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mercoledì 23 giugno 2010
venerdì 11 giugno 2010
Nuovilibri: "Riportando tutto a casa" di Nicola Lagioia
Il titolo: “Amo da sempre Bob Dylan. Ma in questo caso “riportare a casa” ha per me un significato di riscatto generazionale. Se la Storia la scrivono i vincitori, la letteratura spesso si occupa di vinti. E la mia, per adesso, è una generazione messa alle corde, sistematicamente tradita nel corso degli anni, che vive in un paese che non è un paese, con un lavoro che molto spesso non è un lavoro, dentro una vita che non è una vita. È come essere all’indomani del ’45 senza che una guerra vera e propria ci sia stata, stiamo tutti cercando di rielaborare una sorta di trauma senza evento. Eppure, nonostante tutto questo, abbiamo sviluppato un modo completamente nuovo di sentire il nostro tempo, e di tradire, amare, perderci per strada, consumare atti di viltà o di coraggio. Se tutto questo – questo sentimento, questo modo di essere qui e ora – non lo porta in luce la letteratura o le arti in generale, nessun altro può farlo. Ecco cosa significa per me riportare a casa... Riportando tutto a casa vuole indicare il riappropriarsi di qualcosa che è emotivamente informe e metterlo nella forma di un romanzo, finalmente raccontabile”.
Gli anni Ottanta: “Gli anni Ottanta sono stati l’epicentro di un sisma invisibile, l’origine o l’ultima decisiva concausa del disastro (politico, civile, esistenziale, identitario) che oggi è sotto gli occhi di tutti. E lì che si è consumata l’ennesima mutazione antropologica degli italiani, quando, immerso in un’atmosfera di gaia idiozia, un intero Paese ha svenduto ciò che restava della propria anima”.
Bari: “Durante quel decennio, Bari era – nel bene e nel male – ciò che ogni città degna di questo nome dovrebbe essere sin dai tempi di Dickens e Baudelaire: un luogo in cui fare esperienza. Bari è stata la mia Chelsea, la mia Venice Beach, il mio Bronx: bastavano pochi minuti di motorino per passare dai quartieri chic del centro murattiano alle sale-prova del “canalone” stracolme di fanatici del post punk e della new wave con le Clippers ai piedi alle gigantesche zone dormitorio come Japigia dove l’eroina scorreva a fiumi. Molte città in una, insomma, una punta dell’iceberg tirata a lustro sotto la quale si nascondeva un ventre notturno, feroce, sotterraneo”.
Lo stile: “La differenza rispetto a Occidente per principianti non è tanto stilistica, quanto emotiva. In questo romanzo faccio i conti con quel che mi riguarda da vicino... Si tratta, credo, di un controcanto caldo e sanguinante rispetto alla freddezza levigata di Occidente per principianti. Ma sono passati anche cinque anni tra i due libri, e la coscienza del disastro che stiamo vivendo si è fatta più densa. Ho pensato che mettersi in gioco in maniera più scoperta avrebbe potuto avere un effetto liberatorio”.
Cosa hanno detto i critici
Goffredo Fofi / 1: “In mezzo a tanti romanzucoli neri, rosa oppure ombelicali che consolano i lettori, ecco un romanzo sconsolante e sconsolato, che guarda in faccia la nostra disastrosa realtà e ne cerca le cause, trovandole autobiograficamente negli anni ottanta del secolo scorso, quelli della restaurazione, dell’arricchimento facile, della spensieratezza di tutti... Il percorso all’indietro del narratore, uno dei tre, porta lui e noi a capire come è esploso il nostro presente, dell’Italia: tutto torna a una “casa” che non ha più fondamenta. Dopo Occidente per principianti, una commedia itinerante sulla stupidità dello stivale, Nicola Lagioia affronta una narrazione più strutturata e tradizionale, con personaggi indimenticabili (i ragazzi, ma soprattutto gli adulti): un romanzo collettivo su un imbarazzante capitolo di storia italiana che ha distrutto le nostre speranze” (da Internazionale).
Goffredo Fofi / 2: “Lagioia dimostra la difficoltà che si incontra a “fare storia”, e a fare romanzo come storia, per l’impossibilità di mettere ordine in un universo sociale così sgangherato come il nostro, dopo gli anni Ottanta. In un mondo che va voluttuosamente al disastro, e che sembra felice di andarci, l’accettazione dell’età adulta è accettazione di una sconfinata mediocrità e di una sconfinata brutalità: è violenza su di sé, gli altri, la natura, il pensiero” (Lo straniero, novembre 2009, da Puglialibre).
Luca Mastranotonio: “Antropologia, non gossip. Tanto per tagliare la testa al toro, non figura mai la parola Berlusconi, né i suoi derivati. Eppure, è proprio la storia di come lo siamo diventati tutti, guardando le televisioni del Biscione, sognando di essere come Agnelli, applicando con euforia da anni ’80 l’imperativo egotico del ’68 e degli anni ’70: la fantasia al potere e il diritto ad avere tutto e subito. Lagioia produce, in un paio di paragrafi, la migliore fenomenologia di Drive in e il suo impatto sulle menti italiane, dalle più sane alle minorate... Anche senza il permesso dell’autore, possiamo rinvenire in questa terza prova narrativa di Nicola Lagioia, la sensibilità del Calvino della Giornata di uno scrutatore nel raccontare, sospendendo ogni giudizio politico o morale, sulle famiglie piene di figli handicappati che irrompono nella scena, all’inizio del romanzo. La carnalità delle visite familiari che si dischiudono al protagonista e al suo genitore, qui un padre, che assomiglia al giro delle iniezioni del protagonista di Conversazione in Sicilia di Vittorini. E se non sono astratti, qui i furori attraversano elettricamente buona parte del romanzo, che è essenzialmente un romanzo di formazione visto con gli occhi malinconici indulgenti di chi sa che la conoscenza è esperienza, che «non si perde quello che non si è mai avuto, non si ha quello che non si è mai perso». Un romanzo di perdizione, e di ritorno, alla vita” (Il Riformista).
Marco Philopat: “Il primo bacio, la prima sgasata sul motorino, la prima volta che vedi i tuoi genitori perdere colpi, sono tutti momenti difficili da scordare. Se poi avvengono in una famiglia in cui il tenore di vita è migliorato improvvisamente e la moralità precedente finita nel cesso, il tuo futuro può diventare un bel rebus. Nicola Lagioia scrive una storia esemplare ambientata nella seconda metà degli anni Ottanta a Bari, una delle capitali del secondo boom economico di un’Italia divenuta sesta potenza del globo. La voce narrante è il classico figlio unico: il padre ex venditore porta a porta è appena entrato nei salotti giusti, la madre, ex veterana del casalingato, sta imparando a usare carte di credito nei negozi dell’alta moda. In ogni stanza una televisione accesa su Drive in schiaccia i miti e le lotte del passato come un rullo compressore... Il romanzo si snoda tra feste tardo new wave e scorribande fuori dal recinto del benessere dove la realtà impatta rovinosamente sui sogni. L'intreccio ben congegnato è raccontato vent’anni dopo i fatti e offre ai lettori diversi livelli narrativi, ma chiusa l’ultima pagina, ci si chiede quali saranno le prossime mosse del protagonista dopo la brillante risoluzione del caso” (da XL Repubblica).
Franco Buffoni: “È stupendo questo nuovo romanzo di Nicola Lagioia. Gli stupori di una Bildung nella descrizione di un ventennio di storia italiana. Siamo a Bari, e sono gli anni ’80. I tre adolescenti che si aggirano per le strade si azzuffano e si attraggono come gatti selvatici, facendo di ogni cosa un contorto esercizio di combattimento. Giuseppe ha i capelli rossi, i brufoli e un’inesauribile riserva di denaro nel portafoglio. Vincenzo invece è bello e tenebroso, come ogni antagonista che si rispetti. Il terzo amico è quello che racconta: l’occhio inquieto che registra con precisione la vertigine dei loro quindici anni, la lunga inerzia del liceo, il precipizio dentro l’età adulta. Negli angoli dei quartieri periferici li aspetta il lato in ombra di quel tempo che luccica: qualcosa che li costringerà a mettere in discussione le loro famiglie, i loro sentimenti, e perfino se stessi. Ci metteranno vent’anni per venirne a capo. Con una scrittura tesa, alta, capace di precisione lenticolare e di accensioni vertiginose, Lagioia racconta una storia di amicizia, di tradimenti, di confitti generazionali – arrivando infine a rappresentare il germe dei giorni che stiamo vivendo, ovvero l’eterna adolescenza di un paese che diventa vecchio senza essere cresciuto” (da Nazione indiana).
Altri materiali sul romanzo si possono leggere a partire dal blog Federico Novaro Libri. Due interviste a Nicola Lagioia in occasione dell'uscita di Riportando tutto a casa, si trovano rispettivamente su Vertigine e nel sito di Giuseppe Genna.
Nicola Lagioia (Bari, 1973) ha esordito nel 2001 con il romanzo Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) pubblicato da minimum fax. Nel 2004 ha pubblicato per Einaudi il romanzo Occidente per principianti. Nel 2005 ha pubblicato, per Einaudi Stile Libero, 2005 dopo Cristo, un romanzo scritto assieme a Francesco Pacifico, Francesco Longo e Christian Raimo firmato con il nome collettivo di Babette Factory. Sempre nel 2005 è uscito per Fazi il saggio Babbo Natale. Ovvero come la Coca-Cola ha colonizzato il nostro immaginario collettivo. Ha pubblicato racconti in varie antologie, tra cui Patrie impure (Rizzoli, 2003), La qualità dell'aria (minimum fax, 2004), che ha curato assieme a Christian Raimo, Semi di fico d'India (Nuovadimensione, 2005), Periferie (Laterza, 2006), Ho visto cose (Biblioteca Universale Rizzoli, 2008), La storia siamo noi (Neri Pozza, 2008). Dirige nichel, la collana di letteratura italiana di minimum fax. Nel 2010 è alla conduzione di Pagina3, la rassegna quotidiana delle pagine culturali trasmessa da Radio3 (da Wikipedia).
Sabato 12 giugno alle 11 presso il Salone degli affreschi del Dsm di via Colautti 28, Nicola Lagioia sarà ospite di Monteverdelegge per un incontro su Riportando tutto a casa.
mercoledì 9 giugno 2010
Cineclub: Il gusto degli altri
Il gusto degli altri (Le goût des autres, Francia 1999): un film di dialoghi e di attori - tra cui la stessa regista, Agnès Jaoui - per raccontare di come sia difficile comunicare con gli altri. Secondo Luca Baroncini, nel sito Central do Cinema, "il film sottolinea in modo originale e molto naturale l'assoluta soggettività del gusto, frutto di una sensibilità personale non sempre derivante dal contesto sociale che, per scelta, caso o pigrizia, si finisce per frequentare". Ne parla bene anche Morando Morandini, che nel suo Dizionario del cinema definisce il film una "miscela rara di psicologia e sociologia, crudeltà e compassione, solidità di costruzione e cura infallibile delle sfumature, semplicità e raffinatezza".Giovedì 10 giugno alle 21, serata-cineclub al Circolo delle Quinte (viale Trenta Aprile 4, 00152 Roma)
giovedì 3 giugno 2010
Famiglie: Padri e figli
Di Padri e figli (Отцы и Дети) di Ivan Turgenev ci sono moltissime edizioni, come sempre succede con i classici. La prima, quella originale, risale al 1862, ed è comparsa sulla rivista "Il messaggero russo". L'ultima, per lo meno in italiano, è uscita da poco, l'ha pubblicata Feltrinelli, e la traduzione è di uno scrittore italiano, Paolo Nori, che ha anche scritto l'introduzione. Ecco l'inizio:"Tutte le volte che, in questi anni, ho sentito parlare di nichilismo, e è successo spessissimo, ne parla continuamente anche il papa, mi è tornato in mente questo romanzo di Turgenev e in particolare il protagonista, Bazarov, e le rane, e quando per esempio ho visto il film dei fratelli Coen Il grande Lebowski, dove c’era un gruppo di nichilisti, tutti vestiti di pelle nera, che ripetevano continuamente «Noi non crediamo a niente, noi non vogliamo niente, noi non sappiamo niente», mi è venuto in mente che Bazarov non era così, lui credeva nelle rane, e non fingeva di rapire le mogli di facoltosi produttori cinematografici, come i nichilisti dei fratelli Coen, se non ricordo male, ma studiava continuamente e curava la gente e sapeva parlare coi contadini.
Mi è sembrato, nei vent’anni che sono passati dalla prima volta che ho letto Padri e figli, che il nichilismo, così come Turgenev l’aveva presentato alla pubblica opinione occidentale, fosse stato, nella sua variante moderna, completamente travisato, e mi sembrava che quelle tre cose, Bazarov, il nichilismo e le rane, fossero il senso del romanzo, e che nella corretta interpretazione del nichilismo, del ruolo di Bazarov, e del suo lavoro con le rane, stesse il senso di Padri e figli.
Adesso che l’ho riletto dopo vent’anni, mi sembra che le cose non stiano così". Il resto si può leggere nel sito di Paolo Nori.
Sabato 5 giugno alle 11, gruppo di lettura su Padri e figli nel Salone degli affreschi del Dsm, via Colautti 28, 00152 Roma
mercoledì 26 maggio 2010
Cineclub: Il giardino delle vergini suicide
Uscito nel 1999, Il giardino delle vergini suicide, esordio alla regia di Sofia Coppola, è tratto dal quasi omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides (Le vergini suicide, Mondadori 1994). Come il libro, anche il film mescola i toni, di volta in volta elegiaci, comici, feroci, e punta sulle atmosfere più che sulla trama. Affascinata - come testimoniano anche i film successivi - da quello che il critico Emanuele Boccianti ha definito nel sito Offscreen "l'istante zero del percorso di crescita di una donna", la regista americana riprende lo spunto offerto da Eugenides ricostruendo gli ultimi mesi di vita delle cinque sorelle Lisbon attraverso gli occhi e le voci di un gruppo di ragazzi del vicinato affascinati da queste ragazze belle e infelici. Una sorta di coro greco insieme dolente e distaccato che, per citare la critica Michiko Kakutani nella sua recensione del romanzo sul New York Times, ha l'effetto di "trasportarci in quel mitico regno dove è il fato, non il senso comune o la psicologia, a dettare legge".
domenica 23 maggio 2010
"Chi ha ucciso Sarah?" di Andrej Longo
“Di no ne ho avuti una valanga” ha raccontato Andrej Longo in un’ intervista a Repubblica del 2007. Ma di strada, di sicuro, ne ha percorsa parecchia: prima cameriere e poi pizzaiolo prima di riuscire infine, grazie alla piccola casa editrice padovana Meridiano Zero, a pubblicare la raccolta di racconti Più o meno alle tre che lo fa conoscere al grande pubblico. Nel 2007 Longo vincerà i premi Bagutta e Piero Chiara con la raccolta di racconti Dieci edita da Adelphi.E ancora da Adelphi è uscito l’ultimo libro di Andrej Longo Chi ha ucciso Sarah?, un romanzo giallo alla vecchia maniera, che in poche pagine consuma lo svolgersi di un’indagine sulla morte di una giovane donna. Sarah ha vent’anni, fa parte della Napoli bene e apparentemente non sembra esserci alcun elemento per giustificare la sua morte. Eppure il suo corpo è lì, privo di vita, accasciato sulle scale di un condominio in via Posillipo, la zona bella della città. La storia, infatti, tocca solo marginalmente la Napoli della camorra e dei quartieri allo sfascio della sua periferia per concentrarsi sui rioni borghesi della città, quelli che ospitano le case signorili e i negozi prestigiosi. Niente organizzazioni criminali, né degrado e povertà, quello che Longo ci vuole mostrare è il perbenismo dei borghesi, l’ipocrisia dei ricchi e le loro terribili verità nascoste. Eppure, come ha notato Giorgio De Rienzo sul Corriere della Sera, Chi ha ucciso Sarah, più che a un vero e proprio giallo, assomiglia a un romanzo di formazione, dato che la vita del protagonista, il poliziotto Acanfora, "cambia al primo incontro con la morte": "A volte - riflette il giovane - certi pensieri saltano fuori non si sa da dove. Pare che non significhino niente, fantasie senza capo né coda. Però se uno le pensa, vuole dire che una ragione ci sta". Ed è inseguendo questa ragione che Acanfora va in cerca del colpevole e, più o meno consapevolmente, di se stesso.
Martedì 25 maggio alle 19, presso il ristorante Basilico, clivo Rutario 76, 00152 Roma, aperitivo con l'autore: Andrej Longo parlerà con i suoi lettori di Chi ha ucciso Sarah.
giovedì 13 maggio 2010
Ancora This Be The Verse
Alla fine di una serata particolarmente accanita, alla quale hanno partecipato, in ordine alfabetico, Carla Bernardi, Maria Teresa Carbone, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Cristina Reggio e Franca Rovigatti, è venuta fuori una traduzione collettiva di This Be The Verse di Philip Larkin, sulla quale poi tutte hanno/abbiamo ancora lavorato, ma che si consegna qui come temporaneo oggetto di concordia:
Ti inculano alla grande mami e papi
Non fanno apposta, forse, ma lo fanno.
Ti accollano le colpe che hanno avuto
E aggiungono per te degli extra in più.
Ma furono inculati a loro volta
Da idioti in cappelli e cappotti vecchio stile,
Metà del tempo duri-sdolcinati
L’altra metà si azzannavano alla gola.
L'uomo tramanda sofferenza all'uomo
Sempre più fonda come il fondo del mare.
Tirati fuori più in fretta che puoi
E sta’ attento a non fare figli tuoi.
Ti inculano alla grande mami e papi
Non fanno apposta, forse, ma lo fanno.
Ti accollano le colpe che hanno avuto
E aggiungono per te degli extra in più.
Ma furono inculati a loro volta
Da idioti in cappelli e cappotti vecchio stile,
Metà del tempo duri-sdolcinati
L’altra metà si azzannavano alla gola.
L'uomo tramanda sofferenza all'uomo
Sempre più fonda come il fondo del mare.
Tirati fuori più in fretta che puoi
E sta’ attento a non fare figli tuoi.
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