Fino a qualche giorno fa non molti sapevano che Monteverde è un piccolo polo dell'editoria romana. Il disseminarsi di attività legate alla Fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi, che si apre domani mattina all'Eur, ha fatto scoprire agli abitanti del quartiere i nostri gioielli nascosti: Emons, Lantana, Orecchio acerbo, la minuscola Vanvere e Sinnos (che proprio monteverdina non è, ma è quasi come se lo fosse, grazie a Della Passarelli, infaticabile ponte fra culture e quartieri).
Gli "autoritratti di editore" che Monteverdelegge ha organizzato da Plautilla hanno consentito un incontro diretto e molto caloroso fra editori e lettori, ma anche ai passanti più distratti non è sfuggita la mostra diffusa di copertine esposte nelle vetrine di Monteverde. Mostra che, in sedicesimo, vi riproponiamo in questa pagina.
Le fotografie sono di Stefania Camilli e mostrano, dall'alto in basso la vetrina degli Alimentari Enoteca, della Macelleria Bellardelli e della Pasta all'uovo Casoli, tutte in via dei Quattro Venti, e della Vetreria Jolly in via Carini. Ma di libri in mostra ce ne sono molti altri, pronti per essere adocchiati e poi - si spera - letti con gusto.
G. Luca Chiovelli (dedico il post a Gino Strada, che non conosco)
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Su
tutte le vette
è
pace;
in
ogni chioma
senti
appena
un
alito.
Nel
bosco anche gli uccelli, tutto tace.
Aspetta:
presto
anche
tu avrai pace (J.W.Goethe)
[Sarebbe bene, per la
vostra salute mentale e fisica, non cominciare la lettura]
Questo
è un post per pochi. Difficile da digerire. Davvero.
Una
sequela di immagini, tratte da un libro, Guerra
alla guerra! (Krieg dem Kriege!), del pacifista e anarchico Ernst Friedrich;
una serie di scatti che testimoniano gli effetti (su uomini, cose, animali)
della Prima Guerra, 1914-1918, di cui ricorre, il prossimo anno, come potete
arguire, il centenario.
Impiccagioni di massa
Queste
foto di guerra, accompagnate da brevi didascalie, talora indignate, altre volte
solo esplicative, oppure sarcastiche, nella loro inconfutabile oggettività,
resocontano una cronaca quotidiana: impiccagioni, fucilazioni per tradimento,
ferite mostruose, stermini razziali o politici, deportazioni, mutilazioni,
lapidi profanate, regnanti e generali gaudenti, case sventrate, chiese
stritolate, macerie di cose e d’uomini, orfani.
Spesso il male di vivere ho incontrato ... era il cavallo stramazzato ...
L’andamento di quei quattro
anni in cui l’Europa abdicò al proprio ruolo culturale per divenire colonia da
supermercato.
Il
libro uscì, in versione trilingue (inglese, francese, tedesco), nel 1924, a
dieci anni dallo scoppio del conflitto; a sei dalla conclusione.
Nella
vittoriosa Italia dove, in tre anni, morirono settecentomila persone, se ne
contarono altrettante disperse, s'ebbero un milione di feriti e debiti per
sessanta anni (il solo costo vivo ammontò a quasi il triplo del PIL) – in questo
paese, il nostro paese, l'Italia, in novanta anni (novanta) Guerra alla guerra ha avuto una sola
(una) edizione: una brossuraccia Mondadori del 2004, con breve introduzione di
Gino Strada.
Oggi
abbondantemente esaurita (o boicottata, chi lo sa).
[Sarebbe bene, per la
vostra salute mentale e fisica, non proseguire nella lettura]
Oggi alle 15 presso il Liceo Morgagni si terrà una conversazione fra Filippo La Porta e gli studenti sui temi del suo libro Poesia come esperienza. Una formazione nei versi, Fazi 2013, da cui sono tratte le righe che seguono.
Filippo La Porta
La poesia di Giorgio Caproni, piena di vento marino, di luce, di azzurro, mi travolse quando avevo trent’anni. Anche perciò lo incontrai con il cuore emozionato nella casa romana di via Pio Foà, una casa in salita, proprio come la sua ventosa Genova. Con il suo sguardo timido e arguto mi chiese quasi con apprensione: «Ma davvero il computer potrà sostituire il cervello umano?». Ovviamente la risposta alla domanda stava nella sua poesia. L’intelligenza artificiale è solo una metafora della mente umana. Non ha motivazioni né emozioni.
Se è concepibile un computer in grado di scrivere romanzi e poesie (è già stato fatto), si tratta di romanzi e poesie che già in sé hanno una desolante vocazione alla riproducibilità. Non riesco invece a immaginare alcun software in grado di comporre versi lontanamente comparabili a quelli caproniani, nei quali il pensiero più denso, verticale si fa quasi naturalmente verso, poiché è emozione
diretta delle cose (la poesia come «pensiero emotivo» e ipertesto, di cui parla Giorgio Manacorda, seguendo la neuroscienza). Poi Caproni mi disse di essere sommerso dai dattiloscritti di poeti esordienti: «Il livello medio è buono ma proprio questo è il punto: a volte ci vorrebbe una piccola imperfezione, un errore, che almeno denoti una personalità, la presenza di una “voce”».
Quasi fossero medicinali da assumere con cautela, i libri pubblicati dalla casa editrice Orecchio acerbo circolano accompagnati da un foglietto di avvertenze che assomiglia in tutto e per tutto ai "bugiardini" delle case farmaceutiche (lo vedete qui a fianco, cliccare sull'immagine per ingrandirla). La composizione, le controindicazioni, gli effetti indesiderati: non manca niente. Da leggere e far leggere anche ai bambini. Aspettiamo i commenti.
COMPOSIZIONE
Ogni libro contiene:
carta 75%, cartone 4,8%, colla 0,2%, inchiostro tipografico 5%, filo
per legatoria 0,3%, plastica 0,1%, sudore 14,6%.
FORMA E CONTENUTO
Libri di dimensione,
numero di pagine, peso e contenuto assolutamente variabili. L’azienda
produttrice garantisce comunque, per tutti i prodotti, la massima
corrispondenza tra forma e contenuto.
CATEGORIA
Libri per ragazzi che
non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno
ai ragazzi.
PRODUTTORE TITOLARE
DELL’AUTORIZZAZIONE ALL’IMMISSIONE IN COMMERCIO
Orecchio acerbo s.r.l.
CONTROLLORE FINALE
All’azienda
produttrice, nonostante i considerevoli sforzi, continua a sfuggire
qualcosa della fase finale di produzione, con conseguenti inevitabili
(ma raramente percettibili) difetti di confezione.
INDICAZIONI
Stati di grave bulimia
televisiva. Sindrome acuta di insufficienza immaginatoria. Distonia o
rimbecillimento da abuso di videogiochi. Irritazioni cellulari da
SMS. Coaudiuvante nel trattamento delle dipendenze da psicofamiliari
(anfemammine, erononnine, coccaziine ecc.). Intolleranze alimentate
(razziali, politiche, religiose ecc.). Elettroencefalodramma da
iperattività. Squilibri emotivi connessi a stress per mancanza di
mancanze. Stati apatici da eccesso di conformismo. Danni nel campo
visivo. Abbassamento della soglia di solidarietà.
CONTROINDICAZIONI
Non sono state rilevate
particolari controindicazioni, tuttavia il prodotto potrebbe
rivelarsi inefficace se somministrato a soggetti con iposensibilità
a illustrazioni e storie di spiccata originalità.
PRECAUZIONI PER L’USO
Il prodotto andrebbe
somministrato all’adulto e al bambino contemporaneamente. Sono
stati segnalati casi di somministrazioni eseguite singolarmente, in
cui l’individuo adulto è stato ritrovato in preda ad acuto stato
confusionale.
INTERAZIONI
L’assunzione insieme
con altri prodotti di analoga forma e contenuto esalta l’efficacia
del prodotto. Si segnala un’interazione particolarmente positiva
con i fumetti. Ma anche con libri gialli e di avventura, spettacoli
circensi e teatrali, film e cartoni animati, concerti e mostre. Nel
caso in cui i prodotti sopra elencati vengano assunti con opportuno
dosaggio e continuità nel tempo, aumentano le probabilità di
guarigione.
Ieri, domenica 1 dicembre, è scomparso a 78 anni André Schiffrin, un intellettuale a cavallo fra due continenti, protagonista del mondo editoriale statunitense prima alla Pantheon
Books e poi con la «sua» New Press, con solide radici europee. (fu suo padre, Jacques, a dare vita alla
Bibliothèque de la Pléiade). In due piccoli volumi, Editoria
senza editori e Il controllo della parola (usciti da Bollati
Boringhieri), Schiffrin è stato fra i primi ad analizzare dall'interno il fenomeno
della concentrazione editoriale prima negli Stati Uniti e poi in Europa, ed è diventato così il punto di riferimento di chi,
nel settore, continua a considerare il libro come un meraviglioso
veicolo di scambio culturale e non solo come una fonte di profitti. Per ricordarlo, pubblichiamo un ampio stralcio dell'intervista uscita sul "manifesto" il 14 maggio 2009, in occasione della pubblicazione per Voland della sua «autobiografia
intellettuale», Libri in fuga. Un itinerario politico fra Parigi e New
York (a cura di Valentina Parlato, pp. 233, euro 15).
Maria Teresa Carbone
Nell'ultimo anno (il 2008-2009, ndr) non
c'è paese al mondo che non abbia subito i contraccolpi della crisi
economica. Pensa che la recessione risparmierà il settore editoriale?Temo
al contrario che la crisi avrà effetti molto negativi. Negli Stati
Uniti le case editrici hanno già licenziato molti dipendenti, ma forse
l'ambito dove i problemi sono più evidenti è quello delle librerie:
delle due grandi catene esistenti negli Stati Uniti (quelle, detto per
inciso, che hanno soffocato la maggior parte delle librerie
indipendenti), una, Borders, è sul punto di fallire e l'altra, Barnes
and Noble, non sta molto meglio. Quanto alle case editrici, dal momento
che le grandi concentrazioni non smetteranno di tendere a profitti
altissimi, è molto probabile che con la crisi cercheranno di restringere
la scelta dei libri, puntando tutte le risorse sui titoli che, secondo
loro, potranno garantire grandi guadagni. Insomma, la cosiddetta
politica del bestseller sarà ancora più accentuata. In
Editoria senza editori lei ha denunciato appunto il fenomeno delle
grandi conglomerazioni editoriali. Eppure in questi anni sono nate tante
piccole sigle indipendenti che in alcuni casi hanno avuto un discreto
successo. Come spiega questa apparente contraddizione? Si
tratta di un fenomeno incoraggiante, soprattutto perché nella maggior
parte dei casi a varare queste nuove sigle sono dei giovani, che hanno
alle spalle una esperienza nelle grandi case editrici e si sentono
abbastanza forti da affrontare un'impresa in proprio. Quanto al loro
successo, è dovuto alla capacità di queste sigle di rivolgersi a nicchie
di pubblico, sfruttando al meglio gli spazi vuoti lasciati dalle scelte
omologate delle grandi conglomerazioni e contrastando il deserto
intellettuale creato dai grandi gruppi. A questo proposito,
però, c'è chi sostiene che mai come in questa fase della storia si è
letto e scritto, e che quello che alcuni descrivono come un
imbarbarimento nasconde una sorta di età dell'oro, meno elitaria di
quella che l'ha preceduta. Cosa ne pensa?Effettivamente le
cifre sulla lettura negli Stati Uniti rivelano che il tempo dedicato
alla lettura non è calato. Si tratta però, almeno per il cinquanta per
cento, di una lettura su Internet, una percentuale che sale ancora
presso i lettori più giovani, che sempre più di rado si accostano ai
libri. Ora, senza riaprire il vecchio dibattito sul ruolo svolto dalla
cultura popolare, mi sembra che ci sia una differenza sostanziale
rispetto a trenta o quarant'anni fa. Quando ero giovane, le case
editrici fondavano la loro ragion d'essere sull'offerta a un pubblico
che fosse il più vasto possibile dei libri migliori: Penguin per esempio
pubblicava i gialli di Agatha Christie, ma proponeva anche classici e
autori contemporanei di qualità a prezzi molto contenuti. Oggi non solo è
più difficile avere accesso a queste opere, ma costano anche molto di
più. Insomma, di certo ha un senso pubblicare Il codice da Vinci,
l'importante è che libri come questo non monopolizzino il mercato, come
le grandi case editrici alla ricerca solo del profitto tendono invece a
fare.
G. Luca Chiovelli Succede,
nella vita. La verità è quella che è, non quella che dovrebbe essere.
La
condanna: il libero arbitrio, la facoltà di scegliere. Non la nostra: quella
degli altri.
Se le
volontà degli altri potessero acconciarsi alle nostre, ecco la felicità.
Ma questo
non è dato all'uomo, condannato ai saliscendi della passione, agli andirivieni
della fortuna.
D'altra
parte se non fossimo eternamente e ineluttabilmente infelici non ci sarebbe
bisogno della poesia e della musica.
Non ci
sarebbe arte, in effetti.
Se
fossimo perfettamente, pienamente, felici, così felici da non avere sentore
della nostra propria felicità, non esisterebbero nemmeno la guerra e la
disperazione, concime dell'arte.
Saffo,
aristocratica dell’isola di Lesbo, che, forse, Ereso partorì, e Leucade
disfece, quasi duemilasettecento anni fa, conobbe come pochi tale destino. Come
Guido Cavalcanti, John Donne, Stendhal, Catullo.
L’amore
che brucia il ventre, la passione destinata a infrangersi contro il reale, il
sentimento inappagato, senza compromessi, smisurato: tutto questo porta al suo canto
eolico.
E Saffo
conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che la poesia nasce da una
predisposizione potente dell’animo capace a filtrare e trasformare ciò che gli
altri cuori non possono che rendere in misura volgare.
Ecco,
ad esempio, un frammento dedicato alla propria bionda figlioletta, Cleide:
Ho una bella bimba.
Ha simile la piccola figura a fiori d’oro.
L’amor mio: Cléide si chiama.
Se in cambio di lei mi date la Lidia intera,
Io non la do; se tutte le cose amabili mi date
Ebbene, io non la do
… leggiadra bimba …
Ci sono
parole più semplici e belle?
Oppure
leggete questi tre notturni:
Stella di sera, porti
Quanto l’alba lucente
Sperde: porti la pecora, la capra.
Alla mamma riporti la figlia
È sparita la luna,
Le Pleiadi. Notte
Alta.
L’ora del tempo varca.
Io dormo
Sola.
Le stelle intorno alla bella luna
Di nuovo nascondono il luminoso aspetto,
Quando piena di luce risplende
... su tutta la terra ... argentea
Quante
volte abbiamo letto di albe lucenti e notti e solitudini? Anche di poetastri e
poeti della domenica? Eppure queste sono magnifiche, perché promanano da un
animo già formato alla poesia, perché da Saffo vengono, dalle scheggiature dei
suoi nove libri.
Ecco,
invece, due lievi punture di gelosia:
Di nuovo Eros che scioglie le membra mi
Sconvolge, animale
Invincibile, dolce e amaro.
Atti, ti venne a noia curarti di me e voli
Verso Andromeda ...
Di me ti sei scordata, e non a me
vuoi bene: a un altro
Ma
l’amore, come insegna Guido Cavalcanti, è una tempesta corporale, squarcia il
petto e le viscere (“L’amore vien tagliando con tal forza che lo spirito fugge
via e solo l’apparenza rimane, morta, in sua signoria”). Ed ecco Saffo invidiare
un uomo (uno qualsiasi, uno di cui non rimarrà memoria alcuna, ma, in tale
occasione, pari a un dio!) sol perché gode il privilegio celeste di ascoltare
la voce bassa e dolce della persona amata:
Simile a un dio mi sembra quell'uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu dolcemente parli
e amorosamente sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell'erba; e poco lontana mi sento
dall'essere morta.
Ma tutto si può sopportare...
E
oltre:
... Scuote Amore il mio cuore
come il vento sul monte
si abbatte sulle querce …
Altrove
si ritrova un sentimento più pacato (e con tale forza lo ritroveremo, duemila
anni dopo, sotto altre latitudini, in John Donne, ad esempio). Ecco il commiato
di una giovane allieva che si strugge per la perdita della maestra di vita; ed
ecco Saffo, esperta del dolore e della realtà, che, con delicatezza somma, le
vieta il lamento e, allo stesso tempo, perché, commossa, non può fare
altrimenti, lo esacerba rievocando nostalgica ciò che è stato e non sarà più:
Vorrei davvero esser morta.
Essa lasciandomi piangendo forte,
mi disse: "Quanto ci e` dato soffrire,
o Saffo: contro ogni mia voglia
io devo abbandonarti".
"Allontanati felice" risposi
"Ma ricorda che fui di te
sempre amorosa.
Ma se tu dimenticherai
(e tu dimentichi) io voglio ricordare
i nostri celesti patimenti:
le molte ghirlande di viole e rose
che a me vicina, sul grembo
intrecciasti col timo;
i vezzi di leggiadre corolle
che mi chiudesti intorno
al delicato collo;
l'olio da re, forte di fiori,
che la tua mano lisciava
sulla lucida pelle;
e i molli letti
dove alle tenere fanciulle ioniche
nasceva l'amore della tua bellezza.
Non un canto di coro,
ne' sacro, ne' inno nuziale
si levava senza le nostre voci;
e non il bosco dove a primavera
il suono..."
Nelle
liriche di Saffo, frammentate e tronche come epigrafi museali, si ritrova anche
l’orgoglio della poesia e la celebrazione del proprio ruolo:
Io dico che taluno di me avrà
Memoria
La
coscienza di un ruolo eminente che si colora di noia e disprezzo per chi, la
poesia, non la ama. Alla poesia, infatti, come all’amore, ripugnano le mezze
vie. Ecco, perciò, la meritata maledizione verso una cialtrona, molto attuale:
Morte, inerzia di sonno
per te, silenzio di memoria, sempre:
tu non attingi rose
poetiche.
Disprezzata e scura, vagherai nell’Ade,
svolacchierai tra nere larve
Sulla
vita dell’amabile Saffo sorsero varie leggende, alcune mirabili e da
accogliersi come poesie ulteriori, altre di rara stupidità: queste ultime non
ci interessano.
Una di
tali leggende la celebra suicida (si gettò in mare dalla rupe Leucade), per
amore del barcaiolo Faone. Da questo episodio, che accogliamo con gioia, come
detto, trasse versi faticosi Giacomo Leopardi; Ovidio, invece, ch’era un genio,
inventò, nelle Eroidi, una bellissima
lettera d’amore: in essa Saffo scrive a Faone: dimmi se mi ami, solo questo; se
non mi vuoi, se io non suscito in te l’amore, dammi un segno crudele, ch’io almeno
lo sappia e possa cercare la morte nelle acque, presso la rupe bianca di
Leucade; questa la chiusa:
“ … ma se sei contento di essere fuggito lontano dalla
pelasgica Saffo (e tuttavia non potrai trovare il perché io meriti di essere
fuggita) una lettera crudele faccia sapere a me sventurata almeno questo,
perché io possa andare a cercare il mio destino nelle acque di Leucade”
Una
leggenda così bella ha il doppio merito di eternare la protagonista e di creare
nuova letteratura.
Saffo
fu maestra, moglie, madre; amante; e bambina, ragazza, donna, vecchia.
Sembra, infatti, che visse fino a tarda età. Conobbe amore, gelosia, tenerezza, ripulsa, tutto il
vasto iride delle passioni e, in più, conobbe l’alito della morte, ovvero lo
spegnersi di quei moti spossanti e micidiali, dolci e sfiancanti:
Ermete venne …
Io gli dissi: “Signore
No, per la dea beata,
io non ho gusto di grandezze:
vaghezza mi punge
di morire. Vedere
nella rugiada i fiori
di loto, lungo l’Acheronte”…
E
ancora:
[A me] ormai la vecchiaia [inaridisce] la pelle, che era un
tempo [delicata],
e i capelli, da neri che erano, sono diventati [bianchi]
...,
il cuore mi si è fatto pesante e non mi reggono le ginocchia,
che erano un giorno leggere nella danza come quelle di
cerbiatti.
[Per questo] gemo di continuo. Ma che cosa potrei fare?
Non è possibile, per chi è uomo, scansare la vecchiaia
Ma, da ultimo,
qual è il lascito della grande poetessa? Questo: semplice, profondo, inevitabile:
Quale la cosa più bella
sopra la terra bruna? Uno dice “Una torma
di cavalieri!”, uno di fanti, uno di navi.
Io, ciò che s'ama.
Farlo capire a tutti è così semplice! …
Di lei l'amato incedere, il barbaglio
del viso chiaro vorrei scorgere,
più che i carri dei Lidi e le armi
grevi dei fanti.
Di Saffo, la divina Saffo, scrisse una breve biografia leggendaria
anche Giovanni Boccaccio nel suo De mulieribus
claris. Saffo, Leopardi, Ovidio, Boccaccio, Donne, Cavalcanti: quando si passeggia fra
le nubi si scomodano solo pari. La marmaglia resta a terra. Poniamo il brano
come epitaffio; di questo post, ovvio, poiché le parole della poetessa rivivranno
sempre come verità incancellabili. Ecco Boccaccio:
“Saffo
fu una fanciulla dell’isola di Lesbo, della città di Mitilene: e della sua
origine ai posteri non rimane altro. Ma se noi guardiamo allo studio, quello
che il tempo ci ha tolto lo vedremo in parte restituito; cioè essere nata di
nobili e onesti parenti; perché quello non poté mai essere desiderato da un
animo vile, e a quello non poté mai venire alcuno d’animo plebeo. E benché non
si sappia in che tempo quella vivesse, nondimeno ebbe sì nobile animo, che
essendo in fiorita età e bellezza, non fu contenta solamente sapere congiungere
insieme le lettere, ma confortata da più caldo furore d’animo e da più vivacità
d’ingegno, montata a più alto studio per lo scosceso Parnaso, montò alla cima,
non rifiutandola le Muse; e cercato il bosco dell’alloro, arrivo al tempio
d’Apollo; e bagnata nella fonte de’ poeti, prese la cetra, mentre danzavano le
sacre Muse. Ed essendo fanciulla, non esito a suonarla e a comporre versi, il
che risulto molto faticoso anche a uomini studiosissimi. Perché dire più
parole? Ella per lo suo studio arrivò a tale altezza che i suoi versi,
tramandati dagli antichi, son famosi persino oggi; per lei fu eretta una statua
di metallo consacrata a suo nome, ed ella fu annoverata tra i poeti insigni. E
certamente non sono più famose le corone dei re che la sua corona, né le mitre
dei sacerdoti, né le lauree de’ trionfanti. E come ella fu felice nei suoi
studi, allo stesso modo fu infelice nei suoi amori, perché, presa d'affetto per
un giovane, anzi vinta da una passione insanabile, o per la piacevolezza di
questi, o per la bellezza o per qualsiasi altra ragione, non volendo egli
consentire al suo desiderio, ella si dolse della sua ostinatezza, e ne scrisse
lamentevoli versi; i quali io avrei pensato elegie, perché quelle ritengo
appropriate a tale materia, se io non avessi letto che ella, quasi dispregiata
la forma dei versi antichi, trovò una nuova struttura metrica, da allora
chiamata col proprio nome. Ma che diremo noi? Son da biasimare le Muse, le
quali, suonando Anfione la sua lira, poterono muovere i sassi delle montagne; e,
cantando Saffo, non valsero ad ammorbidir il cuore d'un giovinetto".
In Spagna si hanno unidici edizioni ottocentesche del romanzo: la prima è del 1833 per la traduzione di Felix Enciso Castrillon, l'ultima è dovuta, invece, a Manuel Aranda y San Juan. Altri traduttori: Juan Nicasio Gallego (1836-1837), José Alegret de Mesa (1850), Gabino Tejado y Rodriguez (1859). Alessandro Manzoni
Ese ramal del lago de Como, que tuerce hacia el Mediodía, entre dos cadenas ininterrumpidas de montañas, todo él ensenadas y golfos, según sobresalgan o se internen aquéllas, viene, casi repentinamente, a estrechase, y a tomar curso y aspecto de río, entre un promontorio a la derecha, y un amplio declive al otro lado; y el puente, que allí enlaza las dos orillas, parece hacer aún más evidente a la vista esta transformación, y señalar el punto en el que el lago cesa, y recomienza al Adda, para luego volver a tomar el nombre de lago allí donde las riberas, alejándose de nuevo, dejan al agua dilatarse y remansarse en nuevos golfos y ensenadas. El declive, formado por los aluviones de tres grandes torrentes, desciende apoyado en dos montes contiguos, llamado el uno de San Martino, y el otro, con vocablo lombardo, el Resegonei, por sus muchos picachos en fila, que en verdad lo asemejan a una sierra: de tal manera que no hay quien, al verlo por primera vez, siempre que sea de frente, como por ejemplo desde lo alto de las murallas de Milán que miran hacia el norte, no lo distinga al punto, por esa señal, entre aquel largo y vasto macizo, de los otros montes de nombre más oscuro y forma más común. Durante largo trecho, el declive asciende con una pendiente lenta y continua, luego se rompe en lomas y vallecitos, en repechos y explanadas, según la osamenta de los montes, y el trabajo de las aguas. Su franja extrema, cortada por las desembocaduras de los torrentes, es casi toda ella arenilla y guijarros; el resto, campos y viñedos, sembrados de pueblos, de aldeas, de caseríos; en alguna parte bosques, que se prolongan montaña arriba. Lecco, la principal de esas poblaciones, y que da nombre al territorio, yace no lejos del puente, a orillas del lago, es más, viene a hallarse en parte en el lago mismo, cuando éste sube de nivel: una gran villa en nuestros días, y que seencamina a convertirse en ciudad. En los tiempos en que ocurrieron los hechos que vamos a relatar, esta villa, ya considerable, era también castillo, y tenía por tanto el honor de alojar a un comandante, y la ventaja de poseer una guarnición estable de soldados españoles, que les enseñaban la modestia a las muchachas y a las mujeres del pueblo, le acariciaban de cuando en cuando las espaldas a algún que otro marido, a algún padre que otro; y, hacia el final del verano, no dejaban nunca de dispersarse por los viñedos, para mermar las uvas, y aliviar a los campesinos la fatiga de la vendimia. Entre uno y otro de aquellos pueblos, entre las alturas y la ribera, entre collado y collado, discurrían, y discurren aún, caminos y veredas, más o menos empinados, o llanos; a veces hundidos, sepultados entre dos muros, de modo que, alzando la mirada, no descubrís más que un trozo de cielo y el pico de algún monte; otras veces elevados sobre terraplenes abiertos: y desde aquí la vista se extiende por perspectivas más o menos amplias, pero ricas siempre y siempre algo nuevas, según que los distintos puntos abarquen una parte mayor o menor del vasto escenario circundante, y según que esta parte o la otra campee o quede recortada, asome o desaparezca. Aquí un trozo, allá otro, más allá una gran extensión de aquel vasto y variado espejo de agua; en esta parte, lago, encajonado o más bien perdido en un grupo, en un ir y venir de montañas, y gradualmente más ensanchado entre otros montes que se van desplegando, uno a uno, ante la mirada, y que el agua refleja invertidos, con los pueblecitos colocados en la orilla; en la otra, brazo de río, luego lago, después otra vez río, que va a perderse en reluciente zigzagueo por entre los montes que lo acompañan, menguando poco a poco, y casi desapareciendo también ellos en el horizonte. El lugar mismo desde el que contempláis esos variados espectáculos, os convierte en espectáculo desde todos los puntos: el monte por cuyas laderas paseáis, os despliega, por encima, alrededor, sus cimas y barrancos, nítidos, recortados, cambiantes casi a cada paso, abriéndose y curvándose en cadena de picos lo que primero os había parecido un solo monte, y apareciéndoseos en la cima lo que poco antes creíais ver en el declive; y lo ameno, lo familiar de esas laderas mitiga agradablemente lo salvaje, y adorna más aún lo magnífico de los otros panoramas.