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mercoledì 29 maggio 2013

Ex Press: quando i libri se ne vanno

M. T. C. 
Sul "New York Times"" di qualche giorno fa Stanley Fish, docente di "humanities and law" alla Florida International University, editorialista del Nyt, autore di numerosi testi, uno dei quali, How To Write A Sentence, è dedicato all'arte e al piacere di comporre belle frasi, insomma una persona nella cui vita la parola scritta occupa uno spazio enorme, ha raccontato di avere dato via (venduto, per la precisione) la maggior parte dei suoi libri. Sono rimasti quelli che presumibilmente gli serviranno per completare il saggio che sta scrivendo e per avviare il successivo, ma al posto degli altri, quelli che hanno accompagnato la sua vita di uomo e di autore, da Milton a Shakespeare, da Donne a Hobbes, ci sono ora metri e metri di scaffali vuoti. Il motivo, come spesso succede in questi casi, è il trasloco in una casa più piccola, ma Fish non si nasconde che ci può essere altro. E constatando la sua (almeno attuale) assenza di reazione emotiva a questo distacco così significativo, si chiede se non sia  il segno di una fine: "I dibattiti a cui ho preso parte per decenni sono andati in un'altra direzione (anzi,in diverse altre direzioni) e io non ho il tempo e, per essere onesti, l'energia intellettuale, per seguirli. Addio. Se la caveranno bene anche senza di me". Eppure il titolo dell'articolo di Fish è Moving On, "Andare avanti". Ma allora? Cosa vuol dire separarsi dai propri libri? E' un tema di cui a Plautilla ci capita di parlare spesso, dato che la nostra bibliolibreria gratuita basa la sua esistenza proprio su questo gesto che di volta in volta può essere doloroso o liberatorio (o le due cose insieme). Ci piacerebbe sapere cosa dicono i nostri donatori, e non solo loro.
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