martedì 25 novembre 2014

Cimitero Acattolico/1 - Una breve introduzione. Percy Bysshe Shelley. Il cimitero in Gabriele D'Annunzio

La statua di Psiche citata
da Gabriele D'Annunzio ne Il piacere
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A cura del Cantiere24-MVL Gruppo Reportage*
Il Cimitero Acattolico di Roma gode di una doppia fascinazione spirituale, l'una direttamente avvertibile dal visitatore, l'altra più nascosta, pronta a rivelarsi solo a chi ha la pazienza di seguire alcune trame segrete che legano nomi, date, storie, leggende.
L'evidenza è presto detta: il cimitero è un sereno ritaglio ricavato entro il caos della capitale, delimitato e ovattato dal perimetro delle millenarie Mura Aureliane; esso viene traversato da minuscoli viottoli che l'ozioso passeggiatore o il curioso percorre godendo della compostezza dell'arredo (colonne, cippi, fregi, statue, cappelline), nonché della riposante frescura di cipressi e pini e dell'architettonica tenacia delle edere; una insinuante sensazione di piacere pervade l'esteta, o il semplice turista di buon gusto e buone letture, nell'immediato accostamento tra il rigoglio di una natura così ben imbrigliata, i resti monumentali delle antichità romane e la loro rinnovazione sette-ottocentesca, propria del neoclassicismo.
Alla sinistra dell'entrata, ad esempio, tale effetto vi imprigiona subito: nel riquadro che ospita la tomba di John Keats, infatti, il cimitero si slarga in un area relativamente ampia, assolata e felice. La candida persistenza dei marmi eterni, istoriati da prose o solenni o commosse, spicca nel verde calmo dei prati, ombreggiati dalle sagome possenti e rovinose della Roma imperiale: la piramide di Caio Cestio e il baluardo di Aureliano.
E tale contrasto fra antico e moderno si risolve senza alcun affanno, in una convivenza naturale che si dona immediata all'animo dell'osservatore.
Ma parlavamo di una proprietà spirituale occulta.
Proprio al confine dei due riquadri principali, fra l'entrata, che ospita Shelley, e il praticello in cui riposa John Keats, possiamo ammirare un mosaico d'epoca romana, dal motivo labirintico: proprio tale mosaico si può assumere a simbolo di tale caratteristica. Per il visitatore accorto, infatti, ogni singolo nome del cimitero non esaurisce in sé il proprio significato, ma si pone in connessione con numerosi altri personaggi che animarono Roma, quale capitale europea, nell'Ottocento; parlare di Karl Pavlovič Brjullov o di Hendrik Andersen o di Edward John Trelawny, insomma, equivale a evocare le comunità artistiche e sociali russe e americane, inglesi e francesi (e italiane), che soggiornarono nella capitale in quegli anni; e destare all'interesse le cronache di scrittori in cui tali personaggi (e i luoghi del tempo) rivivono con partecipazione: Gabriele D’Annunzio, Henry James, Stendhal, René de Chateaubriand, Gioachino Belli, fra i maggiori.
Seguire un qualsiasi itinerario, magari dipartito da un trascurabile punto di partenza, significa, perciò, imbattersi in numerosi altri sentieri storici o concettuali: alcun notori, altri apparentemente estranei, o sconosciuti, o dapprima inapprezzati; tutti, però, in grado di restituire da una prospettiva inaspettata la visione della Città.

Uno dei pellegrinaggi maggiori è quello che muove dalla tomba di Percy Bysshe Shelley (1792-1822).
Fra pochi giorni lo percorreremo.
Intanto, quale introduzione e tributo, riportiamo un estratto da Il piacere di Giuseppe D’Annunzio, opera assolutamente devota al poeta inglese (viene citato dieci volte; in modo abbastanza sorprendente egli prevale nettamente su John Keats).
Nel romanzo compare, ad esempio, questo meraviglioso frammento di Shelley, poco conosciuto:

Un frammento - Alla musica

Chiave d'argento che apri la fontana delle lacrime,
Ove lo spirito beve finché la mente si smarrisce;
soavissima tomba di mille timori,
Ove la loro madre, l'Inquietudine, simile a un fanciullo che dorma,
Giace sopita ne' fiori (1).

In altro luogo del romanzo, ambientato proprio nel Cimitero Protestante, i due protagonisti, Andrea Sperelli e Maria Ferres, si recano a omaggiare il sepolcro del poeta. Qui D’Annunzio incastona due citazioni da altrettali composizioni di Shelley. Una da Death (2) (La morte è qui, e la morte è là); la seconda da The magnetic lady to her patient (La magnetizzatrice al suo paziente):

E dimenticatemi, perché io non sarò mai
Vostra!
(And forget me, for I can never
Be thine!)

Nel breve estratto, inoltre, il Pescarese accenna pure alla lirica A Jane. Il ricordo (To Jane. The recollection) in un vero tripudio di celebrazioni.
Sia To Jane che The magnetic lady furono dedicate da Shelley all’amore segreto Jane Williams, moglie di Edward Williams, uno dei tre compagni di naufragio del poeta, annegato l’8 luglio 1822.
Su Shelley ritorneremo, come detto.
Ecco ora il passo de Il piacere:

“La sera del 9 giugno, sul punto di separarsi da Andrea, ella cercava un suo guanto smarrito. Nel cercare, ella vide sopra un tavolo il libro di Percy Bysshe Shelley, il medesimo volume che Andrea le aveva prestato al tempo di Schifanoja, il volume in cui ella aveva letto la Recollection prima della gita a Vicomìle, il caro e triste volume in cui ella aveva segnato con l'unghia i due versi:
"And forget me, for I can never /Be thine!"
Ella lo prese, con una commozione visibile; lo sfogliò; trovò la pagina, i segni dell'unghia, i due versi.
- Never! - mormorò, scotendo il capo. - Ti ricordi? E son passati otto mesi appena!
Restò un poco pensosa; sfogliò ancóra il libro; lesse qualche altro verso.

- È il nostro poeta - soggiunse. - Quante volte m'hai promesso di condurmi al cimitero inglese! Ti ricordi? Dovevamo portare i fiori al sepolcro ... Vuoi che andiamo? Conducimi prima ch'io parta. Sarà l'ultima passeggiata.
Egli disse:
- Andiamo domani.
Andarono, quando il sole era già sul declinare. Nella carrozza coperta, ella teneva su le ginocchia un fascio di rose. Passarono di sotto all'Aventino arborato. Intravidero i navigli carichi di vin siciliano ancorati nel porto di Ripa Grande.
In vicinanza del cimitero, discesero; percorsero un tratto a piedi, fino al cancello, taciturni. Maria sentiva in fondo all'anima ch'ella non andava soltanto a portar fiori sul sepolcro d'un poeta ma che andava a piangere, in quel luogo di morte, qualche cosa di sé, irreparabilmente perduta. Il frammento di Percy, letto nella notte, nell'insonnio, le risonava in fondo all'anima, mentre guardava i cipressi alti nel cielo, oltre la muraglia imbiancata.

La Morte è qui, e la Morte è là;
Da per tutto la Morte è all'opera;
Intorno a noi, in noi, sopra di noi,
Sotto di noi è la Morte; e noi non siamo che Morte.

La Morte ha messo la sua impronta e il suo suggello
Su tutto ciò che noi siamo, e su tutto ciò che sentiamo
E su tutto ciò che conosciamo e temiamo.

Da prima muoiono i nostri piaceri, e quindi
Le nostre speranze, e quindi i nostri timori;
E quando tutto ciò è morto,
La polvere chiama la polvere e noi anche moriamo.

Tutte le cose che noi amiamo ed abbiam care
Come noi stessi devono dileguarsi e perire.
Tale è il nostro crudele destino.
L'amore, l'amore medesimo morirebbe, se tutto il resto non morisse ...

Varcando la soglia, ella mise il suo braccio sotto quello di Andrea, presa da un piccolo brivido.
Il cimitero era solitario. Alcuni giardinieri davano acqua alle piante, lungo la muraglia, facendo oscillare l'inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale, in silenzio. I cipressi funebri s'inalzavano diritti ed immobili nell'aria: soltanto le loro cime, fatte d'oro dal sole, avevano un leggero tremito. Tra i fusti rigidi e verdastri, come di pietra tiburtina, sorgevano le tombe bianche, le lapidi quadrate, le colonne spezzate, le urne, le arche. Dalla cupa mole dei cipressi scendevano un'ombra misteriosa e una pace religiosa e quasi una dolcezza umana, come dal duro sasso scende un'acqua limpida e benefica. Quella regolarità costante delle forme arboree e quel candor modesto del marmo sepolcrale davano all'anima un senso di riposo grave e soave. Ma in mezzo ai tronchi allineati come le canne sonore d'un organo e in mezzo alle lapidi, gli oleandri ondeggiavano con grazia, tutti invermigliati di fresche ciocche fiorite; i rosai si sfogliavano ad ogni fiato di vento, spargendo su l'erba la loro neve odorante; gli eucalipti inchinavano le pallide capellature che or sì or no parevano argentee; i salici versavano su le croci e su le corone il loro pianto molle; i cacti qua e là mostravano i magnifici grappoli bianchi simili a sciami dormienti di farfalle o a manipoli di rare piume. E il silenzio era interrotto a quando a quando dal grido di qualche uccello disperso.
Andrea disse, indicando il sommo dell'altura:

- Il sepolcro del poeta è lassù, in vicinanza di quella rovina, a sinistra, sotto l'ultimo torrione.
Maria si sciolse da lui, per salire su pei sentieri angusti, tra le siepi basse di mirto. Ella andava innanzi, e l'amante la seguiva. Ella aveva il passo un poco stanco; si soffermava ad ogni tratto; ad ogni tratto si volgeva indietro per sorridere all'amante. Era vestita di nero; portava un velo nero sul viso, che le giungeva fino al labbro superiore; e il suo sorriso tenue tremolava sotto l'orlo nero, si ombrava come d'un'ombra di lutto. Il suo mento ovale era più bianco e più puro delle rose ch'ella portava in mano.
Accadde che, mentre ella si volgeva, una rosa si sfogliò. Andrea si chinò a raccogliere le foglie sul
sentiero, innanzi a' piedi di lei. Ella lo guardava. Egli posò i ginocchi a terra, dicendo:
- Adorata!
Un ricordo sorse a lei nello spirito, evidente come una visione.
- Ti ricordi - ella disse - quella mattina, a Schifanoja, quando io ti gettai un pugno di foglie, dalla
penultima terrazza? Tu t'inginocchiasti sul gradino, mentre io discendevo... Quei giorni, non so, mi paiono tanto vicini e tanto lontani! Mi pare d'averli vissuti ieri, d'averli vissuti un secolo fa. Ma forse li ho sognati?
Giunsero, tra le siepi basse di mirto, fino all'ultimo torrione a sinistra dov'è il sepolcro del poeta e del Trelawny. Il gelsomino, che s'arrampica per l'antica rovina, era fiorito; ma delle viole non rimaneva che la folta verdura. Le cime dei cipressi giungevano alla linea dello sguardo e tremolavano illuminate più vivamente dall'estremo rossor del sole che tramontava dietro la nera croce del Monte Testaccio. Una nuvola violacea, orlata d'oro ardente, navigava in alto verso l'Aventino.
"Qui sono due amici, le cui vite furono legate. Che anche la loro memoria viva insieme, ora ch'essi giacciono sotto la tomba; e che l'ossa loro non sieno divise, poiché i loro due cuori nella vita facevano un cuor solo: for their two hearts in life were single hearted!"
Maria ripeté l'ultimo verso. Poi disse ad Andrea, mossa da un pensier delicato:
- Scioglimi il velo.
E gli si appressò arrovesciando un poco il capo perché egli le sciogliesse il nodo su la nuca. Le dita di lui le toccavano i capelli, i meravigliosi capelli che, quando erano sparsi, parevano vivere come una foresta, di una vita profonda e dolce; all'ombra de' quali egli aveva tante volte assaporata la voluttà de' suoi inganni e tante volte evocata un'imagine perfida. Ella disse:
- Grazie.
Jane Williams ritratta da
George Clint
E si tolse il velo di su la faccia, guardando Andrea con occhi un poco abbagliati. Ella appariva molto bella. Il cerchio intorno le occhiaie era più cupo e più cavo, ma le pupille brillavano d'un fuoco più penetrante. Le ciocche dense de' capelli aderivano alle tempie, come ciocche di giacinti bruni, un po' violetti. Il mezzo della fronte, scoperto, libero, splendeva nel contrasto, d'un candor quasi lunare. Tutti i lineamenti s'erano affinati, avevano perduto qualche parte della loro materialità, alla fiamma assidua dell'amore e del dolore.
Ella avvolse al velo nero gli steli delle rose, annodò le estremità con molta cura; poi aspirò il profumo, quasi affondando il viso nel fascio. E poi depose il fascio su la semplice pietra ov'era inciso il nome del poeta. E il suo gesto ebbe una indefinibile espressione, che Andrea non poté comprendere.
Seguitarono innanzi per cercare la tomba di John Keats, del poeta d'Endymion.
Andrea le domandò, soffermandosi a riguardare indietro, verso il torrione:
- Come le hai avute, quelle rose?
Ella gli sorrise ancóra, ma con gli occhi umidi.
- Sono le tue, quelle della notte di neve, rifiorite stanotte. Non ci credi?
Si levava il vento della sera; e il cielo, dietro la collina, era tutto d'un color diffuso d'oro in mezzo a cui la nuvola discioglievasi come consunta da un rogo. I cipressi in ordine, su quel campo di luce, erano più grandiosi e più mistici, tutti penetrati di raggi e vibranti nei culmini acuti. La statua di Psiche in cima al viale medio aveva assunto un pallore di carne. Gli oleandri sorgevano in fondo come mobili cupole di porpora.
Su la piramide di Cestio saliva la luna crescente, per un ciel glauco e profondo come l'acqua d'un golfo in quiete.
Essi discesero, lungo il viale medio, fino al cancello. I giardinieri ancóra davan acqua alle piante, sotto la muraglia, facendo oscillare l'inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale, in silenzio. Due altri uomini, tenendo per i lembi una coltre mortuaria di velluto e d'argento, la sbattevano forte; e la polvere metteva un luccichio spandendosi. Giungeva dall'Aventino un suono di campane.
Maria si strinse al braccio dell'amante, non reggendo più all'angoscia, sentendosi ad ogni passo mancare il suolo, credendo di lasciare su la via tutto il suo sangue. E, appena fu nella carrozza, ruppe in lacrime disperate, singhiozzando su la spalla dell'amante:
- Io muoio.
Ma ella non moriva. E sarebbe stato meglio, per lei, s'ella fosse morta.
________________________________

* Gruppo Reportage:
Maria Cristina Masotti
Antonella Cecchi Pandolfini
Virginia Valletta
Lamberto Di Fabio
Antonella Venanzi
Nicola Barricelli
Patrizia Vincenzoni
Stefano Martinez

Testi di Gianluca Chiovelli

(1)
A fragment - To music

Silver key of the fountain of tears,
Where the spirit drinks till the brain is wild;
Softest grave of a thousand fears,
Where their mother, Care, like a drowsy child,
Is laid asleep in flowers

(2)
Death is here and death is there,
Death is busy everywhere,
All around, within, beneath,
Above is death -- and we are death.

Death has set his mark and seal
On all we are and all we feel
On all we know and all we fear,

First our pleasures die--and then
Our hopes, and then our fears--and when
These are dead, the debt is due,
Dust claims dust -- and we die too.

All things that we love and cherish,
Like ourselves must fade and perish;
Such is our rude mortal lot --
Love itself would, did they not.

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