lunedì 3 febbraio 2020

Laboratorio officina poesia "Percorsi/Traversi": ANTONIA POZZI (Poesia in lotta con l’Ombra)

                             
Bruno Pinsuti Berrino

Antonia Pozzi nasce a Milano il 13 febbraio 1912 da famiglia benestante. Padre avvocato e madre figlia di un conte del Pavese. Nasce dunque Antonia in un clima favorevole sia per censo che per cultura. Fin da adolescente affronta lo studio delle lingue straniere e del pianoforte. Conoscenza e curiosità sono rafforzate poi con viaggi in Italia e, in seguito, all’estero. Nell’adolescenza la famiglia acquista una villa del ‘700 a Pasturo (Lecco) e Antonia vi trascorrerà spesso momenti di vacanza, iniziando anche a scrivere le prime poesie.
Ma quando nel 1922 si iscrive al “Regio Liceo-Ginnasio Alessandro Manzoni” di Milano, i suoi sentimenti iniziano a percepire quello di cui il cuore e la libertà hanno profondo bisogno. S’innamora di un ottimo professore di greco e latino Antonio Maria Cervi. Un amore che resta segreto per poco. Il padre, per nulla d’accordo, esprime apertamente il suo dissenso con entrambi, finchè il distacco forzato avviene con il trasferimento del professore in un liceo di Roma. Nella giovane Antonia l’amore negato dal padre resiste e si mantiene a lungo con contatti sporadici ma caparbi. Ma oltre l’amore, nel suo cuore appare un’ombra di ribellione che mette radici profonde e, lavorando dalla profondità, col tempo si trasforma in sofferenza che la porterà gradualmente verso il “cupio dissolvi”.
Viaggi e distrazioni, Università e studio, contatti con l’entourage del filosofo Antonio Banfi, non spengono la passione e acuiscono il dolore per un fuoco che continua a bruciare nell’anima. A questo punto per capire meglio sia il valore della sua poesia che il gesto estremo di morire a 26 anni, è necessario riconsiderare con attenzione non tanto la cronologia della sua breve vita, quanto invece il lavorio corrosivo che avviene nella sua dimensione interiore. A parte qualche amicizia tra cui, nel ’38, quella profonda ma non  affettivamente appagante con Dino Formaggio, un laureando della cattedra di Banfi, l’ombra malefica diventa sempre più forte.
Certo, dopo la sua tragica morte avvenuta il 3 dicembre 1938 e nonostante che il padre volesse manipolare e anche distruggere parte dei suoi scritti, la sua poesia viene apprezzata e rivalutata. La famiglia fa pubblicare privatamente un’antologia di poesie dal titolo “Parole” a cui fanno seguito altre ristampe. Negli anni Quaranta si muove la critica in particolare con Eugenio Montale che nella sua prefazione per la collana Mondadori dello “Specchio”, così esprimeva il suo apprezzamento mettendo in risalto : “il lavoro di penetrazione e di stile, il desiderio di ridurre al minimo il peso delle parole, la purezza del suono e la nettezza dell’immagine e il fuoco che le sue poesie compongono nell’animo del lettore”. (Cfr. “ANTONIA POZZI – A CUORE SCALZO”, Poesie Scelte a cura di Graziella Bernabò – Onorina Dino, p. 5-6, Ed. Ancora. Per i rimandi cronologici ib. p. 11-14). Per altre notizie e valutazioni : (Cfr. anche  Francesco Erbani “UNA STORIA INQUIETANTE” in “La Repubblica”, 12 giugno  1999, p. 41).
Per sondare più a fondo l’anima di Antonia Pozzi è doveroso qualche assaggio della sua poesia nei cui versi arrivano in modo lirico e diretto la sua passione e il suo tormento. Con l’aiuto critico di un esperto della mente tutto è più chiaro leggendo “La porta che si chiude” : Tu lo vedi, sorella io sono stanca/ … Oh, le parole prigioniere/ che battono battono / furiosamente/ alla porta dell’anima/ e la porta dell’anima/ che a palmo a palmo/ spietatamente/ si chiude !/ E ogni giorno il varco si stringe/ ed ogni giorno l’assalto è più duro./ E l’ultimo giorno/- io lo so -/ l’ultimo giorno/ quando un’unica lama di luce/ pioverà dall’estremo spiraglio/ dentro la tenebra/ allora sarà l’ombra mostruosa, / l’urto tremendo, / l’urto mortale/ delle parole non nate/ verso l’ultimo sogno di sole. / E poi / dietro la porta per sempre chiusa/ sarà la notte intera, / la frescura/ il silenzio. / E poi, con le labbra serrate, / con gli occhi aperti/ sull’arcano cielo dell’ombra/ sarà/ -tu lo sai-/ la pace”. Il commento clinico ‘sulle parole prigioniere’ ci dice che l’assedio è continuo e termina “con l’unica lama di luce che discenderà sulla tenebra. “Ma questa luce non trascinerà con sé la speranza e la gioia.” (cfr. Eugenio Borgna, “Le intermittenze del cuore”, p. 80-81, Feltrinelli,2008).
In quel raggio di luce vive sempre l’amore negato, interrotto, e mai sopito, se ancora nel luglio del ’29, dopo una sosta a Roma, Antonia Pozzi dedica un’altra lirica d’amore ad A.M.C. (Antonio M. Cervi) col titolo: “Terrazza del Pincio” : Dai viali a fiotti, corre sullo spiazzo/ una fragranza amara d’oleandri./ Roma, immensa, s’abbuia a poco a poco, / sfiorata di rintocchi. Non un volto, / né una voce, né un gesto, afferro intorno : / solo l’anima tua, solo il mio amore, / sbiancato dalla tua purezza. In breve, / nel cielo smorto di sfrenata attesa,/ proromperà un rimescolio di stelle.” (cfr. “A Cuore Scalzo”, p.23).
E ancora nel ’38, versi che danno al cuore uno scampolo di gioia, nel cercare “Luci libere” nell’atmosfera della campagna : “E’ un sole bianco che intenerisce/ sui monumenti le donne di bronzo./ Vorresti sparire alle case, destarti/ ove trascinano lenti carri/ sbarre di ferro verso la campagna./ Chè là pei fossi infuriano bambini/ nell’acqua, all’aurora,/ e vi crollano immagini di pioppi./Noi, per seguir la danza/ di un vecchio organo/correremmo nel vento gli stradali …/ A cuore scalzo / e con laceri pesi/ di gioia.” (“Poesie Scelte”, cit. p. 122).
Con tenerezza scrive per un’amica del cuore, Lucia Bozzi, “Un’altra sosta” :” Appoggiami la testa sulla spalla:/ ch’io ti carezzi con un gesto lento,/ come se la mia mano accompagnasse/ una lunga, invisibile gugliata./ Non sul tuo capo solo: su ogni fronte/ che dolga di tormento e di stanchezza/ scendono queste mie carezze cieche,/ come foglie ingiallite d’autunno/ in una pozza che riflette il cielo.” (cit. p. 17).
Il filo conduttore del suo mondo interiore resta comunque orientato verso quell’ombra insistente, come appare in diverse altre poesie. Certo, anche quando la natura, che ammira in gite e in montagna, la eccita come nel “Canto selvaggio” (p. 21) o in “Nevai” (p. 69, citate per intero alla fine del commento), il pensiero si intristisce nel momento in cui “la porta della speranza” si chiuderà per sempre e qualcuno cercherà per lei “i crisantemi” (in “Novembre”, p.26).
Dunque le sue parole sincere, a volte leggere e spesso cariche di sofferenza, dicono tramite la poesia ciò che l’anima suggerisce. Con stile agile e profondo esprime il calore dei sentimenti , trovando però troppo spesso l’ostacolo del buio in agguato, che nasconde la luce dell’amore, delle relazioni. Con vitale sensibilità femminile, con fiducia chiede aiuto alla bellezza del creato, assorbendone la forza per sostenere la sua visione poetica tra sogno e la dura realtà  che si può manifestare anche in natura. Ma accade pure che gli astri splendenti a volte emanino una gelida luce che provoca in lei una profonda malinconia.

Nel contesto sociale poi, tra odio, violenze, guerre e distruzioni che stanno per affacciarsi nuovamente sulla scena mondiale, la malinconia si trasforma in dolorosa sofferenza. Con questi fantasmi molesti, Antonia Pozzi, nel mattino del 2 dicembre del ’38, prende la decisione estrema. Nella zona di Chiaravalle, intontita dai farmaci, si abbandona sulla bianca e gelida neve e si consegna all’ombra della morte. La trovano nel pomeriggio ancora viva ma in pessime condizioni. In ospedale, il giorno seguente, se ne va per sempre insieme ai suoi sogni e alla sua poesia. (cfr. F. Erbani, art. cit.).
A conclusione può risultare opportuno considerare la valutazione di quel gesto finale con l’analisi data dall’esperienza medica. Con l’imposizione paterna alla figlia adolescente di troncare la relazione con il Prof. Cervi, “ la malinconia si è delineata come la matrice della sua esistenza, e senza di essa non si coglierebbe nemmeno il senso profondo della sua poesia. (…) Ogni umana esperienza, anche quella segnata dalla malinconia, è comunque condizionata da eventi interiori e da eventi ambientali (interpersonali); e, così, ci è possibile immaginare che se non fosse franata la sua relazione affettiva, Antonia Pozzi avrebbe meglio resistito al richiamo e al fascino della morte volontaria.” (cfr. E. Borgna, cit. p. 84).

Da
Antonia Pozzi – A cuore scalzo – Poesie Scelte (1929 – 1938)

CANTO SELVAGGIO
Ho gridato di gioia, nel tramonto.
Cercavo i ciclamini fra i rovai :
ero salita ai piedi di una roccia
gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
Sul prato crivellato di macigni,
sul capo biondo delle margherite,
sui miei capelli, sul mio collo nudo,
dal cielo alto si sfaldava il vento.
Ho gridato di gioia, nel discendere.
Ho adorato la forza irta e selvaggia
che fa le mie ginocchia avide al balzo;
la forza ignota e vergine, che tende
me come un arco nella corsa certa.
Tutta la via sapeva di ciclami;
i prati illanguidivano nell’ombra,
frementi ancora di carezze d’oro.
Lontano, in un triangolo di verde,
il sole s’attardava. Avrei voluto
scattare, in uno slancio, a quella luce ;
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s’abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote:
le stelle – a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta.
                                             Pasturo, 17 luglio 1929
NEVAI
Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce –
Traversai i laghi morti – ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere –
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite –
Io sognai nella neve di un’immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m’avvampava nel sangue –
                                            1 febbraio 1934
NOVEMBRE
E poi – se accadrà ch’io me ne vada –
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo –
resterà un’esile scia di silenzio
in mezzo alle voci –
un tenue fiato di bianco
in cuore all’azzurro –
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all’angolo di una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote –
Qualcuno piangerà
chissà dove – chissà dove –
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.
                                              Milano, 29 ottobre 1930
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