martedì 24 giugno 2014

Giorgio Lo Cascio, Bob Dylan e altre considerazioni di contorno

G. Luca Chiovelli

Pagina 292 de Il dizionario dei cantautori:

“Giorgio Lo Cascio nato nel 1953 e scomparso a soli 48 anni, assieme ad Antonello Venditti, Francesco De Gregori ed Ernesto Bassignano, è stato uno dei promotori della 'scuola romana', il movimento nato intorno al Folk Studio di Trastevere. Autore di alcuni album, peraltro introvabili, documenta quel periodo nella biografia De Gregori (Muzzio 1990) e inizia la carriera proprio al suo fianco, nei primi anni Settanta. In quegli anni, insieme a Bassignano, Edoardo De Angelis e lo stesso De Gregori, allestisce al Folkstudio lo spettacolo I giovani del folk”.

Quattordici righe e mezza (14,5): a tanto si riduce Giorgio Lo Cascio in un dizionario di seicento pagine (600) dedicato esclusivamente ai cantautori italiani.
È incredibile come su certe figure del nostro recentissimo passato si eserciti, ancor oggi, un oblio tenace (tanto da sbagliare la data di nascita); altrettanto incredibile la mancanza di curiosità degli estensori della voce 'Giorgio Lo Cascio' (in un dizionario riservato esclusivamente al cantautorato italiano, ricordiamolo); non tanto incredibile, on the contrary, è la trascuratezza nell'uso della punteggiatura e della sintassi da parte degli estensori della voce ‘Giorgio Lo Cascio’: a rileggerli, quei tre periodi, che costituiscono ciò che resta della memoria di Giorgio Lo Cascio, suonano instabili, goffi, caracollanti.

La punteggiatura. D'Annunzio chiamava le virgole "insopportabili vermetti"; e va bene: poteva permetterselo. Come non perdonare tale idiosincrasia a chi ha donato all'umanità tali versi:

Quel che ieri mi nocque, or non mi nuoce;
Quello che mi toccò, più non mi tocca.
È paga nel mio cuore ogni dimanda,
Come l'acqua tra l'una e l'altra voce.
Così discendo al mare;
Così veleggio. E per la dolce landa
Quinci è un cantare e quindi altro cantare.

Il punto e virgola, i due punti, il punto esclamativo: che fine hanno fatto?
Hanno fatto la fine di Giorgio Lo Cascio.
Punto, punto e virgola. Punto e un punto e virgola! … Troppa roba! … Ah, lascia fare! Che dicono che noi siamo provinciali... siamo tirati ... Ma sì... fai vedere che abbondiamo ... abbundandis in abbundandum.


Il Folk Studio (meglio: Folkstudio) nacque alle pendici del Gianicolo, a via Garibaldi. Nel 1962 un giovanotto arruffato e immusonito si esibì nel locale: voce, chitarra, armonica. Un americano di passaggio a Roma: in viaggio verso Perugia dove lo aspettava la compagna Suze Rotolo, allora studentessa. Pare che gli astanti, nel 1962 almeno, prestassero più attenzione alle sbicchierate che al tipo sul palco. Che non se la prese a male; o forse sì: non lo sappiamo. Sappiamo solo che  Robert Zinnermann (poi Bob Dylan), il tipo in questione, dopo il live, raggruppò le carabattole di scena e se ne partì, ignorato dalle moltitudini, verso l'Umbria.
Un aneddoto meraviglioso: sembra falso. Tuttavia, se fosse falso sarebbe vero: come si spiega in L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford: “Se la leggenda diviene realtà, vince la leggenda”. 
Lo Cascio, De Gregori, Venditti

Giorgio Lo Cascio è talmente dimenticato che, per ritrovarne le tracce, occorre leggere le biografie altrui.
Chissà quale filtro magico sovraintende alla fama, alla popolarità. Perché si diventa famosi? Un misto di talento, sfacciataggine, conoscenze massoniche, pubblicità, coincidenze fra i propri istinti artistici e la moda del momento: coincidenze a volte fortuite oppure perseguite con personale cinismo oppure studiate a tavolino, con la volontà spietata, dura e gonfia del disprezzo degli arrivisti.

La fama spetta un quarto all'audacia, due quarti alla sorte, e l'altro quarto ai delitti, filosofeggia Ugo Foscolo. Tutte qualità a cui Lo Cascio era estraneo, infatti: meno un uomo che una vasta categoria dello spirito.

In un mondo della canzone che pubblica financo le ventilationes di Vasco Rossi o Luciano Ligabue o Laura Pausini (in pompa magna: cofanetti superlusso, rimasterizzazioni, poster, libretti altre tre dita, presentazioni ubique su tutti i fogliacci del settore, epinici con lanci di coriandoli, celebrazioni chez Fabio Fazio) non si trova il tempo, la voglia e quattro soldi per traslare in CD gli album di Giorgio Lo Cascio.

Di Lo Cascio ci restano, in pieno 2014, solo i vinili, inseguiti a colpi di trenta o cinquanta euro su ebay: Cento anni ancora, Il poeta urbano, La mia donna. E poi cos'altro? Un'intervista degli anni Settanta, una citazione, un profilo stitico; poco altro.
[C'è però un premio canoro a lui intitolato: Premio Giorgio Lo Cascio alla Canzone d’Autore; un evento, suppongo, portato avanti da qualche irriducibile, uno di quelli con qualche cicatrice nella memoria].
Alcuni suoi dischi non si trovano affatto: né in vinile né in digitale sulle piattaforme illegali di download né su youtube. Da nessuna parte.
Il vaso di Pandora, ad esempio, opera del 1989: non c'è, semplicemente; non esiste; non è possibile ascoltarla, manco di straforo.

Lo dico chiaro, a scanso di babbei: Giorgio Lo Cascio non è un genio incompreso. No. E non voglio farne un feticcio, per carità. Si può vivere bene ignorandolo del tutto così come si vive bene ignorando Omero, Piero della Francesca e le leggi astrofisiche di Keplero.
Parlando di lui amo solo riaffermare il senso delle proporzioni.
Non puoi dare 14 righe e mezza a Lo Cascio (senza uno straccio di discografia) e 90 a Cesare Cremonini o tre pagine a Gigi D'Alessio. Oppure dieci pagine d'inserto a qualche coglione inglese di cui si perderà il nome e il senso fra qualche anno. È una cosa che non va, che mi infastidisce: un'ingiustizia.
E amo riaffermare il senso della critica, quell'esercizio intellettuale, forse vano, che spoglia gli eventi della loro patina passeggera per riconsiderarli alla luce di un apprezzamento oggettivo, puro, non inquinato dall'interesse, dal clamore, dal cicaleccio, dalla moda sfacciata.

Dizionario etimologico della lingua italiana, a cura di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli:

Moda. Diretta continuazione del latino modu(m) 'foggia, maniera' ...
Moderno. Voce dotta, lat. tardo (sec. V d. C. in questo significato) modernu(m) tratto da modu(m) 'ora in questo momento attualmente' ...

La moda è l'oggi ... La moda è declinata sempre con il tempo presente ... La moda è moderna, ovviamente ... Il cuore delle parole non sbaglia mai ... Il moderno è il presente, sempre il presente ... Ciò che assicura i talleri, la fama ... La moda e il moderno se ne fregano della qualità, del passato, dei critici e di Giorgio Lo Cascio.

Coglione. Latino tardo coleōne(m), usato nel senso di 'testicolo' da Bono Giamboni nel 1292, e nel senso di 'stupido' da Pietro Aretino, nel 1526.

Giacomino da Recanati, ne Le operette morali:

MODA. Io sono la morte, tua sorella.
MORTE. Mia sorella?
MODA. Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?
MORTE. Che m'ho a ricordare che io sono nemica capitale della memoria.

Quante verità in queste quattro righe ... E che uso elegante dei due punti ...


Fiori bianchi fiori scuri, dal primo album di Lo Cascio, è una canzone bellissima, intessuta di una serie di metafore che rimandano alla realtà degli scontri di piazza nei Settanta: i fiori bianchi, ad esempio, sono gli sbuffi dei lacrimogeni, i fiori scuri le ecchimosi delle botte dei celerini, le carezze le manganellate, i fuochi fatui le incandescenze delle molotov. E così via.


È aspro il profumo
dei vostri fiori bianchi
quando sbocciano per strada
non è un regalo gradito
tanto è aspro il profumo
dei vostri fiori bianchi.

Nero è il colore
che lascia la vostra carezza

Rosso è il colore dei nostri fuochi fatui
attenzione se la fiamma muore presto
non è così per il calore che la produce
tanto è rosso il colore
dei nostri fuochi fatui.

La canzone che preferisco è, però, l’enueg di È solo un gioco. L’enueg, nella poesia provenzale, era una dolorosa elencazione, una sorta di catalogo di dispiaceri e sconfitte:


Vorrei fosse un poema
ma è solo una canzone
Vorrei fosse realtà
ma è solo un'astrazione
Vorrei fosse un pugnale
ma è solamente un ago
Vorrei che fosse un mare
ma in fondo è solo un lago
Vorrei fosse un discorso
ma è una parola sola
Vorrei che fosse un grido
ma è solo un sospiro
Vorrei che fosse un esercito
ma è solamente un gregge
Vorrei fosse una bomba
ma sono solo schegge
Vorrei vedere il sole
ma è notte da trent'anni
Vorrei ascoltare il vento
ma sento solo spari …

Non sono di quelli che consigliano Bob Dylan agli scolari o di quelli che ritengono Guccini e De Andrè dei poeti. Per dirla tutta: ho dei dubbi, come poeti di vaglia, persino su alcuni Nobel.

Allora mettiamola così: se alcuni versi (quattro) di È solo un gioco portassero la firma di Neruda o Hikmet li citeremmo estasiati su feisbuk.
Brasile 2014

Scrive un critico, Giovanni Anchiseo (1968-2013), in uno dei suoi numerosi amarcord, spesso di vena facile, ma bonariamente sinceri:

"Giorgio Lo Cascio (Roma, 18 giugno 1951 - Roma, 24 febbraio 2001) nacque artisticamente sulle scene del Folkstudio, locale nato alle pendici del Gianicolo al sorgere degli anni Sessanta, a Roma ...
La discografia del cantautore romano è sommessa e riservata. Come il suo autore, essa è quasi misconosciuta (e inedita in CD): ho faticato a racimolare un album intero e parti degli altri tre (La mia donna, 1973; Il poeta urbano, 1976; Il vaso di Pandora, 1989). Merita però di essere divulgata, non tanto per i suoi meriti artistici (che pure vi sono), ma perché, tramite la sua figura, secondaria e sfortunatissima, possiamo rievocare un particolare momento della storia italiana; e romana: un periodo, mi arrischio a dire, felice.
Dei primi anni Settanta mi ricordo "come per suonno", come in un sogno, poiché ero quasi un infante. Vivevo in un suburbio popolare; ci erano familiari figure come il varichinaro, il biciclettaro, il vinaro e l'oliaro, la merciaia. Spesso dai  balconi venivano calati dei canestrelli con dentro qualche centinaio di lire: accorreva il garzone del fornaio (il cascherino di pasoliniana memoria, reso celebre da una pubblicità di Ninetto Davoli), pigliava i soldi, deponeva un cartoccio e un po' di spiccioli di resto, il canestrello veniva issato: "Grazie regazzì!". Non era difficile sentire, sempre 'dar fornaio' serissime ordinazioni: 'mezz'etto de mortatella', una bustina di Idrolitina o Frizzina. Studiare, studiavamo quasi tutti; il nostro maggior vanto era mostrare l'astuccio all'inizio dell'anno scolastico; era ambita la matita bifronte, rossa e blu; l'odore del gesso e del legno delle matite profumava l'aria; il pallone era l'unico gioco di massa, oltre alla schicchera (giocata con biglie di vetro). Un capofamiglia bastava a cinque, sei persone. C'era il filobus, il biglietto (vidimato dal bigliettaio in carne e ossa) costava Lire 50, una ciambella Lire 100. Adesso un biglietto costa Euro 1,50, una ciambella 0,90: il che non depone a favore dell'attuale amministrazione tramviaria comunale (o forse depone a favore dei fornai).
Ogni volta che ascolto gli arpeggi di Giorgio Lo Cascio mi vengono in mente queste cose. Non so neanche perché ve ne parlo. Mi sovviene un mondo forse chiuso in se stesso, ma ancora basato su una certa idea comunitaria del vivere; in cui i rapporti erano costruiti su modelli immediatamente riconoscibili, secolari, spontanei. La politica, la musica, erano espressione di tutto questo.
Il 1976 fu anno di svolta, totale e irreversibile. Cominciava a svanire il vecchio ordine. Svanivano le genti, i popoli, le associazioni, i legami profondi. Nella borgata fece irruzione l'eroina. In pochi anni se andarono a centinaia. Il cascherino pure: lo trovarono in un cesso nel 1980 o giù di lì. Si era alle porte del nuovo mondo mirabile. Quando me ne andai dalla mia prima casa di tutto ciò avevo vissuto sino a poco tempo prima non era rimasto nulla.
Lo Cascio, invece, se ne andò a neanche cinquant'anni: il mondo delle sue canzoni andava sbiadendo, il tessuto che le formava (sensazioni, passioni, disinganni, illusioni, speranze) era ormai incomunicabile alle nuove generazioni.
La nostalgia lo ricorda per noi, pochi e felici, come un sogno perduto".

Un protagonista di Agostino d’Ippona, capolavoro per la TV di Roberto Rossellini, passa davanti a un tempio pagano ormai diroccato della città africana (Ippona, Hippo, era sita nel territorio dell’attuale Algeria).
Siamo nei primi decenni del V secolo; il Cristianesimo ha soppiantato l’antica fede, Roma è già stata saccheggiata dai Visigoti di Alarico, l’Impero smembrato fra Oriente e Occidente.
Il vecchio romano, additando i mozziconi delle colonne, dice: “Solo qualche anno fa quel luogo ferveva di devozione e adesso? Il nostro mondo crolla … quattro anni fa quando venni l’ultima volta questo tempio era ancora in piedi … oggi non è che una rovina …”
In pochi anni.

Fino a qualche anno fa le parole di Giorgio Lo Cascio possedevano un senso, una indiscussa razionalità. Ora il mondo da lui evocato - di giustizia, di passione e lotta - è ridotto in macerie: lo osserviamo increduli o vanamente nostalgici oppure lo rimiriamo come i turisti da banane, ormai abituati alla mediocrità, possono gustare un panorama esotico - colla macchina a tracolla, in ciabatte, istupiditi, torpidamente stranieri.



2 commenti:

  1. Il vaso di Pandora, disco autoprodotto di G. Lo Cascio e Stefano Iannucci: Indio, Family Blues, Domani è lontano, Station Reggae, Moneta di latta. Lato B: Moby Dick, Notte senza suoni, Femminilità (Lucilla Galeazzi), La regina delle fate, Eroina Blues, Due Ombre

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