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venerdì 21 febbraio 2014
mercoledì 1 gennaio 2014
Pablo Neruda, Il primo giorno dell'anno
Il primo giorno dell’anno
Lo distinguiamo dagli altri
come
se fosse
un cavallino
diverso da tutti
i cavalli.
Gli adorniamo
la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore
che scende da una stella.
La terra accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.
Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.
martedì 24 settembre 2013
Pablo Neruda, ode all'Italia (e alla propria donna e all'odore della legna)
![]() |
| Michael Radford, Il postino |
Pochi giorni dopo il golpe che l'11 settembre 1973 rovesciò in Cile il governo di Salvador Allende e segnò l'inizio della lunga dittatura militare di Augusto Pinochet, moriva a Santiago il più celebre poeta cileno della seconda metà del Novecento, Pablo Neruda. A quarant'anni di distanza, lo ricordiamo, mettendo in luce soprattutto i suoi fortissimi legami con l'Italia.
G. Luca Chiovelli
Pablo Neruda (Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto, Parral, 12 luglio 1904 - Santiago del Cile, 23 settembre 1973)
G. Luca Chiovelli
Pablo Neruda (Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto, Parral, 12 luglio 1904 - Santiago del Cile, 23 settembre 1973)
Così scriveva Neruda in
uno stralcio dell'autobiografia Confesso
che ho vissuto:
“La
terra d'Italia conserva le voci dei suoi antichi poeti nelle sue purissime
viscere. Nel calpestare il suolo delle campagne, nell'attraversare i parchi
dove l'acqua scintilla, nel solcare le sabbie del suo piccolo oceano azzurro,
mi sembrò di calpestare diamantine sostanze, cristalli segreti, tutto lo
splendore conservato dai secoli. L'Italia ha dato forma, suono, grazia e impeto
alla poesia dell'Europa; la trasse dalla sua prima forma informe, dalla sua
rozzezza vestita di panno e armatura. La luce dell'Italia ha trasformato le
vesti a brandelli dei giullari e le corazze di ferro delle canzoni di gesta in
un fiume in piena di scintillanti diamanti.
Ai
nostri occhi di poeti arrivati da poco alla cultura, venuti da paesi in cui le
antologie cominciano con i poeti del 1880, faceva impressione vedere nelle
antologie italiane la data del 1230, o del 1310, o del 1450, e fra queste date
le terzine abbaglianti, l'appassionata bellezza, la preziosità e la profondità
degli Alighieri, dei Cavalcanti, dei Petrarca, dei Poliziano.
Questi
nomi e questi uomini prestarono luce fiorentina al nostro dolce e poderoso
Garcilaso della Vega, al benigno Boscán, illuminarono Góngora e tinsero con il
loro dardo di ombra la malinconia di Quevedo, modellarono i sonetti di William
Shakespeare d'Inghilterra e accesero le essenze di Francia facendo fiorire le
rose di Ronsard e Du Bellay.
Nascere
nelle terre d'Italia è difficile impresa per un poeta, impresa stellata che
comporta fare proprio un firmamento di splendenti eredità”.
Neruda e l'Italia. Un
legame non secondario. L'edizione de I cento
sonetti d'amore, pubblicata a Buenos Aires nel 1960, fu corredata da
quattro tavole che riproducevano altrettanti capolavori pittorici, di cui tre
italiani: la Venere addormentata di
Giorgione, Marte e Venere del
Veronese, Susanna al bagno di
Tintoretto.
Ecco
un sonetto fra i cento, quello che mi piace di più:
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