sabato 4 aprile 2015

Gioachino Belli, Ecchesce a Ppasqua


Ecchesce a Ppasqua. Ggià lo vedi, Nino:
la tavola è infiorata sana sana
d’erba-santa-maria, menta romana,
sarvia, perza, vïole e ttrosmarino.
        
Ggià ssò ppronti dall’antra sittimana
diesci fiaschetti e un bon baril de vino.
Ggià ppe ggrazzia de Ddio fuma er cammino
pe ccelebbrà sta festa a la cristiana.
              
Cristo è risusscitato: alegramente!
In sta ggiornata nun z’abbadi a spesa
e nun ze penzi a gguai un accidente.

Brodetto, ova, salame, zuppa ingresa,
carciofoli, granelli e ’r rimanente,
tutto a la grolia de la Santa Cchiesa.

venerdì 3 aprile 2015

Crocifissione


Hayden Carruth 
Capisci che i colori sul fianco della collina si sono scoloriti
abbiamo il grigio e marrone e lavanda dell’autunno avanzato,
i meli e i peri hanno perso le foglie, la nebbia
di Novembre sta spesso con noi, specie nel pomeriggio
e verso sera, come se fosse oggi quando me ne stavo seduto a fissare
a lungo nel frutteto nel modo in cui lo faccio adesso,
pensando a come morii l’inverno scorso e fui riportato in vita.
E vi dico che là vidi una croce con un uomo inchiodato
sopra, argentato nella nebbia, e gli dissi: “ Tu sei
il Cristo?” E deve avermi sentito, perché nella sua
agonia, piegato com’era, annuì affermativamente,
su e giù, una e due volte. E un po’ più in là
vidi un’altra croce con un altro uomo inchiodato sopra,
che si piegava e annuiva, e un altro e un altro ancora,
schiere e divisioni di croci sparpagliate come esauste
legioni in salita tra gli alberi brumosi, ogni croce
con una figura argentata, piegata, nuda che si contorceva e
annuiva inchiodata sopra, e alcune di loro erano donne.
La collina era piena di crocifissioni. Non dovrei
raccontarvelo? È eccessivo? Ma io so qualcosa
sulla morte, ora, so quanto sia silenziosa, silenziosa perfino
quando il dolore urla e grida. E stasera
è molto silenziosa e molto scura. Quando guardai non vidi
nulla là fuori, solo la mia testa riflessa che annuiva
un po’ sul vetro della finestra. Era come se il Cristo
avesse annuito rivolto a me, a tutta quella gente
sul fianco della collina, e dopo un po’ annui di rimando.
traduzione di Fiorenza Mormile

giovedì 2 aprile 2015

Maya Angelou, E io mi solleverò ancora ...

Maya Angelou (Marguerite Ann Johnson, 1928-2014), ricordata con un elogio funebre anche da Barack Obama, è una poetessa africana nata nel territorio del Missouri, Stati Uniti.
La poesia in originale è: Still I rise; piuttosto difficile tradurre con fedeltà il termine 'rise': nel verbo convivono il levarsi (quale affrancazione da anni di schiavitù e servaggio morale e intellettuale), il sollevarsi (come ribellione) e il risorgere (come popolo antico dalle proprie radici).
Angelou è consapevole di appartenere al vasto oceano dei neri d'America: come un San Cristoforo si fa, quindi, portatrice del dolore e della tradizione perduta per approdare finalmente all'altra riva: quella limpida e meravigliosa della libertà.
La poesia, tuttavia, è oltremodo interessante poiché non si limita al lamento contro i padroni che mentono e deformano la storia degli africani. No: essa mette in rilievo, con divertente sincerità, anche il divario spicciamente comportamentale fra le due razze: un certo modo di vivere e imporsi che i bianchi interpretano come strafottenza, neghittosità e leggerezza ("cammino come avessi pozzi di petrolio/che pompano nel mio soggiorno" oppure "me la rido come avessi miniere d'oro/scavate dietro al mio giardino") in opposizione alla responsabilità e al dovere calvinista; per tacere dello scandalo della sensualità ("[ballo] come se avessi diamanti/proprio lì, nel mezzo delle cosce") - lo scandalo assoluto, assieme alla musica del diavolo (jazz e blues), della fisicità negra.
Di Maya Angelou è stato tradotto poco (qualcosa fra 1994 e 1999): è, perciò, di fatto, sconosciuta in Italia.
Sarebbe il caso di rimediare.

Tu puoi sminuire la mia storia
con le tue sgradevoli, contorte bugie;
puoi spingermi giù nella feccia
ma io come la polvere, ancora, mi solleverò

La mia insolenza ti sconvolge?
E perché ti assale la malinconia?
Perché cammino come avessi pozzi di petrolio
che pompano nel mio soggiorno.

Proprio come le lune e come i soli,
con la certezza delle maree,
proprio come le speranze che alte balzano,
di nuovo io mi solleverò

Volevi vedermi in rovina?
La testa e gli occhi abbassati?
Con le spalle giù come lacrime,
indebolita dai pianti e dal dolore?

La mia superbia ti offende?
Su, non prendertela a male
se me la rido come avessi miniere d’oro
scavate dietro al mio giardino.

Sparami con le tue parole,
tagliami con gli occhi,
ammazzami col tuo odio
ma, di nuovo, come l'aria, mi solleverò.
La mia sensualità ti disturba?
Ti sorprende davvero
che balli come se avessi diamanti
proprio lì, nel mezzo delle cosce?

Dalle baracche, dalla vergogna della storia
io mi sollevo
da un passato radicato nel dolore
io mi sollevo
sono un oceano, vasto, impetuoso,
che monta e s’ingrossa, la corrente sostengo
e dietro mi lascio notti di terrore e di paura
io mi sollevo
verso un nuovo giorno limpido e meraviglioso
io mi sollevo
e i doni reco che gli antenati mi diedero
sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Io mi sollevo
mi sollevo
ancora
e ancora


mercoledì 1 aprile 2015

Una sera a casa Donzelli (la prima volta in una casa editrice)

Carmine Donzelli da Plautilla

Fabio Angelini
Scrivo alla mia amica Barbara. Sai, ho ricevuto un invito molto particolare e vorrei che tu venissi con me: si tratta della festa di un editore, Donzelli, non possiamo mancare.
18 dicembre, la prima volta in una casa editrice.

Impatto difficile, ambiente formale, vestiti rigidi, lineamenti seri, però aria festosa, tante persone, bicchieri che tintinnano: possiamo ambientarci penso io sottovoce.

Poi gli scaffali, sovraffollati di libri, ci somministrano un caldo abbraccio, ed ad un certo punto scoviamo anche un romanzo giovanile della nostra amica Igiaba Scego.

Certo avrei potuto essere più coraggioso, presentarmi alla traduttrice dei Tre moschettieri di Dumas, (fresco di stampa) e soprattutto approfittare della ghiotta occasione "per stringere amicizia" con Marino Sinibaldi; in merito però devo confessare che la mia impagabile amica Barbara, mi aveva palesemente manifestato una scarsa saldezza di gambe, neanche ci fossimo trovati improvvisamente di fronte Simon le Bon dei Duran Duran o Tony Hadley degli Spandau Ballet.
Stuzzichini gustosi da aperitivo,  brandelli di conversazione, perché quel libro non è ancora uscito, quei diritti d'autore scaduti, io e Barbara, come due naufraghi ci scambiamo sguardi smarriti. Alla fine però, continuando imperterriti a setacciare gli scaffali Donzelli, sfogliamo oltre alle mirabili Saggine, una magnifica edizione delle favole del Pitre'. Quei quattro volumi hanno cominciato a popolare i miei sogni, travestiti da ineffabili sirene ammaliatrici.

martedì 31 marzo 2015

Georg Heym, poeta di Berlino e della metropoli moderna

Georg Heym (1887-1912) è, probabilmente, uno dei maggiori poeti tedeschi del Novecento; sicuramente sconosciuto ai più.
La sua tragica morte, avvenuta ad appena venticinque anni (fu inghiottito dalle acque ghiacciate dell'Havel), avrebbe dovuto congiurare a un suo romantico ripescaggio letterario, ma, a parte un fuoco d'interesse innescato dalla traduzione Einaudi di Paolo Chiarini nei primi anni Ottanta, il suo nome sembra dimenticato.
Solo un breve, seppur meritorio, florilegio delle liriche, ha recentemente rotto il silenzio (Ci invitarono dai cortili, 2011, a cura di Claudia Ciardi).
Heym fu cantore di Berlino, e della moderna metropoli, caotica, mefitica e labirintica - una Lulu capace di irretire l'individuo tramite accorte malie, e di perderlo colla sua sfrontata inumanità.
Il retaggio culturale di Heym è, latamente, quello comune all'espressionismo di area germanica; Benn, Stramm, Ewers, Kubin, Meyrink, Wedekind; Heckel e Kirchner nella pittura; e Rye, Wegener, Wiene, nel cinema. Il simbolismo, le deformazioni prospettiche, il senso del fantastico e del demoniaco, certe intuizioni necrofile, sono parte di quel mondo d'inizio Novecento, d'ambientazione metropolitana, in cui si avvertivano, al contempo, il fascino del progresso industriale e tecnico e il disagio della liquidazione del vecchio ordine.
Heinrich Kley, Metropoli
L'epoca della macchina e della massa sostituiva irresistibile l'antico pantheon; gli artisti, e i poeti, avvertirono oscuramente tale potente irruzione che donava sì nuovi miracoli, ma esigeva, in cambio, sacrifici dapprima sconosciuti (Nelle tempeste d'acciaio di Junger descrive lucidamente tali immani ecatombi lungo il fronte della Grande Guerra).
Se stilisticamente Georg Heym è profondamente consono alle voci tedesche a lui coeve, ideologicamente egli trova compagni inaspettati nel mondo angloamericano, teatro del capitalismo più avanzato. Le descrizioni di Londra, di Arthur Machen, Stevenson e Edgar Allan Poe (L'uomo della folla) o quelle di New York, a opera di H. P. Lovecraft, sono resoconti assolutamente infernali, laddove la città, rigurgitante e tentacolare, si anima come un golem maligno, sotto la sferza di una nuova deità, crudele e meccanica - quella della modernità e dell'indifferenza.

Il dio della città

Sopra un blocco di case sta seduto,
gli cingono la fronte i venti neri,
e guarda irato ove laggiù, sperduti,
si confondono gli ultimi quartieri.

Accende il rosso ventre, a Baal, la sera,
e le grandi città stanno in ginocchi
a lui d'intorno. Innumeri rintocchi
salgon dalla marea di torri nera.

Danza di coribanti per le strade
rimbomba il ritmo della folla. Denso 
di ciminiere e fabbriche a lui sale
il fumo, come nuvola d'incenso.

Sulle sue sopracciglia il tempo abbuia.
nella notte sprofonda ormai la sera.
Intorno alla sua chioma, irta di furia,
come avvoltoio rotea la bufera.

Nel buio tende il pugno suo massiccio.
Lo scuote. Un mar di fuoco avvampa intorno
per una via, crepita il fumo arsiccio
e la divora, finché spunta il giorno.

Berlino VIII 

Le ciminiere stan sull’alto sfondo 
della luce invernale, ne portano il gran peso: 
fosca reggia d’un cielo che s’abbuia. 
Ma l’orlo suo, giù, brucia – soglia d’oro. 

Lontano tra spogliati alberi, case 
e steccati e depositi, là, dove la metropoli s’appiana, 
su rotaie di ghiaccio avanza a stento 
un treno merci e lento poi scompare. 

E di poveri spunta un cimitero, pietra su pietra, nero, 
scrutano i morti da quel loro buco 
la fiammeggiante sera. Di vino forte ha il gusto. 

Le spalle al muro, siedono tessendo, 
berretti di fuliggine sopra le tempie ossute, 
la Marsigliese cantano, l’antico inno di lotta. 

Berlino I

Seduti sopra l’erto e polveroso
argine della strada, contempliamo
la calca innumerevole e confusa
e, nella sera, la città lontana.

Le vetture dei tram imbandierate 
s’aprono colme un varco tra la folla. 
Fendon gli omnibus carichi le strade. 
Suonar di clackson, fumo e automobili. 

Verso l’immenso mare di cemento. 
Ma ad ovest si disegna fusto a fusto 
la filigrana delle chiome spoglie.

Il sole pende enorme all'orizzonte
fiamme saetta l'arco della sera.
E il sogno della luce, alto, su tutto.

* * * * * 

Il dio della città e Berlino I sono tradotte da Paolo Chiarini.
Berlino VIII da Antonio Caponnetto.

lunedì 30 marzo 2015

MVL teatro: A Roma torna Il ritorno a casa di Pinter-Stein


Maria Cristina Reggio
Le tragedie di Harold Pinter si compiono sul palco con apparente naturalezza, di fronte agli sguardi sorpresi  e divertiti, ma al tempo stesso inorriditi di chi vi assiste  e anche in Il Ritorno a casa, un testo del 1964,  in scena al Vascello con la regia di Peter Stein  la platea risponde alle battute a raffica degli attori con un inseguirsi di sorrisi trattenuti  e scoppi increduli di risate sofferte, consapevole che in questa pièce si ha  ben poco a che fare con il teatro comico. Si ride per l'eccesso di crudeltà che straripa  dai personaggi e perché, ridendo,  si assume, più o meno consapevolmente, il punto di vista del crudele, pur di sfuggire dal ruolo della  vittima. Il ritorno a casa è infatti  uno straordinario affresco sullo scambio,  in una famiglia, dei ruoli di vittima e carnefice, in cui una donna, moglie di un professore di filosofia, sceglie di restare, dopo una breve visita compiuta con il marito ai famigliari di lui,  fratelli maschi e padre compreso, proprio in quella casa.  L'apparentemente fragile giovane donna, sempre vestita con un elisabettiano cappottino celeste e borsetta, (che abbandona per un sexy quanto monacale tubino nero), si rivela, nell'incedere del tempo scenico,  la dominatrice di fronte alla quale tutti i maschi (tranne il marito) infine si prostrano e che decide di vivere in quella situazione piuttosto che altrove, come se questa fosse l'unica scelta di una  convivenza possibile. L'attacco di Pinter alla famiglia è violento quanto lo sono, in modo diverso, tutti i suoi personaggi e senz'altro la sua interpretazione simbolica del nucleo piccolo borghese sconcerta, ma viene anche da chiedersi oggi, nell'epoca delle famiglie allargate fino allo sfascio, e delle violenze esibite nei reality planetari, quanto quel quadretto che ritrae il vecchio padre e i figli, tutti avviluppati intorno alla donna-madre-vittima e regina della casa non resti,  per gli spettatori, soprattutto un perturbante quanto oscuro oggetto del desiderio.

sabato 28 marzo 2015

La poesia della domenica - Gioachino Belli, Il marchesino Eufemio

William Hogarth, Il risveglio
L'esame di un perfetto somaro, un nobile, che si risolve, ovviamente, con un successo. Ciò che avviene oggi, pressappoco, ma senza il blu del sangue. La stolida asineria passa agevole dall'aristocrazia alla borghesia. Già un altro atrabiliare, Gadda, descriveva così altri giovani imbecilli:

"Idioti dentro la capa più che se la fosse fatta di un tubero, infanti una pur che fosse favella: dopo dodici generazioni di granoturco e di migragna dai piedi verdi venuti fuori anche loro dall’Arca bastarda delle generazioni, a cercar di barbugliare una qualche loro millanteria tirchia nel foro: lo sbilenco foro di Pastrufazio! venuti giù, giù, dai formaggini fetenti del Monte Viejo alle più trombose bocciature dell’Uguirre, muti e acefali in castigliano, sordi al latino, reprobi al greco, inetti alle istorie, col cervello sotto zero in geometria e in aritmetica, non sufficienti nel tiralinee, perfino con la geografia erano insufficienti! bisognava sfiatarsi per delle settimane, degli anni, a fargli capire che cos’è una carta del vittorioso Maradagàl! e come si fa a far le carte: e ancora ancora non ce la facevano, poveri tesori! Eppure venivano giù come un olio al loro imbandierato varo, varati finalmente nel sciocchezzaio con tutti gli onori e i carismi: carene insevate da stupidità. Più insulsi erano, e più felice e liscio gli andava sottoculo lo scivolo, giù, giù ...".

Ma sì, va tutto bene agl'ignoranti. Ignoranti, ignorantissimi. Meno sanno, più si innalzano. Siamo in Italia, certo, ma non è colpa della nazione dei somari. Non solo almeno: è proprio lo Spirito dei Tempi (Zeitgeist) a imporci gli Eufemii del ventunesimo secolo.

A dì trenta settembre il marchesino,
d'alto ingegno perché d'alto lignaggio,
die' nel castello avito  il suo gran saggio:
di toscan, di francese e di latino.

Ritto all'ombra feudal d'un baldacchino 
con voce ferma e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrìvonsi con due g come cuggino.

Quindi, passando al gallico idioma,
fe' noto che jambon vuoI dir prosciutto,
e Rome è una città simile a Roma.

E finalmente il marchesino Eufemio, 
latinizzando esercito distrutto, 
disse exercitus lardi, ed ebbe il premio!
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