venerdì 5 febbraio 2016
martedì 2 febbraio 2016
UBU ROI al Teatro Vascello dal 4 al 7 febbraio
UBU ROI, di Alfred Jarry, adattamento e regia di Roberto Latini.
Al Teatro Vascello,
dal giovedì al sabato alle ore 21, la domenica alle ore 18
Appuntamento al Teatro Vascello, con uno
stralcio dalle note di regia di Roberto Latini:
“[...] Ubu
apre la strada al Teatro del Novecento. Sono
sempre stato convinto che quanto proposto dalla scena difficilmente riesca a
stare al passo con i cambiamenti che avvengono in platea. Voglio dire che la
velocità di trasformazione, di evoluzione, del pubblico, i gradi, come
conquista, della comunicazione e ogni altra relazione che si stabilisce tra lo
spettacolo e il pubblico, sono più in avanti di quanto generalmente lo
spettacolo riesca a proporre. Jarry, insieme a pochi, pochissimi altri, è
riuscito invece a darci un appuntamento dentro il futuro prossimo, spostando il
luogo dell’incontro dalla convenzione stabilita alla relazione possibile.
La patafisica, o scienza delle
soluzioni immaginarie, è una parola che da sola può essere sinonimo di Teatro.” Roberto Latini
domenica 31 gennaio 2016
La poesia della domenica - Francisco de Quevedo, Mirai le mura della patria mia ...
Mi
chiedo spesso da quale sensibilità derivi l’intensa considerazione per la morte
e l’effimero degli artisti barocchi spagnoli. Dalla sfiducia per materia propria
al cristianesimo? Solo in parte. Basta leggere le poesie medioevali cristiane
per accorgersi che la svalutazione del transeunte è solo il riflesso di una
totale devozione all’oltremondano. In Quevedo si ha di più: quasi una resa al
Fato incombente che tutto distrugge. Non sarà che al fondo dell’animo spagnolo permane
una visione nordica, gotica dell’esistere? In fondo la Spagna fu dominata per
secoli dai Goti (dal loro ramo occidentale, i Visigoti), quindi da una
popolazione pagana, di ascendenze scandinave. Jorge Luis Borges (argentino e,
perciò, spagnolo), proprio lui, prese sul serio questa cosa tanto da dedicarsi
assiduamente allo studio della lirica nordica antica: l’Edda di Snorri, l’elegia
pagana anglosassone, le saghe islandesi, le kenningar (cioè metafore: il fuoco era
“il lupo dei rami”; una nave “il destriero delle onde”; il mare “strada dei
cigni” et cetera).
L’elegia
anglosassone, ad esempio, ci offre spesso delle vanitas, meditazioni sconsolate
sull’uomo e sulle cose, ambedue destinati, ineluttabilmente, alla rovina. Ecco una
composizione, che descrive le rovine dell’antica città di Bath:
Splendida
è la muraglia di pietra, i fati la distrussero;
i
forti edifici crollarono, e quest’opera
di
giganti si sgretola. I tetti sono
caduti,
e le torri in rovina, il portale
di
tavole è infranto, e sulla calce
ora
è soltanto il gelo, e le tettoie sono sbrecciate, frantumate …
là
dove un tempo l’uomo
lieto
di cuore e luccicante d’oro, stupendamente abbigliato,
orgoglioso
e inebriato dal vino, splendeva nella sua
armatura
e guardava i suoi tesori, argento e gemme strane,
le
sue ricchezze e i suoi possessi, la pietra preziosa,
questa
città lucente entro i suoi vasti domini.
Collegare
l’occhialuto e atrabiliare Quevedo ai Visigoti può sembrare ben più d’un
azzardo, ma ho visto contadini che zappavano e seminavano, inconsapevoli,
secondo i dettami delle Georgiche.
È
impossibile liberarsi del passato.
Mirai
le mura della patria mia,
ben
salde un tempo, e oggi sgretolate,
dalla
furia del tempo devastate,
che
ne ha stremato ogni valentia.
Uscito
ai campi, vidi il sole bersi
i
ruscelli formatisi dal gelo;
e
i greggi si lagnavano del monte
che
con l’ombra rubava luce al giorno.
Entrai
nella mia casa, ed era sporca,
avanzo
di decrepita dimora;
e
più curvo il bastone e meno forte.
E
vinta dall’età sentii la spada.
Non
c’era cosa ove posare gli occhi
che
non fosse ricordo della morte
da
Sonetti amorosi e morali (traduzione
di V. Bodini)
The ruin,
da Poemi anglosassoni. VI-X secolo (traduzione
di Roberto Sanesi)
Jorge
Luis Borges, Letterature germaniche
medioevali, 1989
sabato 30 gennaio 2016
Film che bisogna andarsi a cercare/1 (Non uccidere/Kuroneko/Zazie nel metrò/Hanno cambiato faccia/Harakiri)
G. Luca Chiovelli
Quattro di questi film non sono mai finiti in DVD. Il quinto - Zazie - è fuori catalogo. E poiché al cinema ci son discrete fesserie, che tra qualche anno svaporeranno via nell'indifferenza, sarebbe bene recuperare alla Vostra considerazione qualche titolo.
In altre parole: cercateli e guardateli.Non uccidere (Tu ne tueras point), di Claude Autant-Lara
Francia, 1961, b/n.
Voto: 6,5
Int: Laurent Terzieff, Horst Frank, Mica Orlovic, Marijan Lovric, Suzanne Flon
Quali sono i limiti della coscienza? Non solo della coscienza che si rifiuta di uccidere in tempo di guerra, ma anche di quella che decide di non collaborare con le strutture militari in tempo di pace; in ossequio fermo alle proprie intime convinzioni. Il film è a tratti didascalico, ma la figura di Terzieff che, come il Michael Kohlhaas di Kleist, persegue le proprie idee a qualunque costo - e a dispetto di ogni compromesso - rimane nella memoria: la quieta ostinazione in un ideale che va condiviso sino alla rovina.
E poi il dilemma centrale: se è vera la morale cristiana: "Non uccidere. Chi uccide sarà sottoposto a giudizio" perché in una società cristiana, quella francese in tal caso, avviene esattamente il contrario? Perché chi si rifiuta di servire la guerra in tempo di pace merita la condanna e chi ha ucciso in tempo di guerra no?
Kuroneko (Kuroneko), di Kaneto Shindô
Giappone, 1968, b/n.Voto: 7
Int: Kichiemon Nakamura, Nobuko Otowa, Kiwako Taichi, Kei Satô, Taiji Tonoyama, Rokko Toura, Hideo Kanze, Hideaki Esumi, Masashi Oki
In un Giappone feudale dilaniato dalla guerra, alcuni ronin (samurai senza padrone) stuprano e uccidono due donne; i loro spiriti inquieti, però, simboleggiati da un gatto nero (Kuroneko, appunto), torneranno sulla terra a prendersi la vendetta. Il governatore della zona, per contrastare la maledizione, invierà il fidato veterano Gintoki: questi avrà una rivelazione amarissima.
Un bianco bianco e nero perfetto che, sotto le spoglie di una storia classica di fantasmi e vendette, cela una critica violenta all'organizzazione sociale del Giappone del tempo (in particolare alla casta dei samurai, vista quale accolita di sordidi gaglioffi e di criminali). Bellissima l'atmosfera notturna, sospesa e fluttuante come le vesti dei revenants femminili.
Zazie nel metrò (Zazie dans le metro), di Louis Malle.
Francia, 1960, col.
Voto: 8
Int: Catherine Demongeot, Philippe Noiret, Vittorio Caprioli, Jacques Dufilho
La piccola Zazie (la mamma è impegnata con l'amante) viene scaricata presso lo zio parigino: lei vuole assolutamente viaggiare in metrò, ma uno sciopero blocca il suo sogno. Questa la semplice miccia narrativa iniziale, svelta a innescare le decine di esplosioni slapstick del film: una vera sarabanda anarchica la cui gioia di vivere rimanda ai tempi del muto, il cinema innocente per eccellenza. Bravo Noiret, eccezionale Caprioli (esilarante il suo inseguimento a Zazie), irresistibile la Demongeot/Gian Burrasca: a volte ci si innamora di un personaggio e Zazie non posso che amarla con tutto il cuore. Memorabile la battuta finale alla mamma che le chiedeva cosa avesse fatto durante il suo soggiorno a Parigi: "Sono invecchiata". Una delle Bibbie della cinefilia francese. Da un romanzo di Raymond Queneau.
Etichette:
Claude Autant-Lara,
Corrado Farina,
Hanno cambiato faccia,
Harakiri,
Kaneto Shindô,
Kuroneko,
Louis Malle,
Masaki Kobayashi,
Non uccidere,
Zazie nel metrò
mercoledì 27 gennaio 2016
sabato 23 gennaio 2016
La poesia della domenica - Canto funebre vichingo, Ecco, vedo mio padre e mia madre ...
Questa formula per il rito funerario vichingo è stata tramandata dal diplomatico Ahmad Ibn Fadlan (877-960) nel resoconto del suo viaggio verso i Bulgari del Volga. Eccone un sunto:
"Mi fu detto che era morto un ... uomo importante [dei Vichinghi o Variaghi o Rus'].
Essi lo misero in una fossa e sopra vi misero una copertura per la durata di 10 giorni, mentre tagliavano e cucivano indumenti per lui ... quando morì ... alle sue schiave fu chiesto: 'Chi morirà con lui?'. Una rispose 'Io'.
Non appena la cosa viene detta diviene obbligatoria; non ci si può più sottrarre ... Arrivò il giorno in cui l’uomo doveva essere cremato e la ragazza con lui, io andai al fiume ... Vidi che avevano tirato la nave sulla riva, che avevano eretto dei pali di betulla ed altro legno che, attorno ad essa, era stata fatta una struttura di legno simile ai padiglioni delle grandi navi. Indi trascinarono la nave finché non fu su questa costruzione lignea … indi portarono un giaciglio e ... misero il defunto sulla nave e lo coprirono con un materasso di broccato greco. Venne quindi una vecchia, che chiamano l’Angelo della Morte e dispone sul giaciglio quegli addobbi ... poi … misero il morto seduto sul materasso sostenendolo con cuscini. Portarono della birra, frutti e vegetali, pane, carne e cipolle che gli misero a lato. Indi portarono un cane che tagliarono in due e lo misero sulla nave. Poi portarono le sue armi e gliele misero a fianco. Poi condussero due cavalli, li fecero correre finché non furono sudati, poi li tagliarono a pezzi con una spada e li misero sulla nave. In seguito uccisero un gallo e una gallina e li gettarono sopra. La giovane schiava che voleva essere uccisa andava qua e là, in ciascuna delle loro tende, e il padrone di ciascuna tenda aveva un rapporto sessuale con lei e diceva: 'Dì al tuo signore che ho fatto questo per amore di lui'.
Il pomeriggio del venerdì condussero la giovane schiava verso una cosa che avevano fatto e che rassomigliava all’intelaiatura di una porta. Ella poggiò i piedi sulle palme degli uomini e questi la sollevarono per farla guardare al di sopra dell’intelaiatura. Disse qualche parola ed essi la rimisero giù.
Di nuovo tornarono a sollevarla ed ella torno a fare quello che aveva fatto; indi la riabbassarono. La sollevarono per la terza volta ed ella fece come le due volte precedenti.
Domandai all’interprete cosa avevano fatto. Mi rispose: 'La prima volta che l’hanno sollevata ha detto: -Ecco vedo mio padre e mia madre-'.
La seconda volta ha detto: -Vedo tutti i miei parenti morti che se ne stanno seduti-.
La terza volta ha detto: -Vedo il mio padrone seduto in Paradiso (Valhalla) e il Paradiso è bello e verde; con lui vi sono dei servi, uomini e ragazzi. Mi chiama. Portatemi da lui-'.
… Poi il parente più prossimo venne e prese un pezzo di legno che accese a un fuoco In Breve le fiamme avvolsero la legna, indi la nave, il padiglione, l’uomo e la donna ed ogni cosa sulla nave. Cominciò a soffiare un forte, terribile vento, così che le fiamme divennero più furiose e più intense.
Accanto a me vi era un Rus e io lo sentii parlare all’interprete che era presente. Chiesi all’interprete che cosa aveva detto. Rispose: 'Dice: -Voi arabi siete folli-'.
'Perché?' gli domandai?
Disse: 'Prendete gli uomini che vi sono più cari e che onorate di più e li mettete nella terra dove li divorano gli insetti e i vermi. Noi lo bruciamo in un istante, di modo che entra subito in Paradiso'.
Poi si mise a ridere fragorosamente.
Quando gli domandai perché rideva disse: 'Il suo signore per amor suo gli ha mandato il vento a portarlo via entro un’ora'.
Ed infatti non era ancora trascorsa un’ora e la nave, la legna, la giovane e il suo padrone non erano più che tizzoni e ceneri.
Poi, sul luogo, dove era stata la nave che avevano tratto fuori del fiume, elevarono qualcosa di simile ad una collinetta rotonda, nel mezzo della quale eressero un grande palo di legno di betulla, sul quale scrissero il nome dell’uomo ed il nome del re dei Rus e si allontanarono".
Ecco, vedo mio padre e mia madre
vedo tutti i miei parenti morti
che se ne stanno seduti
vedo il mio padrone seduto nel Valhalla
e il Valhalla è bello e verde
con lui vi sono servi, uomini e ragazzi.
Egli mi chiama.
Portatemi da lui.
domenica 17 gennaio 2016
I Venerdì dell'arte. Teatro con gatti messo in scena da Balthus. Una mostra a Roma.
Virginia Valletta
A distanza di quindici anni da una precedente mostra, le
opere del pittore francese Balthasar Klossowsky, in arte Balthus, spentosi nel
2001 ultranovantenne a Rossinière , tornano a Roma - città in cui visse a lungo
dirigendo l'Accademia francese di Villa Medici - in una grande mostra che si
disloca in due luoghi: le sale delle Scuderie
del Quirinale e Villa Medici (fino al 31 gennaio). La rivelazione dell'arte
rinascimentale italiana era avvenuta per il pittore proprio durante un viaggio in Italia e a Roma
in particolare negli anni venti, ed
era poi maturata nel suo stile originale,
in cui univa il linguaggio metafisico e il realismo magico, il tutto
avvolto da un'aria di enigmaticità nordica.
Durante il periodo della sua formazione, Balthus aveva
infatti preso a modello l'Italia rinascimentale, riproducendo
le opere di Masaccio e di Piero
della Francesca da cui imparò la geometria 'primitiva' e seguendo quei maestri anche nella tecnica
dell'affresco e nella produzione di grandi tele.
In una fase successiva a quella dello studio dell'antico,
iniziò a creare nei suoi grandi quadri, scene d'interni dal contenuto a volte
ambiguo, situazioni nelle quali congelava gli attimi essenziali: la calma
seduttiva ed erotica espressa dagli
ambienti, le sue figure realizzate con pochi tratti. Come nelle sue istantanee
fotografiche, il pittore ritraeva momenti fermi di vita quotidiana,
istanti decisivi e simbolici.
Le composizioni geometriche, applicate anche alle posture
delle figure e l'uso di colori con forti contrasti, spesso scelti tra quelli
primari, ne rafforzano l'impatto visivo. Nelle tele è evidente la simmetria
nello spazio che viene utilizzata
insieme alla geometria dei corpi.
Balthus, traeva ispirazione da fonti letterarie come Cime Tempestose e Alice nel paese delle meraviglie, nelle quali coglieva il tema dell'amore e dell'infanzia
con il suo immaginario e le sue simbologie,
scavandone tra gli aspetti più profondi e arcaici, e filtrandoli in un
modo che potremmo dire psicoanalitico.
Iscriviti a:
Post (Atom)






