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domenica 28 dicembre 2014

Nella cucina di Monteverdelegge: il ragù napoletano

Decantato da Eduardo de Filippo in una sua poesia ("'O rraù ca me piace a me / m' 'o ffaceva sulo mammà...") il ragù è uno dei piatti più famosi della cucina napoletana. A Monteverdelegge ha regalato la sua versione Egi Volterrani, uomo di grande sapienza e di innumerevoli attività: è scrittore, architetto, organizzatore culturale, traduttore, scenografo e anche - appunto - cuoco (autore tra l'altro di un volume intitolato Frattaglie. Ricette dell'amor perduto, Edizioni Blu 2009).

Egi Volterrani
La ricetta del ragù me la diede molti anni fa un magistrato del tribunale minorile di Napoli e Salerno. Una persona speciale che ora non c’è più e si chiamava Paolo Giannino. A lui è stato intitolato il Centro Nazionale di Studi Minorili.
Tradizionalmente, il ragù si dovrebbe fare in una marmitta di coccio già “fatta”, cioè frequentemente usata. Ormai è difficile trovarne. Non può essere rimpiazzata con pentole di alluminio o di rame: col pomodoro acido, rilasciano “veleni” indigesti e scassafegato. Esistono pentole professionali di materiali stratificati ad alta conduzione termica, ma sono carissime. Si ricorre allora all’acciaio pesante, dove il ragù “attacca” facilmente e richiede moltissima attenzione e solerte, continuo uso del cucchiaio di legno.
In una pentola di acciaio con il fondo pesante, che – con qualche inconveniente – può rimpiazzare il coccio tradizionale, con un po’ d’olio buono e – per rispettare la tradizione – un po’ di strutto, su cipolla affettata abbondante, rondelle di canna di sedano, peperoncino piccante a piacere e una o due papaccelle dolci, saporite e mature, disporre tre o quattro pezzi di carne di manzo non magri. Tradizionali: punta di petto, rosa, scaramella, muscolo, collo … disossati. Ogni pezzo del peso tra g 400 e g 600. Mezzo kilo di tracchie“umide”di maiale, quelle “del collo” (facoltativo, non ammesso dalle comunità israelita e islamca). Usando la punta di petto con il suo grasso, non è utile aggiungere cotiche e cotenne, usate tradizionalmente perché addensano il sugo con grassi e gelatine, riducendone però le fragranze. Se tuttavia questo effetto organolettico untuoso piace, le cotenne, magari in involtini farciti di aglio, uva passa e prezzemolo, sono anch’esse ingredienti tradizionali, come del resto le polpette.
Fare rosolare il tutto lentamente e a lungo fino a quando le carni siano ben colorite e il fondo di cottura (cipolle, eccetera) sia completamente disfatto.

martedì 10 settembre 2013

La cultura si mangia

Raethia Corsini

La richiesta mi è arrivata via mail: un invito per partecipare, in qualità di relatrice, alla presentazione di uno dei titoli della nuova collana dell’editore Slow food: Piccola Biblioteca di Cucina Letteraria. È uno degli incontri in programma per festeggiare il compleanno di Settembrini, nel quartiere Prati, libreria, cafè, ristorante nato dieci anni fa. Fu, come ogni impresa, una scommessa. Se festeggiano – da oggi fino a fine mese - con un programma davvero nutrito e nutriente (molte cene e aperitivi con chef di levatura, qui il blog per info) vuol dire che qualche successo la formula l’ha ottenuto anche in questi tempi bigi. Alla presentazione di uno dei titoli della collana Slow food sono invitata perché scrivo e ho scritto di cibo, cuochi, cultura gastronomica. E il programma della festa di Settembrini include tutte queste “voci”, l’una imprescindibile dall’altra. Ora, benché abbia versato inchiostro sul tema, la mia opinione sul mirabolante circo che gravita intorno al mondo della cucina si è deteriorata alla stessa velocità con la quale si deteriora un branzino lasciato fuori dal frigorifero. Di cibo sono piene le Tv: per lo più si tratta di talenti alla prova e ricette eseguite “live”, rito che afferra l’attenzione dello spettatore come e più (pare) di una puntata di Grey’s Anatomy (e certi programmi sono al pari ripugnanti, non me ne vogliano i cultori del genere).  Anche gli scaffali delle librerie alla sezione gastronomia straboccano di titoli e best seller, e questa in parte è una novità: da noi, in Italia, Paese dotato di una varietà impressionante di (ottimi) prodotti della Terra, alla quale corrisponde un’altrettanta varietà innumerevole di ricette (in quanti modi si può fare, per esempio, la pommarola?) la letteratura gastronomica si è affermata veramente solo negli ultimi dieci anni, durante i quali anche Pellegrino Artusi ha conosciuto una rinnovata fama, citato perfino nelle chiacchiere da bar tra gourmand (non gourmet!). Fino all’inizio del Terzo Millennio, qui nel Bel Paese, un libro di cucina era più un ricettario che un racconto. Chi si spingeva a scriverne, o addirittura si avventurava in un romanzo intorno al tema cibo, era invariabilmente marchiato autore di serie C (meno dei giallisti, qualcosina in più degli autori di rosa). Nell’aria ora si avverte un cambiamento.
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