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sabato 5 marzo 2016

La favola della domenica - Ennio Flaiano, Quando i ladri presero la città

Questa favoletta fu pubblicata nel 1960.
56 anni fa.
Inutile dire che è molto attuale.
Ed è attuale non perché Flaiano fosse dotato di particolari doti profetiche.
No. È che gli Italiani del 2016 sono babbei quanto quelli del 1960.

* * * * *

Quando i ladri presero la città, il popolo fu contento, fece vacanza e bei fuochi d'artifizio.
La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto del loro governo, riaffermarono il diritto di proprietà.
Questo rassicurò i proprietari più autorevoli.
Su tutti i muri scrissero: 'Il furto è una proprietà'. Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate. A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, a un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli, la testa.
Poi si sparse la voce che i ladri rubavano.
Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno.
I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale.
Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, ladra, onesta, religiosa. 
Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo.
Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti, e si vide che non era possibile farli senza l'aiuto di una grossa organizzazione.
E si capì che i ladri avevano quest'organizzazione. Una mattina, per esempio, ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia.
Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai, treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città.
La stampa, dapprima timida, insorse: sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, e quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini. 
Ma vissero sempre felici e contenti. 

Nota. I compilatori di un libro di lettura per le scuole elementari mi avevano chiesto una favola arguta per bambini dai sette ai dieci anni. Ho inviato loro questa favola, l'hanno respinta cortesemente, dicendo che "non era adatta". Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola

giovedì 6 giugno 2013

Quando Flaiano telegrafò: "Obelisco"

Autoritratti di Amerigo Bartoli
e Vincenzo Cardarelli. Sotto,
Flaiano in un disegno di Bartoli
In questa pagina tratta dall'Almanacco dell'Altana (1995) i ricordi di un vecchio libraio che per me è stato solo mio padre (antonio sforzini)

Vittorio Sforzini
La mattina andavo a via Veneto per aprire la libreria Rossetti nella quale avevo incominciato a lavorare nei primi giorni del luglio 1944. C'era, allora, a causa del coprifuoco, I'orario unico fino alle quattordici e non esistevano mezzi di trasporto pubblico. Ero riuscito a procurarmi una vecchia bicicletta senza freni, tenuta insieme più che altro dalla ruggine. Il ritorno, in discesa, mi compensava della faticaccia dell'andata. Peppino (Rossetti) arrivava più tardi dopo aver visitato le librerie antiquarie, oggi scomparse, di Camerlengo in via del Babuino e dell'ingegnere Gerra in via di Propaganda Fide: trovava quasi sempre qualche conveniente acquisto.la libreria iniziò la sua attività occupando i Iocali, abbastanza vasti, che erano stati dell'Artigianato Libico, ma poco dopo, per varie ragioni, si restrinse in un vano piuttosto piccolo acquistando una intimità da boutique del libro. Via Veneto aveva, allora, una sua fisionomia e, anche se i giudizi che se ne davano erano diversi, sembrava che dovesse rimanere immutabile nel tempo. Una volta gli autentici intellettuali difficilmente erano soliti fermarsi a via Veneto e soltanto da Rosati c'era qualche tavolo in cui era possibile riconoscere alcuni scrittori, giornalisti e critici d'arte che abitavano nelle vie adiacenti.
L' idea di mettere una libreria a venti passi da Rosati venne ad un esperto e notissimo librario romano: Giuseppe Rossetti. Lo seguirono i suoi affezionati clienti di quando lavorava nella vecchia e gloriosa libreria Modernissima in via delle Convertite, adiacente alla famosa "Terza Saletta" del caffè Aragno. La libreria era piccola, ma aveva due poltroncine attorno a un tavolinetto con riviste, giornali e portacenere. Scaffali alle pareti, un tavolo bacheca, e uno sgabuzzino in fondo.
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