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domenica 14 settembre 2014

Parole come frutti rinvenuti sui rami

Qualche giorno fa è mancata Jacqueline Risset: poetessa, saggista, traduttrice, tra le figure centrali nella vita cuturale italiana e francese della seconda parte del Novecento. Tra le sue imprese maggiori, la traduzione della Divina Commedia per Flammarion. E proprio con un suo testo sulla traduzione della poesia uscito nel 2011 sulla rivista della Bibiothèque Nationale e poi in italiano, il 3 maggio 2012, sul "Manifesto", la vogliamo ricordare. (E' questo oltre tutto un tema molto caro a Monteverdelegge, il cui Laboratorio di traduzione poetica, curato da Fiorenza Mormile, sta per riprendere i suoi incontri).

Jacqueline Risset

La poesia compensa la dispersione di Babele e l’incompletezza delle lingue. È la sola a detenere, come dicono i semiotici, «l’infinità del codice». L’atto poetico consiste, si sa, nel legare indissolubilmente il suono e il senso – è il mezzo trovato dai poeti per rimediare all’arbitrarietà della lingua. Grazie alla poesia si ritrova il sentimento di abitare davvero la lingua.
Ma per questo stesso motivo, poiché la poesia è poesia, essa in certo modo rende la traduzione strana o piuttosto impossibile. E in effetti cosa ha a che fare qui la traduzione? È in una maniera del tutto costante e consapevole che i poeti annodano ben stretto quello che introducono e  tengono insieme nel testo poetico. Messaggio essenziale è ogni volta il legame, l’indissolubile, il microcosmo. Il ritmo, il metro, il gioco delle rime e delle assonanze impediscono la fuga a ognuno degli elementi impegnati nell’impresa.
Eppure esiste un desiderio di tradurre. L’emozione alla lettura di una poesia in una lingua straniera, cioè
dotata dell’evidenza musicale che assumono le parole trattate dal poeta in un altro idioma, suscita in un poeta o in un lettore amante della poesia – proprio come un paesaggio sconosciuto agli occhi di un pittore – un desiderio di prolungare, di esplorare questa emozione, di comprenderla rilanciandola.
L’atto che ne segue,  cambiare le parole con quelle di un’altra lingua, comporta sicuramente un desiderio di appropriazione: «mangiare la poesia» – ma non solo. Si tratta anche di un movimento musicale, accompagnato dal desiderio di vedere quello che il testo diventa altrove. Inoltre, immergendolo, questo testo, in un ambiente
che non conosceva, può dare forse alla lingua (quella su cui il lettore-traduttore lavora quotidianamente, materia ricca e familiare) nuove possibilità espressive alle quali la lingua non aveva ancora pensato...
Gioco di distruzione-ricomposizione che smuove due paesaggi e ne inventa un terzo, memore degli altri due?
La difficoltà comincia presto. Tutti i traduttori si sono trovati un giorno o l’altro a confronto con questa esperienza – l’«impossibilità di tradurre» – cioè con l’inadeguatezza del risultato al loro lavoro, con l’incapacità di trasporre in un equivalente vero il testo da cui erano partiti, loro che sognavano di ritrovarlo tale e quale alla fine del viaggio linguistico. Delusione, scoraggiamento, riflessione disincantata su quello che il Medio Evo definiva «la catastrofe di Babele».
Dante stesso aveva formulato molto esplicitamente l’impossibilità di tradurre la poesia o per lo meno la riduzione, la «rottura» inevitabile che la traduzione della poesia comporta. Si legge nel libro I del Convivio «E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può da la sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia» Convivio, VII, 14)
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