giovedì 27 novembre 2014

Cimitero Acattolico/2 - Shelley, il cuore dei cuori. Verso Roma. Le ribellioni. L'amore per la Natura e per Willmouse. La morte per acqua. Ancora Roma.

A. Clint, P.B. Shelley
A cura del Cantiere24-MVL Gruppo Reportage*
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"Eccomi in questa capitale del mondo scomparso" (1) scrive Shelley nel novembre del 1818 e, pochi mesi dopo, all'amico Thomas Peacock:

"Vieni a Roma. È uno spettacolo che non si riesce a esprimere, che non si può comunicare a parole ... Roma è ancora la Capitale del mondo. I suoi palazzi e i suoi templi sono più gloriosi di quelli di qualsiasi altra, e ancor più gloriose le sue rovine. Vista da uno dei colli che la circondano, mostra cupole e cupole, palazzi e colonnati interminabili, fino all'orizzonte, interrotti da aree disabitate  e possenti rovine che si stagliano isolate nella propria desolazione, in sublime solitudine in mezzo ai templi di religioni viventi e alle abitazioni degli uomini" (2)

Roma è caduta, vedi, giace
Cumulo di rovine indistinguibili:
Solo la Natura non muore.

Le lettere a Thomas Peacock in cui Shelley descrive Roma sono capolavori.
La prosa del poeta Shelley, come quella del poeta Petrarca, è superiore a quella di gran parte dei prosatori del tempo. E del nostro tempo, ovviamente. Creperò, lo sento, nell'incomprensione: del perché ci si affanni tanto a scoprire nuovi scrittori quando tali righe giacciono neglette nelle biblioteche e in costose edizioni annotate.
Leggiamo, ad esempio, la sua scoperta dell'anfiteatro Flavio, uno dei luoghi dell'anima dell'umanità, a quel tempo ancora in simbiosi con la selvatichezza della campagna romana:

"Il Colosseo è diverso da ogni altra opera umana che io abbia mai visto. È enorme e altissimo, e gli archi di pietre massicce sono posti l'uno sopra l'altro, e si protendono nel cielo azzurro, diroccati e simili a rocce incombenti. Il tempo lo ha trasformato in un anfiteatro di colline rocciose ricoperte di olivi selvatici, mirti e fichi, e segnate da sentierini che serpeggiano tra le gradinate in rovina e le innumerevoli gallerie; boschetti ombreggiano chi vaga per i suoi labirinti, e le erbe selvatiche di questo clima mite fioriscono ovunque.

Gaspar van Wittel, Il Colosseo
L'arena è coperta d'erba e i suoi lembi penetrano nelle aperture degli archi diroccati come le propaggini di una pianura naturale. Solo una piccola parte della circonferenza esterna si è conservata intatta, e la leggerezza e la squisita bellezza di quella perfetta architettura, adorna di ordini di pilastri corinzi su cui poggia un'ardita cornice, è tale da farla sembrare meno imponente ... Dentro si vede il cielo aperto, e quando ci siamo andati, per vari giorni di seguito, c'era quel bel tempo limpido e soleggiato della fine di novembre ..." (3)

Percy Shelley è un vasto universo e non si può esaurirlo in poche righe. Egli sembra ricapitolare la sensibilità e le pulsioni artistiche della modernità occidentale: il culto del mondo greco romano, l'ansia furibonda di libertà, il romanticismo, il decadentismo, la fede nella parola creatrice.
La sua parabola, men che trentennale, comprime in pochi decenni eventi che riempirebbero la vita di milioni di noi.
Basta scorrere anche una sua pur sciatta biografia per accorgersi, nella terribile comparazione, delle nostre esistenze frantumate e meschine; anzi, miserevoli; obbedienti, stracche.
In trent'anni Shelley ebbe due mogli, Harriet e Mary, la Mary di Villa Diodati e di Frankenstein; si accese di passione per Cornelia Turner, sua insegnante di lingua e letteratura italiane, per Jane Williams, per Sophia, Teresa Viviani, per Jane/Claire.

Due donne si suicidarono per lui, la prima moglie Harriet e la seconda sorellastra di Mary, Fanny Imley, di lui perdutamente innamorata.
Fu espulso dall'università, cacciato dal padre, braccato dai creditori, umiliato dai critici, osteggiato dai governi; costretto a una vita da vagabondo, seppur agiata (alla morte del nonno ebbe una rendita annuale di mille sterline), ramingo per l'Europa e l'Italia, assieme a un gruppo variopinto: la seconda moglie Mary, la governante Èlise Duvilliard, il servitore Paolo Foggi, la cameriera Milly Shields, i figlioletti Clara e William, e la succitata, fatale Jane/Claire, sorellastra di Mary, amante di Byron (cui diede una figlia, Alba, poi ribattezzata Allegra) e innamorata dello stesso Shelley cui donerà, forse!, in gran segreto, la settima paternità: Elena Adelaide, morta ancor infante.
Un codazzo scandaloso, dall'anticonformismo aristocraticamente hippie.
Fu disconosciuto persino dal suocero, il filosofo anarchico William Godwin, il padre di Mary, alle cui opere s'era avidamente abbeverato; e perché? Sol perché Shelley aveva avuto l'ardire di vivere ciò che Godwin amava professare: l'amore libero, il pensiero per gli ultimi della società, il rispetto per gli animali (scrisse due trattati a favore del vegetarianesimo, Rivendicazione della dieta naturale e Sul sistema vegetariano), il pacifismo, l'anarchismo, l'ateismo, la libertà di stampa, le rivendicazioni a favore della causa luddista.
Di sette figli, solo tre sopravvissero alla sua pur breve vita; Clara morì in fasce nel 1815, Claire Everina a Venezia, di dissenteria, nel 1818; Elena Adelaide a Napoli, nel 1819; William a Roma, di malaria, il 7 giugno 1919.

Instancabile, focoso, mercuriale, dispersivo.
Il suo elemento fu l'acqua, simbolo della Natura, una totalità a cui anelava ricongiungersi per svanire in essa, quale felice parte di un Tutto divino (Shelley studiò e tradusse Baruch Spinoza).

Tale estrema intimità con l'acqua dice molto sul poeta. Rende ragione del suo carattere, irruento e pronto alle accensioni, ma insidiato da improvvise depressioni; della sua filosofia, improntata alla illimitatezza della libertà individuale; del suo liquido stile poetico, a cui si è sempre rimproverato la mancanza di solidità, di centro, di struttura. Shelley era un puro, uno degli ultimi poeti senza inganni o malizie o devozioni al sicuro mestiere. La vita il pensiero e l'arte in lui coincidevano naturalmente. Egli aspirava segretamente a quel grembo immane, la Natura, in cui svanire: cos'è la sua poesia, infatti, se non un improvviso e felice canto di tale dissoluzione?
E questo, a ben intendere, fu il Romanticismo, una volta che lo si affini e lo si riduca concettualmente ai termini ultimi ed essenziali: sospensione fra l'orgoglio luciferino d'esser uomini (devoti al culto delle età passate e dei grandi uomini) e la volontà d'un gioioso dissolvimento nel ciclo eterno della magnifica Natura, unica dea.
Di qui la predilezione di Shelley (che contagerà letterariamente anche il Frankenstein) per gli spettacoli grandiosi e sublimi: il Vesuvio, i ghiacciai di Montanvert, la sorgente dell'Arveiron, il lago di Ginevra, il Monte Bianco.
E soprattutto per l'acqua, simbolo dell'indifferenziato: fiumi mari torrenti; barche regate golette risalite discese.
Scrive l'altro genio di famiglia, la moglie Mary:

"Il divertimento preferito da Shelley era andare in barca ... Trascorreva gran parte della sua giornata sull'acqua. In ogni lago, fiume o mare presso cui abitava, aveva una barca ormeggiata vicino a riva ... una volta discesi con lui fino alla foce dell'Arno, dove il fiume, ora profondo e rapido, sboccava in quel mare senza maree, agitandone le pigre acque ..." (4)

Rincariamo: 

"Shelley non era un nuotatore ... ma ... non solo non temeva l'acqua, ma ne era affascinato e attratto. Ne amava la superficie che contemplava per ore, immaginando i misteri dei fondali ...
Con le carte, le lettere che aveva in tasca, costruiva e varava barchette di carta, che poi stipava di monetine, osservandole galleggiare fino a che il loro scafo cartaceo resisteva. Nelle sue passeggiate indugiava per ore a contemplare pozze, laghetti ... Spesso sollevava un pietrone e lo scagliava nell'acqua, più lontano che poteva, gridando di gioia nell'attimo del tonfo, e restando immobile e incantato a osservare le acque che vibrando sempre più lentamente si ricomponevano.
Amava restare immobile nell'acqua ... 'Come le palme indiane soffre lontano dall'acqua', scrisse un amico del soggiorno italiano ... Byron ...un giorno tentò d'insegnare a Shelley il nuoto, invitandolo, innanzi tutto, a tuffarsi e lasciarsi risalire naturalmente. Ma notò con orrore che, raggiunto il fondo, questi se ne stava laggiù, immobile ... E dovette tuffarsi e immergersi per salvarlo" (5)

A conferma di tale predisposizione spirituale leggiamo l'estratto da una sua lettera a Thomas Love Peacock, in cui descrive meravigliosamente le cascate del Velino (delle Marmore), presso Terni, raggiunte mentre si recava a Roma da Spoleto:

"Immaginati un fiume largo sessanta piedi, con un vasto volume d'acqua, emissario di un grande lago circondato da alte montagne, che precipita per trecento piedi in un invisibile abisso di vapori bianchi come la neve, che prorompono in continuazione da un cerchio di rocce nere, e di qui si getta nel vuoto, formando altre cinque o sei cascate, ciascuna di cinquanta o cento piedi, che ripropongono in scala ridotta, e con splendida e sublime varietà, lo stesso spettacolo.
G. Bassi, Le cascate
del Velino
Ma le parole non possono esprimerne la bellezza, e ancor meno potrebbe un dipinto. Bisogna mettersi sull'orlo della piattaforma di roccia che si trova proprio di fronte alla cascata. Allora si vede fluire l'acqua in eterno movimento. Arriva in spire dense e fulve, e si sfalda come neve solida che scivola giù da una montagna. Dentro non sembra vuota, ma in superficie è diseguale, come le pieghe di un lenzuolo gettato a terra con noncuranza. Cercando di seguirla, lo sguardo si perde in fondo, non nelle rocce nere che la cingono tutt'intorno, ma nella sua schiuma e negli spruzzi, e nei vapori che, simili a nuvole, si alzano dal basso, vapori che non sembrano né pioggia, né nebbia, né spruzzi, né schiuma, ma acqua, in una forma diversissima da quanto abbia mai visto finora. È bianca come la neve, ma spessa e impenetrabile allo sguardo. Persino l'immaginazione ne rimane disorientata. Dall'abisso sale un rombo magnifico; perché, sebbene risuoni incessantemente, non è mai uguale, ma aumenta e diminuisce a intervalli, modulato dal variare dei movimenti dell'acqua. Siamo rimasti fermi ad ammirare la cascata per circa mezz'ora, e pensavamo che fossero trascorsi solo pochi minuti" (6)

Ed ecco un estratto dalla sua più nota composizione, Ode al vento occidentale. Ritorna la vastità delle acque e la gioia di essere preda, come una foglia, o una nuvola, del tumultuoso vento occidentale - simbolo del tutto fecondatore e distruttore, della Natura.

Tu che svegliasti dai loro sogni estivi
Le acque azzurre del Mediterraneo, dove
Si giaceva cullato dal moto dei flutti cristallini

Accanto a un'isola tutta di pomice del golfo
Di Baia e vide in sonno gli antichi palazzi e le torri
Tremolanti nel giorno più intenso dell'onda, sommersi

Da muschi azzurri e da fiori dolcissimi al punto
Che nel descriverli il senso viene meno!
Tu per il cui sentiero la possente

Superficie d'Atlantico si squarcia
E svela abissi profondi dove i fiori
Del mare e i boschi fradici di fango, che indossano

Le foglie senza linfa dell'oceano, conoscono
La tua voce e si fanno all'improvviso grigi
Per la paura e tremano e si spogliano: oh, ascolta!

Fossi una foglia appassita che tu potessi portare;
Fossi una rapida nuvola per inseguire il tuo volo;
Un'onda palpitante alla tua forza, e potessi

Condividere tutto l'impulso della tua potenza,
Soltanto meno libero di te, oh tu che sei incontrollabile! (7)

Essere una parte del Tutto e gioire dell'incessante trasmutazione che annienta e crea: cosa c'è di più schiettamente romantico? Tutto è mutevolezza ('mutability'), ogni cosa si confonde con l'altro, anche il cuore:

Le fontane si mischiano nel fiume
    E i fiumi nell’Oceano,

I venti dell’azzurro si confondono

    In dolce emozione;

Niente nel mondo è solo;

    Tutte le cose per legge divina

S'incontrano e si mischiano in uno spirito.

     Perché non io nel tuo? (8)


E tutto rifluisce nel tutto, per legge divina.
L'annegamento di Shelley non è perciò una chiusa coerente e mirabile della vita, quasi che una volontà interna lo sospingesse all'eterno abbraccio della somma Mutevolezza?
Non aveva già la Natura cercato di riprendere la sua anima, una volta sul lago di Ginevra, altra volta lungo l'Arno, come a reclamarne una particola cara?

Leggiamo:
"L'8 luglio, alle due del pomeriggio, con l'amico Williams e il marinaio Charles Vivian, salpava sull'Ariel dal porto di Livorno, destinazione Lerici. Il caldo era eccessivo e il cielo dava segni di turbamento ... Preoccupanti nuvole basse si stavano rapidamente addensando. La tempesta si scatenò quasi subito, partirono le imbarcazioni di soccorso: risulta che una riuscisse ad avvicinare l'Ariel, e che il capitano, un italiano, gridasse ai passeggeri che con quelle onde alte come montagne avrebbero retto ancora per poco. Ma una voce acuta (poteva essere di Shelley) rifiutò seccamente l'invito del capitano a salire sulla sua barca, mentre un'onda gigantesca si abbatteva sul ponte dell'Ariel, spazzandolo. Il capitano notò con incredulità che aveva le vele spiegate e gridò che ... almeno le ammainassero. Si vide un uomo che tentava di farlo (Williams, si pensa) e un altro che lo bloccava nervosamente.
Dopo dieci giorni i corpi irriconoscibili di tre uomini furono restituiti dal mare. Byron notò un rigonfiamento nella tasca di uno dei tre, si chinò, e ne estrasse il libro delle poesie di Keats piegato in due, 'come se chi stava leggendo avesse dovuto metterlo via in fretta'" (9)

Riconquistato lo spirito all'eternità, il corpo di Shelley, per intercessione degli amici Byron, Leigh Hunt e Trelawney, viene arso sulla spiaggia, in una celebrazione pagana di tradizione classica, ch'egli avrebbe sicuramente amato:

"Finalmente i cadaveri furono trovati sulla spiaggia toscana presso a Viareggio, ivi gettati dall'onde in distanza di quattro miglia l'uno dall'altro ... Desiderando Lord Byron e gli altri della sua compagnia di dare in qualche luogo confacente onorata sepoltura agli estinti, massime a Shelley il cui voto manifestato era che i mortali suoi resti fossero a Roma sepolti, per opera dell'ambasciata inglese a Firenze ottennero dai governi di Toscana e di Lucca che i cadaveri fossero lasciati a loro disposizione.
Ma lo sfacimento in cui si trovavano le naufraghe spoglie rendendone difficile il trasporto, si chiese pur anco e si ottenne di poterlo ardere sul luogo ...
Le reliquie di Shelley si arsero il giorno seguente [a quelle del capitano William]. Byron da cui era principalmente mosso il pensiero di queste insolite esequie, e Odoardo Trelawney ... vollero portare in persona gli estremi tributi alla memoria dell'amico

Ergo instauramus Polydoro funus, et ingens
Aggeritur tumulo tellus: stant Manibus arae,
Caeruleis maestae vittis atraque cupresso (10)

Il sito trascelto era de' più deserti della spiaggia, segnato da un tronco d'abete che arido vi sorgeva e solitario, né altro luogo essere poteva più appropriato alla condizione dell'estinto alla mestizia della cerimonia 
A fronte stendevasi immobile, azzurro e interminato il Mediterraneo, e in varia lontananza scorgevansi l'Elba, la Gorgona ... Da tergo lo sguardo stendevasi sino agli Appennini che sorgean lontanissimi in fantastica e sublime apparenza: tutt'intorno non altro che sterili arene senz'orma d'abitatori né d'abitazioni, e sparse appena qua e là di cespugli e virgulti curvati e rabbronzati dalla brezza marina: lungo  la riva torri ... sorgenti ad eguali distanze nella solitudine.

L.E. Fournier, I funerali di Shelley
Fra questa desolazione sorgeva la pira sulla quale [le spoglie dell'] estinto poeta stavano ardendo. La fiamma che tremula ... e ondeggiante spingevasi ad alto rendeva una luce vaghissima e di nuova e singolare apparenza pel sole, per l'incenso e pel vino gettatovi sopra. Intorno alla pira stavano come a fuardia alcuni soldati, e a varie distanze da essa Byron, Trelawney, Hunt, in piedi e immobili ... Il silenzio che d'intorno regnava non era che a quando a quando ed appena interrotto dagli stridi degli augelli marini ...
Tutto consumaron le fiamme la spoglia di Shelley; eccetto il cuore che serbossi nello spirito di vino; e le ceneri si trasportarono a Roma ove riposano presso a quelle d'un figlio da lui perduto in Italia ..." (11)

Il figlio William, infatti, di appena tre anni, era morto a Roma, forse di malaria, il 7 giugno 1819.
Uno Shelley affranto scrisse a Peacock:

"Dopo una malattia durata soli pochi giorni, il mio piccolo William è morto. Fin dall'inizio non c'è stata nessuna speranza. Ti prego di dirlo a tutti i miei amici; risparmiami la pena di scrivere anche a loro. Scrivere queste righe è uno sforzo tremendo; sono così perseguitato dalle disgrazie che mi sembra che non recupererò mai più la mia allegria ..." (12)

Al 'perduto William', affettuosamente chiamato Willmouse, Topolino, sepolto a pochi passi da John Keats, Percy dedicò dei commossi frammenti poetici. 
Eccone uno:

I tuoi piccoli passi sulla sabbia
Di una spiaggia remota e solitaria,
Lo splendore delle tue mani di bimbo
Dove ora il bruco più non si nutrirà;
Il tuo viso, dove amore e allegria, si mescolavano
Quando in risposta su te lo sguardo fissavamo

Lapide di William Shelley, Willmouse
E l'estratto da un'altra lirica:

Mio dolce bambino, dove sei?
Non posso non pensare che il tuo spirito,
Con la sua vita mansueta e intensa,
Nutra in questo deserto di tombe e di rovine
L'amore dell'erba selvaggia e delle foglie
E che attraverso i semi occulti penetri
Nei soavi profumi e nelle tinte
Dei dolci fiori e dell'erbetta aprica ... (13)

Sulla lapide di Shelley sono incisi tre versi tratti da La tempesta di Shakespeare.

Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea change
Into something rich and strange

(D'egli nulla svanisce
Ma dal mare vien mutato
In qual di ricco e strano)


Sono parte del canto di Ariele, lo spirito benigno che, per ordine di Prospero, aveva causato il naufragio della nave del Re di Napoli, Alonso. Shelley aveva battezzato proprio Ariel la goletta fatale, quasi presentendo la propria morte per acqua.
R. Rothwell,
Mary Shelley
Di presentimenti parlerá proprio Mary Shelley:

"Se mai ombra di sventura oscurò l'ora presente, essa passava sui miei pensieri il giorno che partirono [Shelley, Edward Williams e Charles Vivian]. Durante tutta la nostra permanenza a Lerici, l'intenso presentimento di una disgrazia vicina incombeva  nella mia mente, e copriva quello splendido luogo e quella piacevole estate con l'ombra dell'infelicità imminente ... 
Un anno prima, Shelley aveva trasfuso in poesia alcune idee sulla morte che potevano conferirle una sua gloria. Come ora sembra, aveva così quasi anticipato il suo destino; e, quando la mente immagina la sua barca nascosta alla vista della tempesta, come fu scorta per l'ultima volta sul mare purpureo, e poi, quando la nube della tempesta fu passata, la superficie intatta, senza alcun segno di dove era stata - chi non considererà l'ultima strofa di Adonais come a una profezia?"

L'afflato il cui potere ho invocato nel canto,
Discende su di me; la barca del mio spirito è tratta,
Lontano dalla costa, lontano dalla folla trepidante
Che mai spiegò le vele alla tempesta;
La massa della terra e gli sferici cieli si spaccano!
Sono portato oscuramente, spaventosamente, lontano;
Mentre ardendo attraverso il più intimo velo dei Cieli,
L'anima di Adonais, come una stella,
Splende dalla dimora in cui gli Eterni sono (14)

Riposa in pace, Percy Shelley, Cor cordium, Cuore dei cuori.
_________________________

(1) Lettera a Thomas Love Peacock, [20] novembre 1818, in Shelley, Opere, 1995 (Cura di Francesco Rognoni)
(2) Lettera a Thomas Love Peacock, 23 marzo 1819, in Opere, cit.
(3) Lettera a Thomas Love Peacock, [17 o 18] dicembre 1818 in Opere, cit.
(4) Mary Shelley, Dalla prefazione alle poesie di Shelley (ediz. 1821), in Opere, cit.
(5) Roberto Mussapi, Shelley, Keats e Byron. I ragazzi che amavano il vento, 1996
(6) Lettera a Thomas Love Peacock, [20] novembre 1818, in Opere, cit.
(7) Shelley, Poesie, 1983 (cura di Roberto Sanesi)
(8) Shelley, Opere, cit.
(9) Mussapi, cit.
(10) Virgilio, Eneide, III, 62-65. 

"Così prepariamo a Polidoro le esequie. Imponente
Massa di terra addossiamo all'altura, ai Mani si levano
Tristi di plumbee bende e nero cipresso le are" 
Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.

(11) Niccolò Costantini, Vita di Giorgio Lord Byron, 1835.
(12) Lettera a Thomas Love Peacock, 8 giugno 1819, in Opere, cit.
(13) Shelley, Poesie (cura di Tommaso Sardelli)
(14) Mary Shelley, Dalla prefazione alle poesie di Shelley (ediz. 1822), in Opere, cit.


* Gruppo Reportage:

Maria Cristina Masotti

Antonella Cecchi Pandolfini

Virginia Valletta

Lamberto Di Fabio

Antonella Venanzi

Nicola Barricelli

Patrizia Vincenzoni
Stefano Martinez

Testi di Gianluca Chiovelli

2 commenti:

  1. La barca di Shelley salpò per Lerici l'8 luglio del 1822 e non l'8 giugno... per precisione di cronaca... :-)

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    1. Ovviamente ha ragione Lei.
      Forse un refuso, forse un errore nel libro di Mussapi.
      Un saluto.

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