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lunedì 17 marzo 2014

Come pagare la Tasi riordinando la biblioteca


Tommaso Cicolini

Lo ammetto: sto armeggiando parecchio coi miei vecchi volumetti. Vi trovo doppioni, brossuracce sparnazzate, edizioni ancora incellofanate, libri coi timbri sbiaditi di negozi dell'usato scomparsi nelle more del tempo divoratore (timbri azzurrini che riportano numeri telefonici come 326681).
Lo scopo, ovviamente, è distruggere: quello che non si ama più e quello che la vita (di lettore) ci fa ritenere ormai superfluo; ne conseguono eliminazioni nella pattumiera, alienazioni presso parenti, amici e bibliolibrerie gratuite, roghi: un'azione persecutoria del passato tesa alla meta finale: la creazione di una biblioteca personale di cinque libri.
Prima o poi ci arriverò. Con calma.
In tale opera di smucinamento (Smucinare. Verbo: azione del ribaltare un mucchio di oggetti, in genere vestiti o stracci, per trovarne uno degno di essere acquistato) son parecchie le sorprese ritrovate fra le pagine ingiallate: un santino elettorale di Andreotti, ad esempio; e, ora, in una Garzantina Letteraria, ben 6.000 Lire.
Un bottino niente male, così suddiviso: due pezzi da Lire 2.000 (Marconi), e due da Lire 1.000 (differenti versioni; una Marco Polo, una Montessori).
Sopra potete ammirare le banconote da 2 sacchi: 2.000 Lire seconda edizione (versione 1990-1992) che ritrae un Guglielmo Marconi abbastanza dimesso e tristanzuolo.

 

Sopra la versione di Lire 1.000 di Marco Polo (1982-1995); il veneziano è effigiato in versione barbogio (niente a che vedere con Ken Marshall, l'aitante Marco Polo televisivo dell'omonimo sceneggiato andato in onda su RAI 1 proprio nel 1982, a dicembre).

 

E infine la versione Maria Montessori (1990-1998) la storica educatrice che il sottoscritto, non si sa perché, confondeva sempre con Rita Levi-Montalcini. Anche lei immortalata non proprio nel fulgore della giovinezza. V'è da notare che i nostri monumenti nazionali, almeno sulla cartamoneta, non comunicano davvero una briosità coinvolgente; non per loro colpa, ovviamente, ma per ribadire, ove ce ne fosse ulteriore bisogno, che l'economia (e il nerbo di essa: il danaro) è davvero la 'scienza triste'.
In ogni caso estraete da tale avventura l'inevitabile e consolatoria morale: nei prossimi mesi, in vista di scadenze fiscali onerosissime, invece di tampinare parenti, banche, usurai e amici per un prestito, date una sgrullatina ai vostri vecchi libercoli: potreste avere ricompense inaspettate (in Euro, si spera).

domenica 27 ottobre 2013

L'incipit della domenica - Kubla Khan

Dopo il frammento Chi devo scegliere per mio giudice, anche l'incipit della domenica rende omaggio a Samuel Taylor Coleridge, pochi giorni dopo il suo anniversario (il poeta nacque infatti il 21 ottobre del 1772).

Una sera dell’autunno del 1797, Coleridge  si corica presto. È indisposto, forse sotto l’effetto dell’oppio. Si addormenta quasi subito, non prima di aver letto alcune frasi tratte dai Pellegrinaggi del reverendo Samuel Purchas (1575-1626) ricavate da Il Milione di Marco Polo: “Quando l'uomo è partito di questa cittade e cavalca 3 giornate, sí si truova una cittade ch'è chiamata Giandu, la quale fee fare lo Grande Kane che regna, Coblai Kane. E àe fatto fare in questa città uno palagio di marmo e d'altre ricche pietre; le sale e le camere sono tutte dorate e è molto bellissimo marivigliosamente. E atorno a questo palagio è uno muro ch'è grande 15 miglia, e quivi àe fiumi e fontane e prati assai”.
Il sonno di Coleridge durò circa tre ore; in quel limbo egli immaginò, come riferì in seguito egli stesso, circa trecento versi. Destatosi, cercò subito di oggettivarli sulla pagina, ma, dopo averne vergati appena cinquantaquattro, fu interrotto da un visitatore, per motivi di affari. Ritornato alla scrivania si rese conto che tutta la memoria del sogno, sottile come una ragnatela, era strappata: d’essa non rimanevano che immagini sfocate e inservibili.
Kubla Khan rimase un’opera incompiuta, l’incipit d’un possibile poema.
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