G. Luca Chiovelli
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Vi sono ancora luoghi, a Roma, che non hanno subito le ingiurie, o le gratificazioni, della modernità. Il viaggiatore che, senza fretta, si spinga fuori della città ricalcando i tragitti delle antiche strade consolari, o, meglio, si serva degli itinerari ferroviari, non tarderà a scoprirli: quasi inavvertiti all'occhio profano essi riservano, invece, piaceri nascosti all'iniziato, a mezzo fra l'ammirazione per le forme di ciò che non più e una nostalgia tanto più pungente in quanto non riusciamo a definirne la scaturigine.
Si pensi alla campagna romana, piatta e misteriosa, che atterrì Gioachino Belli, ai suoi casali scialbati presagiti dai portici in pietra, all'architettura di scalinate che rifugge da qualsiasi utilità immediata, alle linee delle antiche coltivazioni, alla toponomastica che confessa, nonostante tutto, eventi ormai dimenticati. Orme di esistenze non più vissute e dileguate per sempre.
All'interno di Roma questi sortilegi stentano a presentarsi. Non parlo di luoghi consacrati alla celebrazione dell'antichità, debitamente catalogati (monumenti, cattedrali, edifici patrizi), dove il passato parla in modo mediato, addomesticato, dotto, ma di minuscole regioni in cui, nonostante il frastuono e la strafottente sbrigatività del quotidiano, esso traspare ancora immediato, fievole, agitato da un breve palpito.
Di rado tali luoghi eccedono l'esigua vastità di
una piazzola, d'un vicolo. Anzi, spesso si riducono a un archetto, a una targa
settecentesca, a una finestra a colonnine, un'iscrizione murata, un affresco
popolare sfibrato dalle intemperie. E, quasi sempre, pur visibili, rimangono
nascosti all'occhio, come la casa maledetta e sfuggita di Lovecraft.
Nella periferia nord di Roma, fra i quartieri Prati e Primavalle, esiste una di queste regioni dell'anima. Valle Aurelia. Non la borgata di recente costruzione, ovviamente, ma ciò che resta di una comunità popolare ottocentesca ancora attiva nei primi anni del dopoguerra.
Valle Aurelia nacque come agglomerato di operai delle fornaci.
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Vi sono ancora luoghi, a Roma, che non hanno subito le ingiurie, o le gratificazioni, della modernità. Il viaggiatore che, senza fretta, si spinga fuori della città ricalcando i tragitti delle antiche strade consolari, o, meglio, si serva degli itinerari ferroviari, non tarderà a scoprirli: quasi inavvertiti all'occhio profano essi riservano, invece, piaceri nascosti all'iniziato, a mezzo fra l'ammirazione per le forme di ciò che non più e una nostalgia tanto più pungente in quanto non riusciamo a definirne la scaturigine.
Si pensi alla campagna romana, piatta e misteriosa, che atterrì Gioachino Belli, ai suoi casali scialbati presagiti dai portici in pietra, all'architettura di scalinate che rifugge da qualsiasi utilità immediata, alle linee delle antiche coltivazioni, alla toponomastica che confessa, nonostante tutto, eventi ormai dimenticati. Orme di esistenze non più vissute e dileguate per sempre.
All'interno di Roma questi sortilegi stentano a presentarsi. Non parlo di luoghi consacrati alla celebrazione dell'antichità, debitamente catalogati (monumenti, cattedrali, edifici patrizi), dove il passato parla in modo mediato, addomesticato, dotto, ma di minuscole regioni in cui, nonostante il frastuono e la strafottente sbrigatività del quotidiano, esso traspare ancora immediato, fievole, agitato da un breve palpito.
| Roma vista da Monte Ciocc |
Nella periferia nord di Roma, fra i quartieri Prati e Primavalle, esiste una di queste regioni dell'anima. Valle Aurelia. Non la borgata di recente costruzione, ovviamente, ma ciò che resta di una comunità popolare ottocentesca ancora attiva nei primi anni del dopoguerra.
Valle Aurelia nacque come agglomerato di operai delle fornaci.