
Ti racconto un libro
Toni Morrison, A casa
Frassinelli, pp. 175, euro 18,50
Maria Vayola
Toni Morrison è, secondo me, una grande scrittrice: incide nella mente di chi la legge qualcosa che è più profondo di una semplice sollecitazione intellettuale, si insinua come un’infiltrazione di sensualità (nell’accezione più larga del termine), di comprensione magica della realtà e dell’”altro”, crea tra la sue storie e chi le legge una comunicazione diretta e senza filtri culturali. Con i suoi personaggi ci si impatta, ci si entra dentro, li si vive. E’, la sua, una letteratura viscerale, carica di flessuosità e di ritmo. Il suo retaggio culturale, l'Africa che le scorre nelle vene, rende la sua scrittura qualcosa di particolare rispetto a quella cosi detta "occidentale".
Ho letto quasi tutti i suoi libri, quelli che mi sono particolarmente cari sono Amatissima e Jazz dove, più che negli altri, il suo linguaggio si fa musica, musica blues per il primo e musica jazz per il secondo. Questo A casa è un libro (qui la sinossi) che parla di guerra e di razzismo, di comprensione e di aridità, di vite violentate e del riscatto di quelle stesse vite, della trasformazione della propria umanità, costretta a vivere l’orrore, in un “cuore di tenebra”, e del coraggio e della forza di saperla recuperare.
Di guerra: vedere i propri amici dilaniati e continuare a vederli anche dopo che sono morti e riuscire a esorcizzare il dolore solo tramite l’assassinio indiscriminato di altri esseri viventi; vedere bambini ridotti a offrirsi come oggetti sessuali e poi ucciderli per il disgusto, non solo verso una realtà orrenda ma anche verso sé stessi per aver provato la tentazione di accettare.
Di razzismo: essere cacciati, da un giorno all’altro, dalla propria terra e dalla propria casa perché di pelle nera, essere vecchi e picchiati a morte con spranghe di ferro e calci dei fucili, legati a un albero con gli occhi cavati perché ci si è rifiutati di farlo; essere bastonati e presi a calci per essere entrati in un negozio dove non si accettano persone “di colore”; aver perso un braccio perché un poliziotto decide di fare il duro con un bambino e di sparargli; essere usati come cavie umane per esperimenti medici; essere sfruttati tanto da non avere neanche la forza di rivolgere una carezza e un sorriso ai propri figli.