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mercoledì 15 gennaio 2014

"Il dolore non si dimentica di me". Addio a Juan Gelman

Il grande poeta (e scrittore e giornalista) argentino Juan Gelman è scomparso ieri a Città del Messico. Aveva 83 anni ed era noto anche (non solo) per la sua opposizione alla "sporca guerra" condotta dai regimi latinoamericani contro le forze progressiste del continente, una opposizione che gli è costata decenni di esilio. Tra i libri tradotti in italiano vanno citati almeno Valer la pena (Guanda 2007) e Nel rovescio del mondo (Interlinea 2003). Lo ricordiamo qui con una sua poesia e una intervista di Marco Dotti, pubblicata sul "manifesto" nel gennaio 2009.

Fra Holderlin e la follia di Holderlin
ci sono differenze.
La poesia non è un destino.
Nessuno sa chi sia la poesia per se stessa.
Nel recinto del cielo ci sono gabbie
senza stelle né dolore. 
La bambina che voltò l'angoloin lacrime è assurda? Come
il suono della mia fame oggi? L'insania
vaga per le strade? si ferma
in una casa qualsiasi?
La tua?

Juan Gelman 


Marco Dotti
«È stata una scrittura con continui soprassalti e interruzioni. Durante la ricerca avevo la testa, il cuore, il sangue rivolti altrove». Così Juan Gelman, poeta argentino, nato nel quartiere popolare di Villa Crespo a Buenos Aires, e costretto a un lungo esilio dalla dittatura militare del generale Videla, descrive «la fatica e la pena» che hanno segnato gli ultimi trenta anni della sua vicenda umana e della sua ricerca poetica. Una ricerca condotta nell’ambito della scrittura e dell’«inafferrabile» ma che, come osserva il critico Jorge Boccanera, tragicamente e indissolubilmente si lega a una ricerca più terrena, «quella di sua nuora» rapita nell’agosto del 1976, al pari del figlio Marcelo, dai militari del regime e rinchiusa in un campo di concentramento sadicamente chiamato «Il giardino». Da allora, Gelman non ha smesso di cercare, tanto sul fronte della poesia, rivolgendosi a forme sempre nuove, quanto su quello della memoria e della realtà più terrena, scrivendo lettera, raccogliendo firme, intentando cause pilota contro i militari e i loro protettori politici. « Il dolore non si dimentica di me. Ombre, distanze, superfici, odore di sospetti marci, affanni che non spostano i piedi. Vi è paura nella memoria proibita». Per il recupero di questa memoria, dichiara Gelman, «vale la pena lottare e soffrire. Vale la pena scrivere», violare le porte e infrangere divieti.
In un testo titolato «Differenze», lei ha scritto che «la poesia non è un destino». Come nasce in lei la necessità, o la scelta se preferisce, di affidarsi proprio al registro poetico?
Io comincio a scrivere quando sento un rumore all’orecchio e mi prende un malumore straordinario. Sento dentro di me un’ossessione. Quello che tutti chiamano ispirazione per me è soltanto questo: un’ossessione. Non so di preciso che cosa mi accada. Potrei dire – scherzando, ovviamente – che scrivo per leggermi e capire, a posteriori, quello che mi accade. Quando avevo quattro, cinque anni mio fratello maggiore si divertiva a recitarmi versi Puskin in russo. Ero molto piccolo e, ovviamente, non capivo nulla. Però ero colpito dai suoni meravigliosi, dalla musica e dal ritmo di Puskin. Insistevo allora con mio fratello, che era molto più grande di me, affinché me ne leggesse in continuazione. Molte volte ho pensato che quei suoni abbiano influito radicalmente lasciando una impronta su di me.

sabato 23 novembre 2013

La buccia in una lingua, la polpa in un'altra

Dal numero 117 della rivista "Lettera internazionale", in arrivo nei prossimi giorni in libreria, anticipiamo un intervento di Sarah Zuhra Lukanić, scrittrice croata da qualche anno residente in Italia.
 
Sarah Zuhra Lukanić *

Leggo. È come una malattia. Leggo tutto ciò che mi capita sottomano, sotto gli occhi: giornali, libri di testo, manifesti, pezzi di carta trovati per strada. ricette di cucina, libri per bambini. Tutto ciò che è a caratteri di stampa.
Agota Kristof, L’Analfabeta, 2005

Bisogna educare. L’uomo ha bisogno di simboli per non perdersi nella miseria quotidiana. Il bagaglio di un immigrato ha sempre un’impronta dolorosa, persino se è lui stesso a scegliere, per amore, di andare via dalla sua terra. Figuriamoci se è costretto a rifugiarsi dalla guerra, dalla carestia, dalla dittatura, dalle persecuzioni, anche da quelle psicologiche. La società odierna, ma anche quella che ci ha preceduto, non ama la diversità come soluzione, come proposta, come equilibrio collettivo.

Ho il vissuto di una che è nata e cresciuta in una terra a cui ho regalato la mia parola d’onore di pionir (1). Sono cresciuta godendo dell’ubriacatura che veniva dai promettenti orizzonti marxisti, tra compagni di banco che tenevano stretta in mano la loro piccola tessera rossa rossa; con quella si sentivano prediletti e membri di un regno inimitabile che era considerato una specie di Svizzera comunista. Adesso ne sono certa: la morte di Tito per sempre avrebbe portato con sé anche la gradita scomparsa del mio paese. Già allora, come soluzione per non essere parte di quel nuovo sistema sciovinista che non condividevo e che mi avrebbe fatto diventare cattiva, avevo in mente l’esilio: cercare altrove un rifugio e una nuova educazione. L’immigrato non ha altra soluzione, deve reinventarsi la vita, comunicare, sensibilizzare alla diversità.
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