue che adornavano il ponte. Il capitano stava a braccia conserte, in silenzio, e osservava l’opera dei suoi subordinati, senza fare alcun cenno. La morte è un dignitario che quando arriva dopo essere stato annunciato deve essere ricevuto con manifestazioni formali di ossequio, perfino da quelli che lo conoscono meglio. Nel codice dell’etichetta militare, il silenzio e l’immobilità sono forme di rispetto.

giovedì 14 agosto 2014

Il racconto del giovedì - William H. Hodgson, Middle Islet

William H. Hodgson
«Eccola lì», urlò il vecchio nostromo al mio amico Trevor, mentre il nostro battello girava lentamente attorno alla costa dell'isola di Nightingale.
Il vecchio puntò il fornelletto della sua pipa di radica scura verso una minuscola isoletta a tribordo.
«Eccola lì, signori», ripeté esitante, «Middle Islet! Attraccheremo nella baia fra un momento solo. Badate bene signori, io non posso affermare che la nave sia ancora lì, e se c'è ancora, beh, dovete convincervi che io non vidi nessuno, quando vi salii sopra la prima volta.»
Il vecchio si rimise la pipa in bocca, con aria truce, tirando boccate di fumo aromatico, mentre Trevor ed io scrutavamo attentamente l'isoletta con i cannocchiali.
Ci trovavamo nell'Atlantico del Sud. Alquanto in lontananza, verso nord, si poteva scorgere tra la nebbia e le tempeste, il tenebroso picco dell'Isola di Tristano, la più grande del gruppo delle Isole Da Cunha, mentre lungo l'orizzonte, verso ovest, a volte si riusciva a scorgere la sagoma caratteristica dell'Isola Inaccessibile.
Ma il panorama non ci interessava minimamente, ovvio.
Tutta la nostra attenzione era focalizzata su Middle Islet, al largo delle coste dell'Isola Nightingale.
Soffiava un debole venticello, e il nostro battello scivolava pigramente sopra le cupe acque.
Il mio amico era tormentato da una ridda di sentimenti contrastanti; andava a vedere se quella baia conservava ancora il relitto della nave che aveva imbarcato la sua donna.
Io, personalmente, oltre alla curiosità, provavo un senso di sgomento per le strane circostanze che ci avevano portato lì. Per più di sei mesi il mio amico aveva invano aspettato il ritorno del Felice Ritorno, la nave che per ironia della sorte trasportava la sua donna, diretta in Australia per motivi di salute.
Nessuno aveva saputo più niente di quella nave, e la ragazza era stata data per dispersa da tutti tranne che da noi. Trevor, quasi impazzito, spendendo parecchio, aveva inviato costose inserzioni a quasi tutti i più importanti giornali del mondo, e questo disperato tentativo aveva ben presto condotto da lui il vecchio nostromo che ora stava al suo fianco. Quell'uomo infatti, attirato dalla lauta ricompensa offerta, aveva risposto agli appelli, fornendo alcune informazioni sul relitto di una nave, senza alberi, che portava la scritta del Felice Ritorno sulla poppa e sulla prua, e che egli aveva intravisto durante il suo ultimo viaggio per mare, in una strana, piccola baia sul versante sud di Middle Islet.
Tutto questo non lasciava grandi speranze al mio amico, poiché il nostromo ci disse che era salito a bordo con una parte della sua ciurma, senza trovare assolutamente niente nella nave deserta.
Devo dire che questa versione non mi persuadeva granché, perché conosco il carattere profondamente superstizioso dei vecchi lupi di mare, e probabilmente quel relitto solitario aveva eccitato un poco la loro fosca fantasia, e quindi ...
Comunque, tra breve, avremmo potuto svelare il mistero. Il nostromo si lasciò sfuggire qualche parola di troppo, che andò a rinvigorire la mia tesi personale sull'argomento.
«Nessuno dei miei uomini volle trattenersi su quella nave. Tirava un'aria poco attraente. Era una nave troppo maledettamente ordinata e pulita per essere un vero relitto.»
«Cosa diavolo intendete dire?», chiesi con noncuranza.
«Beh, è difficile spiegarlo, sapete. Sembrava quasi che la ciurma di quella nave se ne fosse andata solo momentaneamente, in attesa di tornare da un momento all'altro. Ma capirete meglio quando vi salirete a bordo, pote-te contarci ...»
Sputò per terra disgustato, continuando a fumare la pipa.
Lo guardai fisso, incominciando a dubitare delle sue facoltà mentali. Poi guardai il mio amico Trevor, che non aveva udito il nostro discorso, troppo intento a scrutare con il cannocchiale l'isoletta per accorgersi d'altro.
Trevor si voltò verso il nostromo, tremando.

mercoledì 13 agosto 2014

Quanto costa un ebook? L'attacco di Amazon, le ragioni degli editori

Maria Teresa Carbone
Non contenta della sua lunga battaglia con Hachette, adesso Amazon parte all'attacco contro Disney, bloccando la vendita di alcuni fra i suoi titoli più appetitosi in dvd e blu-ray, tra cui Captain America. The Winter Soldier e Muppets Most Wanted. Secondo Ben Fritz e Greg Bensinger del Wall Street Journal, però, non si tratta solo di una questione di prezzi, come nel caso della contesa che oppone la società di Seattle al grande gruppo editoriale. Qui la posta in gioco comprenderebbe la promozione e il product placement sul sito di Amazon, ma per saperne di più, si dovrà vedere quali saranno le contromosse della Disney.
Bezos contro tutti, o quasi, comunque. Anche la contesa con Hachette, uno dei tormentoni di questa travagliata estate 2014, del resto, non accenna a estinguersi.  Un nuovo capitolo si è infatti aggiunto nelle ulime ore alla saga. Se è impossibile sapere quanti messaggi Michael Pietsch, amministratore delegato di Hachette, ha ricevuto dopo che l'altro giorno Amazon ha divulgato il suo indirizzo email, invitando i lettori a protestare per una politica di prezzi sugli ebook secondo Seattle irragionevole, quello che è certo è che a due giorni dalla provocazione della società di Bezos, Pietsch ha deciso di rispondere ai lettori, spiegando punto per punto le ragioni del suo gruppo editoriale
Dopo avere precisato che “oltre l'ottanta per cento degli ebook pubblicati da Hachette non costano più di 9 dollari e 99” (il prezzo che, secondo Amazon, dovrebbe rappresentare il tetto dei libri digitali) e che “quelli più cari costano meno della metà dei corrispondenti libri di carta”, Pietsch arriva al nodo della questione: è vero che gli ebook hanno prezzi industriali minori rispetto ai libri tradizionali (non ci sono le spese di carta, di stampa, di magazzino), ma è anche vero che “gli editori investono pesantemente in ogni libro, spesso per anni, prima di averne dei ricavi”.

sabato 9 agosto 2014

Il racconto della domenica - W. W. Jacobs, La zampa di scimmia

W. W. Jacobs
Fuori la notte era fredda e umida, ma nel salottino di Lakesman Ville le persiane erano chiuse e il fuoco ardeva allegro nel camino. Padre e figlio stavano giocando a scacchi, e il primo, il quale aveva a proposito del gioco idee che comportavano innovazioni radicali, metteva spesso il suo re in situazioni così inutilmente pericolose da suscitare persino i commenti della vecchia signora dai capelli bianchi che se ne stava seduta tranquillamente accanto al camino a lavorare a maglia.
- Senti il vento, - disse White, che, dopo essersi accorto troppo tardi di aver commesso un errore fatale, cercava di escogitare il sistema migliore perché il figlio non lo notasse.
- Lo sto ascoltando, - rispose il figlio, ma continuava a osservare con la massima attenzione la scacchiera, e allungò una mano. - Scacco.
- Credo proprio che non verrà questa sera, - brontolò il padre, una mano appoggiata sul bordo del tavolo.
- Scacco, - ripeté il figlio.
- Ecco il guaio di vivere fuori mano, - blaterò White, con improvvisa e imprevista violenza; - e, fra tutti i peggiori, i più infami posti fuori mano dove vivere questo è il peggiore. Il sentiero è un pantano e la strada è un torrente. Non so che cosa ne pensino gli altri. Probabilmente, dato che ci sono due case soltanto su questa strada, sono convinti che la cosa non conti più di tanto.
- Non preoccuparti, caro, - intervenne la moglie, conciliante; - forse 1a prossima volta vincerai.
White alzò la testa di scatto, appena in tempo per cogliere una occhiata di intesa fra madre e figlio. Le parole gli morirono sulle labbra, e egli nascose nella barbetta grigia un sorriso colpevole.
- Eccolo! - esclamò Herbert White, mentre il cancello sbatteva forte e un pesante scalpiccío si avvicinava alla porta.
II vecchio si alzò, desideroso di fare una buona accoglienza all'ospite, si affrettò verso la porta, e lo sentirono lamentarsi con il nuovo arrivato. Anche il nuovo arrivato si lamentava, ed allora la signora White fece: - Ssst, ssst! - e tossì adagio mentre il marito entrava nella stanza, seguito da un uomo alto e massiccio, dagli occhi piccoli e tondi e dal viso rubicondo.
- Sergente maggiore Morris, - disse il nuovo venuto, presentandosi.
II sergente maggiore strinse la mano ai presenti, accettò la poltrona che gli veniva offerta accanto al fuoco e assunse un'aria soddisfatta mentre il padrone di casa andava a prendere whisky e bicchieri e metteva sulla fiamma un piccolo bricco di rame.
Al terzo bicchiere i suoi occhi si fecero più lucidi ed egli cominciò a parlare; il piccolo circolo familiare guardava con interesse questo visitatore che arrivava da lontano mentre squadrava le larghe spalle nella poltrona e narrava di scene strane e di imprese epiche, di guerre e di pestilenze e di popolazioni curiose.
- Ventun anni di questa vita, - disse White, rivolgendosi alla moglie e al figlio. - Quando è partito era un ragazzino tutto pelle e ossa che lavorava nell'arsenale. E guardatelo un po' adesso.
- Sembra che non se la sia passata molto male, - osservò cortesemente la signora White.
- Anche a me piacerebbe andare in India, - disse White, - non fosse altro che per vedere come è fatto il mondo.
- State molto meglio qui dove siete, - fece il sergente maggiore, scuotendo la testa. E la scosse ancora dopo aver appoggiato al tavolo, con un sospiro, il bicchiere vuoto.
- Mi piacerebbe vedere quei vecchi templi, e i fachiri, e i giocolieri, - insistette il vecchio. - Che cosa avevate incominciato a raccontarmi l'altro giorno a proposito di una zampa di scimmia o simili, Morris?
- Niente, - si affrettò a rispondere il soldato. - O almeno, niente che valga la pena di ascoltare.
- Una zampa di scimmia? - chiese la signora White, incuriosita.
- Bene, è solo un esempio di quella che si potrebbe chiamare magia, forse, - disse il sergente maggiore, con aria disinvolta.
I tre ascoltatori si chinarono in avanti, più interessati che mai. Il visitatore si portò distrattamente alle labbra il bicchiere vuoto, poi tornò ad appoggiarlo sul tavolo. Il padrone di casa si affrettò a riempirglielo.
- A guardarla, - disse il sergente maggiore, frugandosi in tasca, - è una zampetta come tutte le altre, essiccata come una mummia.

giovedì 7 agosto 2014

Il racconto del giovedì - Roald Dahl, La scommessa

Roald Dahl
Erano ormai quasi le sei, così pensai d'offrirmi una birra e d'andare a stendermi su una delle sdraio ai bordi della piscina a godermi l'ultimo sole del pomeriggio.
Andai al bar, presi la birra, la portai via e attraversai il giardino diretto verso la piscina.
Era un bel giardino, con prati e aiuole di azalee e alte palme di cocco. Tra le cime di queste il vento soffiava for­te facendo frusciare e crepitare le foglie come se brucias­sero. Vedevo i grossi grappoli scuri di noci di cocco appe­si sotto quelle foglie.
Intorno alla piscina c'era un'infinità di sdraio insieme con tavolini bianchi e ombrelloni variopinti, sotto i quali erano sdraiati uomini e donne abbronzati e in costume da bagno. In acqua, nella piscina, c'erano tre-quattro ragazze e circa una dozzina di giovanotti, tutti a sguazzare e a far chiasso. Giocavano con una grossa palla di gomma.
Sostai un attimo a guardarli. Le ragazze erano inglesi, clienti dell'albergo, i giovanotti mi sembravano invece americani. Probabilmente erano cadetti di marina, dove­vano essere sbarcati dalla nave scuola americana che era arrivata in porto quella mattina.
Mi diressi verso un ombrellone giallo e presi posto su una di quattro sdraio libere. Mi versai la birra, quindi mi stesi in tutta comodità e accesi una sigaretta.
Fu davvero molto piacevole quella sosta lì all'ombra, con birra e sigaretta. E piacevole era lo spettacolo di quei giovani che sguazzavano nell'acqua verde della piscina.
Quei giovanotti americani andavano proprio d'accordo con le inglesine: erano arrivati ora al punto in cui si tuffa­vano sott'acqua e le tiravan giù per le gambe.
A un tratto scorsi un ometto anziano che avanzava a passo svelto lungo il bordo della piscina. Indossava un abito d'un bianco immacolato e camminava a passetti ra­pidi, saltellando un tantino e sollevandosi sulla punta dei piedi a ogni passo. In testa portava un panama color pan­na e procedeva a balzelloni lungo il bordo della piscina, gettando intanto occhiate alla gente sdraiata sulle sedie.
Mi si fermò davanti e sorrise, mostrando due file di denti piccoli e irregolari, leggermente anneriti. Sorrisi an­ch'io.
«Kiedo skusa, posso sedere qui?»
«Certamente», risposi. «Prego.»

domenica 3 agosto 2014

L'incipit (che non vorremmo mai leggere) della domenica - Michela Marzano, L'amore è tutto etc etc

Michela Marzano
Da bambina, l’amore lo sognavo. Passavo ore e ore a perdermi nelle pagine fitte di storie perfette, oppure a giocare con le bambole che vestivo da regine e principesse. Sognavo giorni senza crepe, come se l’armonia fosse possibile. Come se l’amore potesse riparare tutto.
La vita non poteva accontentarsi di litigi e di fratture. Doveva luccicare. Come l’acqua del mare in primavera.
Da ragazzina, sognavo di riscrivere la storia dei miei genitori. Un “e vissero per sempre felici e contenti” che cozzava inesorabilmente contro il grigio di quei giorni rigati dalla malinconia.
Ero certa che un giorno avrei incontrato un uomo capace di riparare tutto. E mi ostinavo. Non mi fermava nemmeno l’urto con il reale, quando ero costretta a tapparmi le orecchie per coprire le urla della casa.
Mi sentivo diversa. Diversa da mamma che aveva smesso di crederci. Diversa da papà che non ci aveva mai creduto. Diversa anche da mio fratello, che era come me, ma aveva deciso di chiudere porte e finestre buttando via tutto l’amore.
Ero convinta che a me non sarebbe successo.
Che bastava impegnarsi.
Che con la forza di volontà si poteva vincere qualunque ostacolo.
Anche quando la tristezza mi travolgeva e in pochi attimi ero sopraffatta dall’ansia.
Ansia di prestazione e di perfezione. Ansia di diventare subito grande. Ansia di non essere capace di meritare quell’amore gigantesco di cui, come tante altre adolescenti, riempivo le pagine del mio diario, prendendo in prestito frasi e parole dai romanzi e dalle raccolte di poesie che si accumulavano sul comodino.
Non cinquanta sfumature. Mille. Anzi un milione. Perché i colori pastello non bastano mai per raccontare la fatica che si deve fare per togliere dai suoi occhi quell’insopportabile tristezza.
«E poi chi lo dice che il principe azzurro non esiste?» urlavo a mio padre, che non riusciva proprio a capire cosa mi passasse per la testa. Cosa volevo dalla vita? Perché non mi accontentavo di quello che già avevo?
«Va bene, sono ridicola, e allora? A te che te ne importa?»
«Quando sarai grande mi darai ragione.»
Era sempre così che finiva. Come potevo contraddirlo? Che ne sapevo io del mondo dei grandi?
Era sempre così che finiva. Con quel dubbio che fosse lui ad avere ragione. Prima d’incaponirmi e ricominciare tutto da capo.
Oggi lo so, tante cose che mi sono successe sono la conseguenza più o meno inevitabile di quei pomeriggi passati a costruire reami di carta.
Quando credevo alla bacchetta magica e alla bella addormentata nel bosco.
E aspettavo solo il momento di svegliarmi tra le sue braccia, felice e contenta di quell’amore immacolato.
Se lui e lei si incontrano, come fa lui a non capire che la risposta a tutti i suoi perché è lì, immediatamente presente?
Oggi lo so che la vita, con le fiabe, non c’entra niente.
Che lui non può essere la risposta a tutto quello che non abbiamo avuto.
Che non c’è amore senza attesa e senza errori.
Che l’esistenza è piena di crepe.
Che non basta impegnarsi e fare il proprio dovere ...


* * * * * 

Postfazione di Alceste


Basterebbe poco. Una leggina.
Potrebbe chiamarsi Lex Cimina.
"Chiunque intraprenda la carriera di scrittore di libri (di libri cartacei) deve sottoporsi a un'ordalia ...".
Ordalia: un giudizio divino.
Si fa così: arriva il nuovo autore/autrice, col nuovo libro. Il funzionario preposto lo accoglie sobriamente, dietro un nudo tavolaccio di legno.
La cerimonia è brevissima.
Egli, con calma, solleva e appoggia una pistola a tamburo sul tavolo.
La benedice.
Esordisce, quindi, con voce scabra, dettata da un dovere iperuranio: "Questa è una Smith & Wesson 686 modello standard calibro 357. Caricatore a sei colpi. Solo una pallottola inserita". Fa girare il tamburo. Passa l'arma al candidato autore e scandisce il rituale: "Accetta?".
A questo punto si hanno due possibilità.
1. Il candidato rifiuta. Il rifiuto è necessariamente accompagnato da una liberatoria per cui l'autore/autrice s'impegna a non pubblicare neanche una riga in futuro (su carta, lo ripetiamo)
2. Il candidato accetta.
La seconda possibilità conduce a due possibilità ulteriori.
1. Il candidato si spappola la testa.
2. Il candidato la sfanga. In questo caso, solo in questo caso, egli ha diritto alla pubblicazione cartacea dei suoi presunti sforzi intellettuali/letterari.
Eventuali dubbi su tale procedura igienica (se Baricco fosse codardo non avremmo Seta e Oceano mare, quale perdita! ... se Vitali si fosse fatto saltare le cervella non avremmo Olive comprese ... quale lutto!) non tengono conto delle decine di migliaia di autori estromessi.
Pensiamoci bene.
Pensateci bene.
Ah che pace! che serenità! che aria sottile, pulita! che profumo di libertà!

Non chiudeteci la biblioteca! (Una lettera aperta da Bella, in provincia di Potenza)


Tra i temi che l'anno prossimo Monteverdelegge intende approfondire, ce n'è uno a cui teniamo in modo particolare: leggere a scuola. Cominciamo già ora con una lettera aperta che viene dalla bibliomediateca di Bella, in provincia di Potenza. Vi si descrive una esperienza molto positiva, che purtroppo rischia di finire. Se qualcuno dei nostri lettori, monteverdini e non, avrà voglia di commentare, non potremo che esserne contenti.
Il lunedì e il giovedì, dalle 10.00 alle 12.00, un gruppo di bambini e ragazzi attende davanti all’ingresso della biblioteca scolastica “A.Malanga” di Bella (PZ), la maestra Clementina Grieco che, anche nei mesi di giugno, luglio e agosto, offre gratuitamente il suo tempo per dare la possibilità ai ragazzi di leggere e consultare libri e riviste, effettuare il prestito, collegarsi ad internet e fare ricerche, ascoltare musica, mettersi in comunicazione via Skipe con i compagni che sono in vacanza al mare o in montagna.
Alcuni si siedono ai tavoli, mettono in ordine libri e quaderni e cominciano a fare i compiti per le vacanze. Lavorano insieme, si consultano, si aiutano, si confrontano. La maestra Clementina e il professor Mario Priore, responsabile della biblioteca, sono a disposizione per consigliare, aiutare, indirizzare.
E la biblioteca diviene luogo di lettura, di riflessione, di concentrazione. E i ragazzi assaporano la lentezza dell’approfondimento, la bellezza della cura senza approssimazione.
Dopo un poco arrivano i lettori incalliti. Hanno bisogno di altri libri in prestito perché quelli che hanno preso la settimana scorsa li hanno divorati. Sono ragazzi di diverse fasce d’età, spesso accompagnati da genitori e nonni, alla ricerca di nuove proposte di lettura per la settimana successiva. Si discute sui libri letti, sulle preferenze accordate ai diversi protagonisti. Qualcuno porta i propri libri personali da scambiare con altri, perché spesso capita, con i divoratori di libri, che la biblioteca esaurisca le novità. E la lettura diventa per loro compagna di vita.
Quando chiedi perché vengono in biblioteca ti rispondono che gli ambienti sono curati e gradevoli, che c’è tanto spazio, che gli arredi sono belli e colorati e che dentro quello spazio grande, ma raccolto, ci trovano l’atmosfera giusta per lavorare e per concentrarsi. Raccontano che amano cercare, sfogliare, prendere i libri che sono a portata delle loro mani e non chiusi a chiave in scaffali irraggiungibili. I più piccoli vogliono sedersi sul grande tappeto con i cuscini e ascoltare le storie, ma anche leggerle da soli seduti o sdraiati. E poi c’è internet, con i computer e qualche ipad a disposizione per navigare e soddisfare curiosità e voglia di informarsi.
È questa la bibliomediateca scolastica dell’I.C. di Bella, luogo di vita e di cultura.
È la biblioteca delle 5 edizioni del Premio Nazionale di Letteratura per ragazzi, dei 7 Tornei di lettura tra 15 scuole in rete, dei moltissimi autori e illustratori che incontrano ogni anno migliaia di ragazzi con i loro familiari, i docenti, le diverse comunità.
È la biblioteca delle oltre 10000 presenze all’anno, il cuore della scuola, il riferimento principale di alunni e docenti che leggono, imparano insieme come si fa ricerca, come si documentano le attività didattiche, come si producono booktrailers e cortometraggi a partire dai libri letti. È la biblioteca dei laboratori di scrittura e illustrazione.
È la biblioteca portata ad esempio di buona pratica nel recente Forum del libro di Bari, fatta oggetto di attenzione da Ilaria Sotis nella trasmissione La radio ne parla su Radiouno; la biblioteca che sa coniugare libro e tecnologie, come ha testimoniato Antonella Agnoli su Radio Vaticana in una puntata di Punto e a capo.
Anche la biblioteca scolastica di Bella vive dal mese di aprile 2014 un periodo molto difficile. E’ sempre più difficile tenerla aperta perché le due addette alle pulizie, che nel tempo si sono formate in diversi corsi di aggiornamento e hanno imparato a catalogare i libri, a gestire il catalogo on line, il prestito e il supporto tecnico per alunni e docenti, sono personale ex LSU, lavoratori precari nelle scuole da almeno 10 anni, che assicurano non più 36 ore a settimana di lavoro, ma solo 7. Già, poco più di un’ora al giorno, perché la ditta che è subentrata con un appalto Consip ha offerto un ribasso del 60%, riducendo le ore di lavoro del personale che, nel frattempo, viene impiegato in altre scuole per imbiancare le aule.
Da aprile in cassa integrazione forzata (con fondi regionali) e nei mesi di luglio e agosto a pitturare scuole.
È proprio cosi, purtroppo. E da settembre sarà ancora peggio, perché la nostra è una scuola a tempo pieno e deve assicurare prioritariamente il servizio di pulizia e vigilanza.
Ma oggi si preferisce un improvvisato imbianchino ad una biblioteca aperta e funzionante!
Privacy Policy