"Spettacolo potente nella sua duplice lettura tra il mito e il presente". Con dodici parole il nostro amico Alessandro ha definito l'Antigone di Jean Anouilh con la regia Roberto Latini in scena al Teatro Vascello fino al 30 novembre. Potente, si, lo è, e per tante ragioni, per il testo e per la regia che stravolgono il mito antico di Antigone, caparbia eroina classica chiusa in sé stessa che, secondo Sofocle, decideva di morire per difendere il suo diritto a rispettare la sacralità dell’umano rispetto alle leggi del potere. Questa è, invece, una Antigone ben incuneata nel presente, morente “nel quotidiano fallire”, scrive Roberto latini nelle sue note di regia, ben consapevole che misurarsi con la tragedia di Sofocle attraverso la riscrittura di Anouilh comporta una necessaria fallimentare immersione nella realtà odierna. Per chi volesse leggerlo, il testo di Anouilh si può trovare sul web digitando titolo e autore su Google.
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| Roberto Latini, Antigone, foto Manuela Giusto |
Il fallimento, d’altra parte – come racconta Cecilia Grassi Alessi in una scheda della Treccani anch’essa fruibile online, aveva già accompagnato al suo debutto l’opera al piccolo Théâtre de l’Atelier a Parigi il 6 febbraio 1944. Infatti la prima rappresentazione era stata accolta dal silenzio del pubblico, senza applausi, in una Parigi occupata dalle truppe tedesche sotto il governo di Vichy: Antigone sembrava rappresentare forse una incarnazione di un movimento di Resistenza che l’autore descriveva come suicidario, incoerente e perdente, mentre Creonte poteva sembrare un collaborazionista di Vichi, di cui l’autore scavava con troppa compassione le contraddizioni e forse, in fondo, anche le motivazioni. Pur immersi in un contesto diverso, è proprio questo aspetto che spiazza nello spettacolo al Vascello: la profonda sfaccettatura dei protagonisti, il loro non essere opposti, ma piuttosto le due facce di un conflitto fallimentare allo specchio. La pièce inizia con un prologo che indica agli spettatori, come in una fotografia, i personaggi - personaggi e non attori, che non vediamo ancora all’opera, ma che con echi pirandelliani, rappresenteranno la storia di Antigone: la protagonista, quella pensante, è magra e bruttina ed è sorella della bella Ismene, anch’essa assorta nei suoi pensieri, e poi Creonte, più padre che zio, vecchio e stanco che medita accanto al suo paggio, mentre la nutrice, che fa la maglia, è una sorta di madre-nonna di Antigone ed è quella che parla di più, dice, commenta, ama come una madre- nonna la giovane adolescente. Siamo di fronte ad una famiglia che “gioca” il play di Antigone, con un padre, una madre e due figlie, delle quali una è una sciacquetta burattina che segue le regole del quieto vivere, mentre l’altra, quella mitica, l’eroina, fa tardi la notte, perde tempo distesa nei parti a guardare le stelle e le albe… Nel dramma infatti gli attori sono persone con una maschera sul viso, che raccontano ciascuno la propria storia che, pur legata al mito, ha piuttosto il sapore della cronaca.
Nella regia di Latini e con le scene di Gregorio Zurla il palcoscenico mostra un attraversamento pedonale (memoria pop di Abbey Road?), con fermata dell’autobus, panchina e telefono pubblico a gettoni, cimelio novecentesco insieme con tanti vecchi scatoloni televisori con le loro manopole, di quelli anni ’60: le cose accennano al secolo scorso, quello analogico, in cui non c’erano ancora né i cellulari, né gli schermi piatti, e neppure i monopattini che sfrecciano oggi sulle strisce pedonali. Roberto Latini- Antigone dapprima parla alla nutrice dalla platea vestito come un comune spettatore, ma quando scende dalla cavea sul palco si trasforma in una splendida primadonna, eroina rock - trans - nero vestita con un abito lungo e gonfio di taffetà, che domina con il suo corpo maestoso e con la sua voce incandescente l’intero palcoscenico. La sua Antigone è una adolescente che parla a quelli di oggi e a quelli che lo sono stati, che scava nei ricordi di quanti oggi sono adulti, forse anche vecchi, e che qualche tempo fa hanno gridato ai loro padri le ragioni della loro ribellione. E Creonte non è un re mitico che difende con forza la ragion di Stato, ma un vecchio zio-padre borghese stanco che rivela le sue debolezze, i compromessi che deve accettare, le vili verità che per mera praticità che ha dovuto nascondere al suo regno famigliare.
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| Roberto Latini, Antigone, foto Manuela Giusto |
Antigone sale sul piedistallo fatto di televisioni e, novella polena rivoluzionaria con abito al vento lo attacca su un sottofondo musicale pop emozionante, lo ghermisce, lo incalza, gli urla il suo bisogno di giustizia e affronta con coraggio l’esito delle sue scelte, ma d’altro canto rivela anche la sua fragilità, le sue adolescenziali contraddizioni, le sue paure, le sue non scelte. In fondo questa Antigone è una ragazza borghese novecentesca che contesta le regole della società borghese in cui è cresciuta. Nel secolo scorso, insieme ai telefoni e alle televisioni e alle lucidatrici esisteva ancora questa parola, borghesia, vecchia piccola borghesia, contro cui tanti giovani si scagliavano opponendo con veemenza la loro critica. Questa parola oggi non si sente più, è sparita insieme ai gettoni dei telefoni pubblici, ma forse la voce di questa Antigone sessantottina ha ancora qualcuno che, nel buio del teatro, vuole ascoltare il suo grido, la sua protesta, oggi dispersa nei social, nel talk show, negli schermi infiniti dei cellulari. Il coro di Anouilh diceva, alla fine, che senza la piccola Antigone, è vero, sarebbero stati tutti più tranquilli. Forse oggi siamo tutti troppo tranquilli.
Maria Cristina Reggio


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