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domenica 30 marzo 2014

L'incipit della domenica - Poggio Bracciolini, Facezie (Liber facetiarum)

Rivedere con gioia alcune pellicole del passato: un documentario in tre puntate di Roberto Rossellini, ad esempio: L’età di Cosimo de’ Medici. La cura di Rossellini nel ricreare l’epoca descritta, il tono didascalico (a vantaggio del fruitore) eppure alto del discorso, la precisione storiografica. Un vero piacere già questo. E poi, come spesso accade, la commozione nel ritrovare brandelli di Italia forse già spariti: eccezionali scorci di castelli, boschetti, merlature, intonaci, colonne. E lo stupore nel constatare come, in pochi decenni, in una provincia d’Italia ben definita, Firenze, si potessero assommare tanti genî: Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Masaccio, Donatello, Lorenzo Ghiberti, Niccolò Cusano, Paolo Dal Pozzo Toscanelli, Bernardo Rossellino, Leonardo da Pistoia, Francesco Filelfo, Benozzo Gozzoli, Beato Angelico, Vincenzo Foppa, Marsilio Ficino, Filippo Lippi, Paolo Uccello e l’incredibile emulo di Marco Polo: Niccolò da Conti; e, non ultimo, Poggio Bracciolini.
Cicerone, Quintiliano, Stazio, Lucrezio, Plauto, Vitruvio furono alcuni degli autori che Poggio Bracciolini, instancabile cacciatore di manoscritti, riportò alla piena luce, contribuendo in modo decisivo alla nascita dell’Umanesimo italiano. Fu, tra le altre cose, traduttore e calligrafo. Anche lui un genio, insomma.
Talmente geniale (come i fiorentini che vennero subito dopo: Francesco Guicciardini e Niccolò Machiavelli) da dedicarsi, nei ritagli di tempo, all’ingaglioffimento: ovvero a quegli svaghi, popolareschi e volgari, atti a ritemprare l’animo in vista di dotti e profittevoli studi.
L’ingaglioffimento di Bracciolini fu la silloge delle Facezie (Liber facetiarum). Ecco come Poggio ci descrive il libro: “Prima di chiudere il fermaglio di questa lunga collana di storielle, mi sembra opportuno rivelare il luogo in cui ho raccolto ciascuna di esse. Esso è il nostro Bugiale, una sorta di officina di menzogne, istituito un tempo per i segretari di Sua Santità perché si svagassero un po’ … Qui si poteva dire tutto quello che ci passava per la testa, si poteva scagliare frecciate pesanti a tutti quelli che non ci andavano a genio … Ora il nostro Bugiale non esiste più … si è persa la sana abitudine di stroncare con il riso tutto ciò che non va …”
Gran lettura le Facezie (che sono duecentosettantadue). L’ultima è una della mie preferite: ne consiglio l’accorta considerazione.

Poggio Bracciolini
DI UN POVERO NOCCHIERO DA GAETA
Quelli del popolo di Gaeta vivono quasi tutti sul mare: uno di costoro, il più povero nocchiero del mondo, dopo avere errato per molti luoghi per guadagnare, tornò dopo cinque anni a casa, dove aveva lasciata povera masserizia e la moglie giovane. Appena mise piede a terra, corse a veder la sua donna (che disperando intanto che il marito tornasse, con altro uomo viveva). Entrato in casa e vedendo questa tutta instaurata e ingrandita e abbellita, chiese a sua moglie, come mai quella stamberga, prima tanto brutta, si fosse così mutata. Rispose tosto la moglie, che la era stata la grazia di Dio che dà a tutti gli uomini la ricchezza. “Benediciamo dunque il Signore”, disse l'uomo, “che ci ha fatto così gran beneficio”. Poi, di sopra, vide la stanza da dormire, con un letto più bello e con tutta la mobilia più elegante di quello che la condizione di sua moglie permettesse; e quando chiese di dove anche tutto questo fosse venuto, ella gli rispose che anche ciò si doveva alla misericordia di Dio; e ringraziò di nuovo il Signore che così generoso verso di lui si era mostrato. Nello stesso modo, quando vide nella casa tutte le altre novità, che sua moglie diceva provenienti dalla munificenza di Dio, e mentre egli restava ammirato di tanta profusione di grazie, sopravenne un fanciullo di più di tre anni, che corse, come fanno i bambini, ad accarezzare la mamma; allora il marito chiese di chi fosse il marmocchio, e la donna gli rispose essere suo. Meravigliato, l'uomo, che fosse venuto fuori un fanciullo, se egli non c'era entrato, la donna rispose sempre che esso proveniva dalla grazia di Dio. Allora non poté contenere lo sdegno per questa sovrabbondanza di grazia celeste, che veniva fino a regalargli dei figli. “Ah, sì”, disse, “che lo devo ringraziar molto, il Signore, che si è preso tanto pensiero delle mie faccende!”. Gli pareva, povero uomo, che Dio avesse pensato troppo, se gli faceva nascere dei fanciulli mentre egli era lontano.

DI UN MEDICO CHE CURAVA I MATTI
Eravamo in molti a discorrere di quella vanità, per non chiamarla stoltezza, che certuni hanno di mantenere cani e falchi per la caccia. Allora saltò su Paolo fiorentino a dire: “Aveva proprio ragione di ridere di loro quel matto di Milano”. E poiché noi lo pregammo di raccontarci la storia: “Fuvvi, una volta”, egli disse, “un cittadino milanese che faceva il dottore a' dementi ed a' pazzi e che prendeva a guarire in un certo tempo coloro che erano affidati alla sua cura. Ed ecco in qual modo egli la faceva: aveva in sua casa una corte dove era uno stagno di acqua sporca e fetente, nel quale, legati ad un palo, egli immergeva i matti che gli conducevano; e alcuni fino a' ginocchi, alcuni altri fino alle anche, qualcun altro anche più profondamente, secondo la gravezza del male, e li teneva a macerare nell'acqua e nell'inedia fino a che paressergli risanati. Gli fu tra gli altri una volta condotto un tale, che egli mise in quel bagno fino alle cosce, e che dopo quindici giorni ritornò alla ragione e pregava il medico di toglierlo da quel pantano; e questi lo tolse dal supplizio a patto però che non uscisse dalla corte; e quando ebbe per qualche giorno obbedito, lo lasciò passeggiare per tutta la casa, a condizione che non uscisse dalla porta sulla via: intanto i colleghi del matto erano sempre nell'acqua, e il matto osservò diligentemente gli ordini del medico.
Una volta che egli stava sulla porta, né per timore della fossa osava di passarla, vide venire un giovine cavaliere col falco sul pugno, e due di que' cani che servono per la caccia; e poiché non aveva memoria delle cose avvenute o viste prima della follia, gli parve cosa nuova, e lo chiamò a sé; e il giovine venne: “Ohé tu”, gli disse, “ascoltami un poco e rispondimi se ti piace: Che è la cosa su cui stai, e per che uso ti serve? “È un cavallo”, rispose, “e l'ho per la caccia”. “E l'altra cosa che hai sul pugno come si chiama essa e a che è buona? “È un falco educato alla caccia delle arzavole e delle pernici”. E il matto: “E quelli che ti accompagnano chi sono e a che ti giovano? “Sono cani”, disse, “ammaestrati a snidare la selvaggina”. “Sta bene, ma codesta selvaggina per la quale hai pronte tante cose, che prezzo ha quando tu ne abbia cacciato per un anno intero? “Poco ne so”, rispose, “ma non credo più di sei ducati”. “E quanto spendi tu nei cani, nel falco e nel cavallo?” “Cinquanta ducati”. Allora meravigliato della pazzia del giovane cavaliere: “Oh, oh!” disse, “va' lontano di qui tosto prima che il medico torni a casa; perché se ti trova qui, come se fossi tu il più stolto fra i viventi, ti getterà nella fossa per curarti cogli altri matti, e come non fa cogli altri ti metterà nell'acqua sino alla gola”. Mostrò così che la passione per la caccia è stoltezza se non è de' ricchi e per esercizio del corpo.
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