Maria Cristina Reggio
Le tragedie di Harold Pinter si compiono sul palco con
apparente naturalezza, di fronte agli sguardi sorpresi e divertiti, ma al tempo stesso inorriditi di
chi vi assiste e anche in Il Ritorno a casa, un testo del 1964, in scena al Vascello con la regia di Peter
Stein la platea risponde alle battute a raffica
degli attori con un inseguirsi di sorrisi trattenuti e scoppi increduli di risate sofferte,
consapevole che in questa pièce si ha ben poco a che fare con il teatro comico. Si
ride per l'eccesso di crudeltà che straripa
dai personaggi e perché, ridendo,
si assume, più o meno consapevolmente, il punto di vista del crudele, pur
di sfuggire dal ruolo della vittima. Il ritorno a casa è infatti uno straordinario affresco sullo
scambio, in una famiglia, dei ruoli di
vittima e carnefice, in cui una donna, moglie di un professore di filosofia,
sceglie di restare, dopo una breve visita compiuta con il marito ai famigliari
di lui, fratelli maschi e padre
compreso, proprio in quella casa. L'apparentemente fragile giovane donna, sempre
vestita con un elisabettiano cappottino celeste e borsetta, (che abbandona per
un sexy quanto monacale tubino nero), si rivela, nell'incedere del tempo scenico, la dominatrice di fronte alla quale tutti i
maschi (tranne il marito) infine si prostrano e che decide di vivere in quella
situazione piuttosto che altrove, come se questa fosse l'unica scelta di una convivenza possibile. L'attacco di Pinter
alla famiglia è violento quanto lo sono, in modo diverso, tutti i suoi
personaggi e senz'altro la sua interpretazione simbolica del nucleo piccolo
borghese sconcerta, ma viene anche da chiedersi oggi, nell'epoca delle famiglie
allargate fino allo sfascio, e delle violenze esibite nei reality planetari,
quanto quel quadretto che ritrae il vecchio padre e i figli, tutti avviluppati
intorno alla donna-madre-vittima e regina della casa non resti, per gli spettatori, soprattutto un
perturbante quanto oscuro oggetto del desiderio.
