sabato 24 maggio 2014

L'incipit della domenica - Alberto Moravia, Il ghiottone

Il ghiottone fa parte dei Racconti surrealisti e satirici. È uno scritto minore che si allontana dalle estenuazioni della psicologia romanzesca per riguadagnare la forza dell'allegoria e definirsi quale studio d'un carattere universale, felicemente esagerato nei tratti, e, perciò, universale e riconoscibile a qualsiasi latitudine, temporale e geografica.
Moravia oggi è paradossalmente dimenticato; a volte vilipeso. Parte della produzione, sessantennale, risente, inevitabilmente, delle fiacchezze della maniera; lo sguardo critico non sempre è lucido; i reportage appaiono discutibili, ma la nettezza e la verità della sua prosa migliore costituiscono uno dei vertici della letteratura italiana del Novecento.
Anche qui: basta scorrere le descrizioni debordanti della pescheria e della macelleria ("Quivi, tra i quarti bianchicci e sanguinosi appesi agli uncini di ferro e tenuti bene aperti e separati, con una macabra impudicizia, da robuste canne incrociate, il notaio può  ... farsi spaccare sul ceppo arrossato, con un sol colpo di mannaia, una bella bistecca con l'osso, o involtare nella sonora carta gialla il lobo scuro e lustro di un fegato, oppure farsi pesare sui piatti di ottone della bilancia un grappolo di trippe rugose e giallognole, o meglio ancora, il notaio è grande amatore di lessi, radunare insieme un grasso e irsuto piede di porco, una punta rasposa di lingua, e il lato destro di una testina di vitello con tutto l'orecchio quasi asinino, il tenerume delle cavità orbitali e persino qualche dente); i balletti grotteschi del protagonista nella cucina; gli sdilinquimenti golosi durante il pasto; l'eccezionale natura morta che Moravia compone presentando degli avanzi ("una crosta inseccolita di formaggio, quattro fagioli freddi cagliati nel sugo coagulato, un rimasuglio di insalata russa impiastricciata di maionese, l'avanzo unto e gelato di un pasticcio di maccheroni)". Siamo in presenza di un narratore di rilievo assoluto.
Il ghiottone possiede la forza simbolica di un dipinto primitivo e della migliore letteratura morale e didascalica, Balzac incluso.

Alberto Moravia
Nello studio del notaio gli scartafacci verdi e arancione, posati un pò* dappertutto sulle sedie e sulla tavola, a furia di starsene indisturbati l'uno sull'altro, si sono amalgamati in masse cartacee cementate dalla polvere e dall'abbandono. Da tempo i clienti hanno disertato lo studio, ma il notaio non se ne preoccupa, una piccola rendita gli permette di fare a meno di quei noiosi disturbatori delle sue più intime gioie. È il mattino presto, sulla tavola c'è ancora il vassoio del caffè e latte che sorbì or ora, ritta la testa bianca e rapata dall'enorme naso rubicondo nel colletto all'antica alto e inamidato, il notaio con una mano regge un giornale che ricopre mezzo scrittoio e gli ricade sulle ginocchia e con l'altra va a tentoni in un cassetto aperto a ghermire in una scatola un biscottino croccante che si caccia in bocca e mastica in fretta girando gli occhi attorno come se temesse di essere sorpreso. Piove, una luce bassa e umida entra per la finestra che una tenda a fiorami ricopre, al notaio in mancanza di clienti non resterebbe altro da fare che aspettare l'ora ancora lontana della colazione. E così infatti avveniva quando la sua ghiottoneria era ancora timida e non era passata dal palato a tutta la persona, dalle ore dei pasti alla giornata intera. Ma con gli anni ha trovato il modo, quando non mangia, di occuparsi almeno di quel che mangerà. Eccolo infatti respingere da sé il giornale, levarsi in piedi scuotendo di dosso le briciole dei biscotti e staccare dall'attaccapanni, oltre al cappello e al pastrano, una sporta di quelle che servono alle cuoche per la spesa. Prende la sporta sottobraccio, con una certa rigidità, come se fosse una busta di avvocato, si calca il cappello sul capo ed esce di casa a passettini dignitosi.
Per la strada cammina senza fretta, agitando in fondo all'animo un dubbio, anzi una domanda che lo riempie di dolce ansietà: pesce o carne? Alla cuoca chiacchierona e incompetente il notaio lascia la incombenza di comprare la pasta, il pane, la frutta, lui si incarica del piatto di mezzo e d'ogni eventuale squisitezza. Pesce, dunque, o carne? Ogni mattina questo dubbio ispira al notaio un brivido avventuroso; come se quella carne o quel pesce non dovesse comprarli in una bottega, bensì andarne a caccia o pescarlo con le reti in mezzo al mare. Robinson nella sua isola, incerto se adoperare il tridente o le frecce per procurarsi il cibo, provò di sicuro il medesimo brivido. Ecco la pescheria annunziata dal lezzo di scaglie e di salsedine; il notaio entra, guarda, esamina, i cesti scarsi non contengono che minutaglia azzurra e moscia, sui banchi giacciono pochi cefali, naselli e altri grossi pesci di dubbia freschezza, le bocche aperte e rosse atteggiate ad una specie di smorfia lamentosa. Deve essere mare grosso, pensa il notaio, e scuotendo il capo esce nella strada. Meglio affacciarsi tra i marmi gelati della macelleria.


Quivi, tra i quarti bianchicci e sanguinosi appesi agli uncini di ferro e tenuti bene aperti e separati, con una macabra impudicizia, da robuste canne incrociate, il notaio può fare a suo agio la più indecisa e la più varia delle scelte: farsi spaccare sul ceppo arrossato, con un sol colpo di mannaia, una bella bistecca con l'osso, o involtare nella sonora carta gialla il lobo scuro e lustro di un fegato, oppure farsi pesare sui piatti di ottone della bilancia un grappolo di trippe rugose e giallognole, o meglio ancora, il notaio è grande amatore di lessi, radunare insieme un grasso e irsuto piede di porco, una punta rasposa di lingua, e il lato destro di una testina di vitello con tutto l'orecchio quasi asinino, il tenerume delle cavità orbitali e persino qualche dente.
Durante questi acquisti, il notaio si leva sulle punte dei piedi per meglio dominare l'alto banco marmoreo del macellaio, senza ribrezzo rivolta con le mani trippe, rognoni e fegati, i colpi di mannaia non gli fan battere ciglio, né arricciare il naso il puzzo delle carni. Quindi esce con la sporta appesantita da più di un involto e si dirige verso la vicina pizzicheria. In questa bottega, specie di grotta dai grassi profumi, sotto le stalattiti penzolanti dei pròsciutti cotennosi, degli zamponi unti e gonfi, dei salami infiocchettati, tra le colonne nere delle forme di parmigiano e le piramidi gialline delle caciotte, il notaio raddoppia di diffidenza e di severità. Perché se questo è il luogo delle più stuzzicanti squisitezze, è anche quello delle contraffazioni più sfacciate. Occorre spalancare gli occhi e le narici; né c'è da prestar fede alle assicurazioni del pizzicagnolo che si sporge dietro la rossa macchina per affettare; a tali dimostrazioni il notaio risponde addirittura con un malgarbo sgraziatissimo, facendo la più brutta faccia di questo mondo. Finalmente si fa tagliare una fetta di marmorizzato gorgonzola, vi aggiunge qualche oliva nera e pochi sottaceti da mangiare con il lesso e se ne va.
Tornato a casa il notaio consegna la sporta alla cuoca, e poi si chiude nello studio a leggere il giornale e a rosicchiare biscotti. Ma non è ancora passata mezz'ora che si leva e a passi furtivi striscia fino alla cucina per raccomandare alla cuoca la massima cura nella preparazione di un certo condimento. La cuoca, nonostante la lunga consuetudine, accoglie con fastidio queste intrusioni; e non di rado gli risponde per le rime: sa lei quel che va fatto, non ha davvero bisogno di consigli. Al che il notaio facendosi subito cattivo: "Pettegola, oca," le inveisce contro con una vocetta stizzosa, il viso imporporato dalla collera. Poi, verso il mezzodì, dopo la vigilanza incomincia Passaggio. Il notaio scoperchia le pentole, ficca il naso nel vapore delle vivande, inzuppa una mollica di pane nel sugo di pomidoro e se lo caccia in bocca. Oppure mastica in fretta e in furia una bollente patata. "Ma che vi mettete a tavola a fare," grida la cuoca spazientita, "se avete già mangiato?" Il notaio leva le spalle con furore, cerca con le dita di tirar fuori dall'acqua che fuma la testina di vitella, si scotta, esce bestemmiando dalla cucina. Così tra queste ansietà, questi andirivieni, questi battibecchi, queste degustazioni passa la mattinata. Giunge alfine il momento più importante, quando nell'acqua ormai bollente vengono buttati giù il riso o la pasta, secondo i giorni. Quel momento lì il notaio, per antica consuetudine rimastagli dal tempo in cui ancora lavorava, l'aspetta nello studio. Appena cominciato lo scampanio del mezzogiorno la cuoca deve bussare alla porta e domandare se può "metter giù". Con molta degnazione il notaio trae di tasca l'orologio e risponde che può. Mezz'ora dopo, questo pranzo tanto faticato e assaggiato viene servito.
A tavola, pur tra i familiari, il notaio è come se fosse muto, sordo e cieco. Separato da essi da una parete. Estraneo. Non soltanto non si cura il notaio di partecipare alla conversazione se non con grugniti e cenni, ma anche, troppo spesso, di osservare le regole della più blanda buona creanza. Gli è che il godimento pieno delle vivande richiede una quantità di gesti e di attitudini che ad un osservatore possono parere sconvenienti, ma per lui sono il migliore condimento; anzi senza di esse forse non varrebbe più la pena di mangiare. Far con le labbra un rumore di risucchio e di brodaglia, mettersi la lama del coltello in bocca, leccare il dorso del cucchiaio, parlare con la bocca piena, cercare con accanimento nel vassoio il boccone migliore, divorare a testa china proteggendo il piatto con un braccio come temendo di esserne derubato, queste e altre simili trascuraggini accrescono il gusto del notaio almeno quanto dispiacciono ai suoi commensali; e non è dir poco. Spesso taluno, disgustato, lo rimprovera; ma il notaio ora sgarbato, ora evasivo, ora ironico, ora addirittura silenzioso non se ne da per inteso. Ammette certamente di dar fastidio agli altri; ma ha deciso una volta per tutte che di fronte allo sfogo della sua viziosa passione gli altri non contano. Che possono importare il galateo e altre siffatte convenzioni a chi, come lui, ha da nutrire un mostro? Il notaio è inflessibile.
Finito il pranzo, sorbito il caffè, egli si ritira di nuovo nello studio. Qui si assopisce ritto nella poltrona, la testa un po' reclinata verso la spalla, la bocca semiaperta sotto il naso paonazzo.
Non dorme proprio, è una specie di ronzante torpore, ogni tanto la mano gli va nel cassetto a prendere un biscotto che non finisce di masticare e di inghiottire: di modo che le briciole gli cascano dalle labbra sulla cravatta. Ma poi ad un tratto si sveglia di soprassalto, subito, come ispirato, si leva con decisione ed esce dallo studio. Furtivo, proiettando un'ombra grottesca sopra le buie mura dei corridoi domestici, striscia fino alla dispensa, un camerotto senza finestre, quadrato, con tante mensole intorno le pareti, accende una gialla lampada e s'avventa sui piatti. È appena un'ora che si è levato da tavola, ma che importa? Tutto è buono per lui e a tutte l'ore: una crosta inseccolita di formaggio, quattro fagioli freddi cagliati nel sugo coagulato, un rimasuglio di insalata russa impiastricciata di maionese, l'avanzo unto e gelato di un pasticcio di maccheroni. In piedi nel camerotto ermetico, in quell'agro odore di muffa e di bisunto, il notaio spizzica, rosicchia, assaggia, mastica, ingolla, con strani gesti frenetici, strani schiocchi di lingua e scricchiolii di mascelle, ancor più strani roteamenti di pupille. Perché come tutti i viziosi il notaio è un solitario, ama il sotterfugio e il batticuore; e però trova più gusto a ingozzarsi di nascosto in quel ripostiglio che a mangiare a tavola alle ore debite, tra la sua gente.
La sera a cena si ripetono i gesti e le scene della mattina. Che più? il notaio è felice. Di lui, coloro che lo conoscono dicono che così vegeto, robusto e arzillo com'è, vivrà certamente fino ad un'età molto avanzata.

Nessun commento:

Posta un commento