Raethia Corsini
La richiesta mi è arrivata via mail: un invito per
partecipare, in qualità di relatrice, alla presentazione di uno dei titoli
della nuova collana dell’editore Slow food: Piccola Biblioteca di Cucina Letteraria.
È uno degli incontri in programma per festeggiare il compleanno di Settembrini,
nel quartiere Prati, libreria, cafè, ristorante nato dieci anni fa. Fu, come
ogni impresa, una scommessa. Se festeggiano – da oggi fino a fine mese - con un
programma davvero nutrito e nutriente (molte cene e aperitivi con chef di
levatura, qui il blog per info) vuol dire che qualche successo la formula l’ha
ottenuto anche in questi tempi bigi. Alla presentazione di uno dei titoli della
collana Slow food sono invitata perché scrivo e ho scritto di cibo, cuochi,
cultura gastronomica. E il programma della festa di Settembrini include tutte
queste “voci”, l’una imprescindibile dall’altra. Ora, benché abbia versato inchiostro sul tema, la mia opinione sul mirabolante circo che gravita intorno al
mondo della cucina si è deteriorata alla stessa velocità con la quale si deteriora
un branzino lasciato fuori dal frigorifero. Di cibo sono piene le Tv: per lo
più si tratta di talenti alla prova e ricette eseguite “live”, rito che afferra
l’attenzione dello spettatore come e più (pare) di una puntata di Grey’s
Anatomy (e certi programmi sono al pari ripugnanti, non me ne vogliano i
cultori del genere). Anche gli scaffali
delle librerie alla sezione gastronomia straboccano di titoli e best seller, e
questa in parte è una novità: da noi, in Italia, Paese dotato di una varietà
impressionante di (ottimi) prodotti della Terra, alla quale corrisponde
un’altrettanta varietà innumerevole di ricette (in quanti modi si può fare, per
esempio, la pommarola?) la letteratura gastronomica si è affermata veramente
solo negli ultimi dieci anni, durante i quali anche Pellegrino Artusi ha conosciuto una rinnovata fama, citato perfino nelle chiacchiere da bar tra gourmand (non gourmet!). Fino all’inizio del Terzo Millennio, qui nel Bel Paese,
un libro di cucina era più un ricettario che un racconto. Chi si spingeva a scriverne, o addirittura si avventurava in un romanzo intorno al tema cibo, era invariabilmente marchiato autore di serie
C (meno dei giallisti, qualcosina in più degli autori di rosa). Nell’aria ora
si avverte un cambiamento.
