sabato 26 settembre 2015

La poesia della domenica - Konstantin Simonov, Aspettami e io tornerò

L'addio del soldato secondo la versione dello scrittore, e ufficiale, Konstantin Simonov; la poesia ebbe un successo folgorante durante la Seconda Guerra: copie d'essa esornarono le lettere dei militi dal fronte, e vennero trovate religiosamente piegate nelle tasche delle giubbe e delle divise militari - giubbe e divise dei feriti e dei morti che la Russia ebbe a decine di milioni dal 1942 sin alla pace (lo stesso Simonov fu autore de I giorni e le notti, romanzo in cui si rievocano le carneficine di Stalingrado).
Ogni tempo ha la propria poesia.
Nelle privazioni, nel pericolo e nel sangue alcune parole acquistano significati primigeni, atavici: in tempo di pace esse tendono a svilirsi, a smorzare il loro cristallino splendore sotto una coltre di chiacchiere e grossolanità.
Oggi siamo in tempi di pace crassa: chissà quanti capiranno davvero tale lirica. Magari qualcuno la troverà "genderizzante" (una cosa è certa: sia in tempo di pace che in tempo di guerra abbondano i citrulli; più in tempo di pace, però).
Per fortuna presto ci sarà una guerra e tali parole ritorneranno ciò che sono sempre state: semplici e inscalfibili.

Aspettami e io tornerò,
ma aspettami con tutte le tue forze.
Aspettami quando le gialle piogge
ti ispirano tristezza,
aspettami quando infuria la tormenta,
aspettami quando c'è caldo,
quando più non si aspettano gli altri,
obliando tutto ciò che accadde ieri.
Aspettami quando da luoghi lontani
non giungeranno mie lettere,
aspettami quando ne avranno abbastanza
tutti quelli che aspettano con te.

Aspettami e io tornerò,
non augurare del bene
a tutti coloro che sanno a memoria
che è tempo di dimenticare.
Credano pure mio figlio e mia madre
che io non sono più,
gli amici si stanchino di aspettare
e, stretti intorno al fuoco,
bevano vino amaro
in memoria dell’anima mia…
Aspettami. E non t’affrettare
a bere insieme con loro.

Aspettami e io tornerò
ad onta di tutte le morti.
E colui che ormai non mi aspettava,
dica che ho avuto fortuna.
Chi non aspettò non può capire
come tu mi abbia salvato
in mezzo al fuoco
con la tua attesa.
Solo noi due conosceremo
come io sia sopravvissuto:
tu hai saputo aspettare semplicemente
come nessun altro.

da Poesia russa del Novecento, 1954 (Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

mercoledì 23 settembre 2015

Il prossimo libro di Emmanuel Carrère

Maria Teresa Carbone
Come sarà il prossimo libro di Emmanuel Carrère? Se lo chiedeva, dopo Limonov, Sara Sullam nel numero del «verri» dedicato agli Eccessi dell’io (55, giugno 2014): «Lasciati da parte gli “occhi dell’occidente – scriveva Sullam in chiusura di un breve saggio sull’autore francese – quali strade prenderà ora quell’io narrante ipertrofico, quale zona del vasto territorio della narrativa contemporanea sceglierà di esplorare?». La stessa domanda non possono non porsi oggi i lettori riemergendo dalle quattrocento e passa pagine del Regno, se non altro perché a questo libro, ben più che al precedente, Carrère assegna un ruolo di assoluto rilievo nel proprio percorso letterario, tanto da definirlo, nelle sue stesse pagine, un «capolavoro» (sia pure «artigianale»), l’opera dopo la quale potrà «finalmente tirare i remi in barca». Non tappa fra le altre, quindi, ma desiderato approdo e probabile punto di partenza verso nuove rotte. Se poi davvero l’io di Carrère sia pronto a «farsi indietro, e finalmente scomparire», come lo scrittore ha dichiarato in un’intervista uscita sulla «Paris Review» nel 2013, quasi al termine della lunga (sette anni) gestazione del Regno, non è ancora dato sapere. Ma certo è che con questo libro Carrère intende dare il colpo definitivo alla sua immagine di autore di autofiction, contro la quale finora ha combattuto invano.
Difficile, in effetti, resistere alla tentazione di vedere nel suo uso tenace e spericolato della prima persona l’emblema di un narcisismo incontenibile (e su questo Carrère potrebbe essere, o essere stato, d’accordo) e insieme una maschera che, per quanto aderente al modello, ne è irrimediabilmente separata: un meccanismo di finzione, insomma, tale da rendere i suoi récits non meno romanzeschi di tutti i romanzi che si dichiarano tali, scritti o no alla terza persona. A questa lettura, però, lo scrittore si oppone tacciando di «superstizione editoriale» l’idea stessa di autofiction e, come scrive Luigi Grazioli nel saggio che gli ha dedicato (Emmanuel Carrère, doppiozero 2013), facendo ripetuta «professione di sincerità». Ma come non essere sospettosi, «con tutto il dibattito sulla trasparenza, la finzione, la verità che ha attraversato la cultura francese, e non solo, dagli anni Sessanta in poi e che Carrère stesso non misconosce di certo»?

sabato 19 settembre 2015

La poesia della domenica - Raffaello Sanzio, Amor, tu m'envesscasti ...

Un raro sonetto prodotto dal sommo pittore (1483-1520), forse in omaggio a Margherita Luti, sua amante (e modella per La velata e la Fornarina).
Il dipinto La Fornarina si può vedere presso il Museo di Arte Antica di Palazzo Barberini (se non l'hanno temporaneamente spostato; o rubato, non si sa mai); il Museo di Arte Antica di Palazzo Barberini lo si può visitare ogni giorno. La prima domenica del mese è addirittura gratis. Mi spiego? Voi potete gustare, senza spendere un centesimo, il dipinto di uno dei maggiori artisti di ogni tempo - un dipinto che alcuni ritengono pari alla Monna Lisa di Leonardo da Vinci (1452-1519). Ne concludo: se non avete mai visto tale dipinto (e lo ripeto: potete farlo dal vivo, meditandolo con agio da pochi centimetri) siete degli Yahoos (gli scimmioni de I viaggi di Gulliver che cadono in estasi davanti a volgari pietre trovate nel fango).
Non sappiamo se Leonardo e Raffaello si incontrarono mai; secondo lo sceneggiato televisivo Vita di Leonardo da Vinci (RAI, 1971, regia di Renato Castellani) pare di sì. 
L'incontro viene immaginato nella quarta puntata.
Un vecchio amico di Leonardo, il pittore Pietro Perugino (Pietro di Cristoforo Vannucci, 1448-1523), accompagna un ventenne Raffaello presso il laboratorio artistico e scientifico di Leonardo; in un cantuccio del vastissimo ambiente è un cavalletto, che sostiene una piccola tavola dipinta: la futura Monna Lisa. Leonardo e il Perugino discorrono fra loro: il lavoro, le commissioni, gli studi leonardeschi sul volo; consigli, scambi di esperienze: una conversazione fra maestri; le loro voci echeggiano sonore sotto le ampie volte. Raffaello non li segue; in silenzio, s'apparta. Ora è davanti al quadro, in tacita contemplazione. Il Perugino, alfine, si accorge del giovane pittore, sempre immoto e assorto: "Oh Raffaello, cosa fai?". Raffaello si stacca lentamente dal dipinto, poi fissa Leonardo, sempre in silenzio: le lacrime gli rigano il volto. Perugino comprende il momento, mette una mano rassicurante sulla spalla del giovane allievo e gli sussurra paternamente, come a un bambino: "Sei contento? Ora l'hai vista. Andiamo". E lo reca via dolcemente, nel tumulto delle strade cittadine.
Del sonetto di Raffaello voglio solo mettere in rilievo quel memorabile "tu m'envesscasti": mi hai catturato con la pania (la pania è la colla tratta dalle bacche del vischio), ovvero con la malia languida e vischiosa dei tuoi occhi per cui, ora, non so staccarmi da te; ti amo e più ardo d'amore più cresce in me la voglia di bruciare, come accade alla falena, sedotta dal calore della fiamma.

Amor, tu m'envesscasti con doi lumi 
de doi beli occhi dov'io me strugo e sface, 
da bianca neve e da rosa vivace, 
da un bel parlar in donneschi costumi.

Tal che tanto ardo, che né mar né fiumi 
spegnar potrian quel foco; ma non mi spiace, 
poiché 'l mio ardor tanto di ben mi face, 
ch'ardendo ognior più d'arder me consumi.

Quanto fu dolce el giogo e la catena 
de' toi candidi braci al col mio vòlti, 
che, sogliendomi, io sento mortal pena.

D'altre cose io non dico, che fôr molti, 
ché soperchia docenza a morte mena, 
e però tacio, a te i penser rivolti.

Raffaello Sanzio, La poesia (Stanza della Segnatura, Musei Vaticani)

venerdì 18 settembre 2015

La poesia del venerdì - Friedrich Hōlderlin, Ogni giorno percorro altri sentieri

Una lirica dedicata all'unica donna amata da Hōlderlin, Susette, nell'arte del poeta tedesco: Diotima.
Un addio.
Le consuete parole che illustrano i consueti moti del cuore, verrebbe da dire.
Eppure, incredibilmente, la poesia rifiorisce dalle ceneri dei propri luoghi comuni. E a che altezze!
Per quale sortilegio? Forse perché abbiamo bisogno di tali parole, come di un alimento indispensabile, necessario al nostro sostentamento e, perciò, impossibile a saziarci. 
Forse, ma ho una chiave infinitamente migliore; nella sentenza - addirittura - di Soren Kierkegaard: "Nell'amore infelice la poesia ha trovato da sempre l'oggetto del suo felice amore”. 
Altri suggerimenti?

Ogni giorno percorro altri sentieri,
raggiungo il verde bosco o la fontana,
le rocce ove fioriscono le rose,
dalla collina guardo la contrada,

ma non ti trovo nella luce, mai.
Dileguano nell'aria le parole,
religiose parole d'altro tempo ...
Davvero sei lontano, amato volto.
Va lontanando la tua musica, musica
che si spegne. E i canti prodigiosi
che placavano il cuore, che mi davano
la pace dei celesti, dove sono?
Molto tempo è passato. Quanto tempo.
Quel ragazzo è già vecchio. Anche la terra
mi sorrideva, e ora s'è fatta un'altra.

Addio per sempre. Tutti i giorni l'anima
si disgiunge e torna a te, i miei occhi
rischiarati di pianto ancora, sempre
guardano oltre, dove tu indugiasti.

Da Le liriche, traduzione di Enzo Mandruzzato.

mercoledì 16 settembre 2015

Nuovi attacchi dell'ISIS alle biblioteche di Firenze e Roma

Il califfo Abu Dhuha Maysun, duce
militare delle brigate IS in Italia.
Si noti la barba tribale
G. Luca Chiovelli

Non si fermano le scorrerie del Califfato lungo la dorsale appenninica del nostro amato Paese.
Profittando di una generale prostrazione della popolazione, umiliata da decenni di lassismo e ignoranza spinta, le brigate IS del Centro Italia hanno sferrato un attacco forse decisivo alle postazioni della Biblioteca Nazionale di Firenze (la più importante della nazione); la resistenza dei bibliotecari, già provati da una sfibrante guerriglia a bassa tensione, e minati al loro interno da fazioni disfattiste (chiamate sindacati), è stata quasi nulla.
Al grido "Questo sarà l'anno delle biblioteche!", l'orda di incolti terroristi guidati dal sanguinario Maysun hanno menato strage fra i dipendenti a tempo indeterminato dimezzandone il numero in breve tempo. 
La resa è prossima.
Si sospetta che l'intera struttura, una volta sostituite le vittime con schiavi deportati dal Servizio Civile Nazionale, verrà riconvertita a Centro Culturale Polivalente Eataly.
Anche Roma accusa durissimi colpi: tutte le biblioteche comunali della città sono state simultaneamente attaccate da Scotl 'an Dih, la Giovanna d'Arco dell'IS, che ne ha falcidiato prima gli approvvigionamenti, riducendole alla disperazione e allo stremo, e quindi le ha strette in un assedio ferocissimo che si prevede lungo e senza speranza.
Varie testimonianze di scampati danno per certa la imminente capitolazione delle (ex) ridenti cittadelle del sapere nella capitale.
La tattica dell'IS, ripetitiva, ma efficacissima si basa su pochi semplici punti:

1. Brevi, inaspettati e sanguinosissimi colpi di mano
2. Spudorata negazione degli stessi e occultamento delle vittime
3. Firma di un fraudolento trattato di pace
4. Breve periodo in cui simulare la più mielosa benevolenza raccontando fanfaluche
5. Rottura del trattato anzidetto e assalto definitivo e spietato alla controparte, ormai rassicurata, e, perciò, inerme.

Grandi sciagure ci aspettano!

sabato 12 settembre 2015

La poesia della domenica - Jules Laforgue, Morir potrei domani e non ho amato

Più che una dichiarazione di castità è una rinuncia alla vita.
Jules Laforgue (1860-1887) fu sempre ossessionato (anzi: schifato) dagli andirivieni del sesso, da quegli inutili languori, da quello spreco vischioso di umori; ancor più egli ebbe a deriderne la futilità, che si inscriveva nella più generale futilità dell'avventura terrena e delle sue speranze metafisiche. In un celebre sonetto egli dichiara: "Sì, questo mondo è piatto, e quanto all'altro, frottole". Il linguaggio, dal tono blasé e sarcastico, vibra di repentini cambi di registro (quelli che verranno ricalcati dai nostri crepuscolari), celando, con toni antiretorici e apparentemente svagati, un fondamentale disgusto per lo squallore della recita quotidiana degli uomini.
Tale sentimento affascinerà il primo Thomas Stearns Eliot; l'inglese che esclama attonito "Nascita, e copula, e morte/tutto qui tutto qui tutto qui", in fondo, non fa che riecheggiare Laforgue, seppur senza quella decadente amabilità.
Jules Laforgue, giunto alla fine dei tempi letterari, dipinge delle beffarde vanitas: signore mie, cari signori - sembra dire - non siete che scheletri danzanti. 

Morir potrei domani e non ho amato.
Le mie labbra giammai labbra di donna
sfiorarono. Nessuna mai m’ha dato
l’anima in uno sguardo, mai nessuno
sul suo cuore in deliquio m’ha tenuto.

Io non ho fatto altro che soffrire,
per la natura e ogni essere vivente,
per il vento, ed i fiori, e il firmamento,
in ogni fibra, minuziosamente
io ho sofferto per non possedere
ancora un’anima abbastanza pura.

Sull’amore ho sputato ed ho ucciso
la carne! Folle d’orgoglio mi sono
contro la vita stessa irrigidito!
E solo su questa Terra asservita
all’Istinto, ero solito sfidare
l’Istinto, con un amaro sorriso.

Dappertutto, a teatro, nei salotti,
in chiesa, di fronte a questi gelidi
uomini, i più importanti, i più squisiti,
a queste donne dai dolci occhi, o alteri
o gelosi, cui uno castamente
l’anima eletta rifarebbe d’oro,

pensavo: tutti là sono arrivati!
ed i rantoli dell’accoppiamento
bestiale udivo! Tanto fango sparso,
e poi perché, se non per uno spasimo
di tre minuti! Uomini siate
corretti! o donne, arricciate il naso!

Da Poesie, 1965 (Traduzione di Luciana Frezza)

mercoledì 9 settembre 2015

Una foto delle sorelle Brontë?


G. Luca Chiovelli

Una foto delle sorelle Brontë, Charlotte (1816-1855), Emily (1818-1848) e Anne (1819-1849).
Un miracolo?
Finora non si aveva notizia di nessuna immagine fotografica delle sorelle; averne una che le ritrae tutte e tre è, quindi, davvero un evento filologico-letterario di portata storica.
La foto è un’ambrotipia ovvero una immagine su vetro. Risale agli anni Cinquanta dell’Ottocento, quando Anne ed Emily Brontë erano già morte; si crede, perciò, che tale immagine derivi da un dagherrotipo (ovvero una foto non duplicabile) precedente di circa dieci anni (1845-1847).
Un miracolo, come detto, oppure un falso o un divertissement di tre signorine che si atteggiavano a sorelle Brontë.
Tengo a dire che l’immagine (vera o meno che sia) mi sembra meravigliosa; anzi, commovente. A scanso di equivoci affermo di credere nella sua autenticità (voglio credervi). A convincermi non sono eventuali indizi filologici e biografici; né tantomeno gli argomenti tecnici, che ignoro, e per la cui trattazione rimando a questo eccellente sito:


No, è la delicata psicologia che si evince da tale fotografia a convincermi della veridicità d’essa; una delicata psicologia che si accorda con i rapporti di amore, forza e rispetto che si instaurarono, durante la loro breve vita, fra le tre straordinarie donne di Haworth.
Ma di questo parleremo.
Prima di tale ambrotipia il volto delle Brontë compariva assieme solo in un dipinto, opera del fratello Branwell.
Tale ritratto, ancor integro, conservato alla National Portrait Gallery, e noto come The pillar portrait, risale al 1833 circa. Vi sono effigiate, nell’ordine, Anne, Emily e Charlotte all’età, rispettivamente di 14, 15 e 17 anni. Esso fu scoperto solo nel 1914.

Anne, Emily e Charlotte in The pillar portrait. Da notare, fra Emily e Charlotte, il fantasma di Branwell. L'autore ebbe, probabilmente, un pentimento e raschiò via il proprio ritratto.

L’anno successivo Branwell dipingerà il cosiddetto Gun group portrait: vi figura l’autore (con un fucile) assieme alle tre sorelle; l’opera, sfortunatamente, verrà distrutta dal marito di Charlotte, Arthur Bell Nichols, dopo la morte di lei.

domenica 6 settembre 2015

La poesia della domenica - Michelangelo, I' sto rinchiuso come la midolla


Straordinaria composizione senile di Michelangelo Buonarroti; il nero sarcasmo e l'incomparabile forza espressiva ne farebbero un caposaldo della letteratura italiana, se questa ancora esistesse (e se esistesse ancora qualche gaglioffo in grado di intendere - più o meno - tali cose).
Sono riflessioni durissime sulla decadenza del corpo ("Dilombato, crepato, infranto e rotto"), sulla condizione di povertà ("la mia scura tomba") e sulla disillusione spirituale ("Fiamma d'amor nel cor non m'è rimasa") e persino artistica (Che giova voler far tanti bambocci,/se m’han condotto al fin, come colui/che passò ’l mar e poi affogò ne’ mocci?).
Il tono è definitivo, testamentario; rarissimi poeti italiani ebbero a comunicarci, con tale ruvida amarezza, la delusione per la loro esperienza terrena, umana e artistica.

1.
I’ sto rinchiuso come la midolla
da la sua scorza, qua pover e solo,
come spirto legato in un’ampolla:

2.
e la mia scura tomba è picciol volo,
dov’è Aragn’ e mill’opre e lavoranti,
e fan di lor filando fusaiuolo.

3.
D’intorn’a l’uscio ho mete di giganti,
ché chi mangi’uva o ha presa medicina
non vanno altrove a cacar tutti quanti.

4.
I’ ho ’mparato a conoscer l’orina
e la cannella ond’esce, per quei fessi
che ’nanzi dì mi chiamon la mattina.

5.
Gatti, carogne, canterelli o cessi,
chi n’ha per masserizi’ o men vïaggio
non vien a vicitarmi mai senz’essi.

6.
L’anima mia dal corpo ha tal vantaggio,
che se stasat’ allentasse l’odore,
seco non la terre’ ’l pan e ’l formaggio.

7.
La toss’ e ’l freddo il tien sol che non more;
se la non esce per l’uscio di sotto,
per bocca il fiato a pen’ uscir può fore.

8.
Dilombato, crepato, infranto e rotto
son già per le fatiche, e l’osteria
è morte, dov’io viv’ e mangio a scotto.

9.
La mia allegrezz’ è la maninconia,
e ’l mio riposo son questi disagi:
che chi cerca il malanno, Dio gliel dia.

10.
Chi mi vedess’ a la festa de’ Magi
sarebbe buono; e più, se la mia casa
vedessi qua fra sì ricchi palagi.

11.
Fiamma d’amor nel cor non m’è rimasa;
se ’l maggior caccia sempre il minor duolo,
di penne l’alma ho ben tarpata e rasa.

12.
Io tengo un calabron in un orciuolo,
in un sacco di cuoio ossa e capresti,
tre pilole di pece in un bocciuolo.

13.
Gli occhi di biffa macinati e pesti,
i denti come tasti di stormento
c’al moto lor la voce suoni e resti.

14.
La faccia mia ha forma di spavento;
i panni da cacciar, senz’altro telo,
dal seme senza pioggia i corbi al vento.

15.
Mi cova in un orecchio un ragnatelo,
ne l’altro canta un grillo tutta notte;
né dormo e russ’ al catarroso anelo.

16.
Amor, le muse e le fiorite grotte,
mie scombiccheri, a’ cemboli, a’ cartocci,
agli osti, a’ cessi, a’ chiassi son condotte.

17.
Che giova voler far tanti bambocci,
se m’han condotto al fin, come colui
che passò ’l mar e poi affogò ne’ mocci?

18.
L’arte pregiata, ov’alcun tempo fui
di tant’opinïon, mi rec’a questo,
povero, vecchio e servo in forz’altrui,
ch’i’ son disfatto, s’i’ non muoio presto.

Da Michelangelo, Rime, cura e note di Ettore Barelli.

venerdì 4 settembre 2015

La poesia del venerdì - Jean-François Lacenaire, Sogni d'un condannato a morte

Questa è la poesia di un assassino. E di un ladro. Jean-François Lacenaire (1804-1836) fu ladro e assassino, e con parecchio successo. Divenne una celebrità. Sin alla sua morte per decapitazione, infatti, egli assurse a simbolo della lotta contro il potere costituito; la sua cella divenne un salotto letterario; Flaubert, Proust, Balzac, Stendhal, Gautier, Corbière, Lautréamont, Breton (che lo antologizzò nel famigerato Antologia dello humor nero) e il regista Marcel Carné (Lacenaire appare nel capolavoro Les enfants du Paradis) furono, più o meno velatamente, influenzati dalla sua figura.
Perché tale clamore? In fondo i delitti per cui venne condannato Lacenaire erano piuttosto ordinari: l'anziana signora Chardon e suo figlio. E allora? Filopauperismo e frontismo sociale ebbero la loro parte, ma probabilmente fu la gratuità  e la ferocia del tutto a esaltare i lineamenti del lionese sino al più fascinoso diabolismo: gli omicidi non vennero eseguiti per lucro (in casa delle vittime vennero reperiti oggetti di scarso valore); Lacenaire e i complici (Victor Avril e François Martin) tennero un comportamento assolutamente distaccato e insultante; la vecchia Chardon fu torturata con gusto: ferita non mortalmente, fu ricoperta da un pesantissimo strato di materassi e coperte e lasciata lì agonizzante, per circa quaranta ore. Fu un atto gratuito, futile, e profondamente anarchico: i delitti di Raskol'nikov in Delitto e castigo, e di Lafcadio ne I sotterranei del Vaticano erano ancora lontani (1866 e 1914 rispettivamente), ma evidentemente l'aria era già satura dei tempi a venire e gli intellettuali francesi possedevano un naso fine. 
Era la vera fine dell'Ancien Régime morale. Lacenaire fu uno degli apripista della modernità.
Solo Charles Manson, a sua volta artista (è autore di ottimi dischi folk), può debolmente rievocare il clamore suscitato dal Lacenaire ottocentesco. Con tale differenza: Manson non ha mai ucciso nessuno.

Quanto si è felici sognando! …
Da svegli sognare è stupendo,
in meno di un’ora finisco
il più gradevole romanzo.
Creo tutto un mondo a modo mio,
ogni cosa buona è per me,
perciò non mi viene mai in mente
di scegliermi il ruolo di re.

Nel mio ritiro solitario
poco curando l’avvenire,
mi nutro della mia chimera
mescolando ad essa un ricordo.
Bei sogni della giovinezza,
che la sorte non ha sciupato,
rallegrate la mia vecchiaia
siamo vecchi quando si muore.

Spesso in un palazzo superbo
raduno mille donne belle;
più sovente steso sull’erba
non ho che la mia Lisa accanto;
la stoffa che il seno solleva
mio malgrado mi fa sognare,
che peccato che questo sogno
tocchi completarlo da solo.

Ecco, in un’umile casetta
padre lieto e tenero sposo,
ho vicino a me la mia mamma
e i miei figli sulle ginocchia:
all’ombra di un folto boschetto
leggo o scrivo di volta in volta,
ma sopraggiunge un temporale.
Perché il mio sogno è così corto?

Poi d’un tratto cambio esistenza
In carrozza arrivo a Parigi,
sono ricco e la mia opulenza
mi attira numerosi amici.
Questo Pilade mi accarezza:
è il denaro che l’ha attirato?
Credo invece alla tenerezza,
è così dolce essere amato!

Fedele alla mia musichetta
Ripeto i più gai ritornelli
E vicino alla mia Lisetta
Trascorro giorni puri e belli.
Con ciò che il caso mi fa avere
Do soccorso allo sventurato;
mangiando mi piace sapere
che il povero accanto ha pranzato.

E così in questa vita mia
Seppi raccoglier qualche fiore;
ahimè, se è stata una follia
essa mi ha rallegrato il cuore!
Questo desidero sognare
all’arrivo dell’ultim’ore:
alla piazza del Greto (1) incontrare
amicizia, poesia e amore.

La Conciergerie, 22 novembre

(1) Piazza del Greto era luogo di esecuzioni pubbliche.

Da Memorie di un assassino, 1994 (traduzione di Alberto Beretta Anguissola)

mercoledì 2 settembre 2015

Sonia Gentili, Esodo









nessuna lingua ha il nome

la donna che attraversa
l’asfalto su caviglie di capretto, magra,
muta, tu col bambino zitto e il cane
senza guinzaglio che ti segue
come per vegliarti
come per svegliarti, per
vedere le distanze che non
vedi

e tutto è muto nel rumore delle macchine

tutto si spegne nel rumore delle macchine. Neri
come pali nel catrame, col tronco ficcato in una gabbia
di basso ferro grigio

alberi, nessuno
sa che alberi

nessuna lingua ha il nome di quest’albero

la linea orizzontale del gradino, la sua testa
araba che dorme
solo ora, alla fine
della notte. E scarpe
abbandonate senza nome

tutto dilaga alla fine della notte

nessun nome per le teste addormentate
sui gradini
nessun nome e
molti bambini

nessuna lingua ha il nome del suo sonno
nessuna lingua ha la fine della notte
nessuna lingua ha la morte
dei nomi

martedì 1 settembre 2015

Perché la letteratura italiana fa così schifo?

G. Luca Chiovelli

Oh, ci si intenda subito: magari qualcuno troverà la letteratura italiana, nel suo complesso, di buona fattura. Magari vi troverà opere completamente fallimentari; o negative; ma anche picchi positivi; eccezioni lodevoli; non di rado, ben ruspando, tale lettore (oso dirlo) rinverrà addirittura capolavori. Chi sono io per giudicare un tale giudizio? Nessuno.
Dipende a quali altezze ci si è inerpicati nella vita. Da certe vette (se si ha avuta la pazienza di scalare certe vette) la letteratura italiana fa, inevitabilmente, schifo.
È un ribrezzo non solo estetico (passi!), ma anche umano: come a toccare il ventre d’un rospo demoniaco. Persino le librerie suscitano ormai orrore; passeggiare nei dintorni d’una di esse (una a caso), subire lo squallore delle sue vetrine riesce insopportabile … e poi quelle brossuracce, impilate a spina di pesce, decine di pile, e l’odore della carta appena stampata (carta d’accatto, che, appena letta, s’arrufferà malinconica) … e poi le classifiche, con altre pile accanto, classifiche che confermano la pubblicità a tamburo battente in cui un meschinello presentava il suo libercolo, la consueta brossura dozzinale in ultima analisi … lordata da concetti da dozzina … tutto questo spettacolo necrofilo dà già il voltastomaco … un disgusto fisico che solo un feroce Ramadan estetico può guarire.
Una cosa è sicura: chi trova accettabile la letteratura italiana d’oggi di solito legge la letteratura italiana d’oggi. E da quelle bassezze giudica. Oppure è nel ramo: le sue entrate mensili, insomma, colano dall’indotto generato dalla letteratura italiana d’oggi (recensori, giornalisti, editori e parastatali vari). Oppure è un fesso.
Non che le cose andassero meglio mezzo secolo fa. Esempio. Il 22 aprile 1973 vien pubblicata la recensione di Pier Paolo Pasolini a una silloge di poesie, in larga parte italiane; egli oscilla tra noia e irritazione. Esclama: “In Italia c’è un numero enorme di poeti che scrivono delle poesie come se svolgessero dei compiti … le loro esperienze, del resto, non si distinguono dalle esperienze di qualsiasi piccolo borghese italiano: un po’ di malinconia, un grande rispetto per le cose in se stesse, quelle ammodo, qualche viaggio, qualche amoretto reso modicamente metafisico, corretto però da un fare vagamente mondano, in cui si sente il sapore dello stipendio”. Poi si addolcisce e concede che alcuni autori “vanno bene”; improvvisamente, però, si pente della menzogna e chiude con una fucilazione: “Ho letto questo libro lontano dall’Italia, in paesi in cui l’Italia non è nulla, non conta nulla, è conosciuta appena di nome: è forse a causa di questa ottica che di fronte alla letteratura italiana provo un vago senso di stanchezza, di insofferenza, e anche di vergogna, forse per essere meschinamente coinvolto in qualcosa di meschino”. Perfetto. Questo scritto potrebbe chiudersi qui. E però vi è questo da dire: quando Pasolini scriveva (1973) i maggiori del dopoguerra (Moravia, Calvino, Caproni, Montale et cetera) erano ancora in vita. Ungaretti e Quasimodo s’erano spenti da poco; ancor s’aggirava, ominoso, fra i banchi delle patrie lettere (ancora per poco: sarebbe morto di lì a un mese) il mastodonte Carlo Emilio Gadda.
Da allora la situazione si è (come dire?) ulteriormente deteriorata.