lunedì 2 novembre 2015

Eduardo De Filippo, Pier Paolo


Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la «spalliera» di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la «spalliera»,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la «spalliera»
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

martedì 27 ottobre 2015

Toh, ha chiuso un'altra libreria ...

G. Luca Chiovelli

A via S. Caterina da Siena, a Roma. Mi pare fosse una libreria antiquaria, attaccata a un'altra, Amore e Psiche, dismessa poco tempo fa.
Non è una gran notizia: durante gli ultimi cinque anni c'è stata una moria epidemica di librerie; e anche di edicole, spesso trasformate in spacci d'oggettistica cinese per turisti: colossei di plastica, calendari idioti, cartoline e così via.
Lo ripetiamo: non è una notizia.
Le notizie, straordinarie, sono invece due.

La prima. È straordinario che non abbiano chiuso tutte le librerie, almeno quelle indipendenti. Fra tasse, imposte, ignoranza diffusa e neghittosità degli amministratori ciò rappresenta un vero miracolo di resilienza.

La seconda. È altrettanto straordinario che tale pestilenza epocale non venga recepita affatto dagli statistici del libro (giornalisti, intellettuali, sondaggisti, ricercatori). Per loro le cose vanno malino. La percentuale dei lettori è in declino: dal 43% al 41,6%. Malino. Maluccio. La parola “disastro” - l’unica che abbia un senso oggi - esita a essere espulsa dalle loro boccucce esitanti. Ma quale 43 e 41! Qui è già tanto che ci sia una quota di lettori al 15-20%! Ma loro fanno i pesci in barile; si lamenticchiano, borbottano, proludono, menano il can per l’aia; poi vanno a conferenze dove discutono del nulla ingozzandosi di qualche tartina e buonanotte.
Dal 43% al 41,6% … ma, insomma, chi diavolo le fa queste statistiche? L’Istat? E come le fa? Sondaggia, telefona, chiede pareri? Che fa l’Istat? Non sarà che tali augusti istituti si fanno infinocchiare come certi antropologi bianchi dagli aborigeni? I grandi ricercatori bianchi (un nome a caso: Margaret Mead) s’inoltrano nelle giungle amazzoniche, nelle distese africane, nei deserti australiani, presso i Cippa Lippa del Borneo: studiano, osservano, registrano; gli aborigeni gli rifilano qualche fregnaccia e loro tornano pimpanti nelle loro linde università a scrivere l’opus della vita. Gli aborigeni - intesi come popoli indigeni -  hanno, infatti, un proprio sense of humor; tipicamente aborigeno vien da dire.
E così l’Istat … telefona a casa dell’Italiano medio e domanda: “Scusi lei, non è che per caso ha letto un libro nell’ultimo anno?”. E l’aborigeno italico medio che fa? Si vergogna, ovviamente. E va giù di fregnaccia: “E come, non l’ho letto … certo, adesso, su due piedi … preso a freddo ... non mi ricordo il titolo …”. E il sondaggiarolo: “Non fa niente, non è questo che ci interessa … io segno lettore, va bene? Buongiorno, e scusi per il disturbo …”. E l’Italianuzzo, che non ha letto manco le Pagine Gialle, con un sospiro di sollievo: “Ma le pare. Nessun disturbo … esequie … di nuovo esequie a lei e al dottore …”.
E le statistiche si gonfiano. Tanto da far dire, ancora, in piena disfatta culturale e morale: le cose non vanno male .. vanno malino, anzi quasi bene … ci si può riprendere, via … con qualche bel finanziamento …
Sì, questa è l’unica interpretazione possibile. Questi tipi (intellettuali, studiosi, Istat, sondaggiaroli e compagnia cantante) non hanno capito nulla della realtà. Sono al di sopra di qualsiasi realtà. D’altra parte che intellettuali, sondaggisti, statistici, giornalai e bibliofili vari siano completamente assorbiti in un proprio mondo di fantasia è un fatto; altrimenti non si giustificano, ad esempio, i seguenti titoli, in disprezzo totale del principio di non contraddizione:

“Crescono i lettori, calano le vendite”
“Boom di visitatori al Salone del libro di Pizzighettone, vendite in calo”

Roba da far rivoltare nella tomba Aristotele. Ecco altre chicche:

“La quota di lettori fra gli 11 e i 19 anni [al netto dei testi scolastici] è superiore alla media, ben oltre il 50%”
“Il 9,8% delle famiglie non ha nessun libro in casa …”

… avete capito? … fra gli 11 e i 19 anni, quando la febbre dello smartphone è al massimo, al netto dei testi di scuola, sono tutti lettori … roba da sbellicarsi dalle risa … e che dire di quel 9,8% di senza libro … mi sa che hanno dimenticato un 4 o un 5 davanti a 9,8 … ecco: un 49,8 sarebbe molto più aderente allo squallore quotidiano … alla reale realtà … che citrullame, ragazzi … e sono questi i condottieri che dovrebbero salvare la cultura in Italia?

sabato 24 ottobre 2015

La poesia della domenica - Tristan Corbière, Insonnia

Decadente, umido di tutti gli umori della decadenza ottocentesca: malaticcio, scalcagnato, malato d'amori immedicabili (micidiale il suo ménage a trois con l'attrice parigina Cuchiani, la Marcelle delle poesie, e il suo compagno), riottoso all'insegnamento scolastico, malsano nei rapporti con gli ascendenti (Edouard Corbière, scrittore di feuilleton di successo, ha trent'anni più della madre), naturalmente eccentrico (ama travestirsi: da donna, da galeotto), infelice, perfido, bugiardo, povero, straccione, brutto (brutto come un rospo: come quel rospo, essiccato, ch'egli teneva appeso sopra il caminetto e a cui si paragonava) e già consapevole della Morte tanto da sentirsi nato morto (se ne andrà a trent'anni).
Di un decadentismo, però, senza retorica, privo di fulgori, languori, aristocratiche ricercatezze e citazionismi; un decadentismo crepuscolare, beffardo, colloquiale, irto di esclamazioni, ricco di punteggiature e autocommiserazioni: fra Laforgue e Céline.
Morì sconosciuto, autore di una sola raccolta. 
Poi arrivò Paul Verlaine a dedicargli un capitolo dell'opera sui poeti maledetti; e fu la gloria letteraria; quindi, a babbo morto, altri laudatori s'aggiunsero: Huysmans, Eliot, e Pound e tutta l'eletta compagnia.
Chissà cosa ne avrebbe pensato Tristan, che scrisse: "L'arte non mi conosce, io non conosco l'arte".

Insonnia, impalpabile Bestia!
Hai l’amore solo nella testa?
Per correre a vedere sino a svenire,
sotto il tuo occhio perverso, l’uomo mordere
le sue lenzuola, e torcersi nella noia! …
Sotto il tuo sguardo di diamante nero.

Dimmi: perché, nella notte bianca,
piovosa come una domenica,
venire a leccarci come un cane:
Speranza o Rimpianto che veglia,
al nostro orecchio palpitante
bisbigliare … e non dire niente?

Perché, davanti alla nostra gola arida,
porger sempre la tua coppa vuota
e lasciarci con il collo stirato,
Tantali noi, assetati di chimera:
– filtro d’amore o amaro fiele,
fresca rugiada o piombo fuso! —

Insonnia, ma non sei bella?…
E perché, lubrica pulzella,
stringerci tra le tue ginocchia?
Perché rantolare sulla nostra bocca,
perché disfare il nostro letto,
e … non coricarti con noi?

Perché, Bella-di-notte impura,
quella maschera nera sul tuo viso? …
— per intrigare i sogni d’oro?…
Non sei l’amore nello spazio,
alito di Messalina stremata,
ma non ancora appagata!

Insonnia, sei tu l’Isterìa…
tu l’organetto di barberia
che macina l’Hosannah degli Eletti?…
— o non sei tu il plettro eterno,
sui nervi dei dannati alle lettere,
che strimpellano versi — che solo loro hanno letto.

Insonnia, sei l’asino in pena
di Buridano — o la falena
dell’inferno? — II tuo bacio di fuoco
lascia un gusto freddo di ferro infuocato …
oh! vieni a riposarti nella mia tana! …
dormiremo insieme un poco.

Da Amori gialli, 2004 (traduzione di Renzo Paris)

giovedì 22 ottobre 2015

MVL alla "Crispi", tempo donato alla lettura

Enza Bertoni
La collaborazione dell'associazione Monteverdelegge per la promozione alla lettura e la scuola elementare Francesco Crispi, continua anche quest'anno. L'incontro avuto con alcune insegnanti, che intendono avvalersi di questo servizio volontario per migliorare le potenzialità di ciascun allievo, è stato positivo e favorevole. E' un segnale significativo ed innovativo nell'utilizzo delle risorse del territorio. Tutto ciò non "porterà via tempo" ma rafforzerà la lettura.
Noi di Monteverdelegge ci crediamo.

martedì 20 ottobre 2015

La meraviglia di legger libri

Holbein il Giovane, Gli ambasciatori
G. Luca Chiovelli

Credetemi, leggere tanto per leggere mi disgusta. Come offrire dolci a chi ha fatto indigestione di cioccolata. Leggere come terapia, leggere l'ultima novità, leggere il libro dell'amico ... tutto ciò mi ripugna irresistibilmente ... per tacere dell’orrore che ispirano ormai i libri ... con quella carta crocchiante … un olezzo acido da sbrigativa cartiera fordiana … edizioni inutili di autori inutili, che presentono già il macero, fetenti d'effimero, con risvolti allucinati e copertine d'un kitsch lisergico ... no, tutto questo non è il mio regno di lettore.
Solo l'avidità della conoscenza m'ispira il desiderio bruciante della lettura, non altro.
Se tale brama manca preferisco poltrire nell'ignavia.
Non leggere niente, in tali condizioni, è più nobile del leggere qualcosa – una cosa qualsiasi, a caso.
Rassomiglio insomma a Sherlock Holmes che, in mancanza d'uno stimolo intellettuale, si abbandona a una letargia melanconica, alleviata appena dalla cocaina (in vena una soluzione 7%) o dagli spettrali accordi del violino, che inseguono i saliscendi tartiniani del Trillo del diavolo ... nel salottino a Baker Street, mentre il reduce dall'Afghanistan John Watson, in poltrona, davanti al fuoco inglese d'un caminetto inglese, serrato fuori l'umido lividore dei pomeriggi invernali di Londra, segue con occhio ansioso e clinico tali manifestazioni depressive, da umor nero.
E cosa ci strappa dalla depressione, a me e Sherlock?
L'ansia di capire, di scoprire, di sollevare il velo dipinto dei fenomeni. L'ansia di conoscenza brucia l'anima, non c'è niente da fare ... basta un piccolo accenno, quasi sempre casuale, un minuscolo arzigogolo che risale alla mente, un addentellato trascurato nel mare della conoscenza e una frenesia incontrollabile scuote le mie membra intorpidite di lettore. Allora sì che è una festa ... ma che dico: festa? È, clinicamente, come per Holmes, una libidine maniacale, incontrollabile, travolgente. Un piccolo spunto, si diceva ... un esempio? Eccolo. Qualche tempo mi ero incapricciato della poesia orientale; cinese e giapponese, ma, soprattutto, persiana. Ero reduce, infatti, da una visita al Museo Nazionale d'Arte Orientale, in Via Merulana, a Roma. 
In una bacheca lessi una breve lirica ricca d'una metafora che esercitò su di me un fascino profondo, inspiegabile: il poeta paragonava la propria amata a un cipresso.
Non ricordavo chi fosse l'autore; tornai al museo, ma non riuscii a ritrovare il cartiglio fatale. Feci qualche ricerca; forse il poeta era Amir Khusrow. Non fui capace nemmeno di ritrovare l'esatta lirica; una che le si poteva approssimare era questa:

Il parco ha cipressi, larici e pini
ma nulla ti somiglia mia divina, mio cipresso.
Non hai bisogno di pugnali o spade o coltelli
un dardo dal tuo occhio mi rubò la vita.
Il fuoco d’amore è dolce, oh, quanto dolce
ma quest’inferno lo preferisco al paradiso.
Bacia gli occhi del tuo Khusrow, sciocca ragazza,
ogni sua piccola lacrima è come una perla.


Non importava. L'occasione viene sempre dimenticata. Il morbo, però, era già in me, e operava. Mi procurai, già febbricitante, una serie di antologie di poesia persiana del Medioevo.

sabato 17 ottobre 2015

La poesia della domenica - P. B. Shelley, Non sollevare quel velo dipinto ...

Percy Shelley fu uomo complesso, vasto, quasi insondabile.
Compresse in pochi decenni ciò che centinaia di migliaia di individui non riescono ad attingere, se non in minima parte, in tutta la loro vita.
Fu amante della libertà, rivoluzionario e ateista (sulle orme materialistiche del filosofo William Godwin, padre della moglie Mary): per questo pagò con l'ostracismo accademico e la vergogna sociale; fu, però, prima d'ogni altra cosa devoto al bello; era il bello ciò ch'egli ricercava incessante in ogni attimo della propria esistenza, elevata a opera d'arte: la letteratura e la filosofia classiche (in cui eccelleva), la pittura e il paesaggio italiani, il secolo d'oro spagnolo (tradusse Calderon) - ogni manifestazione del genio umano lo attirava irresistibile poiché, traverso d'esso, bramava qualcosa d'inesprimibile e assolutamente meraviglioso che desse senso ai penosi andirivieni terreni.
Tale attitudine naturale, in contrasto colla formazione scientifica (in fondo il Frankenstein di Mary Shelley è Percy Bysshe Shelley), lo portò irresistibilmente a elaborare una sorta di personalissimo (neo)platonismo, ovvero un sentimento del sublime che cerca di ritrovare la perfezione sotto le spoglie della realtà.
Il punto in questione è: in Shelley tale anelito è puramente estetico o anche filosofico?
Probabilmente solo estetico. Shelley sapeva l'amara verità sul mondo, la finitezza e la sofferenza dell'uomo; quell'ansia spirituale - il platonismo - non era che una consolazione propria all'arte più alta: la poesia.
In tal modo cadrebbe ogni contrasto fra il primo Shelley - ateo o, almeno, agnostico - e le accensioni della produzione più tarda, quasi mistiche.
La bellissima poesia Lift not the painted veil sembra confermare tale interpretazione.  
La Vita non è che un rutilante velo di Maia che irretisce l'uomo, soggiogato dai destini gemelli della Paura (della morte) e della Speranza (in un mondo ultraterreno) - un velame sotto il quale si cela solo "un abisso cieco e desolato"; il poeta stesso, come uno splendido e impavido Angelo, ebbe l'ardire di sollevarlo, ma nulla trovò, nulla, nemmeno una parvenza di verità: una sorta di mito della caverna nichilista e privo d'ogni conforto.
Shelley, assieme a Leopardi e Keats, fu uno dei maggiori lirici dell'Ottocento europeo; forse il più grande. Sopravvissuto - in Italia - a sbrigative svalutazioni nonché a edizioni sciatte e incomplete, avrà, nel 2016, un parziale risarcimento: un Meridiano Mondadori riveduto e accresciuto (a cura di Francesco Rognoni) si poserà sulle stracche scaffalature delle nostre librerie.
60 euri ben spesi.


Non sollevare quel velo dipinto, quel che i viventi
chiamano Vita: per quanto forme irreali vi sian ritratte
e tutto quello che vorremmo credere
vi sia imitato a colori capricciosamente,
dietro stanno in agguato Paura e Speranza,
Destini gemelli, che tessono l'ombre in eterno
sopra l'abisso cieco e desolato. Un tempo
conobbi un uomo che l'aveva sollevato: cercava
col cuore suo tenero e sperduto
qualcosa da amare, ma, ohimé, non ne trovò,
né trovò nulla di ciò che il mondo tiene
cui poter dare la propria approvazione.
Passò in mezzo alla folla distratta, splendore
in mezzo alle ombre, una macchia di luce
su questa lugubre scena, uno Spirito in lotta
per giungere a cogliere il Vero,
ma come il Predicatore, egli non lo trovò.

mercoledì 14 ottobre 2015

Conflitti rimossi e sempre aperti in "Adua" di Igiaba Scego


Valerio De Simone
Ambientato tra le città di Roma e Magalo, in Somalia, lungo un arco di tempo che va dagli anni Trenta fino ai giorni nostri, l'ultimo romanzo di Igiaba Scego ha per protagonisti Zoppe e sua figlia Adua (da cui il libro, appena uscito per Giunti, prende nome), i quali, in epoche differenti, narrano al lettore le loro esistenze mettendo in luce cosa significhi essere un migrante, uno straniero. A differenza del suo primo romanzo Rhoda (Sinnos, 2004), con Adua Scego sceglie quindi di raccontare - per dirla con le parole di Gayatri Chakravorty Spivak - la subalternità dei soggetti coloniali.
Il termine sottomissione è infatti elemento comune nelle vite degli eroi. Grazie al lavoro di interprete, Zoppe riesce a coronare il suo sogno di raggiungere Roma, città da lui venerata. Ma come accadde per il soggiorno romano di Giacomo Leopardi, ne rimane profondamente deluso. Mentre sua figlia, l’aspirante attrice Adua, viene “presentata” nella grande città come Saartjie Baartman la Venere ottentotta, con la promessa di divenire una diva di Cinecittà. A incrinare il loro rapporto con la città sono le violenze che subiranno in primis sui loro corpi. Zoppe viene brutalmente picchiato e arrestato dai fascisti in quanto “negro”, mentre il corpo della giovane, come una colonia, verrà brutalmente “conquistato e defraudato” da produttori cinematografici e magnati dell’ambiente. L’elevazione a feticcio della giovane donna per il suo carattere “esotico” mostra come i “saccheggi” dei colonizzatori italiani non siano cessati con l’indipendenza della Somalia (1960), aprendo così a una lunga stagione di neocolonialismo.
Divenuta adulta e ormai matura, Adua, il cui nome è stato scelto dal padre per ricordare «la prima vittoria africana contro l’imperialismo» (battaglia a cui il regista Haile Gerima ha dedicato nel 1999 il film Adwa – An African Victory),  assiste ai nuovi flussi migratori che interessano il mediterraneo e quindi l’Italia. Sceglie così di sposare un giovane somalo in fuga dalla povertà e dal conflitto, emblematicamente soprannominato Titanic. «Io lo so che Titanic – dice il giovane somalo a sua moglie - è un film dove tutti muoiono. Ma ricordati che io non sono morto». In realtà la loro relazione sembra essere più quella di una madre con un figlio che di due amanti. E consapevole che il ragazzo non è davvero innamorato di lei, e presto “spiccherà” il volo verso altri luoghi più ospitali, alla donna non resta che cercare nella città di Roma un conforto confidandosi con l'elefantino del Bernini e  raccontando alla statua silenziosa la propria storia, le speranze, i sogni, i rimpianti.
Roma insomma, con le sue architetture, le sue strade e le sue storie, non è solo uno sfondo neutro alle vite dei nostri eroi, ma si fa parte attiva allo svolgersi delle loro azioni fino a diventare un personaggio a parte intera. Proprio la capitale, dove le tracce del colonialismo italiano sono tuttora evidenti come Scego ha splendidamente mostrato in Roma negata – Percorsi postcoloniali nella città (Ediesse, 2014), si trasforma da miraggio di speranza in un luogo freddo e poco sicuro.
Caratteristica distintiva del romanzo, e in generale dell’intera opera del’autrice, è la presenza dell’ibridismo linguistico tra italiano e somalo (ovviamente corredato da un glossario finale), che sottolinea - come già Gloria Anzaldùa aveva fatto in Terre di confine/La Frontera (Palomar, 2000) - le numerose identità del soggetto migrante, il suo appartenere contemporaneamente a due culture: una del colono, l’altra del colonizzatore.
Dunque Adua è una storia che ci racconta di conflitti mai terminati, di migrazioni, di imperialismo, del colonialismo italiano «uno dei grandi rimossi della storiografia del nostro paese», di neocolonialismo, di sfruttamento dei corpi, ma soprattutto di sogni, spesso infranti, e di speranze.
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