martedì 17 dicembre 2013

Pratiche quotidiane di solidarietà e di amore


Ti racconto un libro
Letizia Paolozzi, Prenditi cura, et al.
pp. 80, euro 9
Daniela Lasorsa

Il saggio di Letizia Paolozzi parte da un testo, La cura del vivere del Gruppo del mercoledì, pubblicato su “Leggendaria”, n. 89, settembre 2011, che viene riportato alla fine. Il libro fa un resoconto ragionato e selezionato degli incontri, a volte di sole donne, altre volte misti, sul tema della cura. Cura che non è dipendenza, né subordinazione, tutti i rapporti umani sono di interdipendenza. Citando Hannah Arendt: “il senso di libertà non equivale all’indipendenza da tutto e da tutti”. O anche: “La troppa libertà, senza legami, senza relazioni ti consegna alla solitudine”
Gli incontri che vengono riportati sono diversi, diversi i linguaggi e diverse le parti d’Italia in cui si svolgono. Il luogo dell’incontro spesso viene descritto in modo poetico e dà sapore e vivacità al tema. A Torreglia. si arriva attraverso una campagna distesa e i colli euganei luminosi alla Casa delle Suore Salesie, dove l’incontro è organizzato dal gruppo Identità e Differenza. A Reggio Emilia, è il gruppo “6donna”a riunire i partecipanti in un ambiente umido e poco accogliente. A Correggio, la serata è calda, si vive il senso della comunità dove “non solo è permesso, ma è addirittura richiesto essere persona”. 

domenica 15 dicembre 2013

mvl Cinema: Blue Jasmine, due fragili sorelle sotto la lente di Woody Allen

Blue Jasmine
Regia e sceneggiatura: Woody Allen
Interpreti: Cate Blanchett, Sally Hawkins, Alec Baldwin

 

Patrizia Vincenzoni
Woody Allen torna a fare cinema come ci aveva abituato, a proporre ritratti umani tratteggiati con capacità, profonda, d'analisi e ironia amara, riuscendo a far emergere anche il lato tragico che li caratterizza.
L'ultimo film ruota attorno alla storia di una donna, Jasmine: nella scena iniziale è in aereo e sta andando da New York a San Francisco. E' impegnata a raccontare in modo compulsivo parte della sua vita a una sconosciuta seduta accanto, ma il suo è un parlare a vuoto, rivolto solo a sé stessa, come sottolinea lo sgomento dell'altra. 
Jasmine (Cate Blanchett), il cui vero nome è Jannette, ha deciso di cambiare città, ospite della sorella Ginger (Sally Hawkins), dopo che il tracollo finanziario del marito Hal (Alec Baldwin) e la scoperta dei suoi tradimenti l'hanno investita in tutta la loro devastazione economica e psicologica.

L'incipit della domenica, Ligeia

Edgar Allan Poe
Sul mio onore, non mi riesce di ricordarmi come quando e persino dove feci la conoscenza di lady Ligeia. Da allora sono passati molti anni, e il molto soffrire mi ha indebolito la memoria. O, forse, non posso più rievocare ora quei momenti perché, in verità, l’indole della mia amata, il suo raro sapere, il tipo singolare eppur calmo della sua bellezza, e la vibrante, penetrante eloquenza del suo parlare profondo e musicale, si fecero strada nel mio cuore in modo così costante e furtivo ch’io non vi badai e non ne ebbi conoscenza. Credo tuttavia di averla incontrata per la prima volta e molto spesso di poi in un’antica grande città che cadeva in rovina sulle rive del Reno. Certamente l’ho sentita parlare della sua famiglia: non si può mettere in dubbio che risalisse a un’epoca antichissima. Ligeia! Ligeia! Sepolto in istudi di un genere più di ogni altro adatto a smorzare le impressioni del mondo esteriore, è soltanto pronunciando quella dolce parola – Ligeia – che posso riportare agli occhi della fantasia l’immagine di lei che non è più. E ora, mentre scrivo, mi balena il ricordo che non ho mai saputo il nome della sua famiglia, di lei che fu la mia amica e la mia promessa e diventò la compagna dei miei studi e finalmente la sposa del mio cuore. Fu forse per qualche bizzarro capriccio, oppure per mettere a prova la forza del mio affetto, che Ligeia mi ingiunse di non far alcuna ricerca su questo punto? O non fu piuttosto un mio capriccio, un’offerta disperatamente romantica sull’altare del culto più appassionato? Non ricordo la cosa che confusamente; c’è dunque da stupirsi se ho dimenticato com-pletamente le circostanze che la determinarono o l’accompagnarono? E veramente, se mai lo spirito romantico, se mai il pallido Ashtophet dalle ali tenebrose dell’idolatra Egitto, ha presieduto, come dicono, ai matrimoni nati sotto una sinistra stella, senza alcun dubbio egli ha presieduto al mio.
Nondimeno vi è un caro soggetto sul quale la memoria non mi fallisce. È la persona di Ligeia. Essa era alta, alquanto snella, e negli ultimi giorni persino emaciata. Invano mi proverei a ritrarre la maestà e la tranquilla naturalezza dei suoi modi, la misteriosa leggerezza e l’elasticità del suo passo. Andava e veniva come un’ombra. Non mi accorgevo del suo ingresso nel mio studio chiuso se non dalla musica della sua dolce voce profonda e dal contatto della sua mano marmorea che si posava sulla mia spalla. Mai giovine donna ha uguagliato la bellezza del suo viso. Era la irradiazione di un sogno d’oppio, una visione aerea che sollevava lo spirito, una visione più stranamente celeste dei sogni che volteggiano nelle anime assopite delle fanciulle di Delos. Pure le sue fattezze non erano plasmate in quel modello regolare che ci è stato falsamente insegnato ad ammirare nelle opere classiche del paganesimo.
“Non vi ha squisita beltà” dice Bacon, lord Verulam, parlando con molto acume di tutte le forme e tipi di belle “senza qualche stranezza nelle proporzioni.»
Tuttavia, quantunque io vedessi che le fattezze di Li-geia non erano di una regolarità classica, quantunque sentissi che la sua bellezza era veramente “squisita” e che vi era non poca di quella “stranezza”, ho sempre provato invano a rintracciare quella irregolarità e a individuare la mia stessa percezione dello “strano”. Esaminavo il contorno della fronte alta e pallida, ed era perfetto; ma come è fredda questa parola applicata a così divina maestà! Esaminavo la pelle rivaleggiante con l’avorio più puro, la imponente larghezza e la calma, la dolce prominenza delle parti sopra alle tempie, e poi la capigliatura di un nero corvino, lucida, lussureggiante, naturalmente ondulata, che dimostrava tutta la forza della espressione omerica: “capigliatura iacintea”! Guardavo il profilo delicato del naso, e non trovavo simile perfezione se non nella grazia dei medaglioni fenici. Era la stessa squisita sofficità di su-perficie, la stessa quasi impercettibile tendenza all’aquilino, quelle stesse narici che si incurvavano armoniosamente rivelando la libertà dello spirito. Guardavo la bocca. Ecco veramente il trionfo di tutte le cose celesti: la curva armoniosa del labbro superiore piuttosto breve, il riposo soffice e voluttuoso del labbro inferiore, le fossette che giocavano e il colore che parlava, i denti che rimandavano con una intensa luminosità quasi ogni raggio della luce benedetta che cadeva su di loro, nei sorrisi placidi e sereni ma sempre trionfalmente radiosi. Scrutavo la formazione del mento, e anche lì trovavo la grazia della leggerezza, la dolcezza e la maestà, la pienezza e la spiritualità dei greci, quel contorno che il dio Apollo rivelò soltanto in sogno a Cleomene figlio dell’ateniese. Poi guardavo nei grandi occhi di Ligeia.
Per gli occhi non vi sono modelli nella remota antichità. Può darsi che fosse negli occhi della mia adorata che si celava il mistero di cui parla Lord Verulam. Erano – io devo credere – molto più grandi dei soliti occhi della nostra razza. Erano più pieni dei più begli occhi di gazzella della tribù della vallata di Nurjahad. Ma era soltanto a momenti, quando si animava intensamente, che questa particolarità diventava notevole.
In quei momenti la sua bellezza era – o almeno appariva alla mia accesa fantasia – la bellezza di un essere supremo o comunque non terreno, la bellezza della favolosa urì dei turchi. Le pupille erano del nero più brillante, difese da lunghissime ciglia nere. Anche le sopracciglia, di disegno lievemente irregolare, erano nere. Tuttavia la “stranezza” che trovavo in quegli occhi non dipendeva dalla forma, dal colore o dalla vivacità, e non poteva, dopo tutto, essere ad altro attribuita che alla espressione. Ah, parole senza senso, dietro la cui vasta latitudine di vuoto suono si trincera la nostra ignoranza delle cose dello spirito! L’espressione degli occhi di Ligeia! Quanto mi ha fatto meditare! Quante volte, per un’intera notte d’estate, mi sono sforzato di penetrarne il significato! Che cosa era dunque questo non so che – più profondo del pozzo di Democrito – che giaceva nelle pupille della mia adorata? Che cosa era? Ero invaso dalla passione di scoprirlo. Quegli occhi! Quelle larghe, brillanti, divine pupille! Esse eran diventate per me le stelle gemelle di Leda e io il loro fervido astrologo!

venerdì 13 dicembre 2013

John Donne, Notturno nel giorno di Santa Lucia, il più breve dell'anno

La composizione fu scritta, probabilmente, nel dicembre del 1611. Il poeta, che già s'era accomiatato dolorosamente dalla moglie incinta per un viaggio a Parigi, ebbe, in sogno, una visione terribile: di lei, con un bambino morto fra le braccia.
Spaventato, spedì, quindi, un corriere a Londra per sincerarsi delle sue condizioni.
E fu nell'attesa, dura, poiché riteneva la consorte deceduta, che le cinque stanze del Nocturnal furono composte.

* * * * *

Traduzione di Cristina Campo.
Il giorno di Santa Lucia è il più breve dell'anno: appena sette ore.
È la mezzanotte. Le stelle sono come le fiaschette della polvere da sparo degli archibugieri poiché immagazzinano l'energia diurna del sole; dato che il sole raggia solo sette ore in tal giorno, esse non rendono che fiochi bagliori.
La terra è morta. Il balsamo vitale è stato bevuto avidamente dalla terra come l'acqua dagli idropici: essa appare disseccata come se la vita si fosse ritirata nel sottosuolo, così come la linfa pare scendere ai piedi del letto di morte degli agonizzanti.
Eppure tale desolazione è festosa se confrontata allo stato d'animo del poeta.

Questa è la mezzanotte dell’anno e lo è del giorno
di Lucia, che per sole sette ore
solleva la sua maschera.
Il sole è esausto e ora le sue fiasche
spremono tenui sprazzi, nessun raggio costante.
Tutta la linfa del mondo è caduta.
L’universale balsamo bevve la terra idropica;
là, quasi a piè del letto, s’è ritratta la vita
morta e interrata. Eppure tutto ciò sembra ridere
appetto a me che sono il suo epitaffio.

Spianate Pompei e fatela finita (a modest proposal)

Ammetto di non aver mai avuto troppa pazienza.
Per questo detesto gli scacchi. E pure Risiko.
Lo spiego meglio.
Detesto quelli che, per ottenere una cosa, fan mille passi. Due passi avanti, uno indietro, guardandosi le spalle, poi uno di lato, poi un saltello obliquo; poi una pausa e si ricomincia. Il cavallo che difende la regina, l'Alaska che attacca la Kamchatka.
La tattica.
Nella storia ho sempre ammirato i modi spicci di Alessandro Magno. 
Gli abitanti di Gordio, sono sicuro, gli avranno tenuto, quasi 2500 anni fa, un discorso dai toni simili a questi: Guarda un po' cosa abbiamo qui, grande duca, tu che ci hai appena conquistati (a proposito: bella vittoria a Granico, complimenti!) - dicevo, caro Sikander, superbo guerriero, ammira che bel nodo teniamo, sacra reliquia, nel tempio di Giove, anzi, che dico, un nodo! Un viluppo inestricabile di nodi: nodi del carro da guerra di Gordio - il papà di Mida - quello che ha dato il nome alla città, lo conosci, vero? E sai cosa si racconta, immenso principe, di questi nodi innumeri: chi li scioglierà diverrà il padrone dell'Asia ... Vuoi provarci? Tu che sei così ardito e temerario, tale da non conoscere la paura, invitto e astuto, simile in questo agli dei che vantano le virtù nel modo sommo negato agli uomini ... et cetera et cetera. Ragazzi miei: gli asiatici sono sempre fioriti nella loro retorica.
E lui, che combatteva sempre in testa, mai anonimo, e si calava dalle mura delle città assediate come un fante qualunque, assieme a un paio dei suoi, l'iracondo, impulsivo, ingrato Alessandro, recide il cordame con un sol taglio. Legittimo. Infatti la profezia fu rispettata: divenne padrone dell'Asia e di lui si poteva già dire: sulle mie terre vedo nascere e calare il sole. Durò poco l'impero. Perché durò poco Alessandro, Sikander, Megas Aleksandros. Il guaio delle monarchie assolute. Può capitarti Federico di Svevia o un perfetto imbecille che dilapida il patrimonio di famiglia.
Ma l'aneddoto dice tutto. Basta coi passetti, le marce dissimulate d'avvicinamento, i vorrei ma non posso, la ministressa analfabeta che toglie l'insegnamento di storia dell'arte, i romani costretti a risarcire i palazzinari se trovano reperti, il Colosseo che cade a tocchetti, i tombaroli, i politici che affittano gratis i bassorilievi di Canova per farci le feste e poi li rompono (ma non è colpa loro, è colpa di Canova che l'ha scolpito: se non l'avesse fatto non si sarebbe rotto: logica esemplare à la George W. Bush).

giovedì 12 dicembre 2013

"Addio, stavo per dirti, ma poi torno indietro ... e ti resto accanto". Il genio di Paolo Silenziario

Difficile capire perché alcuni di noi continuino a setacciare decine di torrenti, e a gridare per la minima pagliuzza d'oro, quando possono godere di numerose pepite a portata di mano.
L'Antologia Palatina è una scelta di epigrammi poetici. Antologia significa raccolta di fiori, corona: da cui il nostro termine ‘florilegio’. La Palatina assomma, in quindici libri, di diversa natura, 3.700 epigrammi di oltre trecento autori (dall'età classica all'epoca bizantina); l'epigramma è una composizione agile, breve e molto duttile – tanto duttile da piegarsi con facilità ai temi più svariati.
Il manoscritto dell'Antologia fu scoperta nel 1606 da Claude de Saumaise presso la biblioteca dell'elettore palatino di Heidelberg. Essa riproduce, in larga parte, la raccolta dell'erudito Costantino Cefala (compilata fra l'880 e il 900); quest'ultima, a sua volta, si sostanziava di altre tre antologie: la Corona di Meleagro di Gadara (I secolo a.C.) detta Stéphanos; la Corona di Filippo di Tessalonica (I secolo d.C.); il Ciclo di Agazia Scolastico (536 -582 d.C.).
I motivi dei quindici libri oscillano straordinariamente: si ritrovano epigrammi burleschi, conviviali, tombali, cristiani, descrittivi, scientifici, filosofici, enigmistici, votivi. I più celebrati sono, però, quelli amorosi, molto vari per l'intensità del sentimento (dolente, ribaldo, elegiaco o platealmente erotico) e della sua declinazione (eterosessuale, omofila o pederotica).
Uno dei maggiori poeti della raccolta è Paolo Silenziario (Παῦλος Σιλεντιάριος , 520? - 580?), alto dignitario della corte bizantina (il silenziario era responsabile dell'ordine nella corte) e amico del già citato compilatore Agazia.
Gli epigrammi scelti derivano tutti dal V libro.
La traduzione è di Guido Paduano

V, 241

Una delle più belle poesie di sempre sull’angoscia della separazione.

'Addio', stavo per dirti, ma poi torno indietro
E ritiro la mia parola e ti resto accanto.
Temo non meno la lontananza angosciosa
Da te che la notte amara dell'Acheronte.
La tua luce è come quella del giorno, ma il giorno è muto
E tu invece mi rechi una parola più dolce
Del canto delle Sirene; ad essa sono sospese
Tutte quante le speranze della mia anima.

mercoledì 11 dicembre 2013

Forconi, fascisti, libri in fiamme e altre amenità

G. Luca Chiovelli

Ne avevo già parlato in un post clandestino. Il ritorno delle pulsioni fasciste è cosa fatta.
Gadda le definiva: “Orgia bacchica di tutti gli istinti affettivi non mediati”. Quando non opera un filtro culturale nei riguardi dei singulti, dei moti e dei rancori del cuore, queste urgenze emergono nella loro brutalità sorgiva. E vogliono tutto, subito.
Oggi, mercoledì 11 dicembre, pare che un manipolo di contestatori (provenienti dal sedicente ‘movimento dei forconi’) abbia minacciato i titolari di una libreria di Savona con tali parole: “Chiudete la libreria!! Bruciate i libri!!”.
L’evento assume, nell’Italia martoriata di oggi, la rilevanza di un foruncolo sulla pelle di un brontosauro, ma parecchi giornali hanno rilanciato piagnucolosi la notizia. Come scrisse Schopenhauer: “Tutti i giornalisti sono, per via del mestiere che fanno, degli allarmisti: è il loro modo di rendersi interessanti. Essi somigliano in ciò a dei botoli che, appena sentono un rumore, si mettono ad abbaiare forte. Bisogna perciò badare ai loro squilli d'allarme solo quel tanto che non guasti la digestione”.
A stretto giro di posta si sono avute, quindi, le più alte lamentazioni delle prefiche della democrazia, condite dalle inevitabili evocazioni di timori nazifascisti (i roghi di libri del 1933) che, in tal caso, c’entravano come i cavoli a merenda, ma dal dopoguerra a oggi, quando si vuole esprimere sdegno democratico, una bella allusione a Baffetto e Testa di Morto non si fa mai mancare.
Il movimento in questione è quello che è: un sintomo.
Non so se i suoi adepti sia o meno ridicoli cascami del fascismo o attivisti sinceri oppure gaglioffi in malafede. Non importa.
Quel che preme dire sono tre cose.
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