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sabato 20 febbraio 2016

La poesia della domenica - Dead Kennedys, Ammazzate i poveri ...

G. Luca Chiovelli

I Dead Kennedys sono una delle maggiori band hardcore della California. L'hardcore altro non è che il punk inglese trapiantato in America.
Se il punk vantava un tono provocatorio e irriverente, con una punta di goliardia, quello americano, invece, andava dritto al sodo.
Kill the poor, compresa nello storico album Fresh fruit for rotten vegetables (1980), è un esempio di questo frontismo brutale e sarcastico (ricorda un po' lo Swift che voleva macellare i figli dei poveri per imbandire le mense dei ricchi).
E passiamo in Italia.
Uno dei maestri residui del pensiero italiano (un altro è morto ieri), il nababbo Eugenio Scalfari, nei giorni scorsi se ne è uscito con tale argomentazione: i poveri soddisfano esclusivamente i loro istinti e voglie primari; non ne hanno di secondari: la ricerca di Dio, ad esempio; collezionare ceramiche Ming; leggere trattati di socialisti tedeschi dell'Ottocento; scrivere per il teatro; occuparsi di lirica et cetera.
Il loro mondo è chiuso, basico, animale.
Sono dei bruti.
Ovviamente Scalfari ha ragione. Tutta la mia famiglia, ad esempio, in particolar modo i miei ascendenti diretti (nonni materni e paterni), sono una conferma delle sue tesi.
Ma c'è di più.

domenica 11 maggio 2014

L'incipit della domenica - Enrico Berlinguer, La questione morale (intervista a La Repubblica del 28 luglio 1981)

A distanza di trentatré anni possono riscontrarsi due evidenze in tale intervista.
Primo: il testo si è rapidamente trasformato in luogo comune o in cibreo politico da citazione (spesso fuori luogo), escludendo in tal modo la conoscenza diretta (per pigrizia, neghittosità, ignoranza). Diciamo la verità: quanti di noi l'hanno letto integralmente?  
Secondo. Spesso, in Italia, i discorsi o le interviste più importanti (tali poiché analizzano, con sincerità disarmante e cristallina, una mutazione antropologica epocale) sono nascosti nelle pieghe della storiografia: il discorso di Paolo VI a Castelgandolfo del 1974 (in cui dichiarava la sudditanza della Chiesa al consumismo montante); il resoconto di Giulio Andreotti alla Camera dei Deputati del 1990 (quello di Gladio) dove si delineava la democrazia italiana quale sistema di potere dimidiato dal colonialismo americano; e, ovviamente, l'intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari del 1981, uscita su La Repubblica alla fine di luglio, quando gli Italiani imbarcavano palette e paperelle sulle cilindrate (ormai) medioalte per godersi il decennio da bere.
Sul testo c'è poco da dire: Berlinguer ha ragione in pieno: sull'ingiustizia sociale, sulla disoccupazione, sulla nevrosi e l'infelicità indotti da uno stile di vita edonista e da una società strutturata plutocraticamente, sulla corruzione, sulla partitocrazia che invade ogni campo della vita istituzionale e civile a danno dei cittadini, sulle distorsioni del sistema bancario et cetera.
Berlinguer, tuttavia, sbaglia (rovinosamente) due volte.
Anzitutto nella convinzione che la politica italiana potesse ancora vivere di una dialettica interna, propria, indipendente; tutte le prospettive indicavano, invece, una perdita di ruolo internazionale a vantaggio di una globalizzazione incontrastata in cui le multinazionali sarebbero state, di fatto, centrali decisionali economiche e culturali al di sopra delle legislazioni e delle costituzioni nazionali.

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