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domenica 29 giugno 2014

L'incipit della domenica - Giovanni Papini, Un uomo finito

Un altro mezzo capolavoro nascosto della letteratura italiana. Pubblicato nel 1912, ma scritto già dal 1910. Nei primi capitoli del romanzo, Papini tratteggia i propri lineamenti infantili di figura scontrosa e solitaria che scopre gradatamente, per continue sorprese e causalità, il sapere, la lettura e la scrittura: egli si compiace e annega in queste terre incognite e vastissime che cerca di dominare e domare con un impeto d’erudizione quasi folle; e destinato allo scacco.
Un uomo finito è un’autobiografia di fallimenti scritta ad appena trent’anni; fallimenti da parte di un’anima che ambiva alla totalità. Di un’anima enciclopedica, che, tesa a ergersi oltre tutti i limiti, finiva poi per precipitare nell’angustia del presente (ecco perché: un uomo finito). La stessa ansia porterà in seguito lo scrittore a coinvolgersi nelle esperienze più estreme e brucianti dei primi decenni del secolo: l’interventismo durante il primo conflitto mondiale, la resipiscenza e la denuncia degli orrori della guerra, l’adesione al fascismo, la conversione al cattolicesimo. Un uomo finito risente in nuce di tali continue tensioni e brusche virate; il che dona, a distanza di un secolo, una straordinaria complessità psicologica all'opera (al netto dei connaturati difetti retorici) – complessità derivata da quelle esacerbate accelerazioni dell’animo che portarono il fiorentino al variegato panorama della sua produzione: dai meravigliosi arabeschi kafkiani dei racconti giovanili (Il tragico quotidiano, Il pilota cieco) alle invettive antiaccademiche, dall'apologetica cristiana sino alle suggestioni più scopertamente irrazionalistiche del Novecento.

Giovanni Papini
Io non son mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.
Calde e bionde giornate di ebbrezza puerile; lunghe serenità dell' innocenza; sorprese della scoperta quotidiana dell'universo: che son mai? Non le conosco o non le rammento. L'ho sapute dai libri, dopo; le indovino, ora, nei ragazzi che vedo; ho sentite e provate per la prima volta in me, passati i vent'anni, in qualche attimo felice di armistizio o di abbandono. Fanciullezza è amore, è letizia, è spensieratezza ed io mi vedo nel passato, sempre, separato, triste, meditante.
Fin da ragazzo mi son sentito tremendamente solo e diverso — né so il perché. Forse perché i miei eran poveri o perché non ero nato come gli altri ? Non so: ricordo soltanto che una zia giovane mi dette il soprannome di vecchio a sei o sett'anni e che tutti i parenti l'accettarono. E difatti me ne stavo il più del tempo serio e accigliato : discorrevo pochissimo, anche cogli altri ragazzi; i complimenti mi davan noia ; i gestri mi facevan dispetto; e al chiasso sfrenato dei compagni dell'età più bella preferivo la solitudine dei cantucci più riparati della nostra casa piccina, povera e buia. Ero, insomma, quel che le
signore col cappello chiamano un ‘bambino scontroso’ e le donne in capelli ‘un rospo’.
Avevan ragione : dovevo essere, ed ero, tremendamente antipatico a tutti. E mi ricordo che sentivo benissimo intorno a me questa antipatia la quale mi faceva più timido, più malinconico, più imbronciato che mai.
Quando mi ritrovavo per caso con altri ragazzi non entravo quasi mai nei loro giochi. Mi piaceva star da parte a guardarli coi miei occhi verdi e seri di giudice e di nemico. Non per invidia : era piuttosto disprezzo quel che sentivo dentro in quei momenti. Fin da quel tempo incominciò la guerra fra me e gli uomini. Io li sfuggivo e loro mi trascuravano ; non li amavo e mi odiavano.
Fuori, nei giardini, chi mi scacciava e chi mi rideva dietro ; a scuola mi tiravano i riccioli o mi accusavano ai maestri ; in campagna, anche in villa dal nonno, i ragazzi dei contadini mi tiravan le sassate, senza che avessi fatto nulla a nessuno, quasi sentissero ch'era d'un'altra razza. I parenti m'invitavano o mi carezzavano quando proprio non potevan farne a meno, per non mostrare dinanzi agli altri una parzialità troppo indecente, ma io m'accorgevo benissimo della finzione e dello sforzo e mi nascondevo e tacevo e ad ogni loro parola rispondevo sgarbato ed acerbo.
Un ricordo più di tutti gli altri s'è inciso nel mio cuore : umide serate domenicali di novembre o dicembre, in casa del nonno, col vino caldo in mezzo alla tavola, dentro a una zuppiera, sotto il gran lume a petrolio bronzato ; col vassoio delle bruciate accosto e tutta la famiglia — zii e zie, cugini e cugine in quantità — coi visi rossi attorno.
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