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lunedì 28 aprile 2014

I cinema perduti di Roma / 1: le prime visioni nel marzo 1976



I cinema romani (di prima visione) in un giorno qualunque del 1976: il 4 marzo per l'esattezza. Ecco la programmazione, con indirizzo e costo del biglietto.
Ognuno riconosca i suoi caduti ... Airone, Astor, Roxy, Smeraldo ... 

Adriano, Piazza Cavour 22 (Prati)

L. 2000
Roma a mano armata

Airone, Via Lidia 44 (Appio Latino)
L. 1500
Rapporto al capo della polizia

Alfieri, Via Repetti (Casilino)
L. 1000
Roma drogata la polizia non può intervenire

Ambassade, Via Accademia degli Agiati 57 (Ardeatino)
Lire 1800
Un gioco estremamente pericoloso

America, via Natale Del Grande 5
Tel. 581.61.68
L. 1600
Roma drogata la polizia non può intervenire

Antares, Viale Adriatico 15 (Monte Sacro)
L. 1000
La supplente

Appio, Via Appia Nuova 56 (Appio)
L. 1200
Attenti al buffone!

Ariston, Via Cicerone 19 (Prati)
L. 2000
Colpita da improvviso benessere

Arlecchino, Via Flaminia 27 (Flaminio)
L. 2000
La nuora giovane

Astor, Via Baldo degli Ubaldi 134 (Aurelio)
L. 1500
Marlow il poliziotto privato

martedì 21 maggio 2013

La salvezza di una farfalla


Raethia Corsini

Si è conclusa da qualche giorno l’iniziativa Festa del Cinema promossa e sostenuta in tutta Italia dai produttori e distributori dell’ANICA e dalle associazioni delle sale cinematografiche. L’idea, mutuata dalla Fête du Cinema che si svolge in Francia da ormai 28 edizioni, è un invito a frequentare il grande schermo a prezzi ridotti, per vedere anche pellicole destinate a uscire velocemente dal circuito perché poco commerciali. È una di quelle iniziative che io cerco di non perdere mai, perché generalmente nel calderone dell’offerta più di una stupisce per innovazione, idea, talenti.
A me, quest’anno, è capitato con Bellas Mariposas scritto e diretto da Salvatore Mereu  e tratto dal libro omonimo di Sergio Atzeni (Sellerio Editore), da molti ritenuto iniziatore della nouvelle vague letteraria sarda. Attrici non professioniste alle prese per la prima volta con la telecamera; una mano registica determinata a raccontare, senza veli e ricercatezze estetizzanti, una realtà drammatica. E lo fa con cura e delicatezza anche quando c'è il rischio di cadere nella pruderie. Sullo sfondo – determinante - la periferia più infima di una Sardegna che non siamo abituati a immaginare. 

giovedì 16 maggio 2013

Godard innamorato in "Un anno cruciale"

Ti racconto un libro:
Anne Wiazemsky, Un anno cruciale, Edizioni e/o, traduzione di Silvia Manfredo, pp. 204, euro 17,50

Roberto Liberatori
Il libro racconta una storia vera. Quella dell'incontro e l'amore tra la protagonista, Anne Wiazemsky e il cineasta Jean Luc Godard. Sullo sfondo, un'epoca che sta cambiando con i primi movimenti studenteschi che porteranno alla contestazione degli anni successivi. Lei ha solo 19 anni, appartiene ad una famiglia dell'agiata borghesia parigina, lui invece è uno dei cineasti più celebri della Nouvelle Vague, già in quell'"anno cruciale" 1966 famoso e discusso. Il loro è un amore corrisposto e immediato. Nella storia ci sono poche di quelle resistenze che caratterizzano i primi momenti di un rapporto: la paura della perdita della libertà di Anne, un pizzico di possessività di Jean Luc. Gli unici ostacoli sono quelli che frappone la famiglia di lei, soprattutto la mamma Claire, che non vede di buon occhio il rapporto. Anche il nonno di Anne, il premio Nobel François Mauriac, ha delle resistenze, dovute alle chiacchiere del loro ambiente. Gli unici dalla parte di Anne sono il fratello Pierre e lo zio Claude Mauriac, entrambi affascinati dalla figura del cineasta. Ed è proprio il fascino di Godard,  che traspare dal racconto di Anne, che sorprende. Chi lo conosce per la sua prolifica attività, per gli scritti sui Cahiers, per le polemiche seguite ai suoi film, rimarrà colpito dalla figura di questo giovane uomo innamorato e devoto. E proverà, ne sono sicuro, il desiderio di approfondire o recuperare la sua filmografia. Nel libro compaiono personaggi celebri del '900, alcuni veri e propri miti: François Truffaut, Jeanne Moreau,  il filosofo Francis Jeanson, Robert Bresson...tutti appaiono nel libro della Wiazemsky in punta di piedi. Il merito del libro sta in fatti in una narrazione dei fatti senza enfasi: Anne racconta il suo anno cruciale, quello in cui troverà se stessa e diventerà donna, con la freschezza e lo stupore della diciannovenne di allora.

giovedì 28 marzo 2013

mvl Cinema, "Il figlio dell'altra"

Patrizia Vincenzoni
Il figlio dell'altra della regista ebrea-francese Lorraine Levy  è un film che si occupa del conflitto israelo-palestinese da una angolatura minimalista rispetto all'enormità dello stesso, taglio questo che permette alla narrazione  di affrontare alcune problematiche socio-politiche e di indicare, attraverso le difficili esperienze reali e quotidiane dei singoli, possibili risoluzioni. Grazie all'equilibrio della scrittura e dello sguardo della regista, lo spettatore è aiutato a distanziarsi, a non prendere posizione a favore di un contesto umano e politico piuttosto che dell'altro.
Lo scambio di neonati che avviene nella concitazione determinata da un'incursione aerea, è l'errore possibile nell'emergenza del momento, ma si può anche leggere come ricerca di una possibile trasformazione in opportunità di un evento drammatico che riguarda l' espropriazione di se stessi e delle proprie funzioni generative riassunte dal nascente. Il film racconta con grazia, senza mai scivolare nella retorica, il vuoto di senso e di identità che si apre nelle due famiglie e  nei due ragazzi, oggetto dello scambio, quando vengono a conoscenza del fatto in occasione della chiamata alle armi del ragazzo cresciuto nella famiglia ebrea. Le  due madri, i cui sguardi profondi ci comunicano con intensità dolorosa  il ritrovamento del figlio biologico e nello stesso tempo la possibile perdita dell'altro che si è  cresciuto come proprio, ci conducono nel percorso di accoglienza e trasformazione del dolore, anche di quello  afono e tenace degli uomini, dei padri, che vedono nel possibile ricongiungimento un  precipitare delle esili certezze, dei  luoghi comuni che hanno come sempre la funzione di produrre incomprensione e separatezza.
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