Viola Di Grado, Cuore cavo, e/o, pp. 166, euro 16
Patrizia Vincenzoni
La storia di un suicidio raccontata da colei che lo ha compiuto: la data, il 23 luglio del 2011, e la città, Catania, invasa da un caldo bruciante. Questo l'incipit del secondo romanzo di Viola Di Grado, pubblicato da e/o. Il corpo di Dorotea, la protagonista del libro, abbandonato dalla vita e riverso dentro la vasca da bagno è l'epicentro della morte e da lì questa inizia ad espandersi toccando luoghi e cose, in una simmetria che inizia e finisce in un "rigor mortis del pianeta Terra" che " è cominciato dal mio cuore".
Da subito l'autrice ribalta le prospettive occidentali riguardo il ciclo iniziale e conclusivo della vita. "Abbatto la barriera tra la vita e la morte....considerandole...non come evento ma come processo".
I suoi interessi per la cultura orientale e per il buddhismo l'aiutano a cercare passaggi e soluzioni narrative nelle quali produce riflessioni sulla fluidità dell'identità . La definizione dell'Io, da cosa è composto, dove inizia e dove finisce, come si perde, sono domande che la incalzano è che sono alla base di Cuore Cavo.
La stanza da bagno e la città sono luoghi di una geografia interiore, la cui mappa è segnata da abbandoni che hanno reso impossibile la comunicazione fra le persone e l'esperienza continuativa di essere visti, amati. Abbandoni e incomunicabilità che attraversano anche la storia familiare della madre di Dorotea, segnata dal suicidio di una sorella adolescente.
La morte al centro della narrazione nel testo diventa per Dorotea allora un'opportunità per osservare e ri-appropriarsi della propria storia, affermando il bisogno di testimonianza dell'essere al mondo paradossalmente attraverso una non presenza.
