Il ghiottone fa parte dei Racconti surrealisti e satirici. È uno scritto minore che si allontana dalle estenuazioni della psicologia romanzesca per riguadagnare la forza dell'allegoria e definirsi quale studio d'un carattere universale, felicemente esagerato nei tratti, e, perciò, universale e riconoscibile a qualsiasi latitudine, temporale e geografica.
Moravia oggi è paradossalmente dimenticato; a volte vilipeso. Parte della produzione, sessantennale, risente, inevitabilmente, delle fiacchezze della maniera; lo sguardo critico non sempre è lucido; i reportage appaiono discutibili, ma la nettezza e la verità della sua prosa migliore costituiscono uno dei vertici della letteratura italiana del Novecento.
Anche qui: basta scorrere le descrizioni debordanti della pescheria e della macelleria ("Quivi, tra i quarti bianchicci e sanguinosi appesi agli uncini di ferro e tenuti bene aperti e separati, con una macabra impudicizia, da robuste canne incrociate, il notaio può ... farsi spaccare sul ceppo arrossato, con un sol colpo di mannaia, una bella bistecca con l'osso, o involtare nella sonora carta gialla il lobo scuro e lustro di un fegato, oppure farsi pesare sui piatti di ottone della bilancia un grappolo di trippe rugose e giallognole, o meglio ancora, il notaio è grande amatore di lessi, radunare insieme un grasso e irsuto piede di porco, una punta rasposa di lingua, e il lato destro di una testina di vitello con tutto l'orecchio quasi asinino, il tenerume delle cavità orbitali e persino qualche dente); i balletti grotteschi del protagonista nella cucina; gli sdilinquimenti golosi durante il pasto; l'eccezionale natura morta che Moravia compone presentando degli avanzi ("una crosta inseccolita di formaggio, quattro fagioli freddi cagliati nel sugo coagulato, un rimasuglio di insalata russa impiastricciata di maionese, l'avanzo unto e gelato di un pasticcio di maccheroni)". Siamo in presenza di un narratore di rilievo assoluto.
Il ghiottone possiede la forza simbolica di un dipinto primitivo e della migliore letteratura morale e didascalica, Balzac incluso.
Alberto Moravia
Nello
studio del notaio gli scartafacci verdi e arancione, posati un pò* dappertutto
sulle sedie e
sulla tavola, a furia di starsene indisturbati l'uno sull'altro, si sono
amalgamati in masse
cartacee cementate dalla polvere e dall'abbandono. Da tempo i clienti hanno
disertato lo studio, ma il notaio non se ne preoccupa, una piccola rendita gli
permette di fare a meno di quei noiosi disturbatori delle sue più intime gioie.
È il mattino presto, sulla tavola c'è ancora il vassoio del caffè e latte che
sorbì or ora, ritta la testa bianca e rapata dall'enorme naso rubicondo nel
colletto all'antica alto e inamidato, il notaio con una mano regge un giornale
che ricopre mezzo scrittoio e gli ricade sulle ginocchia e con l'altra va a
tentoni in un cassetto aperto a ghermire in una scatola un biscottino croccante
che si caccia in bocca e mastica in fretta girando gli occhi attorno come se
temesse di essere sorpreso. Piove, una luce bassa e umida entra per la finestra
che una tenda a fiorami ricopre, al notaio in mancanza di clienti non
resterebbe altro da fare che aspettare l'ora ancora lontana della colazione. E
così infatti avveniva quando la sua ghiottoneria era ancora timida e non era
passata dal palato a tutta la persona, dalle ore dei pasti alla giornata intera.
Ma con gli anni ha trovato il modo, quando non mangia, di occuparsi almeno di
quel che mangerà. Eccolo infatti respingere da sé il giornale, levarsi in piedi
scuotendo di dosso le briciole dei biscotti e staccare dall'attaccapanni, oltre
al cappello e al pastrano, una sporta di quelle che servono alle cuoche per la
spesa. Prende la sporta sottobraccio, con una certa rigidità, come se fosse una
busta di avvocato, si calca il cappello sul capo ed esce di casa a passettini
dignitosi.
Per la
strada cammina senza fretta, agitando in fondo all'animo un dubbio, anzi una
domanda che lo riempie di dolce ansietà: pesce o carne? Alla cuoca
chiacchierona e incompetente il notaio lascia la incombenza di comprare la
pasta, il pane, la frutta, lui si incarica del piatto di mezzo e d'ogni
eventuale squisitezza. Pesce, dunque, o carne? Ogni mattina questo dubbio
ispira al notaio un brivido avventuroso; come se quella carne o quel pesce non
dovesse comprarli in una bottega, bensì andarne a caccia o pescarlo con le reti
in mezzo
al mare. Robinson nella sua isola, incerto se adoperare il tridente o le frecce
per procurarsi il cibo, provò di sicuro il medesimo brivido. Ecco la pescheria
annunziata dal lezzo di scaglie e di salsedine; il notaio entra, guarda,
esamina, i cesti scarsi non contengono che minutaglia azzurra e moscia, sui
banchi giacciono pochi cefali, naselli e altri grossi pesci di dubbia
freschezza, le bocche aperte e rosse atteggiate ad una specie di smorfia
lamentosa. Deve essere mare grosso, pensa il notaio, e scuotendo il capo esce
nella strada. Meglio affacciarsi tra i marmi gelati della macelleria.
