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lunedì 23 giugno 2014

"La dismissione" di Ermanno Rea, una rivisitazione

Elvira Sessa
Bagnoli, la vedi? “Era una fumifera città rossa e nera (la chiamavano Ferropoli) sovrastata da un cielo incandescente, pieno di lampi: si srotolava per chilometri tra strutture verticali e orizzontali, spiazzi, fasci di binari, carriponte lunghi sino a ottanta metri e oltre, neri cumuli di residui minerali, strade, colmate a mare, pontili, navi, lampioni, camion, gru alte come palazzi”. 
E quegli "odori acri che facevano battere il cuore come un afrodisiaco", li senti mentre salgono fino alla collina di Posillipo e ti invade un tramonto bruciato?   
Era così la Bagnoli del fiorire dell'Ilva, nei primi decenni del Novecento: “introduceva in una città inquinata - la Napoli della guerra fredda, dell'abusivismo selvaggio, del contrabbando - valori inusuali: la solidarietà; l'orgoglio di chi si guadagna la vita esponendo ogni giorno il proprio torace alle temperature dell'altoforno; l'etica del lavoro; il senso della legalità...".
Sin dalle prime righe del romanzo, ti afferri a quella contro-cartolina di Napoli, scivoli nella tuta da operaio e indossi il casco giallo. Ti svegli alle sei e mezzo del mattino con il primo fischio della sirena dell'acciaieria, entri al suo piano terra, inizi a sentire l’odore di muffa del posto di ristoro degli operai turnisti, ti lasci portare dai suoi corridoi lunghi e fuligginosi, ami percorrerla con il chiarore a chiazze della luna, quando è assorta in un silenzio di “cattedrale con un'unica navata grigio-azzurra dall'alta volta a coste e i fianchi arabescati da geometriche carpenterie”. Ora ti arrampichi fino a raggiungere le finestrature sotto il tetto, accedi alle colate ed esclami “eccolo il mio impianto”.

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