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lunedì 24 febbraio 2014

Mio zio e Alberto Manzi. Non è mai troppo tardi e Orzowei

Raethia Corsini
Nel 1960 in Italia c'erano quattro milioni di analfabeti adulti. Uno di quei quattro milioni era mio zio Peppino, classe 1919. Non proprio del tutto analfabeta: la firma aveva imparato a farla e anche i conti, perché era figlio di bottegai, ma la sua istruzione finiva lì. Aveva cominciato a lavorare da ragazzino e poi  partì soldato nella seconda Grande Guerra mondiale, fu preso prigioniero dai tedeschi, ma alla fine tornò. Molto cambiato. Dentro. Iniziò a inseguire un qualche invisibile filo di libertà. Oltre che nel ballo (era davvero un gran ballerino di tango e paso doble) trovava un po' di leggerezza nella Televisione. La guardava ed evadeva. Con il calcio, i varietà, gli sceneggiati. Sebbene il suo sguardo fosse sempre tristemente segnato dagli orrori visti e dalla rabbia per le torture subìte, le persone che stavano dentro quella scatola lo trascinavano dentro un altro mondo, così allontanava il suono delle granate, che gli rimasero nelle orecchie per tutta la vita in forma di acufeni. La sera, come tanti italiani negli anni Cinquanta, andava al bar del paese e guardava "mamma Rai". Agli inizi degli anni Sessanta, però, la tv la comprò: campeggiava nella grande cucina, dirimpetto al caminetto, sistemata sul "portatelevisore": quando era spenta (20 ore su 24) sua moglie (mia zia) la copriva con un bel telo a fiori, mica si rovinasse. È in quel televisore che il 20 luglio del 1969 assistei con mio zio Peppino allo sbarco sulla Luna. E fu esattamente quella volta lì che lui disse: "Ma che sta succedendo al mondo? Chi credono di prendere in giro? Sta cambiando tutto anche nella televisione; pensare che grazie a lei io ho imparato l'italiano con il maestro Manzi! Queste bischerate  della luna invece...americanate!". A me l'allunaggio piacque e mi piacque anche l'idea che potesse essere vero. Dell'esistenza reale del maestro Manzi, invece, eravamo certi tutti e due anche se io l'avevo visto solo qualche volta e con poco interesse: non ero ancora in età scolare e quando nel '69 andai in seconda elementare, Manzi in tv non c'era più da un anno. Allora, finita la telecronaca lunare del trio Tito Stagno-Jas Gawronsky-Ruggero Orlando, chiesi a mio zio di raccontarmi del maestro d'Italia. Lui, con un raro guizzo di vita negli occhi, si impegnò a trovare gli aggettivi più lusinghieri per Manzi e poi, fiero, descrisse nei dettagli quel che aveva imparato con lui.
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