Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess
traduzione di Silvia Castoldi
Fazi, pp. 448, euro 18,50
Patrizia Vincenzoni
"Nessuno conosce mai veramente qualcuno", così si chiude il prologo di I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout : una chiave di lettura, fra le altre, per accedere a questo romanzo ben scritto, nel quale la scrittrice padroneggia - ci aveva già dato ampia prova di ciò in Olive Kitteridge - tutto il materiale umano di cui racconta, le cui psicologie esplora in profondità. Il Maine è ancora una volta lo stato americano in cui Strout muove le figure della sua commedia umana familiare e sociale: al centro della narrazione quel che resta di una famiglia su cui parecchi anni prima si è abbattuta una tragedia, la morte del padre causata involontariamente da uno dei tre figli, allora bambini.
I ragazzi Burgess è lo stilema attorno al quale le vite dei tre fratelli da allora in poi si svolgono, caratterizzato dalla rimozione del dolore e dall'impossibilità, dunque, di parlarne, rimozione che accompagna negli anni il bisogno di Jim, il primogenito, di allontanarsi dalla famiglia e dalla cittadina d'origine, andando a vivere a New York.
