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domenica 21 giugno 2015

La poesia della domenica - Popolo Algonkin Blackfeet, La canzone dell'ascia

Scrive un filosofo con la barba: "Nell'alienazione dell'oggetto del lavoro si riassume solo l'alienazione, l'espropriazione, dell'attività stessa del lavoro. In cosa consiste ora l'espropriazione del lavoro? In primo luogo in questo: che il lavoro resta esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l'operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato, ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, ma mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito ... il suo lavoro non è volontario, ma forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, ma è solo un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni ad esso. La sua estraneità risalta nel fatto che, appena cessa di esistere una costrizione fisica o d'altro genere, il lavoro è fuggito come una peste. Il lavoro esterno, il lavoro in cui l'uomo si espropria, è un lavoro-sacrificio, un lavoro mortificazione. In fine l'esteriorità del lavoro al lavoratore si palesa in questo: che il lavoro non è cosa sua ma di un altro; che non gli appartiene, e che in esso egli non appartiene a sé, ma ad un altro".
Ragionamento ammirevole, ma di seconda mano. 
Tutti i concetti filosofici principali, basici, sono già conosciuti intimamente dai popoli. Marx non ha inventato nulla; nel sangue di un poeta degli Algonchini Piedi Neri (tribù situate fra il Canada e il Nord degli Stati Uniti) già viveva, infatti, la felicità di un lavoro ben fatto, la gioia della creazione che si tramanda di padre in figlio, l'identificazione mistica fra oggetto e artefice.

Non è forse bella
questa mia ascia,
la taglio, la incido,
ne splendo.
Quest'ascia è contenta di esistere.
Io sono l'ascia,
io sto fabbricando me stesso.
Noi due siamo una cosa.

martedì 28 gennaio 2014

Altri olocausti

Maria Vayola

Per continuare a ricordare. 

Dedicare un giorno alla memoria di qualcosa, non vuol dire che non la si debba ricordare negli altri giorni, almeno spero, e a proposito di Olocausti vorrei qui ricordarne un altro, forse il più "quantitativamente" agghiacciante della storia, quello americano.
Si sono fatte stime che dalla scoperta dell’America fino ai giorni nostri il 90% circa degli abitanti originari di quelle terre, 80 milioni di persone, sia scomparso a causa dell’invasione prima degli europei e poi degli statunitensi. Il "civilizzatore bianco" ha continuato a perpetrare il genocidio degli indigeni  con stermini sistematici in Guatemala, Paraguay e in tutta l’America meridionale, complici, se non esecutori occulti, gli Stati Uniti  (per una fonte di approfondimento clikkate qui).
Per rimanere nell’ambito degli Stati Uniti, le popolazioni indigene sono state sterminate da forze interdipendenti quali le epidemie, l’uccisione diretta vera e propria, i trasferimenti forzati, la distruzione dell’ambiente naturale e quindi delle fonti di sostentamento e, non ultimo,  dal tentativo di  occidentalizzare i loro modi di vita, tramite la cristianizzazione, l’impedimento ad esercitare i rituali che scandivano le fasi della loro esistenza, l’imposizione di concetti di realizzazione completamente opposti al loro modo di vivere.
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