mercoledì 28 dicembre 2016

La lettura condivisa: bene comune, grande gaudio

Pubblichiamo questo articolo che,  uscito il 17 dicembre 2016 su alfapiù, offre numerose riflessioni interessanti sui Gruppi di Lettura, che non sono solo un'attività tra le tante a cui si dedica Monteverdelegge, ma sono il cuore pulsante, il motivo stesso della nascita, nel 2008, di questa associazione culturale.   

Il 4 e il 5 novembre a Mantova si è tenuta la XIII edizione del Forum del Libro dedicata quest'anno al tema Libri lettori comunità. Pubblichiamo qui, per gentile concessione dell'autore, un ampio stralcio della relazione introduttiva di Luca Ferrieri, responsabile della biblioteca di Cologno Monzese e autore fra l'altro di La lettura spiegata a chi non legge (Editrice Bibliografica 2011) e Fra l'ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire (Olschki 2013).

Luca Ferrieri

Al primo raduno dei Gruppi di Lettura (GdL) che facemmo ad Arco di Trento nel 2006, ponemmo molta enfasi sul concetto di lettura condivisa, e sulla sua radicale diversità rispetto a quello di lettura collettiva, ereditato dalla tradizione otto-novecentesca. Senza ripetere le considerazioni svolte in quella occasione, vorrei ricordare almeno una conseguenza pratica di questa diversità. I gruppi di lettura italiani, a differenza di alcuni americani, non sono mossi da una sorta di ostilità verso la lettura solitaria, ma anzi la prolungano, le offrono una nuova dimensione. Questa sfera resta squisitamente individuale, il gruppo di lettura si fa carico di tutto ciò che precede e segue l’atto privato e segreto della lettura, lo fa “detonare” nella prospettiva, appunto, della lettura condivisa. La quale resta terza (perché la lettura ci insegna sempre che tertium datur) tra lettura solitaria e lettura collettiva. C’è un filo che conduce dalla “stanza tutta per sé” di Virginia Woolf alle sale delle biblioteche o agli altri luoghi “ambulanti” dove si incontrano i gruppi. Quel filo è l’attenzione ai momenti della nascita, dell’iniziazione e della riproduzione della lettura, di cui non si sono occupati, per motivi diversi, né la tradizione del lettore solitario né quella della lettura collettiva.
Nel frattempo la parola condivisione ha fatto parecchia strada e, come spesso succede, ha perso un po’ di sostanza nel percorso: l’abuso delle parole spesso le trasforma in etichette segnaletiche, in termini passepartout, e quello che si perde è proprio il rapporto con la cosa stessa. Vorrei provare a ristabilirlo.

Nel cuore della condivisione
Condividere ha, da dizionario, due significati parzialmente contraddittori: a) avere in comune; b) spartire. Sullo sfondo, quindi, c’è un’altra parola chiave per i gruppi di lettura: comune. Tornerà negli accenni che faremo al rapporto con la comunità dei lettori e alla lettura come bene comune. Perché contraddittori? Perché il primo è identitario/proprietario e il secondo è comunitario/meticciario, se esistesse la parola. In realtà se i GdL avessero come scopo quello di raccogliere le persone che “hanno in comune la lettura”, farebbero un lavoro di tesseramento, senza nulla togliere alla utilità di questo lavoro. Invece quello che fanno è mettere la lettura in comune.
Ma proviamo a mettere dei picchetti, su quelli che sono i contenuti, i significati della condivisione nei gruppi di lettura.
    nel GdL la lettura è ospitale. Non si tratta naturalmente di buona educazione. Questa non fa mai male, ma qui è questione delle differenze che la lettura alleva rigorosamente e rigogliosamente, e che soprattutto accoglie, preserva, difende come il pane. C’è sempre lo straniero nel libro, e lo straniamento alla prima lettura, e poi all’ultima, ancora di più. Se non ci fosse dovremmo inventarlo.
    nei GdL la condivisione è stupita e stuporosa. Lo stupore avviene quando il lettore solitario esce di casa controvoglia in una sera umida e nebbiosa (come ci racconta Monique Pistolato) 1, per una punta di curiosità condita da molta diffidenza, e scopre, a volte con la forza di una rivelazione, i “valori aggiunti” della lettura condivisa. Quelli di cui discutevamo ad Arco di Trento, ossia, in forma di elenco, sempre parziale e provvisorio:
1. Un’altra lettura è possibile , che forse andrebbe meglio detto, Esiste la lettura degli altri;
2. Ecco i libri che avrei sempre voluto leggere ma non sapevo che esistessero;
3. Io leggo perché ti rispetto, io ti rispetto perché leggo, ovvero la scoperta dell’etica della lettura;
4. Alla lettura sommo l’ascolto: il testo ha una voce, i personaggi hanno una voce, gli altri lettori hanno una voce; nel GdL queste voci vengono ascoltate, a volte auscultate;
5. Io non basto alla mia lettura, ossia il lettore non è un autarchico;
6. Sono orgoglioso di leggere, insomma trovo degli altri pazzi come me;
7. Leggendo sento e penso, ossia c’è un posto dove anche le emozioni della lettura hanno cittadinanza;
8. Leggo e poi rileggo; perché quel che fanno i GdL è anche riprendere in mano dei classici;
9. Tengo traccia delle mie letture. Sì le prendo sul serio: annoto, ci scrivo su, traccio un ponte tra scrittura e lettura; mi preparo anche. Lo avrei fatto senza il GdL della serata nebbiosa?
Questi valori aggiunti, nella grande maggioranza dei casi, sono inattesi, arrivano come un dono. Ma la condivisione è anche stuporosa: perché, quando scatta, ci rapisce, ci attanaglia, ci lascia senza fiato e senza parole.
    nel GdL la condivisione avviene attraverso la narrazione; ma non la narrazione del plot, il riassunto della trama, bensì la narrazione della esperienza, delle emozioni, del lascito e del vissuto. Quelle che prendono vita nel GdL sono storie di lettura.
    se la lettura condivisa perché la memoria è divisa? (forse perché la memoria di una lettura è spesso involontaria, e ogni lettore riscrive le storie, una cosa che con la storia non va bene, ma con le storie si può fare…)
    nel GdL la lettura è anche una tecnica – che si impara;
    nel GdL non si condivide solo la ricezione, ma la produzione e la postproduzione; si costruiscono artefatti di e sulla lettura, con appunti, disegni, mappe mentali, tavole associative, ecc.

Continua la lettura su alfapiù al link: https://www.alfabeta2.it/2016/12/17/speciale-lettura-condivisa-bene-comune-grande-gaudio/


martedì 27 dicembre 2016

Erranti senza ali di Philip Schultz tradotto dal laboratorio di MVL ha vinto il premio Morlupo 2016

Fiorenza Mormile

Il 17 dicembre a Erranti senza ali del poeta e scrittore americano Philip Schultz  (Donzelli, 2016), tradotto dal laboratorio di Monteverdelegge, è stato assegnato il Premio di traduzione Morlupo Città della poesia, quest'anno allla seconda edizione. Erano presenti, con la curatrice Paola Splendore, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, mentre Maria Adelaide Basile non è potuta intervenire.
Oltre alla qualità poetica del poemetto del Pulitzer Schultz, ha riscosso particolare interesse nella giuria (composta dall’organizzatrice Viviana Scarinci, la germanista Paola Del Zoppo e l’americanista Riccardo Duranti) proprio l’innovativa operazione di traduzione collettiva, giudicata accuratissima, felice e dotata di grande coerenza interna. Nella cinquina finalista, a pochi decimali di voto (a quanto si è potuto ufficiosamente inferire) si è collocata l’altra nostra fatica, Tutto ricomincia di Eleanor Wilner, (Gattomerlino, 2016), scelta antologica da due raccolte, tematicamente coesa ma superata, nel confronto, dalla compiuta compattezza del poemetto. 
Sono emerse simpatiche e sorprendenti analogie tra il Centro culturale la Libellula (promotore del Premio) e Monteverdelegge: entrambe promuovono la lettura e la condivisione, quella istituendo un fondo librario con i  libri partecipanti alle sezioni di poesia e di traduzione del premio, noi con la bibliolibreria Plautilla. Ed entrambe inoltre collaborano attivamente con il Csm locale, attivando con l'utenza  un laboratorio di scrittura.
Per sottolineare questa affinità, Riccardo Duranti ha voluto  regalare alla nostra associazione un romanzo sulla traduzione  da lui stesso tradotto,  Dietro l’arazzo di Lenny McGee  (Coazinzola Press & Lenny McGee, 2016): “Guardare il retro dell’arazzo - scrive l'autore, citato in quarta di copertina - è il metodo che si usa per giudicate la qualità del manufatto: si controlla proprio se i nodi sono stati eseguiti ad arte. Eppure, quando traduco, vorrei tanto riprodurre la perfezione del davanti anche sul retro…capisco che è impossibile, ma ci provo”.                            

venerdì 16 dicembre 2016

MVL CARTONI domenica 18 alla festa dell'albero della pace e della solidarietà


BUON NATALE DA MONTEVERDELEGGE

Domenica 18 DICEMBRE ore 9.00-15.00
Piazza L.go Federico Caffè 
INAUGURIAMO L'ALBERO DELLA PACE E DELLA SOLIDARIETA'
con il Comitato di quartiere Monteverdequattroventi.
Una festa anche per il passaggio dell'area FS 4 Venti al Municipio XII.

Monteverdelegge partecipa alla festa con i bellissimi libri realizzati
nel LABORATORIO DI MICROEDITORIA MVL CARTONI.




mercoledì 14 dicembre 2016

Mvl teatro consiglia: To be or not to be Roger Bernat

Maria Cristina Reggio

Quanti attori - Amleti conosciamo e sappiamo riconoscere? Da Vittorio  Gasmann a Kennet Branagh e Arthur John Gielgud fino ai Simpson, Marco Cavalcoli della compagnia Fanny & Alexander,  compagnia romagnola  che da anni porta avanti una ricerca critica e accurata sul linguaggio teatrale, assume diverse identità che in modi diversi hanno a che fare con gli Amleti più conosciuti  della tradizione mondiale.
Si parte da Roger Bernat, artista catalano creatore di un teatro partecipato,  che la compagnia ha incontrato in occasione di un workshop in Polonia, e che dà inizio allo spettacolo-conferenza, per  arrivare a coinvolgere il pubblico in un gioco - play di cui quasi tutti conoscono e riconoscono le regole e i fatti e  non solo nel teatro, ma anche nella televisione, nel cinema, fino ai cartoni animati dei Simpson.
 Uno spettacolo che, giocando sulle false certezze sull'identità condivise da attori e spettatori e sulla straordinaria capacità di Marco Cavalcoli di entrare e uscire da sé stesso e dalla propria voce per assumerne infinite, fa divertire, ma anche molto pensare.  
Da non perdere.

Al Teatro India dal 13 al 18 dicembre 2016
conferenza spettacolo di Fanny & Alexander
produzione E / Fanny & Alexander
ideazione Luigi de Angelis e Chiara Lagani
drammaturgia Chiara Lagani
regia Luigi de Angelis
con Marco Cavalcoli

lunedì 12 dicembre 2016

Il laboratorio di traduzione di MVL finalista al Premio letterario nazionale Morlupo Città della Poesia 2016

Fiorenza Mormile

Dal Centro culturale La Libellula di Morlupo, designata città della poesia 2016
ci giunge una bella notizia, siamo finaliste al premio di traduzione MCP con tutti i tre libri presentati legati all’attività del laboratorio.
In ordine cronologico inverso di edizione sono:
Philip Schultz, Erranti senza ali, Donzelli poesia, luglio 2016 a cura di Paola Spendore,
tradotto dal laboratorio di traduzione 2014 (Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, P. Splendore);
Eleanor Wilner, Tutto ricomincia, Gattomerlino editore, marzo 2016, a cura di Fiorenza Mormile, tradotto dal laboratorio di traduzione 2015 (M. A. Basile, F. Mormile, A. M.Rava,
A. M. Robustelli, P. Splendore, Jane Wilkinson).
A.A.V.V. La tesa fune rossa dell’amore: madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, La Vita Felice, Milano, 2015. (Vi sono contenuti infatti anche tre testi di Stevie Smith tradotti dal Laboratorio di traduzione del 2013 (M.T. Carbone, F. Mormile, A.M. Rava, A. M. Robustelli, P. Splendore ), e un testo della Plath tradotto da Maria Teresa Carbone.
Il libro vincitore verrà designato durante la cerimonia di premiazione che si terrà sabato 17 dicembre alle 17 a Morlupo nella sede dell’associazione. Vi terremo informati sull’esito finale.
Tutti i dati nel link a seguire:
https://centrolibellulamorlupo.com/2016/12/06/poeti-e-traduttori-finalisti-mcp-2016/

venerdì 2 dicembre 2016

I biglietti per la fiera Più libri Più Liberi con la tessera 2017 a Monteverdelegge

Quest’anno Babbo Natale ha deciso di passare un po’ prima e di fermarsi da Plautilla per lasciare un piccolo dono  a tutti coloro che si iscriveranno ​ o rinnoveranno l'iscrizione​ a Monteverdelegge ​ per il 2017​  entro il 10 dicembre.
Chiunque lo farà, infatti,  ​riceverà  tre biglietti omaggio per la fiera ​ della piccola e media editoria​ Più Libri Più Liberi che si tiene dal 7 all'11 dicembre al Palazzo dei congressi dell'Eur, e in altre sedi, fra cui Plautilla, dove sabato 10 dicembre alle ore 11 si terrà un incontro intitolato Libri Fuori Centro con Serena  Anselmini e Alessandra Criconia nel quadro di PLPL.
​Le iscrizioni si possono fare lunedì 5 dicembre dalle 16 alle 19 o sabato 10 dicembre dalle 11 alle 13.

I lunedì di Plautilla



Grande partecipazione di pubblico al secondo lunedì di Plautilla che ha avuto protagonista la casa editrice CHIPIÙNEART e due autrici del suo catalogo: Livia Rocco, che ha firmato una raccolta di versi uscita  nella collana I libri pervinca, e la poetessa Maria Grazia Calandrone, già molto nota agli amici di Monteverdelegge, qui in veste di drammaturga. 
Giornalista monteverdina che ha al suo attivo varie raccolte poetiche,  Es-senza, Altrove e Europa, Livia Rocco ha letto diversi testi tratti dal suo ultimo libro e alcuni inediti.
La fondatrice di CHIPIÙNEART, Adele Costanzo, ha però un’attenzione particolare anche per la scrittura teatrale e nella collana Le nebulose ha pubblicato Per voce sola di Maria Grazia Calandrone.
Oltre a una carriera letteraria importante (oltre che poetessa e autrice di testi teatrali, è anche narratrice, artista visiva e conduttrice radiofonica) e a un fortissimo impegno sociale, Maria Grazia offre sempre, quando dà voce a ciò che scrive, “un’esperienza così strana e felice da essere difficile da riferire”, come scrive di lei Sonia Bergamasco. E questa intensa esperienza l’abbiamo provata ascoltandola lunedì da Plautilla.

Prossimo evento il 19 dicembre 2016, alle ore 17, con una PROIEZIONE DI CORTI SU PASOLINI E FELLINI DI MAURIZIO PONZI
Vi aspettiamo!
(ingresso libero)












martedì 29 novembre 2016

Parole di verità, di Ostad Elahi

Mercoledì 30 novembre alle 18:00 , alla Casa delle Letterature in Piazza dell'Orologio, 3, si terrà la presentazione del libro di Ostad Elahi, Parole di Verità, Mondadori editore.





mercoledì 23 novembre 2016

Convegno Diritto alla Città

Diritto alla Città: Territori Spazi Flussi è il titolo di un convegno promosso dalla Fondazione per la Critica Sociale con il patrocinio della rivista “Il Ponte” che si terrà domani e dopodomani a Roma, 24 e 25 novembre 2016 presso la Facoltà di Architettura Sapienza Aula Magna di Fontanella Borghese.  Questo  link al testo della relazione del sociologo urbano francese Jacques Donzelot pubblicato in rete oggi da  Alfabeta2.


domenica 20 novembre 2016

Addentrarsi nella foresta Levertov con il laboratorio di traduzione

Addentrarsi nella foresta Levertov: il laboratorio di traduzione 2016/2017 parte dalla prolifica poetessa inglese naturalizzata americana

Denise Levertov in uno scatto di Chris Felver
Fiorenza Mormile

Rifacendomi a Life in the Forest, titolo di una delle quasi cinquanta raccolte pubblicate da Denise Levertov (1923-1997, poeta, saggista, docente, traduttrice) descrivo la nostra scelta di percorrere all’inizio del quinto anno di attività almeno un sentiero della sua sterminata produzione. Ci ha attratto per prima la sua riflessione sulla scrittura e sulle responsabilità che comporta.
Per dare una panoramica della sua opera sintetizziamo qui le 13 fitte pagine che Poetry Foundation  dedica alla bio-bibliografia. Denise Levertov è stata un’apprezzata e prolifica poetessa americana.
In America arrivò però solo nel 1948, a venticinque anni compiuti, per seguire il marito, lo scrittore Mitchell Goodman. Nata ad Ilford, un sobborgo di Londra, non ricevette una formazione letteraria tradizionale, ma si nutrì delle suggestioni culturali e linguistiche dei genitori immigrati, crescendo in una casa piena di libri di seconda mano comprati dal padre (un ebreo russo convertitosi al Cristianesimo e divenuto pastore anglicano), tra il risuonare dei versi di Tennyson letti ad alta voce dalla madre gallese. Proprio questa mancanza di “accademia” secondo la critica rese il suo stile limpido, chiaro e accessibile a un vasto pubblico.

Levertov ha una precoce consapevolezza del proprio talento: appena dodicenne invia ad Eliot le sue poesie e ne riceve in risposta due pagine dattiloscritte di elogi incoraggianti . A diciassette anni pubblica una poesia nella prestigiosa “Poetry Quaterly”. Durante la guerra il lavoro di infermiera laica in ospedale non interrompe la sua scrittura: nel 1946 esce il  primo libro, The Double Image.
Dopo il trasferimento negli Usa del 1948 continua la pubblicazione di raccolte di poesia e saggi.  Si fa strada attraverso le influenze neo-romantiche una voce personale caratterizzata da maggiore precisione formale e da una forte consapevolezza sociale. Sotto l’influenza di W. C. Williams Levertov si dedica all’esplorazione del quotidiano di cui sa cogliere i lati spiazzanti che spesso vorremmo ignorare. Malgrado le assidue frequentazioni dei Black Mountain Poets Levertov aderisce solo in parte ai loro manifesti costruendo sempre più saldamente la propria cifra individuale, ormai comunque “americana”. Lo scoppio della guerra del Vietnam la vede co-fondatrice di un gruppo di protesta di scrittori, mentre nei suoi scritti prende vigore la trattazione di temi di interesse politico-sociale (il disarmo, la preoccupazione ambientale). Finirà episodicamente anche in prigione per azioni di disobbedienza civile. Questo impegno è particolarmente avvertibile nella raccolta To Stay Alive (1971), dove Levertov inserisce brani quasi prosastici da lettere e documenti in voluta frizione con passaggi decisamente lirici, quasi a rispecchiare le lacerazioni inferte sulla scrittura dagli avvenimenti contemporanei. Il libro suscita nella critica reazioni contrastanti: alcuni, come H. Carruth, ne considerano con entusiasmo il valore poetico e documentario, altri, come M. Perloff, ne censurano con fastidio il tono “predicatorio”. Secondo il critico J. F. Mersmann la guerra in Vietnam  segna  in Levertov un vero spartiacque poetico, inserendo un elemento disgregante anche nella perfezione della forma, che esige  compensazione attraverso uno sforzo morale e spirituale. 

Sorvolando per brevità su molte altre importanti pubblicazioni di natura saggistica citiamo qui l’affermarsi sempre più marcato di una sensibilità religiosa, indubbio portato dell’educazione ricevuta dal padre pastore, ma pure quasi panteisticamente connotata. Levertov avverte se stessa come parte naturale del mondo, e in tutto il complesso della natura coglie la presenza di Dio. 
In Evening Train (1992) esplora con sensibilità e grazia l’invecchiamento, pur non tralasciando  problematiche emergenti come l’AIDS, l’inquinamento, la guerra del Golfo.
Nel postumo This Great Unknowing: Last Poems (1999) – due anni prima Levertov era morta settantaquattrenne per un linfoma – l’approssimarsi della fine viene illustrato con coraggio e dignità, alternando all’inesausta ricerca religiosa  piccoli squarci sul quotidiano.
Riassumiamo in chiusura le considerazioni di Daniel Berrigan (poeta, prete gesuita e pacifista militante, recentemente scomparso) che sembrano attagliarsi particolarmente alle incertezze angosciose del presente: possiamo scegliere di non fare nulla, rischiando l’andar fuori di testa  in modo più o meno eclatante,  rifugiarci nella  frivolezza per evadere dalla paura che ci attanaglia, oppure, sull’esempio di Levertov, farci trascinare verso la salvezza dalla coscienza e dal senso della collettività, riconoscendo la comunanza tra le razze e le culture e la responsabilità di tutti verso il pianeta che condividiamo.


domenica 6 novembre 2016

Ancora due poesie di Sujata Bhatt sui papaveri.

Redness e Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume in cui si ricorda la tormentata relazione tra Celan e Bachmann.

Fiorenza Mormile


Avendo appena cominciato il nuovo ciclo del laboratorio di traduzione, dedicato per cominciare a Denise Levertov, concludiamo qui il nostro tributo a Sujata Bhatt con due nuove poesie sui papaveri, tema ricorrente in vari testi della sua raccolta Papaveri in traduzione.
Redness dai papaveri  riprende la suggestione cromatica e riportando un lungo inserto di nomi di varianti di fiori in tedesco ripropone il tema dell’abitare tra più lingue proprio della poetessa anglo indiana trapiantata in Germania. La più complessa Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume nel titolo associa il papavero da oppio e i relativi semi alla capacità dei fiori di dare ogni tipo di piacere. Questa poesia nasce, come spesso in Bhatt, da suggestioni nate dalla lettura. Le citazioni in tedesco ci riportano a testi di Celan dalla raccolta Papavero e memoria, l’exergo da una lettera a Celan di Bachmann.  Bhatt è a un tempo partecipe del dramma umano dei due sfortunati amanti ma anche, al solito, attenta a implicazioni e riflessi della loro opera sul piano linguistico e letterario. Paul Celan, infatti, poeta rumeno ebreo scampato alla deportazione ma provato da durissime esperienze in campi di lavoro e da lutti familiari, si era impegnato a rifondare attraverso la scrittura l’amatissima lingua tedesca che aveva appreso dalla madre e che sentiva contaminata dall’uso che ne avevano fatto i nazisti.

Il titolo della sua raccolta nasce da un verso di Corona citato da Bhatt: “noi ci amiamo come papavero e memoria”, ed esprime la tensione tra la tentazione dell’oblio e la necessità di ricordare, l’aspirazione a un equilibrio problematico se non addirittura impossibile nella tormentata relazione con la scrittrice conosciuta a Vienna nel 1947. Relazione caratterizzata da ciclici ritorni di fiamma, perdurata nella lontananza a dispetto di altri rispettivi legami, e per questo connotata sempre dalla segretezza. Pertinente quindi l’allusione ai Misteri, che richiama anche la cifra iniziatica e in qualche modo elitaria dei due. Bhatt insistendo sulle “dark /obscure words” e su “the darkness” sembra rifarsi a Corona, dove  compare “noi ci diciamo parole oscure” e a Todesfuge, dove ricorre ossessivamente l’aggettivo “Schwarze” (nero). Sulla stessa linea di senso si collocano le “haunted words” che perseguitano i due amanti, quasi soggetti ad una maledizione. Oscurità voluta, cupi scenari esistenziali, la depressione di Celan amareggiato anche da infondate accuse di plagio circondano infatti come una nube nera i due amanti, prefigurandone la fine tragica.  Alla fine Celan si suiciderà gettandosi nella Senna nel 1970 e  Bachmann, annichilita, gli sopravviverà solo tre anni, morendo a Roma nell’incendio del proprio letto provocato da una sigaretta.

Il papavero lega i tre tempi della poesia di Bhatt. Nel primo, preceduto dall’exergo dall’epistolario della Bachmann “ho sentito di nuovo i papaveri, così profondamente…” si parla degli effetti sul sogno della morfina che da loro si estrae, e della dipendenza che nell’uomo cui si riferisce il dottore appare conseguenza di un farmaco assunto da bambino. Abusi curativi vari sono attestati nella storia recente: da metà ottocento fino agli anni Trenta in cui vennero proibiti, sciroppi a base d’oppio vennero tranquillamente somministrati negli Usa e in Gran Bretagna per banali problemi di dentizione da madri ignare, mentre gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dall’uso disinvolto del Ritalin (a base di anfetamine) per combattere la cosiddetta “iperattività” infantile. In Puglia e in Lucania invece, fino agli anni Settanta con una varietà locale di papavero si preparava un decotto, “la papagna”, che intinto in un rudimentale ciuccetto di lino con al centro un po’ di zucchero, veniva usato per far addormentare i bambini. In dosi più massicce (raccontano in un museo di Matera) il potente papavero locale era usato per farli dormire anche per due giorni di seguito quando i genitori si dovevano allontanare per la mietitura e non c’era chi li potesse accudire. Questa pratica il più delle volte veniva incredibilmente  tollerata dai piccoli, ma in altri aveva esito mortale. La Bachmann, che aveva studiato a lungo la Puglia e le sue usanze, in una poesia del 1955 (Nelle Puglie) parla del papavero e del suo uso curativo lenitivo del dolore in un ideale contrappunto col suo interlocutore privilegiato, che pure nella poesia non nomina. E in questa stessa poesia compare un frequente contrasto tra buio (quello delle abitazioni nei sassi) e luce (evocata dall’olio di oliva e per estensione di papavero bruciati per illuminare e risanare). Anche Bhatt si interroga sulle possibilità curative dei papaveri, dopo aver introdotto, con l’immagine del sangue che impregna i campi, alla valenza simbolica che i papaveri rossi rivestono in Inghilterra evocando i caduti della prima guerra mondiale. (Da noi De André li ha immortalati ne “La guerra di Piero”).  La terza parte, che parla più diffusamente del rapporto Celan-Bachmann è introdotta dal breve snodo di transizione in cui Bhatt oppone idealmente alle pillole psicotrope la sensazione di sabbia in bocca degli innocenti semini di papavero che insieme al burro e alla farina  componevano i dolci della sua infanzia.

In conclusione questa poesia così articolata, e a tratti reticente nella sua complessità, insiste su temi che già abbiamo incontrato in Bhatt: il sogno, una relazione d’amore tormentata, la ricerca di un antidoto contro il dolore,  la doppia faccia  della memoria (dolce e ossessiva) e l’importanza delle parole nelle loro varie stratificazioni linguistiche. Ambivalenza e contraddittorietà traspaiono a più livelli: quella tra la segretezza degli amanti circa la loro relazione e la necessità di metterla in luce facendola confluire nelle rispettive scritture, quella degli effetti dell’oppio, preso per dormire, per dimenticare in contrasto con l’effetto paradossale di rendere più vividi i sogni, che spesso, per l’insonne Bhatt, veicolano i ricordi infondendo loro nuova vita.
Noi, invece, vogliamo ricordarvi che il laboratorio di traduzione continua e vi aspetta…


Sujata Bhatt
Rosso
per Pearse Hutchinson
Le parole della notte si trasformano nelle parole del mattino.
Ecco le parole che ho raccolto —
parole con cui sto fino a tarda notte,
parole con cui mi sveglio — questi giorni
presto, molto presto al mattino —
Guarda come scivolano dentro un canto tutto loro,
rifiutando di adattarsi alla tua solita aubade  —
*
Ackermohn, Blatzblume, Blutblume, Boschtkraut,
Donnerblume, Feldmohn, Feuerblume, Feuermohn,
Flattermohn, Gartenmohn, Grindmagen,
Klappermohn, Klapprose, Klatschmohn, Klatschrose,
Große Klatschrose, Kornrose,
Kornschnalle, Mohn,
Mohnblume, Paterblume,
Roter Mohn, Roter Mohn, Schnalle,
Wilder Mohn, Wolder Mohn, Wilder Mohn,
Klatschmohn, Klatschmohn, Feuerblume ―
*
A volte preferisco vivere tra le lingue,
dentro silenzi che posso sentire solo io—
Questi giorni non riesco a stare in casa.
Presto quei campi al di là dell'acqua
                 s'incendieranno di api —
api sedotte da un rosso
  che neppure Husserl avrebbe saputo sondare.
Un rosso che solo le api capiscono.


Redness
for Pearse Hutchinson
Night words turn into morning words.
Here are the words I've gathered —
words I sit with late into the night,
words I wake up to — these days
early, so early in the morning —
See how they slide into their own song,
refusing to fit inside your usual aubade —
*
Ackermohn, Blatzblume, Blutblume, Boschtkraut,
Donnerblume, Feldmohn, Feuerblume, Feuermohn,
Flattermohn, Gartenmohn, Grindmagen,
Klappermohn, Klapprose, Klatschmohn, Klatschrose,
Große Klatschrose, Kornrose,
Kornschnalle, Mohn,
Mohnblume, Paterblume,
Roter Mohn, Roter Mohn, Schnalle,
Wilder Mohn, Wolder Mohn, Wilder Mohn,
Klatschmohn, Klatschmohn, Feuerblume ―
*
Sometimes I think I prefer to live between languages,
within silences only I can hear —
These days, I cannot stay indoors.
Soon, those fields across the water
          will burn with bees —
bees lured by redness
     even Husserl couldn't have fathomed.
A redness only bees understand.

Il testo è riprodotto per gentile concessione dell’Autrice


Sujata Bhatt

Den Mohn hab ich wieder gespürt, tief, ganz tief ...
              — Ingeborg Bachmann in una lettera a Paul Celan
La morfina ti darà i sogni più intensi,
                      dice il dottore —
La morfina giocherà con i tuoi ricordi,
ti metterà la vita sottosopra,
ti renderà il passato più doloroso che mai —
Non prendere quella strada, dice il dottore.
Ma è troppo tardi ora.
C'era una pillola per bambini
con un po' di oppio —
solo un po', che gli veniva data
per il sonno, per la digestione —
          tanti anni fa.
Dice il dottore che ora è troppo tardi.
La morfina è quello che gli serve,
eppure, non può più aiutarlo.
Era un uomo in una canzone,
           un uomo da un posto qualunque —
È un uomo che conosco —
Forse i tuoi ricordi hanno fame di morfina.
La tua mente, le tue cellule cerebrali
sentono la mancanza delle ombre purpuree dell'oppio.
Forse alla morfina servono le tue cellule cerebrali
               per compiere il suo destino.
Quei segreti amori delle molecole —
chi sa cosa succede?
Guarda i campi devastati — intrisi di sangue —
Pensi davvero che curino,  questi papaveri rossi ?
Questi semplici papaveri rossi di campo?
Curano cosa — questa terra, il tuo cuore?
E ancora, i papaveri rossi ti ricordano
gli altri, i bianchi e viola —
quelli pieni di oppio —
Senti che questi papaveri rossi
        con le anime nere nel vento
portano echi di oppio da altri luoghi,
da altri luoghi, dici tu —
*
Mohn, Mohn — blauer Schlafmohn —
Ricordi di semi neri — sabbia fine
                in bocca — Ricordi di semi neri
con burro e zucchero e farina —
*
...wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis...
Nella storia, la storia che leggo oggi,
          gli amanti  a me cari
vivono con i papaveri, papaveri rossi, innocui —
Ora si dicono l'un l'altro parole scure —
Parole che scriveranno per farle leggere a noi.
Sono gli amanti a chiamare scure le loro parole —
       io no — io cerco solo di ascoltare —
cerco solo di seguire la loro storia.
Parole oscure, dicono loro.
           Semplicemente scure, scure —
Parlano come se avessero visto i Misteri.
È l'oscurità stessa
                     di cui parlano —
Scivola come seta sulle loro membra —
                         L'oscurità stessa —
Li vedo semi addormentati, semi svegli —
Chi ha detto cosa? Parlano a bassa voce —
Non parole minacciose, non parole severe.
          Parole non spettrali, non stregate,
ma semplicemente scure, come di un colore scuro.
Perché? Perché? Mi chiedo.
È perché pensano che non ci sarà mai
         abbastanza luce per loro?
Ma le parole rispondono gridando che loro sono stregate.
Sono stregate e stregate — maledette dalla Storia,
              maledette dall'assassinio, come lo siamo tutti —
Intanto, gli amanti parlano
         come se vivessero in un sogno —
Come cercano di curare quelle parole,
cercano di renderle di nuovo sacre —
Intanto, gli amanti parlano
delle cose più importanti
senza esserne del tutto consapevoli —

Sujata Bhatt

Schlafmohn, Blaumohn: Allerleilustblume
    Den Mohn hab ich wieder gespürt, tief, ganz tief ...
              — Ingeborg Bachmann in a letter to Paul Celan
The doctor says , morphine will give you
                    the richest dreams —
Morphine will play with your memories,
it will turn your life upside down,
make your past more painful than it ever was —
The doctor says, don't go down that path.
But it's too late now.
There was a pill for infants
with a little bit of opium —
just a little bit, that he was given
for his sleep, for his digestion —
      all those years ago.
The doctor says it's too late now.
Morphine is what he needs,
and yet, it cannot help him any more.
He was a man in a song,
          a man from anywhere —
He is a man I know —
Perhaps your memories crave morphine.
Your mind, your brain cells
miss opium's deep purple shadows.
Perhaps morphine needs your brain cells
                  to fulfill its destiny.
Those secret loves of molecules —
who knows what happens?
Look at the ravaged fields — blood-soaked —
Can you truly say these red poppies heal?
These common, red, wild poppies?
Heal what — this earth, your heart?
Again, how the red poppies remind you
of the others, the white and purple —
the ones filled with opium —
You feel these red poppies
         with their black souls in the wind
bring echoes of opium from somewhere,
from somewhere, you say —
*
Mohn, Mohn — blauer Schlafmohn —
Memories of black seeds — fine sand
          in your mouth — Memories of black seeds
with butter and sugar and flour —
*
...wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis...
In the story, this story I'm reading today,
               the lovers I worship
live with poppies, red poppies, harmless ones —
Now they speak dark words to each other —
Words they will write down for us to read.
It is the lovers who call their words dark —
        Not me —     I merely try to listen —
I merely try to follow their story.
Obscure words, they speak.
         Simply dark, dark —
They speak as if they have seen the Mysteries.
It is darkness itself
         that they speak —
How it slides like silk across their limbs —
              Darkness itself —
I see them half-asleep, half-awake —
Who said what? They speak softly —
Not menacing words, not grave words.
            Not ghostly, not haunted words,
but purely dark, as in a dark colour.
Why? Why? I ask myself.
Is it because they think there will never
         be enough light for them?
But the words shout back that they are haunted.
They are haunted and hunted — cursed by history,
       cursed by murder, as we all are —
meanwhile, the lovers speak
         as if they lived in a dream —
How they try to heal those words,
try to make them sacred again —
Meanwhile, the lovers speak
of the most important things
without fully knowing that they do —
Il testo è qui riprodotto per gentile concessione dell’Autrice

I Lunedì di Plautilla: il duo di violini di Daniela La Sorsa e Barbara Veit

Qualche immagine (e due video) dall'incontro tenuto presso Plautilla lunedì scorso.
Le violiniste Daniela La Sorsa e Barbara Veit si sono cimentate in un repertorio che spaziava da Béla Bartòk a J. S. Bach.








video

video

venerdì 4 novembre 2016

Monteverdelegge alla "Largo Oriani" nel nome di Dahl

Enza Bertoni
Scoprire e riscoprire Roald Dahl nel centenario della sua nascita: l’occasione è data dalla manifestazione “Io Leggo Perché” (22 ottobre, 30 ottobre 2016), che si svolge in scuole o altri luoghi deputati alla lettura ad alta voce.  Noi di Monteverdelegge, siamo stati invitati per leggere alcuni passi di Gli sporcelli di Dahl. Ed allora, ecco, bambini seduti per terra, nella stanza adibita a biblioteca scolastica, pronti a riavere sollecitazioni, emozioni, divertimento delle pagine scritte e scandite dal ritmo della voce. Grazie per averci invitato a condividere i fantastici momenti descritti.  

sabato 29 ottobre 2016

Libri Lettori Comunità - Forum del Libro 2016

La tredicesima edizione del Forum del Libro, che si terrà a Mantova il 4 e 5 novembre, si intitola Libri Lettori Comunità, un tema di cui qui a Monteverdelegge siamo esperti. Esperti nel senso letterale del termine, non per qualche sapere astratto, ma per una esperienza che si è costruita giorno dopo giorno, da quella fine ottobre del 2008 in cui abbiamo cominciato a incontrarci. Otto anni intensissimi: prima c'è stato il gruppo di lettura e poi, intorno a quello, tuttora perno centrale della nostra associazione, una serie di attività e di iniziative che hanno consentito di creare e rafforzare reti di relazioni inattese in quel luogo speciale che è Plautilla. Biblioteca, libreria gratuita, sede di laboratori, spazio di incontro per tutti i cittadini del quartiere: è riconoscendo questo suo molteplice ruolo che la Asl Rm D, al cui interno Plautilla si situa, ha siglato qualche mese fa con Monteverdelegge un protocollo di intesa di cui siamo particolarmente orgogliosi perché mette in evidenza il valore sociale della lettura, il filo continuo che lega libri, lettori, comunità. Appunto.
mtc

XIII Forum Passaparola: Libri Lettori Comunità

Venerdì 4 novembre
Aula magna del Seminario vescovile - Via Cairoli 20
ore 16,30 Apertura dei lavori
Saluti di Giovanni Solimine, Forum del libro
Introduzione di Luca Ferrieri, Biblioteca di Cologno Monzese:
Lo stupore della lettura condivisa: bene comune, grande gaudio
ore 17,00 Animare i libri. Esperienze in giro per l’Italia
Introduce e coordina Maria Teresa Carbone, cofondatrice di Monteverdelegge
Testimonianze di
Anna Maria Montinaro, Presìdi del libro
Livio Vianello, gruppi di lettura del Veneto
Marinella Pomarici, gruppo di lettura del carcere di Secondigliano
Paola Caridi, gruppo di lettura di Sambuca di Sicilia
Gioacchino De Chirico, presidente del Premio biblioteche di Roma
Chiara Faggiolani, Progetto Leggere in rete
Discussione
ore 20,30 Condividere i libri. Incontro dei gruppi di lettura
Introduce e coordina Simonetta Bitasi, lettore ambulante:
Fra l'ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire: chi decide cosa legge il gruppo di lettura?
I gruppi di lettura si confrontano con Eugenia Dubini, editrice; Fabio Masi, libraio; Elsa Riccadonna ed Elia Favalli, bibliotecari; Barbara Morandini, animatrice gruppo di lettura di Sustinente

Sabato 5 novembre
Teatro Scientifico Bibiena - Via Accademia 47
ore 9,00 Promuovere i libri. Una politica nazionale e sul territorio
Introduce e coordina Giovanni Solimine, Forum del libro
Partecipano
Mattia Palazzi, sindaco di Mantova
Luca Nicolini, comitato organizzatore Festivaletteratura
Rossana Rummo, direttrice generale per le biblioteche e gli istituti culturali - MiBACT
Alberto Galla, presidente di Associazione Librai Italiani
Enrica Manenti, presidente di Associazione Italiana Biblioteche
Romano Montroni, presidente del Centro per il libro e la lettura
Flavia Piccoli Nardelli, presidente della Commissione cultura della Camera dei deputati
ore 11,45 Lettura e partecipazione culturale come presidi di democrazia e legalità
Testimonianze di Loredana Perego, Biblioteca della legalità e Edoardo Brugnatelli, direttore editoriale Anobii
ore 12,00 Comprendere i libri. Scuola e Costituzione
Dialogo tra Armando Spataro, Procuratore della Repubblica di Torino, e Luciano Canfora, Università di Bari
Modera Giuseppe Laterza, editore
ore 13,15 Chiusura dei lavori

mercoledì 26 ottobre 2016

Papaveri in traduzione e Ars poetica con papaveri e uccelli














di Fiorenza Mormile                                                    .
Anno intenso il 2016 per il laboratorio di traduzione di Monteverdelegge: due libri pubblicati a consuntivo dell’attività del 2013/2014 (Schultz) e del 2014/2105 (Wilner).
Della presentazione al Festival di Mantova del primo, Erranti con le ali, Donzelli, abbiamo dato ampio resoconto. Il secondo: Tutto ricomincia, Gattomerlino  presentato a fine aprile alla Cabot University verrà ripresentato domani, 27 ottobre alla Casa delle Traduzioni .
Oggi inseriamo due testi di Sujata Bhatt, autrice cui è stata dedicata l’attività “ordinaria” del laboratorio 2015/2016, testi dedicati appunto al tema della traduzione.
Mercoledì prossimo 2 Novembre si riparte, iniziando i lavori con un omaggio alla grande  poetessa britannica, poi naturalizzata americana, Denise Levertov ( 1923, Ilford, G.B. – 1997, Seattle, USA).

SUJATA BHATT
Papaveri in traduzione
       per Ioana Ieronim

Ci dici come in rumeno,
i papaveri selvatici che crescono ovunque
sono una fiamma d'amore viva —
Immagino un'unica fiamma e poi un incendio che divampa
lungo le strade, nei campi,
perfino tra i binari della ferrovia
dove penetra il sole.
Battuti dal vento potrebbero essere questi papaveri,
       tremolanti ma fiduciosi,
                sicuri dell'amore e della vita
mentre crescono nella tua poesia, in rumeno.
Mentre parli ricordo quei papaveri;
mentre parli immagino i loro steli sottili, pelosi
impigliati d'erba e riesco a sentire
come il loro rosso selvaggio
brucia e vortica: spericolato, spericolato con il primo amore —
primo dolore e pena —           riesco a sentire
come la luce scivola dentro la loro pelle —
ho visto papaveri così.
Ho visto crêpe de chine, chiffon,
come le loro sete sottilissime splendono al sole,
brillanti come sangue fresco.
Potrebbero essere spose indù,
che maturano nei loro sari rossi,
       quando sono di fronte ad Agni —
pelle che risplende oro su oro su oro.
Ci sono giorni in cui i papaveri sanno di più.
Giorni in cui anche nel loro inquieto tremolio
     mentre il vento li sferza,
s'increspano con la forza dei loro petali laceri
Ho visto papaveri così:
Quello che chiami una fiamma d'amore viva.
Perfino i loro stami, spirali di filamenti neri,
 soffrono pene d'amore — perfino le loro antere,
impolverate e macchiate di un violetto bluastro,
                soffrono pene d'amore
Come descrivere altrimenti il loro potere?
Eppure in inglese non sappiamo
                   niente di quest'amore.
Possiamo dire
         che è amore la loro intensità?
Chi parla nella tua poesia?
Ha lei l'autorità per tali affermazioni?
Cosa c'è nel tuo tono, nella tua cadenza,
che non si può rendere in inglese?
D'accordo, accettiamo che fuoco e fiamma
descrivono più del colore;
d'accordo, capiamo le emozioni forti,
ma aggiungere amore, qui, en passant,
ci mette a disagio.
In inglese diciamo che i papaveri ci parlano,
diciamo che la loro intensità ci chiama —
e diciamo che è l'urgenza
del loro richiamo a commuoverci.
Perché li trasformiamo in bocche?
Dell'amore non siamo sicuri.
Ma potrebbe esserci, diciamo.
Non possiamo escludere l'amore,
però, non lo vogliamo nominare.
Sarebbe troppo:
una fiamma d'amore viva,
o anche, l'intensità dell'amore dei papaveri —
No, diciamo, no.
Eppure i papaveri ci chiamano.

Sujata Bhatt
Poppies in Translation
          for Ioana Ieronim

You tell us how in Romanian,
the wild poppies growing everywhere
are a living flame of love —

I imagine a single flame, and then a wildfire
by the roads, in the fields,
even between the railway tracks
where the sun spills through.

Windswept, they might be, these poppies,
       fluttering but confident,
               certain of love and life
as they grow in your poem, in Romanian.

As you speak, I remember those poppies;
as you speak, I imagine their thin, hairy stems
entangled with grass, and can simply feel
the way their wild redness
burns and reels: reckless, reckless with first love —
first sorrow and pain —       I can feel
the way light slides through their skins —
I have seen such poppies.
I have seen crêpe de chine, chiffon,
how their sheerest silks glisten in the sun,
bright as fresh blood.

They could be Hindu brides,
ripening in their red saris,
       as they face Agni —
skin glowing gold on gold on gold.

There are days when the poppies know something more.
Days when even in their restless trembling
           as the wind slaps down,
they ripple with the strength of their ragged petals.
I have seen such poppies:
What you call a living flame of love.
Even their stamens, whorls of black filaments,
ache with love — even their anthers,
powdered and smudged bluish black-violet,
                 ache with love.

How else describe their power?
Still, in English, we don't know
          about this love.
Do we dare to say
       their intensity is love?

Who is the speaker in your poem?
Does she have the authority to make such claims?
What is it about your tone, your cadence,
that doesn't carry over into English?
Granted, we accept that fire and flame
describe more than colour;
granted, we understand strong emotions,
but adding love over here, en passant,
makes us uneasy.

In English, we say the poppies speak to us,
we say their intensity calls out to us —
and we say it's the urgency
of their call that moves us.

Why do we turn them into mouths?
About love we're not certain.
But it could be there, we say.
We can't exclude love,
and yet, we don't want to mention it.
That would be too much:
a living flame of love,
or even, the intensity of the poppies' love —
No, we say, no.
But the poppies do call us.

( Sujata Bhatt, Poppies in Translation, Carcanet Press, 2015)
Il testo è qui riprodotto per gentile concessione dell’Autrice.


Sujata Bhatt
Ars poetica con papaveri e uccelli

Potresti pensare
        che la traduzione funziona così:
cominci con i papaveri
e finisci con gli uccelli.
O cominci con gli uccelli
e finisci con i papaveri.
*
Potresti sentire
che notte dopo notte
il tuo libro sogna il suo farsi.
*
Un giorno il libro dice
                che vuole essere dipinto —
non scritto.
Il giorno dopo il libro pretende
                 di essere un giardino.
Se non sei d'accordo
                ti mette il broncio
Presto ti farà altre/nuove richieste:
'Portami qualche papavero d'orato
                        dalla California', dice.
E poi: 'Voglio vedere
quei rari papaveri bianchi  delle Alpi —
qualcuno potrebbero anche essere giallo pallido.
Ho sentito che sono rari come la tigre bianca.
Vai a vedere', dice.
E proprio quando pensi di avere quello che gli serve
il libro dice, 'Ora voglio che trovi
                   il più raro dei rari,
                il più difficile da far crescere —
un papavero blu dell'Himalaya.
Su vai', ti incalza.
Ormai avrai capito:
il libro vuole soltanto che tu vada via
così può diventare un giardino per gli uccelli.

Sujata Bhatt
Ars Poetica with Poppies and Birds
You might think
       that's how translation works:
you start with poppies
and end up with birds.
Or you start with birds
and end up with poppies.

*
You might feel
that night after night
your book dreams itself into being.

*
One day, the book says
              it wants to be painted —
not written.

The next day, the book claims
                  to be a garden.
If you disagree
             it will sulk.

Soon it will make new demands on you:
'Bring me some golden poppies
                      from California,' it says.

And then: 'I want to see
those rare white poppies from the Alps —
some might even be pale yellow.
I've heard they're as rare as a white tiger.
Go, have a look,' it says.

Just when you think you have what it needs
the book will say, 'Now I want you to find
              the rarest of the rare,
      the most difficult to grow —
a blue poppy from the Himalayas.
Go on,' it will urge you.

By now you might have guessed:
the book simply wants you to go away
so it can become a garden for birds.

( Sujata Bhatt, Poppies in Translation, Carcanet Press, 2015)

Il testo è qui riprodotto per gentile concessione dell’Autrice.




domenica 11 settembre 2016

MVL teatro: il circo poetico di Olshansky al Teatro Vascello


Maria Cristina Reggio

Ha i capelli brizzolati, quasi bianchi, ricci e un po' malconci come quelli di un homeless, occhi e bocca bistrati di bianco e un naso rosso da clown a forma di pera: è Vladimir Olshansky, melanconico ed estetico clown - regista russo che ha inaugurato la stagione al Teatro Vascello ( dal 17 al 20 settembre) con la sua opera di clownerie Strange Games,  dove recita con il fratello Yuri e con Carlo Deccio. Clown giallo nel famoso Slava's Snowshow, lo spettacolo magico di teatro-circo Slava Polunin visto nel 2015 al Teatro Argentina, Vladimir Olshansky è un artista formatosi a Mosca, trasferitosi successivamente a New York negli anni '80, e fondatore con Caterina Turi Bicocchi dell'associazione Soccorso Clown, un'organizzazione di operatori di teatro e circo che visitano bambini e anziani negli ospedali.  Strange Games raccoglie diverse scene  tra quelle inventate da  Olshansky nella sua carriera, e difatti la struttura dello spettacolo è  costruita come una successione di brevi sequenze che molto ricorda quelle del circo che,  come i sogni, si alternano tra loro con legami incongruenti.

Le api di Shapcott


Jo Shapcott (Londra, 1953) è una delle più importanti voci poetiche inglesi contemporanee. Sabato 10 settembre ha presentato al festival di Mantova la sua celebrata raccolta Of mutability (2010), uscita alla fine del 2015 nella traduzione di Paola Splendore per Del Vecchio Editore. Shapcott ha aperto il reading con i suoi sonetti sulle api, non ancora pubblicati in raccolta, nella traduzione del Laboratorio di Monteverdelegge di quest’anno. Li presentiamo qui insieme a Entro nell’albero, una poesia da Della mutabilità, tradotta da Splendore e linkata al video della lettura in originale di Shapcott. Da questi testi già emerge con chiarezza l’originale rielaborazione di Shapcott del tema della metamorfosi, fondendo se stessa negli elementi naturali come passando per un’esperienza corporea reale: “assaporando / il tempo negli anelli dell’albero”, riempiendo “ la bocca di midollo e di linfa”. Nei sonetti sulle api la fusione con il mondo apiario corre in parallelo allo strascico emotivo di un’intensa storia amorosa bruscamente finita. Assistiamo così alla crescente esaltazione metamorfica: “stavo piangendo api”, “con la mia bocca impolverata dal giallo/ del loro polline,/ parlavo api, respiravo api”, “odoravo di ambrosia e pappa reale/ le mie unghie brillavano di propoli ” , il cui climax si riassume in “ero reame e regina”, fino ad arrivare al punto in cui “Il favo che/si erano lasciate dietro si dissolse/in sangue e acqua”.
(Fiorenza Mormile)

Jo Shapcott

da Sei sonetti sulle api, Poetry Review, (vol.101: 1 Spring 2011)


Lo dico alle api

Se ne andò per sempre all'alba con solo
un libro, stretto nella mano sinistra:
L'Enciclopedia di Tutto Ciò Che Attiene
alla Cura dell'Ape Mellifera; Api, Arnie,
Miele, Attrezzi, Piante da Miele Ecc.
E io gli invidiai ogni singolo eccetera,
ogni filtro da miele e fiore di cetriolo,
ogni ala d'ape e anno volato via e occhio spento.
Uscii al sorgere del sole, fischiando
per chiamarle mentre andavo verso l'alveare.
Spinsi la guancia contro il legno, aprii
le sinapsi al ronzio delle api, sentivo l'odore del ronzio.
'È finita, dolcezze', sussurrai,' e ora siete mie'.

La soglia

Attesi tutto il giorno le lacrime e le volevo, ma
le lacrime non vennero. Mi toccai le ciglia e
l'acqua dell’occhio non era acqua ma ali e peluria
e stavo piangendo api. Api sul viso,
nei capelli. Api che mi entravano e uscivano dalle
orecchie. Operaie atterravano sulla mia lingua
e danzavano la loro danza di api mentre le sorelle
si affollavano per sapere. Anch'io
imparai quel linguaggio, di zig-zag, corse e cerchi,
tutto il dannato repertorio della danza ad onda.
È ricca di sfumature, la geografia del nettare,
l'astronomia del polline. Credetemi,
con la mia bocca impolverata dal giallo
del loro polline, parlavo api, respiravo api.

L'alveare

La colonia mi crebbe nel corpo tutta quell'estate.
Gli spazi tra le ossa si riempirono
di favi e il petto
vibrava e ronzava. Sapevo
che la covata era sana, perché
i feromoni cantavano per tutto l'alveare
e la regina deponeva almeno
duemila uova al giorno.
Odoravo di ambrosia e pappa reale,
le unghie brillavano di propoli,
passavo le giornate a liberare api dai capelli
e a piantare trifoglio e salvia bianca e
vulneraria e cardo e borragine.
Ero reame e regina.

A spasso con le api

Andai in città portandomi dentro l'alveare.
Le api risuonavano nelle mie costole: ormai
la mia bocca era cera, la mia bocca era miele.
Passanti con cartelle e portatili
mi fissavano mentre le api volavano fuori dagli occhi e dalle orecchie.
Mentre entravo in banca il ronzio
mi aumentò nel petto e capii che le api
facevano sul serio. Le operaie sciamarono
nel fresco salone, si posarono sui banconi di marmo,
agitarono le antenne su carta e cuoio,
'Signore guidaci tu'. Mormorai, poi sentii
la regina voltarsi vicino al mio cuore,
e tutte guardammo, due occhi e cinque occhi,
tutte guardammo il denaro sciogliersi come cera.


SSA (Sindrome Spopolamento Alveari)

Il mio corpo si spezzò quando le api se ne andarono,
divenne una cosa fatta di ossa
e spazi e pelle tirata.
Quasi non avevo notato
il tempo di uno spasmo d'ala
e l'incompatibilità dei feromoni
e la covata sigillata con la cera.
Il favo che
si erano lasciate dietro si dissolse
in sangue e acqua.
Adesso odoro di sudore e fiato
e penso che le cellule del mio corpo
siano diventate esagonali,
anche se le api sono andate via da un pezzo.

(traduzione del Laboratorio di traduzione di poesia Monteverdelegge 2015/2016 composto da:
Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava,
Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson.)


Jo Shapcott

da Six Bee Poems, Poetry Review, (vol.101: 1 Spring 2011)

I Tell The Bees

He left for good in the early hours with just
one book, held tight in his left hand:
The Cyclopedia of Everything Pertaining
to the Care Of the Honey-Bee; Bees, Hives,
Honey, Implements, Honey-Plants, Etc.
And I begrudged him every single et cetera,
every honey-strainer and cucumber blossom,
every bee-wing and flown year and dead eye.
I went outside when the sun rose, whistling
to call out them as I walked towards the hive.
I pressed my cheek against the wood, opened
my synapses to bee hum, I could smell bee hum.
‘It’s over, honies,’ I whispered, ‘and now you’re mine.’

The Threshold

I waited all day for tears and wanted them, but
there weren’t tears. I touched my lashes and
the eyewater was not water but wing and fur
and I was weeping bees. Bees on my face,
in my hair. Bees walking in and out of my
ears. Workers landed on my tongue
and danced their bee dance as their sisters
crowded round for the knowledge. I learned
the language too, those zig-zags, runs and circles,
the whole damned waggle dance catalogue.
So nuanced it is, the geography of nectar,
the astronomy of pollen. Believe me,
through my mouth dusted yellow
with their pollen, I spoke bees, I breathed bees.

The Hive

The colony grew in my body all that summer.
The gaps between my bones filled
with honeycomb and my chest
vibrated and hummed. I knew
the brood was healthy, because
the pheromones sang through the hive
and the queen laid a good
two thousand eggs a day.
I smelled of bee bread and royal jelly,
my nails shone with propolis.
I spent my days freeing bees from my hair,
and planting clover and bee sage and
woundwort and teasel and borage.
I was a queendom unto myself.


Going About With The Bees

I walked to the city carrying the hive inside me.
The bees resonated my ribs: by now
my mouth was wax, my mouth was honey.
Passers-by with briefcases and laptops
stared as bees flew out of my eyes and ears.
As I stepped into the bank the hum
increased in my chest and I could tell the bees
meant business. The workers flew out
into the cool hall, rested on marble counters,
waved their antennae over paper and leather.
‘Lord direct us.’ I murmured, then felt
the queen turn somewhere near my heart,
and we all watched, two eyes and five eyes,
we all watched the money dissolve like wax.

CCD

My body broke when the bees left,
became a thing of bones
and spaces and stretched skin.
I’d barely noticed
the time of wing twitch
and pheromone mismatch
and brood sealed in with wax.
The honeycomb they
left behind dissolved
into blood and water.
Now I smell of sweat and breath
and I think my body cells
may have turned hexagonal,
though the bees are long gone.

**********************************************


Entro nell’albero

Dentro, per questo frassino
è attraverso la corteccia;
osserva il colore –
asfalto o ardesia sotto la pioggia –

poi entra dentro, assaporando
il tempo degli anelli dell’albero,
divorando anni di siccità e tempeste,
muovendoti rapido come un tarlo

che veloce si lancia
a scavare fino al centro,
a riempirsi la bocca di midollo e di linfa,
fino oh mio dio al cuore.

(qui Jo Shapcott  legge la versione originale della poesia, I Go Inside the Tree)

da Jo Shapcott, Della mutabilità, traduzione e cura di Paola Spendore, Del Vecchio Editore, 2015



I testi sono riprodotti per gentile concessione dell’autrice