lunedì 8 giugno 2020

Gruppo di lettura “Libri nuovi”: Catherine Lacey, “A me puoi dirlo”

Roberta Rondini

La lettura suscita un po’ di sconcerto all’inizio, qualche sorriso, ma soprattutto è un’immersione graduale, ruvida e senza sconti nella cupa realtà contemporanea americana.
Mi ha preso un’associazione immediata e temeraria (irriverente?) con alcune scrittrici inglesi dell’ottocento, per es. le sorelle Bronte e Jane Austen, per l'acume nell’analisi del mondo di riferimento, intriso, il loro, da grandi scenari naturali e da piccole e per noi anguste convenzioni, usata come grimaldello verso l’autoaffermazione femminile.
Per Catherine Lacey ovviamente è diverso, la libertà e l’autonomia sociale e letteraria, ormai raggiunte, servono a convogliare energie e strali verso una critica della società americana, in apparenza democratica e caritatevole, nella realtà scandalosamente classista e feroce nel suo razzismo ancorché ammantato da pietà religiosa.

        Mentre per quel che vedo la fede in un Dio …. Serve solo a legittimare la crudeltà (138)

Tutte, comunque, sono accomunate dallo stesso piglio e dalla stessa passione; dalla pagina scritta traggono lucidità e letterariamente leggono il mondo, il primo, limitato, quasi piccolo, ristretto e talvolta angusto, l’altro, il nostro, planetario, pluricondiviso e totalmente globalizzato.
In ”A me puoi dirlo” l’amarezza e il disincanto sembrano senza ritorno, ancora più amari se si pensa che l’autrice è poco più che trentenne e già così disillusa e scettica sulle cose del mondo, mai compassionevole, lucida ma tenera quando serve.
Si tratta di una riflessione umanissima sul tema del diverso, nella sua autenticità essenziale, senza sesso, etnia o colore, solo una persona umana:

       Una madre dovevo averla avuta, ma sapevo anche che non ce l’avevo. Non ero né figlio né figlia  di nessuno. Che libertà e che condanna questa, non avere una casa a cui tornare... Mi            mancavano certe cose che lui a quanto pare riteneva indispensabili… Un passato, un ricordo del mio passato, un’origine ... il tempo non bastava a ricordare tutto. Ogni momento accade una volta sola, ma spesso per registrarlo, per capirlo, ci vuole molto più di un momento. (35)

Quasi un marziano senza corpo in visita sulla terra, alla scoperta delle perversioni, debolezze, fragilità e crudeltà dell’umano:

       Chiusi gli occhi e immaginai un’esistenza in cui si vedevano solo i nostri pensieri e le nostre intenzioni, dove i nostri corpi non erano fatti di carne… In qualche modo i nostri corpi non ci avrebbero ostacolato come fanno qui. (81)

Un tempo inespresso, leggero e pesante insieme, dove le categorie, i bisogni, le pulsioni si spalmano e si stemperano in una dimensione che non lascia spazio a libertà di scelta, rendendo impossibile qualunque godimento o leggera serenità nel presente.

        Non so com’è che le cose hanno preso questa piega. È come se il tempo fosse altrove e quello che mi circonda non fosse il presente, bensì il futuro, un futuro possibile, mentre il presente è confinato in qualche posto… Questo corpo mi pesa addosso, mi porta in giro, ma non sembra appartenermi, e anche se io potessi vedere i miei occhi non li riconoscerei (13)

Bisogna prendere la misura con il tema e con la scrittura ma poi la lettura decolla, talvolta commuove, sempre stupisce. Ed è un rincorrere di situazioni e persone che, ad un tratto delineate, con abilità, disvelano il loro mistero, le loro debolezze, i loro patimenti.
Ma è normale cercare i morti nei volti dei più giovani. Il problema è quando perdi qualcuno che è ancora vivo
E poi, l’America, come si dice in gergo un piccolo e non imparziale affresco: il grande tema del conformismo americano, i vizi e le virtù, il controllo sociale, il razzismo serpeggiante sempre, il pietismo sociale paravento di un classismo feroce di una certa middle class, la religione come panacea delle proprie contraddizioni; il tutto in una cornice distopica, rasente la fantascienza, con famiglie indivisibili, ipocritamente unite ma spaccate all’interno e distrutte dentro nella sostanza.

       Mi sembra che se tengo la televisione accesa tutto il giorno non può succedere niente di brutto, mi capite? (143)  

Lacey con perizia mescola al dialogo tra i personaggi e al dialogo interiore del protagonista osservazioni apparentemente casuali sulla realtà circostante, sempre con grande rispetto e interesse verso gli animali e il contesto naturale, mostrando un grande e distaccato spirito di osservazione e di analisi.
Emergono palpabili una visione dolorosa della vita e della gente, un impulso a scavare nell’infelicità e nell’annientamento individuale causato da vicende personali o sociali, un senso di morte incombente e diffuso, un pessimismo, infine, quasi senza speranza, accomunato ad una interpretazione pirandelliana della realtà: la verità, le verità sono tutte suscettibili di interpretazione poiché ciascuno le vede e le vive a suo modo.

domenica 7 giugno 2020

Passaparola a cura del Forum del libro





PASSAPAROLA 2020 - LEGGERE, IL FUTURO


L’Associazione Forum del Libro, promotrice dal 2006 di attività a sostegno della lettura, porta online l’edizione 2020 del suo Passaparola, evento annuale di dialogo sul mondo librario.



Il Passaparola 2020 sarà un evento diffuso realizzato con il supporto dei partner Rai Cultura, MLOL e Scrittori a domicilio. L’iniziativa si terrà da fine maggio a ottobre e si articolerà in dibattiti e incontri online, includendo l’utilizzo di canali di diffusione diversi per rivolgersi a un pubblico ampio e trasversale. Da qui, la decisione di aprire il dibattito anche ai più giovani attraverso Passaparola OFF, sezione laterale che vedrà protagonisti blogger, influencer e content creator appassionati di lettura.

LEGGERE, IL FUTURO è il titolo di quest’edizione che cerca di interpretare le tendenze e le sfide del mondo della lettura, indagando le potenzialità dell’incontro con il digitale: un tema che il Forum del Libro esplora da tempo, reso centrale e urgente dalla situazione di crisi data dalla pandemia.

Al centro dei dibattiti: le forme inedite assunte da festival e fiere letterarie, la ridefinizione dell’idea di libreria, il futuro della lettura condivisa, ma anche didattica a distanza e potenzialità delle biblioteche scolastiche.

Prossimi incontri:
10 giugno, ore 19.00 “L’Italia delle librerie: l’innovazione necessaria, incontro coordinato da Rocco Pinto con Filomena Grimaldi (libraia), Giusi De Luca (Adelphi) e Giuseppe Culicchia (scrittore);
19 giugno, ore 18.30L’Italia dei lettori: insieme, vicini e lontani coordinato da Maria Teresa Carbone con Simonetta Bitasi (Gruppi di lettura Mantova), Lucia Megli (IC Perlasca-Roma), Anna Maria Montinaro (Presìdi del Libro) e Giulio Mozzi (scrittore).


Per il calendario degli appuntamenti successivi visitare il sito internet
www.forumdellibro.org e i canali Facebook, Twitter ed Instagram del Forum del Libro.


mercoledì 13 maggio 2020

MVL TEATRO: IL GABBIANO in streaming dal Teatro Vascello


Il teatro Vascello dona agli spettatori di Monteverdelegge questo streaming de IL GABBIANO di Cechov in una riedizione che  Manuela Kustermann nel 2018 ha riproposto della regia di Giancarlo Nanni nel 1998.  Questo il link: https://www.teatrovascello.it/#popmake-2369
Ringraziamo il teatro Vascello, il cuore del nostro quartiere che ci ha accolti tante sere con i suoi spettacoli per ogni età, con una cosa buona da bere al Bistrot.  Ci manca, ci manca tanto. 
Ma come si vive senza il teatro ? 
Il COVID ha trasformato le nostre vite e, se possiamo ringraziare di non avere avuto problemi di salute nè morti da piangere, comunque dobbiamo fare i conti con una nuova realtà, deprivata di tante cose che amavamo.  Il teatro è una di queste e non passa giorno in cui non ci chiediamo chissà quando potremo di nuovo sederci sulla poltrona di un teatro, tra tante persone che insieme a noi guardano storie narrate dal vivo da altre persone di cui ascoltiamo la voce viva, vediamo i corpi vicini, sentiamo il respiro, scorgiamo il sudore.  Noi viviamo anche senza il teatro, ma il teatro senza di noi vive solo nella memoria. Senza più produzioni, senza lavoro, senza un progetto da parte dello stato, i lavoratori dello spettacolo dal vivo hanno bisogno della nostra attenzione e del nostro pensiero solidale. Ringraziamo lo staff del Teatro Vascello per questo bellissimo regalo, in attesa di rivederci in platea.
Maria Cristina Reggio

martedì 12 maggio 2020

Martedì 12 maggio ore 18,00 incontro virtuale: SIAMO QUELLO CHE VESTIAMO. La moda ai tempi del Coronavirus (fase 1,2 e…)





La moda siamo noi, quello che vestiamo rivela chi siamo, la nostra identità. L’abito fa il monaco, eccome. Nella prima impressione, il rapporto tra apparenza e sostanza si ridefinisce sempre di più a favore della prima, l’elemento più visibile che spesso non nasconde, ma rivela la seconda. Dopo mesi in pigiama e vestiti comodi in cui al massimo a essere curato è stato un mezzobusto per le dirette online, come ci presentiamo alla prova del “dopo”? Scherzi a parte, un settore chiave del Made in Italy è stato fortemente scosso dalla pandemia e la crisi, specialmente tra i piccoli e medi artigiani dilaga. Il sistema andrà ripensato, così com’è non è più sostenibile. Lo ha dichiarato anche Re Giorgio (Armani, e chi altro?). Tutti i processi di cui avevamo intravisto i primi cenni prima del lockdown hanno subito un’accelerazione vorticosa, primo fra tutti l’uso della tecnologia. La moda per tradizione è stata anticipatrice di tendenze, vediamo come se la caverà questa volta.


Basterà cliccare su https://meet.jit.si/monteverdelegge, e verrete subito collegati con la pagina di riunione.

martedì 28 aprile 2020

Gruppo di lettura "Libri nuovi": "Margine di fuoco" di John Smolens




( Il libro è stato letto dal gruppo di lettura a fine stagione 2018-'19)

Maria Vayola
Ci sono luoghi  sperduti nell'immenso territorio degli Stai Uniti che sono raccontati da quella che viene definita "letteratura della provincia americana", contraltare delle narrazioni ambientate nelle grandi, poche, metropoli di quella nazione. E' in questi luoghi che si trova l'anima più originaria dell'America che è rimasta legata agli albori della sua costruzione, intrisa di sterile nazionalismo, di piccole e grandi forme di razzismo, di individualismo sfrenato e carica di perbenismo risalente ai principi puritani dei Padri Fondatori. L'ingerenza del potere federale è mal vista, la giustizia viene esercitata dagli sceriffi,  eletti direttamente dalla popolazione che amministrano. Questo comporta che, a una conoscenza approfondita della comunità si affianchi, al contempo, una complicità e una connivenza con i potenti di turno,che spesso sono portatori di un conservatorismo accentuato espressione di quel substrato ideologico di cui si parlava sopra. Ma è all'interno di questi territori che vive, anche, un umanità schietta, donne e uomini autentici, in grado di accettare la solitudine come forma di indipendenza individuale ma anche di intrecciare relazioni interpersonali vere al di fuori degli schemi della convenzionalità.
Il fazzoletto di terra di cui ci racconta Smolens è la Upper Peninsula del Michigan, a volte ignorata anche nelle carte,  con circa 300,000 abitanti, considerata da quelli della Lower Peninsula una zona a parte; i suoi abitanti  sono chiamato Yooper, termine, di origine finlandese, come gran parte degli immigrati che colonizzarono quella zona, e sottintende non solo una sorta di isolamento della popolazione ma anche una cordialità reciproca. L'inverno dura nove mesi con nevicate possenti, l'estate si presenta infuocata e afosa. Sicuramente il clima influenza il modo di vivere, le estreme condizioni climatiche mettono a dura prova gli abitanti, creando solitudini e disagi; per lo più si incontrano nei bar e lì la birra e il whisky scorrono facilmente, praticamente tutti i personaggi bevono.

Sinteticamente la trama: Hannah, diciannovenne, si innamora di Martin di 10 anni più vecchio di lei e decidono di restaurare una casa dove poter andare a vivere. Alla ragazza, rimasta incinta un anno prima durante la relazione con Sean Colby  era stato imposto un aborto dal padre di Sean, Frank Colby lo sceriffo della contea, che aveva anche obbligato il figlio ad arruolarsi. Quest'ultimo torna a casa dopo esser stato congedato in anticipo per motivi non chiari,  non  accetta la nuova relazione di Hannah e cerca, in tutti i modi, di ostacolare i progetti della coppia.
Martin arriva da Chicago e scardina la staticità del piccolo paese Whitefish Harbor: non è del luogo, guida una macchina straniera, una Mercedes, non ha la ruvidezza degli uomini del posto, ma è pacato, gentile, e, fuori dalla logica consolidata, decide di comprare una vecchia casa che sarebbe stata  demolita. Nella ristrutturazione dell'abitazione, che metaforicamente rappresenta la ricostruzione della vita di Hannah e Martin, la coppia viene aiutata da Pearly, l'outsider del posto: è un artigiano, uno dei pochi che frequenta spesso la biblioteca e la cui filosofia“se ne aveva una, era che le cose in questo mondo dovrebbero essere a piombo, in pari e a squadro, ma non lo sono quasi mai” Colby dice di lui, connotandolo negativamente " non hai un vero scopo nella vita. Vuoi solo essere.....vuoi solo essere libero e senza impegni".

venerdì 24 aprile 2020

Un invito dal Laboratorio di traduzione: martedì 5 maggio h18 uno sguardo insieme su Alexis Rhone Fancher nello spazio virtuale di Plautilla



Foto di Alexis Rhone Fancher
(autoritratto)

Fiorenza Mormile
Ad ottobre vi avevamo comunicato la scelta di  Alexis Rhone Fancher per il nostro decimo anno di attività.  Ci aveva colpito il suo modo di trattare la morte dell’unico figlio poco più che ventenne in due delle cinque raccolte da lei finora pubblicate: State of Grace: The Joshua Elegies , KYSO Flash Press, Bellingham, Washington, USA 2015 e The Dead Kid Poems, KYSO Flash Press, Bellingham, Washington, USA 2019.
Proseguendo il lavoro di selezione abbiamo riscontrato che nelle altre tre  (How I Lost My Virginity to Michael Cohen: and other heart-stab poems, Sybaritic press, Los Angeles, CA 90066, USA 2014; Enter Here, KYSO Flash Press, Bellingham, Washington, USA 2017; Junkie Wife, Moon Tide Press, Whittier, CA 90601, USA 2018) invece è il sesso, raccontato senza imbarazzo di sorta, a  farsi filo portante di un’intera esistenza. Eros, thanatos dunque, ma non è tutto. Attraverso storie narrate quasi sempre in prima persona (ma non per questo scontatamente e necessariamente autobiografiche)  Fancher  delinea  ambienti, atmosfere, vizi di una Los Angeles  colta  nei suoi lati oscuri.
Dal nostro lavoro nascerà una raccolta per Ensemble, grazie ad Alessandra Bava che per prima ha introdotto nel panorama editoriale italiano testi della  Fancher in un’antologia collettiva con prefazione della “nostra” Maria Adelaide Basile.   Per questo già intorno a Natale abbiamo intensificato i nostri ritmi di traduzione, passando dalla prevista cadenza quindicinale a quella settimanale. Il lockdown di Marzo ci ha costretto ad abbandonare l’amata Plautilla e a trasporre in massima parte via email  il contraddittorio di proposte che eravamo abituate a discutere a voce, (piuttosto macchinoso essendo  ben otto  operative sul progetto). Una volta a settimana, col lavoro già in parte sgrossato, ci sentiamo  via Skype  per arrivare  a una prima revisione condivisa. A sorreggerci è comunque la motivazione, quasi salvifica in questo strano tempo sospeso…Proprio per contrastarlo e ristabilire un qualche contatto tra monteverdeleggini, Maria Teresa e Maria Cristina,  insieme a Maria Vayola, ci hanno proposto di sperimentare un incontro virtuale  allargato su  Jitsi.org  nella camera virtuale di monteverdelegge .
Martedì  5 maggio alle h 18 chi vorrà potrà curiosarci /affacciarvisi cliccando su questo link che dà l’accesso senza bisogno di password. Il testo che abbiamo scelto di presentare, anticipandolo sul blog, è Ragazza tatuata  sul tetto del Saloon King Eddy con una smagliatura nell’ultimo paio di calze, tratto da Enter Here, una delle raccolte più rappresentative di Fancher.

mercoledì 22 aprile 2020

Quattro stagioni per un castagno


Maria Teresa Carbone

A volte – anzi spesso – ce ne dimentichiamo, ma noi siamo cugini, sia pur lontanissimi, di tutte le forme viventi, e non solo di quelli che chiamiamo animali (quasi non lo fossimo anche noi), ma pure delle piante, dei fiori, degli alberi. Il loro (apparente) silenzio, la loro (apparente) immobilità ce li fanno pensare lontani e diversi, ma chi ha orecchie per intendere e occhi per guardare si accorge della loro voce, fatta di sussurri e fruscii, e dei loro movimenti mai casuali alla ricerca di luce e di nutrimento.
Ha di certo orecchie per intendere e occhi per guardare la nostra amica Raethia Corsini, che in questi giorni complicati, in un momento per lei particolarmente doloroso, ha trovato il coraggio di dare alle stampe un piccolo libro singolare: narrazione autobiografica, raccolta di riflessioni, ricettario... Il titolo è Suite per un castagno, esplicito omaggio al protagonista del libro, il centenario Gnone, che per la piccola Raethia è una sorta di nume tutelare, un'entità benevola che la protegge dalle intemperie non solo atmosferiche. Ma il libro si sarebbe potuto intitolare anche “Le quattro stagioni”, perché la partitura di questa composizione davvero musicale, nel ritmo e nella lingua, si scandisce appunto lungo i tempi dell'anno, così come vengono vissuti nel piccolo borgo dell'appennino pistoiese, dove l'autrice ha trascorso l'infanzia, prima del trasferimento nella grande città. Una infanzia montanara, descritta senza indulgenze nostalgiche, con affetto e con ironia: la tessitura stretta di una comunità che è solidale ma può essere opprimente, i segreti di famiglia che segreti non sono ed emergono quando non dovrebbero, i turbamenti di una bambina ancora per poco ignara delle prove che la aspettano. È una vita fatta di grandi fatiche, di dolori sopportati senza recriminazioni (un esempio fra i tanti, la nonna Lea che, rimasta vedova giovane, e sfigurata per un accidente che ha reso il suo volto “picassiano”, gestisce con buonumore e piglio combattivo la merceria del paese) e pure di divertimenti semplici in cui occupa uno spazio centrale il cibo, lo stesso che si è mangiato per secoli, con le castagne al primo posto, nelle varie forme che assumono grazie a manipolazioni antiche, quasi rituali.
Nella clausura forzata in cui stiamo vivendo, la lettura di Suite per un castagno ha qualcosa di benefico: ci accosta a un mondo non molto lontano e tuttavia quasi dimenticato, ci ricorda che la vita si è sempre confrontata con grandi difficoltà e che questo non può, non deve spegnere l'allegria (Le Piastre, il borgo di cui ci parla Raethia, è anche sede del campionato italiano della bugia, evoluzione moderna di un'antica tradizione burlesca), ci invita a inserire le attuali traversie dentro un tempo più lungo, quello delle stagioni, che si susseguono – nel bene e nel male – al di là della nostra volontà.

Raethia Corsini
Suite per un castagno
Guido Tommasi Editore
pp. 136, euro 13



6°edizione di Libriamoci. Giornate di lettura nelle scuole - IIS Federico Caffè - Centenario della nascita di Gianni Rodari


testo di Noemi Fuscà, foto di Anna Maria Rava 

Quando ancora si andava a scuola….


Una piacevole sorpresa per gli studenti dell’IIS Federico Caffè: Maria Teresa Ferretti , moglie di Gianni Rodari, ha partecipato alla lettura ad alta voce delle favole e delle filastrocche del marito.
Quando Massimo Tegolini, il referente della biblioteca dell’IIS Federico Caffè mi ha comunicato la presenza di Maria Teresa Ferretti, vedova Rodari, ammetto di aver avuto un pochino di ansia. Conoscerla è stato un immenso piacere e sono convinta che anche per i ragazzi sia stato così. È donna molto sagace e disponibile a raccontare la sua storia.


M. Teresa Ferretti Rodari

 Conobbe Gianni Rodari a Modena dove lei era segretaria del gruppo parlamentare del Fronte democratico popolare e lui era inviato speciale de L’unità.  Poi ci fu un incontro sempre organizzato a Modena nel 1949 “Terra e non più guerra”, li ebbero modo di conoscersi meglio e di condividere la loro passione per la politica come strumento antibellico. È affascinante vedere la sua lucidità nel ricordare l’importanza dei testi del marito e nel voler sottolineare quanto sia importante la conoscenza e la coscienza per crescere in un mondo che si spera, prima o poi, possa essere senza guerra, e quello che sorprende è che sia riuscita nel suo messaggio senza retorica.




Sono stata invitata a partecipare alla sesta edizione di Libriamoci - settimana della lettura  per leggere e parlare di Gianni Rodari con i ragazzi della 1ª BT e la professoressa Antonella Piciocchi. Con il professor Tegolini abbiamo pensato che proprio all’inizio del centenario della nascita di Rodari fosse necessario leggere e discutere l’opera rodariana con i ragazzi; abbiamo quindi scelto di selezionare dei brani da “Favole al te-lefono” e “Il libro degli errori”.
La scelta è stata ardua, tutti i testi di Rodari sono fonte d’ispirazione e di riflessione. Rodari è uno dei pochi autori  ad essere riuscito a condensare nel suo lavoro un’attenzione particolare alla struttura poetica, costruttiva e tecnica del testo senza tralasciare i contenuti, anzi scrivendo di temi di attualità, alcuni dei quali purtroppo ancora troppo attuali.




Pensiamo al “Ladro di Erre” dove si narra di ponti caduti e speculatori. Le opere di Rodari non sono componimenti divulgativi, al contrario riescono ad avere una funzione di analisi del reale, senza scadere nella retorica. Rodari insegna una lezione molto importante a tutti coloro che guardano alla letteratura per l’infanzia con sufficienza, per scrivere per i bambini non è necessario né censurarsi né tantomeno infantilizzare i contenuti, serve poesia, serve attenzione ai dettagli, perché i piccoli lettori assorbono tutto se detto con gentilezza e trasparenza.


Ne “Il li-bro degli errori” lo scopo dell’autore è quello di rivalutare il ruolo dell’errore, sba-gliando s’impara, o almeno così dovrebbe essere. In questo libro Rodari evidenziava gli errori, dai più comuni dell’ortografia fino ad arrivare ad errori ben più complessi e profondi della società, per lui i veri errori dell’uomo sono l’ignoranza, l’arroganza e l’ingiustizia. Nelle “Favole al telefono”, invece, attraverso l’uso dell’escamotage della favola raccontata al telefono, riesce a portare al bambino un pezzo di quotidianità degli anni 60.
Insomma uno scrittore di cui non bisognerebbe fare a meno, a qualsiasi età.


A.M.Rava, M.T. Rodari, M.Tegolini, N.Fuscà



mercoledì 11 marzo 2020

Gruppo "Al cinema con MVL": Alice e il sindaco di Nicolas Pariser




Maria Vayola

Il sindaco di Lione, Paul Theraneau, è come svuotato di idee in prossimità di una tornata elettorale, per stimolarlo viene assunta una giovane donna studiosa di lettere e filosofia con lo scopo di infondere nel sindaco un nuovo spirito vitale.

Theraneau non ha più idee perché il mondo in cui ha vissuto ha virato verso un modello che non tiene conto del pensiero, della riflessione, della elaborazione intellettuale del presente tramite la conoscenza e le speculazioni mentali; la società viaggia in superficie, dietro le parole che la descrivono c'è il vuoto, la politica è soggetta all'improvvisazione maldestra di chi vuole stare, in ogni modo, sulla cresta dell'onda e ottenere un qualsivoglia potere; lo scopo non è il bene comune, ma il predominio sulle persone, la loro manipolazione, tutto è governato dagli interessi finanziari ed economici senza la prospettiva di rendere la società luogo di convivenza responsabile.

Il sindaco è prostrato, Alice ancora no, giovane tra i tanti che si barcamenano tra lavori precari nel tentativo di dare compiutezza alla loro vita, si rende disponibile a qualsiasi orario le venga richiesto, ricavato tra le pieghe degli impegni spasmodici del sindaco. Come primo impulso propone una riflessione sulla modestia quale guida morale per ordinare le azioni nella gestione di se stessi e anche della cosa pubblica, la modestia in antitesi all'arroganza e al vacuo compiacimento di se stessi senza  basi che lo giustifichino.


Insieme, il sindaco e Alice, cercano di ridare all'azione politica la visione prospettica che essa dovrebbe contenere, di dare nuova sostanza alle parole come veicolo di idee, di rigenerare la comunicazione affinché non sia un mero mezzo per ottenere consensi ma veicolo carico di significato valoriale.
Ben presto, Alice, sarà fagocitata dalla macchina burocratica dell'amministrazione comunale tanto da arrivare al punto di non riconoscersi più, l'unico rapporto valido che riesce a creare da questa sua esperienza è proprio quello con il sindaco, appartengono a due generazioni ma sono alla ricerca delle stesse cose, non c'è gap tra le loro età ma è al loro esterno tra l'esercizio del pensiero e la mediocrità.
Theraneau, stimolato dalla giovane, avrà un  colpo di coda nell'elaborazione del suo discorso per le elezioni, in cui manifesta un forte dissenso verso il mondo della finanza riappropriandosi così delle sue idee e concezioni.


Tra le figure minori, forse l'unica ad avere un aspetto realmente drammatico, si staglia quella di Dalphine,  che cerca di comunicare il grave problema ecologico mondiale senza che alcuno le dia credito; si preoccupa del futuro a scapito dei grandi interessi economici, ma, come per una novella Cassandra consapevole e inascoltata, conscia dei pericoli che abbiamo di fronte e della cecità, sciocca o dolosa, con cui non vengono affrontati, può trovare sollievo solo che nella follia.

La fine del film può essere soggetta a più interpretazioni, a mio parere, una è quella di una pacata melanconica resa allo status quo in un ritiro personale, l'altra contiene invece uno spiraglio di ottimismo in cui lo spirito critico di ciascuno "preferisce dire di no" solo alle cose che non contemplano uno spirito comunitario. Dopo un periodo di tempo non specificato, ma comunque significativo, Alice va a trovare il sindaco e gli porta un libro in regalo, se vogliamo dare un significato alla conclusione del film, secondo me si trova nel libro stesso.

Il film ha una patina di tristezza e sconforto accennati delicatamente, è un film politico nel senso più ampio della parola, con i toni simili a quelli di un acquerello indefinito che le note del Chiaro di luna di Debussy in sottofondo evocano, carico di un atmosfera in cui si respira la perdita del senso di armonia ma anche, al contempo, lo sforzo di riconquistarla, come le note di Bach alla fine ci suggeriscono.


sabato 7 marzo 2020

Gruppo di lettura "Libri Nuovi" I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead



Maria Vayola

Colson Whitehead ci regala un altro potente libro per raccontarci un altro pezzo di America e un altro pezzo del razzismo americano. Lo spunto lo prende dal ritrovamento di un cimitero segreto dove venivano sepolti corpi di cui non si voleva render conto, provenienti da quella che una volta era la "scuola" Dozier, in realtà un centro di detenzione per adolescenti, in cui  venivano perpetrati soprusi e violenze fino all'omicidio, e su questa storia vera, dopo essersi documentato in modo approfondito, costruisce un racconto e dei personaggi completamente plausibili.

Florida anni '60, in pieno periodo di segregazione e di lotta per i diritti civili, Elwood, nero, adolescente, coscienzioso, ha il desiderio di andare al College per uscire fuori dal ghetto, luogo così descritto, nel 1962, da James Baldwin* in una lettera al nipote, (che potrebbe benissimo essere Elwood stesso) - "Questo paese innocente ti ha confinato in un ghetto, e in questo ghetto è stabilito che tu marcisca........tu sei nato dove sei nato e hai di fronte il futuro che hai perché sei nero, per questa e nessun altra ragione. Per loro è scontato che i limiti alle tue ambizioni siano definiti una volta e per sempre. Sei nato in una società che con brutale limpidezza, e in tutti i modi possibili, ha messo in chiaro che sei un essere umano senza valore. Non ti si riconosce il diritto di aspirare all'eccellenza: hai diritto soltanto di accontentarti della mediocrità. Da qualunque parte tu sia rivolto, nella tua breve vita su questa terra, ti è stato detto dove potevi andare e cosa potevi fare (e come dovevi farlo) dove potevi vivere e chi dovevi sposare".

Elwood ascolta i discorsi di Martin Luther King e fiducioso nelle sue parole e nei cambiamenti che prospettano, inizia a partecipare alle lotte per diritti civili e attende il momento in cui potrà entrare nel ristorante dove lavora la nonna non come lavorante ma come cliente. La sua bravura a scuola e la sua volontà ferrea di progredire gli forniranno un'opportunità di entrare al college e proprio mentre sta per andarci si trova nella situazione sbagliata al momento sbagliato e il colore della sua pelle lo rende subito colpevole e finisce alla Nickel (leggi Dozier) luogo di sopraffazione, umiliazione e dolore fisico e morale per i ragazzi che lì vengono rinchiusi.

domenica 23 febbraio 2020

MVL TEATRO: Gifuni recita gli scritti di Aldo Moro - al Vascello fino al 23 febbraio


Maria Cristina Reggio 

Tutto esaurito al Teatro Vascello per Con il vostro irridente silenzio, in cui Fabrizio Gifuni, fino al 23 febbraio, legge le parole di Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse dal 16 marzo al 9 maggio 1978 e poi trucidato dai suoi aguzzini. Nella sua performance, come sempre strepitosa, l’attore dà voce e corpo alle lettere che lo statista indirizzò a parenti, amici, rappresentanti della politica e delle istituzioni italiane, pubblicate da Einaudi nel 2018, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, e al suo memoriale, ritrovato in fotocopia solo dodici anni dopo il rapimento, dietro a un pannello di carton gesso nel covo dei brigatisti di Via Monte Nevoso a Milano. (Il Memoriale della Repubblica, Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'anatomia del potere italiano, a cura di  Miguel Gotor, Einaudi, 2011).
Efficace nel suo intento, che è quello di liberare dal silenzio dell’oblio le enigmatiche parole di Moro, l’assolo di Gifuni che recita in piedi sul palco per quasi due ore commuove, soprattutto per l’accento che l’attore posa sulle parole, utilizzando tutto il proprio corpo per scagliarle come frecce verso le  orecchie di chi lo ascolta: il suo viso si contrae, le sue braccia indicano o si ritraggono e le sue gambe sono scosse da fremiti, sostenendo il peso dell’accusa e l’intensità di affetto di un uomo prigioniero che, mano a mano che passano i giorni, si rende conto di essere condannato a morte, non solo dai suoi rapitori, ma anche da coloro  ai quali chiede aiuto.  In un crescendo che, da un sommesso dolore e da un iniziale sconcerto misto a commozione si trasforma mano a mano in toccante disperazione, l’attore trascina gli spettatori in un’invettiva contro un partito, quello della Democrazia Cristiana, che ha rappresentato e governato l’Italia per mezzo secolo e che ormai è morto insieme con tanti dei suoi fondatori e appartenenti. Come spettri, gli interlocutori a cui si rivolgeva Moro riaffiorano alla memoria, e mano a mano si ricostruisce in teatro un periodo buio, scuro, pieno di misteri di questo Paese. Si esce dalla platea con tante domande, e a Gifuni spetta senz'altro il merito di farci desiderare di cercare le risposte nei libri in cui sono pubblicate le lettere e le memorie dello statista. 

lunedì 3 febbraio 2020

Laboratorio officina poesia "Percorsi/Traversi": ANTONIA POZZI (Poesia in lotta con l’Ombra)

                             
Bruno Pinsuti Berrino

Antonia Pozzi nasce a Milano il 13 febbraio 1912 da famiglia benestante. Padre avvocato e madre figlia di un conte del Pavese. Nasce dunque Antonia in un clima favorevole sia per censo che per cultura. Fin da adolescente affronta lo studio delle lingue straniere e del pianoforte. Conoscenza e curiosità sono rafforzate poi con viaggi in Italia e, in seguito, all’estero. Nell’adolescenza la famiglia acquista una villa del ‘700 a Pasturo (Lecco) e Antonia vi trascorrerà spesso momenti di vacanza, iniziando anche a scrivere le prime poesie.
Ma quando nel 1922 si iscrive al “Regio Liceo-Ginnasio Alessandro Manzoni” di Milano, i suoi sentimenti iniziano a percepire quello di cui il cuore e la libertà hanno profondo bisogno. S’innamora di un ottimo professore di greco e latino Antonio Maria Cervi. Un amore che resta segreto per poco. Il padre, per nulla d’accordo, esprime apertamente il suo dissenso con entrambi, finchè il distacco forzato avviene con il trasferimento del professore in un liceo di Roma. Nella giovane Antonia l’amore negato dal padre resiste e si mantiene a lungo con contatti sporadici ma caparbi. Ma oltre l’amore, nel suo cuore appare un’ombra di ribellione che mette radici profonde e, lavorando dalla profondità, col tempo si trasforma in sofferenza che la porterà gradualmente verso il “cupio dissolvi”.
Viaggi e distrazioni, Università e studio, contatti con l’entourage del filosofo Antonio Banfi, non spengono la passione e acuiscono il dolore per un fuoco che continua a bruciare nell’anima. A questo punto per capire meglio sia il valore della sua poesia che il gesto estremo di morire a 26 anni, è necessario riconsiderare con attenzione non tanto la cronologia della sua breve vita, quanto invece il lavorio corrosivo che avviene nella sua dimensione interiore. A parte qualche amicizia tra cui, nel ’38, quella profonda ma non  affettivamente appagante con Dino Formaggio, un laureando della cattedra di Banfi, l’ombra malefica diventa sempre più forte.
Certo, dopo la sua tragica morte avvenuta il 3 dicembre 1938 e nonostante che il padre volesse manipolare e anche distruggere parte dei suoi scritti, la sua poesia viene apprezzata e rivalutata. La famiglia fa pubblicare privatamente un’antologia di poesie dal titolo “Parole” a cui fanno seguito altre ristampe. Negli anni Quaranta si muove la critica in particolare con Eugenio Montale che nella sua prefazione per la collana Mondadori dello “Specchio”, così esprimeva il suo apprezzamento mettendo in risalto : “il lavoro di penetrazione e di stile, il desiderio di ridurre al minimo il peso delle parole, la purezza del suono e la nettezza dell’immagine e il fuoco che le sue poesie compongono nell’animo del lettore”. (Cfr. “ANTONIA POZZI – A CUORE SCALZO”, Poesie Scelte a cura di Graziella Bernabò – Onorina Dino, p. 5-6, Ed. Ancora. Per i rimandi cronologici ib. p. 11-14). Per altre notizie e valutazioni : (Cfr. anche  Francesco Erbani “UNA STORIA INQUIETANTE” in “La Repubblica”, 12 giugno  1999, p. 41).
Per sondare più a fondo l’anima di Antonia Pozzi è doveroso qualche assaggio della sua poesia nei cui versi arrivano in modo lirico e diretto la sua passione e il suo tormento. Con l’aiuto critico di un esperto della mente tutto è più chiaro leggendo “La porta che si chiude” : Tu lo vedi, sorella io sono stanca/ … Oh, le parole prigioniere/ che battono battono / furiosamente/ alla porta dell’anima/ e la porta dell’anima/ che a palmo a palmo/ spietatamente/ si chiude !/ E ogni giorno il varco si stringe/ ed ogni giorno l’assalto è più duro./ E l’ultimo giorno/- io lo so -/ l’ultimo giorno/ quando un’unica lama di luce/ pioverà dall’estremo spiraglio/ dentro la tenebra/ allora sarà l’ombra mostruosa, / l’urto tremendo, / l’urto mortale/ delle parole non nate/ verso l’ultimo sogno di sole. / E poi / dietro la porta per sempre chiusa/ sarà la notte intera, / la frescura/ il silenzio. / E poi, con le labbra serrate, / con gli occhi aperti/ sull’arcano cielo dell’ombra/ sarà/ -tu lo sai-/ la pace”. Il commento clinico ‘sulle parole prigioniere’ ci dice che l’assedio è continuo e termina “con l’unica lama di luce che discenderà sulla tenebra. “Ma questa luce non trascinerà con sé la speranza e la gioia.” (cfr. Eugenio Borgna, “Le intermittenze del cuore”, p. 80-81, Feltrinelli,2008).
In quel raggio di luce vive sempre l’amore negato, interrotto, e mai sopito, se ancora nel luglio del ’29, dopo una sosta a Roma, Antonia Pozzi dedica un’altra lirica d’amore ad A.M.C. (Antonio M. Cervi) col titolo: “Terrazza del Pincio” : Dai viali a fiotti, corre sullo spiazzo/ una fragranza amara d’oleandri./ Roma, immensa, s’abbuia a poco a poco, / sfiorata di rintocchi. Non un volto, / né una voce, né un gesto, afferro intorno : / solo l’anima tua, solo il mio amore, / sbiancato dalla tua purezza. In breve, / nel cielo smorto di sfrenata attesa,/ proromperà un rimescolio di stelle.” (cfr. “A Cuore Scalzo”, p.23).
E ancora nel ’38, versi che danno al cuore uno scampolo di gioia, nel cercare “Luci libere” nell’atmosfera della campagna : “E’ un sole bianco che intenerisce/ sui monumenti le donne di bronzo./ Vorresti sparire alle case, destarti/ ove trascinano lenti carri/ sbarre di ferro verso la campagna./ Chè là pei fossi infuriano bambini/ nell’acqua, all’aurora,/ e vi crollano immagini di pioppi./Noi, per seguir la danza/ di un vecchio organo/correremmo nel vento gli stradali …/ A cuore scalzo / e con laceri pesi/ di gioia.” (“Poesie Scelte”, cit. p. 122).
Con tenerezza scrive per un’amica del cuore, Lucia Bozzi, “Un’altra sosta” :” Appoggiami la testa sulla spalla:/ ch’io ti carezzi con un gesto lento,/ come se la mia mano accompagnasse/ una lunga, invisibile gugliata./ Non sul tuo capo solo: su ogni fronte/ che dolga di tormento e di stanchezza/ scendono queste mie carezze cieche,/ come foglie ingiallite d’autunno/ in una pozza che riflette il cielo.” (cit. p. 17).
Il filo conduttore del suo mondo interiore resta comunque orientato verso quell’ombra insistente, come appare in diverse altre poesie. Certo, anche quando la natura, che ammira in gite e in montagna, la eccita come nel “Canto selvaggio” (p. 21) o in “Nevai” (p. 69, citate per intero alla fine del commento), il pensiero si intristisce nel momento in cui “la porta della speranza” si chiuderà per sempre e qualcuno cercherà per lei “i crisantemi” (in “Novembre”, p.26).
Dunque le sue parole sincere, a volte leggere e spesso cariche di sofferenza, dicono tramite la poesia ciò che l’anima suggerisce. Con stile agile e profondo esprime il calore dei sentimenti , trovando però troppo spesso l’ostacolo del buio in agguato, che nasconde la luce dell’amore, delle relazioni. Con vitale sensibilità femminile, con fiducia chiede aiuto alla bellezza del creato, assorbendone la forza per sostenere la sua visione poetica tra sogno e la dura realtà  che si può manifestare anche in natura. Ma accade pure che gli astri splendenti a volte emanino una gelida luce che provoca in lei una profonda malinconia.

domenica 2 febbraio 2020

MVL TEATRO: Una Locandiera da non perdere, al Teatro Vascello fino al 2 febbraio


Nel 1783, a Parigi, Goldoni scriveva i suoi Memoires, ed a questa sua autobiografia si ispira Andrea Chiodi, regista con i Proxima Res de La Locandiera (al Teatro Vascello fino a domenica 3 febbraio, da non perdere), una tra le commedie più famose del grande veneziano.

Il perfetto orologio teatrale di Goldoni, la dinamica regia di Chiodi, l’esilarante estro attoriale di Tindaro Granata e l’elegante disinvoltura di Mariangela Granelli creano una narrazione che rapisce emotivamente gli spettatori, trascinandoli nell’incanto collettivo di un divertimento intelligente che gode tra arguzia e oscenità.
Il meccanismo teatrale, obbediente ai ricordi narrati da Goldoni nelle sue memorie, si sdoppia tra un gioco di attori in carne ed ossa e di bambole (simili a quelle con cui il commediografo, bambino, muoveva i primi passi nel campo dell’invenzione teatrale) che “giocano” a specchio i loro ruoli, sopra e sotto un lunghissimo tavolo sul palco. Gli attori, con la pelle incipriata e splendide parrucche in pastasciutta e costumi di Margherita Baldoni, che paiono usciti intatti da un baule di scena del Casanova creato da Danilo Donati per Fellini, interpretano bravissimi, in cinque, tutti i ruoli, resuscitando proprio quella comicità, talvolta molto più fisica che intellettuale, tipica di quella commedia dell’arte che Goldoni si era impegnato per una vita a riformare.

A mo’ di quinte infatti stanno sospesi in scena, su attaccapanni mobili, tutti i costumi dei personaggi, che i cinque attori, perfetti emuli di una compagnia di giro, (Caterina Carpio, Caterina Filograno, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Fabio Marchisio) si cambiano in scena con grande maestria e nonchalance. Qua e là Mirandolina accenna il noto canto della contadina insidiata da Don Giovanni, additando, come ora si suole, una certa similitudine tra la locandiera e l’aristocratico conquistatore punito. Ma se pure le arie di Mozart arrecano sempre piacere all’orecchio, anche se solo canticchiate, il parallelo tra i due personaggi suggerito dalla regia poco si confà alla saggia Mirandolina, più simile piuttosto alla collega Zerlinetta, che nel Don Giovanni abbandona i fantasiosi giochi della seduzione e punta sul sicuro, sposandosi il meno fascinoso Masetto, anzi no, Fabrizio.
 Maria Cristina Reggio



sabato 25 gennaio 2020

I FILOSOFI di Sonia Gentili alla biblioteca MOBY DICK


Giovedì 30 gennaio alle ore 18.00, presso la biblioteca MOBY DICK, HUB CULTURALE, in via Edgardo Ferrati 3a, si presenta il libro I FILOSOFI, l'ultimo romanzo di Sonia Gentili pubblicato da Castelvecchi.
Intervengono, insieme all'autrice, Giancarlo Pontiggia e Arnaldo Colasanti. 

martedì 14 gennaio 2020

Anna al Teatro Vascello il 23 gennaio alle 19:30

Giovedì 23 gennaio, alle ore 19.30,  il teatro Vascello ospita lo spettacolo Anna, sul tema della memoria, realizzato dagli studenti del Federico Caffé, con la regia della professoressa Isabella Cognatti. L'IIS Federico Caffé  realizza diversi eventi culturali nel quartiere di Monteverde, con professori e studenti attivi, impegnati e vitali. L'ingresso è gratuito.